1978 – Yosemite Valley

1978 – Yosemite Valley
di Gian Carlo Grassi
(pubblicato su Scandere, 1978)
Foto di Gian Carlo Grassi

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

È un peccato abbandonare questa nitida zona di alte pressioni europee. Con un cielo vivacemente azzurro e le montagne di un’ottica ravvicinata. La California è un invito allettante, però, queste giornate sfavillanti luce esercitano un fascino significativo. Ripenso ai mesi trascorsi, soprattutto alle scalate tirate fuori con il brutto tempo, o sempre nell’incertezza del cambiamento. Momentaneamente le condizioni ambientali sono alleate. Sembra tutto facile e realizzabile sulle Alpi. Con l’azzurro si confonde una pacata tristezza collegata forse al sottile legame delle occasioni perdute.

California l’abbiamo raggiunta in rincorsa con la luce, grazie naturalmente al fuso orario differente. Ore insonni, prima di viaggiare per chilometri di città e chilometri di terreno a coltivazione super-industriale. Prima delle montagne attraversiamo lineari territori, dal sapore di libertà un tempo appartenuta ad altri e ormai trasformati come le persone di quel tempo. Una giornata di viaggio per 350 chilometri, ma è bene ripagata dalla spettacolare entrata nella valle di Yosemite che, probabilmente, in considerazione delle sue particolari strutture rocciose, risulta unica al mondo.

Sono ritornato in questa valle con Renato Casarotto realizzando quattro prime italiane di notevole importanza, ma queste non erano i motivi di fondo essenziali per lo svolgimento dell’attività alpinistica.

Ho iniziato esattamente con le scalate che, due anni fa, avremmo voluto realizzare alla fine del nostro soggiorno in questa valle, quando eravamo bene allenati. Ma il ciclo non si è concluso, giacché Yosemite riserva la grande possibilità di continuare la propria evoluzione arrampicando.

Half Dôme, parete nord-ovest, via Robbins: confronto di due mentalità
Per salire all’attacco della parete nord-ovest occorrono sei ore. In genere la marcia di avvicinamento è sempre sinonimo di fatica e, il più delle volte, alienante. Però, mentre risalivo, sudato, fra il verde della Little Yosemite Valley, sentivo una certa differenza dalla solita scarpinata. Era un bellissimo viaggio, e ogni svolta della valle rivelava ambienti cristallini e pieni di vita. Le cascate rappresentavano il fascino maggiore, esprimendo una vitalità che riportava a momenti emotivi primordiali. Le cascate, nella loro potenza dirompente, erano sorprendenti. Per me avevano uno strano richiamo, avrei voluto fare una scalata, creare una linea di salita nell’aria o addirittura sotto una di esse. Ha uno strano significato questa valle che percorriamo, con le sue lastronate “ricordo di ghiacciai” percorse da rivoli di acqua, valle piena di vita indiana, nella sua perfetta essenza di naturalità.

Renato, saturo e meravigliato dell’ambiente, e memore della storia della conquista del West, scavalcando ogni attuale contesto sociale, ingenuamente imprecava contro gli Stati Uniti e aveva tolto il saluto a tutti gli americani che incontravamo sul sentiero.

È pomeriggio avanzato e, mentre l’ombra a cupola del Dôme si prolunga sulla valle principale, noi iniziamo la parete in compagnia dei francesi Jean-Jacques e Martine Rolland. Lasciamo su questa parete di 700 metri, paragonabile al nostro Dru, le corde fisse per agevolare la risalita dell’indomani e, con l’ultima luce, prepariamo un buon bivacco alla base, confortati da una sorgente che sgorga direttamente dalla roccia.

Arrampichiamo già da parecchie ore, e abbiamo raggiunto dei ragazzi americani che da ieri sono in parete. Intanto in basso un’altra immane parete sorge a contrapporre le linee verticali dell’Half Dôme.

Gli americani vanno pianissimo, non certo per incapacità tecnica, si direbbe piuttosto una lentezza voluta, addirittura ricercata. Il loro modo di procedere è assai diverso dal nostro, in un diedro di artificiale usano solo tasselli d’incastro (nuts) per la progressione, affermando che in questo modo la scalata è più elegante, ma inserendoli a ogni cinquanta centimetri. Casarotto, stufo della lunga attesa, supererà in un momento di furore tutto il diedro in libera. In queste lunghe soste mi godo lo spettacolo del Capitan in lontananza. Jean-Jacques Rolland, da buon arrampicatore con spiccata formazione occidentale, è veramente spazientito dalle attese.

Per lui la nozione tempo è fondamentale, e non può capire che probabilmente se la nozione tempo si dissolve, è facile si verifichi un’apertura verso un altro tipo di percettività che nulla ha in comune con il risolvere una salita in fretta e furia, per poi essere convinti di averla fatta nel modo giusto. In effetti si partiva da due formazioni culturali differenti; è chiaro che per questi ragazzi l’arrampicata non è più considerata lotta per la riuscita, ma piuttosto un’esperienza conoscitiva.

A sera, con Renato, guadagnamo “Big Sandy”, un’oasi di terrazzette nella verticalità della parete; i Rolland, invece, bivaccano cinquanta metri più in basso in compagnia della seconda cordata di americani.

Nel sonno mi sento proiettato verso la cima, ancora però lontana, poi l’alba, il Capitan lontano, dietro l’orizzonte so che c’è l’Oceano; intorpidito attendo con i fiori dei cuscinetti erbosi il tepore del nuovo mattino. Non siamo ancora fuori dal sacco-bivacco, ed ecco spuntare Rolland con la sua fretta occidentale. Jean-Jacques vorrebbe anche scavalcare la prima cordata già in azione, dimenticandosi di essere salito con la loro corda.

Logicamente l’aspirazione di compiere qualche scalata famosa, e di realizzarla in un buon tempo e con stile, è sicuramente una delle componenti essenziali del moderno alpinismo. Ma quando queste prestazioni sono diventate, come sono, accessibili a molte persone, ne deriva la spinta a ricercare una linea nuova. Si è inclini a trovare soddisfazione nel fatto medesimo di arrampicare e di essere in parete, prescindendo dalla via che si effettua, e relativi confronti che si possono abbozzare. Probabilmente, l’idea di vita in parete non rientrava nei concetti del mio amico Rolland. Anche se lentamente, ci innalziamo con dure opposizioni verso l’arco della cima, che da questa prospettiva ci appare a portata di mano; saliamo, ma la curva ineguale della vetta che segna la fine della sequenza di ripidità è sopra noi, piatta, uniformemente e inspiegabilmente sempre alla stessa distanza.

A una sosta, guardando verso l’alto, vedo strane forme circolari sporgere verso il vuoto. Occorre riflessione per indovinare i crani umani avvolti da capelli che brillano di luce della vetta, in un alone di irrealtà. Poi, le placche finali inclinate, ma così viscide da superarsi in artificiale. Siamo alle ultime battute, il mondo verticale lascia spazio. Le ultime rocce sufficienti prima dell’azzurro chiudono i nostri momenti di scalata. Eccoci sulla cima rotondeggiante di granito, per me liberazione dal deserto sensoriale, voglia di spaziare oltre la linea della difficoltà visiva. Strana sensazione di misticismo nella sera imminente, un angolo di melanconia in connubio con sprazzi di selvaggia gioia. Scorrere nella mente della vita e dei momenti di parete sopra la distesa vegetale, verso l’orizzonte macchiato di ghiacciai. In questi stati d’animo sono ancora più predisposto a un apprezzamento di qualsiasi forma naturale, senza la fretta di ridiscendere presto.

Scendiamo circondati dal metallo della via ferrata. Peccato avere incatenato da ogni lato questa vetta difficile; è storia passata, ma la società di quel tempo aveva reso schiavi uomini forse più inaccessibili dell’Half Dôme. Potremmo divallare sino al campeggio, ma preferiamo ancora rimanere in questi luoghi, trascorrendo un ultimo bivacco nel bosco. Mi sento svuotato di energia, invaso da una calma piacevole: è l’incontro con la serenità?

Capitan, parete sud-ovest, via Triple Direct: viaggio in parete
Il Capitan, con il suo immenso paretone che ci affascina, è un’esperienza che ora vogliamo fare, anche perché è assai evidente che non sarà ripetibile in Europa. Scegliamo di arrampicare la Triple Direct perché è il tracciato che, collegando varie vie, permette la più ampia capacità di conoscenza dell’immane scudo roccioso.

Usciti dal bosco, la realtà di questa parete alta quasi mille metri diventa sempre più colossale. È strana una simile ripidità sul granito. Primo giorno: incominciamo le dieci lunghezze di corda della via Salathé, i compagni di avventura sono gli stessi dell’Half Dôme: Renato Casarotto, Jean-Jacques e Martine Rolland.

Già dalle prime filate di corda l’ambiente è stupefacente. Sappiamo che, finita la parte iniziale della Salathé, dovremmo proseguire per sette lunghezze sulla Muir Wall. Seguirà un tratto di collegamento di quattro lunghezze caratterizzato dai pendoli per terminare con le quattordici lunghezze finali del Naso. Una progressione lenta ci permette a ogni filata di corda di capirne il suo delinearsi, sovrastati dal blocco superiore della parete decisamente schiacciante.

Capitan: parete sud-ovest

Con il sole sopraggiungono momenti di caldo ossessionante, ogni gesto procura sudore, il lavoro più abominevole consiste nel ricuperare costantemente il saccone da parete. Portiamo con noi un bagaglio composto da viveri per quattro giorni e diciotto litri di acqua. L’acqua è essenziale in queste scalate, specie quando si affrontano in un periodo caldo. Occorrono circa quattro litri al giorno a testa per non ridarsi alla disidratazione. Il caldo procura, salendo, un sottile senso di stordimento. Subiamo una temperatura di 60°-70° gradi centigradi. Infatti le suole delle pedule fondono e si spappolano a pallini, nel contatto sempre più scivoloso con la crosta rocciosa bollente. L’arrampicata sui grandi lastroni si rivela estrema, e per riuscire a progredire occorre a ogni metro impastare le mani di magnesite: senza questo accorgimento, anche a causa del calore, non si otterrebbe alcuna adesione alla roccia.

Continuiamo a innalzarci arrampicando. Per me l’identificazione nella scalata è più simile a un gioco che a una prestazione sportiva. Salgo individuando possibilità che si rivelano via via sempre più diverse. La ripetizione dei passaggi assume ogni volta la rappresentazione di un rituale, rituale che avvicina sempre più alla conformazione rocciosa. I punti più diversificati della struttura minerale accendono la fantasia, permettendo di capire i momenti che vanno oltre il pensiero tradizionale.

Raggiungiamo Half Dollar, il passaggio chiave della parte bassa della Salathé. È un tratto molto duro, ma una volta superato avremo libero accesso alla grande “Mammuth Terrace”. Una lunghezza ci separa dalla terrazza che chiuderà la nostra attività della giornata. Sapevamo che la discesa era attrezzata colle corde fisse lasciate dagli americani. Comunque sia, per ritornare da questi primi 300 metri useremo le corde che ugualmente ci siamo portati. Trecento metri assolutamente esposti, sospesi a corde semplici, roventi per l’attrito, soprattutto a causa della temperatura esterna. L’acqua alla base non manca, ne approfittiamo per reidratarci abbondantemente.

La Sentinel Rock assume uno strano simbolismo, dominandoci dal rettilineo dove attendiamo un passaggio per rientrare al campo. La sera, al campo, c’era animazione, fermenti di allegria. Musicisti probabilmente arrampicatori avevano improvvisato un concerto di grande bravura. Si fece festa fino a notte.

Siamo ritornati in parete con la volontà di proseguire fin sull’altipiano, nonostante che oggi il caldo sia a livelli allucinanti. La risalita sulle corde fisse ci ha impegnati fino alle 11 del mattino, ed è da questo momento che proseguiamo sulla Muir Wall.

Il Capitan, parete sud-est. Foto: Ansel Adams

L’ambiente non cessa mai di stupirmi, sembra incomprensibile che fra tanto vuoto non esista una fresca corrente d’aria. Tra l’altro, gli amici americani che erano venuti a ricuperare le corde che avevano gettato in basso, volevano approfittare dell’occasione per fare una breve arrampicata sulla base del Capitan. Come abbiamo saputo in seguito, furono costretti a rinunciare a causa del calore. Intanto Rolland diceva che a ogni tiro di corda sudava il contenuto di una borraccia. Avrebbe voluto desistere dall’impresa, ma sua moglie, Martine, con fermezza gli comunicò che questa decisione non si poteva prendere prima di uno o due bivacchi in parete, quindi gli fu giocoforza proseguire.

lo mi alternavo nell’arrampicata con Renato su questo tipo di roccia molto bella. Anche la scalata artificiale era assai valida, in effetti non esisteva un chiodo in loco, e forse era per questo che la graduazione delle lunghezze di corda ci sembrava più severa che in Europa dove, in genere, le vie artificiali sono attrezzate. L’unico segno di precedenti passaggi era dimostrato dai segni di chiodatura dentro i quali applicavamo i nut, perdendo in questo modo pochissimo tempo.

È quasi sera, siamo ancora nel sole, sul terrazzo dove possiamo bivaccare, sovrastati da ciclopici diedri, fra un mondo di arcate di granito dominate dallo scudo compatto e rosso dove è difficile immaginare la traccia dell’uomo. 80-90 metri più in alto, perduto nel diedro, Renato si innalza in corsa con l’ombra per guadagnare la sua scommessa, cioè un melone. Odo il ritmo metallico del martello che rimbalza sui chiodi, il simpatico gracchiare di una rana sulle cenge (chissà come sarà capitata qui). L’ovest brilla sempre più tenue. Inizia la notte animata da un brusio di uccelli notturni e di voli di cavallette. L’aria è densa di calore, si sta meglio fuori dal duvet. Notte in rincorsa con l’accavallarsi dei pensieri, ma vuota di sogni. Momenti mnemonici riguardanti altre esperienze riaffiorano insistenti, di quando, a 4000 metri, dopo un bivacco senza niente, attendevamo il beneficio dei raggi solari, per riuscire a muoverci. Momenti crepuscolari, vivi di tonalità infuocate sopra le mesas verdi, grandi pareti riflettenti ombre di fuoco. Abissi che riportano visioni caotiche di piani sovrapposti nei quali posso entrare. Il granito dipinto dall’acqua che scroscia nervosa. Questa acqua diventata preziosa che sa di plastica dei contenitori, di alluminio delle borracce. Grande irrealtà di questi freschi momenti. Orione, la costellazione pilota, si sta spostando sempre più a occidente, presto sarà di nuovo mattino.

Il mattino mi sorprende impegnato a schiodare nella parte superiore del diedro. È un concentrarsi nell’azione che mi estranea dalla realtà esterna. Appeso alla mia corda, continuo nell’atto meccanico del movimento di risalita con i jumar, alternato alla schiodatura, superando quel senso di diffidenza che normalmente subentra dopo il rilassarsi di un bivacco. Possibilità a prima vista assurde, ma risolvibili nell’assuefazione alla parete. Ci troviamo appesi sopra una parte di spazio in un angolo di ombra. Si verifica un urto sottile, ma fastidioso, fra Jean-Jacques e Renato che provoca un disturbo nello spazio di questa realtà.

L’arrivo sul “Naso” sprigiona una sensazione di notevole praticabilità, individuabile nella presenza dei chiodi, testimoni dell’esperienza di chi ci ha preceduto. Grande percezione di un ritmo lento ma progressivo, dove ogni filata di corda permette l’accesso a parti rocciose imponenti, parti rocciose mai uguali, a volte, credo, difficilmente ripetibili. Il «Naso», in basso, si allunga nella forma di smisurato invertebrato, quasi a volersi dissetare nel contrasto umido e colorato del Merced River. Saliamo fra le zone d’ombra pomeridiana nella continuità di questo mondo verticale, intenti a guadagnare, per la sera, una zona orizzontale per il bivacco.

Sotto il caratteristico tetto del Nose del Capitan

Raggiungiamo infine “Campo 5”. Lassù, una sottile brezza promuove stati di sollievo. Prima di notte, riusciamo a mettere 90 metri di corde fisse, una garanzia per domani. Sulla piattaforma compatta di granito dove sistemiamo il bivacco, le formiche si sono messe in movimento. Il rosso-arancio tende a spegnersi, mentre riprende il suono metallico provocato dagli uccelli notturni.

Gioia tranquilla di essere quassù nella zona più ripida, senso di rilassamento che mi avvicina alla sommità. Dialogo con Renato di parentesi comuni, parole frazionate, frasi monche su situazioni senza importanza, prima del verificarsi di un monologo interiore. Purtroppo è sabato sera, e il comitato divertimenti del Parco sta facendo del suo meglio per stupire i turisti con la cascata di fuoco. In basso, le auto sembrano in perenne circolazione, mentre il rumore rimbalza sulla roccia disturbandoci per tutta la notte. Oramai qui, a Yosemite, non c’è più motivo di stupirsi: troviamo sentieri asfaltati nei boschi, strade di fondo valle a senso unico di circolazione; dopo ore e ore di marcia nella montagna incontriamo i gabinetti; lo spazio libero, cioè le foreste, sono regolamentate, l’orso, se si rivela cattivo, viene catturato ed “emarginato” dal Parco. Veramente una programmazione ecologica calcolata di gusto americano. Si vive la vita personale solo nell’azione in parete.

L’alba ritorna sorprendendoci nei soliti movimenti monotoni, muscoli indolenziti, concentrazione che fa perdere il senso delle distanze, ricordate dalla lunghezza della corda. L’ascesa nel ciclopico diedro è sempre più esposta al punto da toglierci la più completa ansia o angoscia del vuoto. Arrampichiamo sopra 900 metri di parete, ognuno chiuso nelle proprie riflessioni, senza disturbarci a vicenda. Le manovre che normalmente si svolgono in cordata, le conosciamo a memoria ed è come se si ripetessero da sole, senza riportare al ricordo del legame essenziale della corda. Poco visibili, mimetizzati nelle zone scure, continuiamo ad innalzarci, indifferenti alla quantità dei metri scalati. Riaffiora persistente, invece, la strana e possente forma delle rocce nello sfilarsi verso la zona piana. In questo formidabile mondo dalle linee geometriche affascinanti, mi sentivo al posto giusto, con la netta sensazione di poter continuare per ancora parecchio tempo. Ripensavo ai grandi alpinisti che per la prima volta erano passati sulla parete. Solo rifacendo la loro parete si può capire la loro audacia, il loro valore, e le loro capacità, e sorridevo pensando a certi ambienti alpinistici dall’ambiguo scetticismo.

Ricorrendo a un ultimo impulso di sportività scaliamo l’ultima fessura in arrampicata libera di VI+. Voglio precisare un fatto particolare che probabilmente chiarisce un tipo di mentalità degli americani: le fessure e i passaggi di questo genere, come questi tiri del “Naso”, vengono superati in artificiale durante la prima salita, e normalmente non vengono schiodati. Di solito, le cordate che seguono, ripetono l’ascensione completamente in libera pur avendo la possibilità di servirsi addirittura dell’attrezzatura lasciata in loco per un’arrampicata in artificiale. La traccia dei chiodi a espansione negli strapiombi terminali, ci permette di transitare sopra un vuoto assoluto di 1000 metri. Qualcuno si è divertito a staccare qualche anello ai chiodi, occorre posare allora l’asola della staffa, o i laccioli delle scarpe attorno al corpo dei chiodi, per riuscire a proseguire. Questo nuovo fattore non calcolato aumenta considerevolmente l’incognita dell’ultima lunghezza di corda, che noi consideravamo già scontata.

Passiamo alla piatta e arroventata sommità in un cambiamento radicale di pochi istanti. Si tratta di un passaggio subitaneo da un mondo minerale di assolute linee verticali, alla sinuosità contorta degli alberi millenari. Un apprezzamento dei pini argentati, di zone sorgive, di fresca tattilità sulle mani irrigidite dallo sforzo.

Camminiamo per interminabili chilometri sull’altipiano, fra il profumo del suolo, perdendoci sulla piccola scia del sentiero nelle radure, fra tronchi spaccati, nelle rocce arrotondate di colore scuro, in vallette, circondati da enormi licheni fluorescenti. Un rapido, quanto irreale rientro alla linea orizzontale della vita.

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1978 – Yosemite Valley ultima modifica: 2018-02-25T05:41:23+00:00 da GognaBlog

3 pensieri su “1978 – Yosemite Valley”

  1. 3
    Daniele F. says:

    Davvero un bell’articolo.

    Peccato che gli alpinisti ed arrampicatori contemporanei abbiano perso la capacità di narrare la dimensione verticale e le emozioni che l’accompagnano.

    Oggi si parla di gradi e di inutili dettagli tecnici. Un linguaggio da ingegneri e non più da poeti.

    Che l’uomo-alpinista-arrampicatore abbia sacrificato il proprio spirito libero per immergersi nella vanagloria della competizione?

  2. 2
    lorenzo merlo says:

    C’è la presenza della tolleranza; la critica dell’arroganza; la disponibilità alla conoscenza: «…un altro tipo di percettività […] per poi essere convinti di averla fatta nel modo giusto. […] ma piuttosto un’esperienza conoscitiva.»

    C’è la libertà dal modello comune e forte dell’alpinista; la celebrazione che solo il terreno che dice la verità; la raccolta di istanti carichi di potenza evolutiva: «… l’identificazione nella scalata è più simile a un gioco […] rituale che avvicina sempre più alla conformazione rocciosa. […] momenti che vanno oltre il pensiero tradizionale.»

    C’è la consapevolezza delle resistenze dell’io e la modalità per scioglierle; la denuncia di ciò che mortifica l’armonia: «Possibilità […] risolvibili nell’assuefazione alla parete. […] un urto sottile, ma fastidioso […] provoca un disturbo nello spazio di questa realtà.»

    Sentimenti, parole, pensieri come sorvoli, timidi accenni a qualcosa di pregnante, di irrinunciabile.

    Materia da Controscuola.

  3. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    “Che cosa è rimasto della gloria di Roma?”

    Nulla, tranne il ricordo.

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