2018… ancora no spit!

2018… ancora no spit!
di Pierangelo Pier Verri
(già pubblicato su http://pierverri.blogspot.it/2018/, l’1 gennaio 2018)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

Il 2017 è stato per me il classico anno sabbatico, in cui ho sentito veramente il peso degli anni, con un’alternanza di condizioni fisiche che non mi hanno permesso di trovare mai gli stimoli e il momento giusto per realizzare qualche sogno alpinistico rimasto nel cassetto. Al tutto poi si è aggiunta la triste notizia che alcuni “boce” hanno aperto delle vie, usando trapano e spit, sulle montagne che più amo: le Alpi Feltrine, i Monti del Sole e il Bosconero. Una mazzata per il mio modo di vedere. Gruppi montuosi, che nonostante la modesta quota, considero a tutti gli effetti montagne con la emme maiuscola, e quindi riservate all’alpinismo vero e proprio con tutte le caratteristiche e difficoltà che questa attività acclude: dai faticosi avvicinamenti con zaini pesanti, all’incertezza per le condizioni del tempo, dalla morfologia dell’ambiente fatto di neve ghiaccio e roccia, alla varietà dei suoi percorsi con mura inaccessibili fatte di fessure, pieghe naturali, placche lisce, strapiombi, tetti, ecc… barriere naturali con le quali ogni alpinista deve sapersi confrontare imponendosi delle regole etiche che limitino l’uso della tecnologia e delle attrezzature moderne.

Pierangelo Pier Verri e Gianpaolo Galiazzo

Ben si sa che l’uomo è andato sulla luna, e che già agli inizi del secolo scorso si costruivano palazzi di centinaia di metri ed esistevano perforatori a percussione in grado di forare il granito, lo sapevano anche Paul Preuss e George Winkler, e tutti i grandi alpinisti di quell’epoca e di quella successiva, che erano certamente opposti per la maggioranza a qualche mente perversa che già allora aveva costruito vie ferrate e funamboliche funivie per raggiungere cime impossibili, per la gioia del turista della domenica e delle tasche di pochi magnati. Un progresso nemico della natura che ha portato solo dopo alla consapevolezza della tutela degli ambienti dei giorni nostri mettendo un limite a dette opere.

Questa breve riflessione può apparire piena di retorica, ma è strettamente collegata a piccolezze come quella di praticare l’alpinismo usando il trapano per riempire il proprio carniere, superando i propri limiti e barando. E’ più forte di me, non riesco a tacere per quanto mi riprometta di stare zitto e di non alimentare polemiche, visto che allo stato attuale, mi sento solo a combattere contro il mondo intero per un ideale che non riesco più a rendere elastico. Spero almeno di sensibilizzare i pochi giovani che curiosano per caso nel mio blog, o di spronare qualche vecchio a tenere duro per non farsi ammaliare dai grandi numeri senza rischi proposti da questi itinerari definiti moderni. L’alpinismo deve distinguersi dall’arrampicata sportiva, e come essa porsi delle regole: ci sta a pennello il non trapanare la roccia come il non usare le bombole di ossigeno in quota, il non lasciare spit fissi, come il non costruire campi intermedi fissi in quota (qualcuno ci ha già pensato seriamente).

Credo che sulle Dolomiti l’evoluzione delle vie “trad” e dell’alpinismo pulito sia stata frenata dall’essere andati molto avanti con il grado di difficoltà nell’arrampicata sportiva praticata in falesia e sui massi. Si è voluto poi riproporre le stesse situazioni in montagna, dando l’illusione ai numerosi ripetitori di praticare alpinismo estremo. In realtà si tratta di una scorciatoia messa in atto da chi non ha voluto accettare i propri limiti, proponendo un’evoluzione basata su un esagerato innalzamento della difficoltà, che ha saltato un percorso intermedio, sminuendo gli itinerari classici e il più recente periodo storico di un’intera generazione che si è affannata nella ricerca dell’arrampicata libera, dove la difficoltà non era solo un gesto atletico, bensì la capacità mentale di muoversi solo con le protezioni concesse dalla morfologia della roccia. Stile improntato su di un’etica rigida che ha portato all’apertura “on sight“ di vie con difficoltà poco oltre il VII e ben lontana dai grandi numeri proposti dai moderni trapanatori. Sono vie rimaste nell’oblio, ripetute raramente solo da pochi preparati, che però meriterebbero tutte le attenzioni della cronaca. Volendo poi, per chi si lamenta che non c’è più niente da fare, di queste vie mancherebbero le prime invernali, le prime solitarie, e comunque con un po’ di fantasia e creatività ci sono ancora numerose vie stradure da aprire, chiaramente su queste il pericolo non manca, ma proprio non me lo vedo l’alpinismo senza rischio.

Sui trapanatori quello che mi lascia perplesso è la confusione di pensiero, con tutte quelle etiche e sotto etiche che si stanno sviluppando formando diverse schiere: da quelli che si definisco esclusivamente arrampicatori sportivi, e forse sono quelli più coerenti, che attrezzano da cima a fondo e gradano bello lasco per attirare intere masse. A quelli un po’ confusi, con più cultura alpinistica, liberisti puri, che aprono la via in stile classico, ma che poi sulla placca si dicono è impossibile passare, e dopo aver armeggiato in artificiale con cliff e micro chiodi, concludono con il trapano, giustificando il proprio senso di colpa asserendo di aver usato solo due spit in tutta la via. Altra categoria, ed è quella che mi fa più paura, è quella di chi, dichiarandosi altruista, si preoccupa che alcuni gruppi montuosi siano poco frequentati, e invece di andare a ripetere le vie già esistenti in prima persona, pensa bene di aprirne di nuove, attrezzando con gli spit, guarda caso solo il tiro che devono tornare a provare in libera…

Non me ne voglia nessuno per queste affermazioni, le mie critiche sono sterili, come già detto sono solo un vecchio ago nel pagliaio, ma credo più che fermamente che la montagna meriterebbe più rispetto e che all’alpinismo, con tutto il suo bagaglio storico, vada concessa una semplice regola, come quella della “lealtà” di non trapanare la roccia. Per chi ha voglia di spittare ci sono innumerevoli falesie alte anche fino a 300 metri, nelle quali è possibile sviluppare l’arrampicata sportiva a più tiri, e comunque ce ne sono già molte e in maggioranza son poco ripetute.

Concludo: sarebbe veramente bello lasciare stare la montagna e il terreno per lo sviluppo dell’alpinismo dell’arrampicata trad e dell’avventura… perciò Buon 2018… senza spit!!!

Il Sasso di Toanella con il tracciato della Via della Tibia

Pierangelo Verri
Nato a Edmonton (Canada) nel 1962, è un alpinista di primissimo ordine, uno degli ultimi rappresentanti del vero alpinismo di avventura.
Accademico del CAI, l’attività di Pier Verri varia dall’apertura con mezzi tradizionali di itinerari di elevata difficoltà in zone spesso remote come le Dolomiti Meridionali, alle free solo, alle solitarie invernali, alle libere integrali. Il valore delle salite da lui effettuate resta da sempre soffocato dalla poca notorietà delle pareti da lui scelte per le proprie realizzazioni: cime poco conosciute al grande pubblico, ma proprio per questo ideali per itinerari di una logica oramai introvabile in gran parte delle Alpi.
Nell’era delle falesie, dello spit e del trapano a batterie pare storia antica. Eppure qualcuno resiste. Arrampica con i chiodi costruiti in casa e va ancora a caccia di vie da salire in stile classico, in un ambiente selvaggio, unico, forse un po’ fuori moda.
E’ stato insignito del Premio Pelmo d’Oro 2016 per l’alpinismo in attività.
Numerose le vie aperte soprattutto sulla zona più meridionale delle Dolomiti, nelle Alpi Feltrine, Monti del Sole, Moiazza, Tamer-S. Sabastiano, Bosconero.
Eccone alcune:
ALPI FELTRINE
Sass de Mura: via del Salto Giallo, 350 m, VII+/A2
Sass de Mura: via Boat, 350 m, VI/A3, prima solitaria
Punta del Re: via Verri-Calabretto, 200 m, VII
Pizzocco: via degli Svizzeri, 650 m, VI+/A2 su roccia marcia, prima solitaria
MONTI DEL SOLE
Torre del Mont Alt: via Diretta, 300 m, VII
Mont Alt: via della Fessura, 350 m, VII
Cima nord dei Feruc: via Milena gallina, 400 m, VII/A0
Pizzon: via dell’Incognita, 830 m, VII
TAMER SAN SEBASTIANO
Sasso di Calèda: via Giampi e Pier, 380 m, VIII

CIVETTA-MOIAZZA
Pala del Belia: via Traversi dell’Ansia, 400 m, VIII-
Scalet delle Masenade: via Verri-Calabretto, 350 m, VII-
Torre Trieste: via Piussi-Radaelli, prima solitaria
Busazza: via Casarotto, prima invernale
BOSCONERO
Rocchetta Alta: via KCF, prima solitaria invernale
Rocchetta Alta: via Martini-Leoni-Tranquillini, prima solitaria e prima in libera, VIII+
Sasso di Toanella: via della Tibia, con Gianpaolo Galiazzo, 350 m, VII.

Con Luciano Piccolotto è autore della guida Schievenin, una valle da arrampicare: elenco completo delle vie esistenti (DBS Zanetti 2008). Altro volume pubblicato è Passione verticale. Settanta arrampicate scelte in Dolomiti (DBS Zanetti 2013) dedicato alle ascese meno note, su tracciati insoliti e selvaggi, dove la sfida alla conquista delle cime va di pari passo con il brivido di essere tra i pochi ad averla compiuta. Oltre a Pierangelo Verri gli altri autori sono Liana Chiodero, Lucio Faccin e Aldo De Zordi. Con quest’ultimo ha aperto una nuova via sul pilastro ovest della Torre Sprit (Pale di San Martino) dedicata a Renato Coppe, compagno di tante scalate. Altro omaggio caro agli amici del Pelmo: una dedica all’amico Matteo Fiori con la via aperta il 9 luglio 2011 sullo Spigolo nord alla Cima Piazza del Diavolo.  

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2018… ancora no spit! ultima modifica: 2018-01-09T05:11:54+00:00 da GognaBlog

55 pensieri su “2018… ancora no spit!”

  1. 55
    paolo panzeri says:

    Toigo è uno bravo, non è uno stupido e ha una etica bella.

    Io che ho il vizio di guardare gli uomini più di quello che appare realizzato, non riesco a capire, e ci penso e cerco spiegazioni da tempo, perché, dopo i problemi del primo tentativo, abbia deciso di bucare. Mi domando come si sia convinto e talvolta persino chi l’abbia convinto.

  2. 54
    Alberto Benassi says:

    “In ogni caso il concetto di salvaguardia della vita mi sembra troppo prezioso ed il concetto di sicurezza troppo assoluto per poter essere ignorato per motivi etici; il tutto mixato dal buonsenso e dal senso della misura che (mi rendo conto) non viene venduto in farmacia”

     

    se uno da retta al buon senso e cerca la sicurezza assoluta. Sarebbe meglio che non praticasse l’alpinismo.

  3. 53
    Riva Guido says:

    L’alpinista e l’alpinismo non sono cose astratte perchè la montagna è la continuazione della pianura.

  4. 52
    Alberto Benassi says:

    “1) E’ ancora giusto rischiare tanto per una salita considerato tutti i materiali che oggi la tecnologia ci offre?”

    – come già ho scritto non c’è solamente il rischio di farsi male , ma anche quello di non passare, di non riuscire. Visto che oggi c’è tanta tecnologia, diciamo troppa !  Magari sarà meglio usarne meno di tecnologia e più rapporto diretto con l’ambiente.

    @ 2) e’ più artificiale chiodare e fare passaggi appesi ai chiodi in qualche modo o spittare e liberare i passaggi

    – passare in artif. usando dei cliff appoggiati precariamente su quello che la roccia offre, non altera la roccia. Mettere uno spit presuppone di bucare.

    3) e più ecologico sventrare le fessure (soprattutto in sosta) mettendo e cavando chiodi normali o fare due buchi da 10mm

    Nessuno dei due casi è ecologico. Magari se c’è una buona fessura si può fare la sosta su fr. e dadi. Questo è ecologico.

     

  5. 51
    Ilario says:

     A Diego,uno degli apritori della via sulla nord dei feruch,volevo dire che la questione NON è il piacere o meno di una certa via che rimanga irripetuta e nell’alone del mistero, bensì pensare avanti e per un futuro per tutti, perchè come ha già detto qualcuno qui, frà un po’ ci sarà chi svilupperà capacità psicologiche sempre legate a quelle fisiche, nonché anche con ausilio di materiale RIMOVIBILE (sempre più sviluppato, ma che non lascia danni irreversibili, la vecchia scusa delle fessure lacerate dai chiodi, è una minchiata xchè dopo qualche anno non rimangono segni, e la fessura RIENTRA nella sua mobilità naturale anno piu anno meno, ma NON si lasciano INDELEBILITÀ) tali che, ci saranno ripetitori per vie come quelle di Mazzilis o di Verri, o ancora di Baù , e ci saranno apritori con livelli ancora più alti, ma senza che la parete sia segnata perenne (a meno che non crolli la parte trapanata….), con possibilità di variare o smontare senza lasciare tracce, perlomeno RIPETO PERENNI. Mentre invece, trovo il prpreoccuparsi che la via venga ripetuta, sia una ricerca angosciata  dell’apritore, alla fama e alla gloria perchè altrimenti potrebbe morire, senza che nessuno avesse detto: ” però bravo quel tizio là che via dura che ha aperto!!!”…………..fatemi un piacere, cambiate alibi. Detto ciò, aggiungo che chi ha aperto vie con la pura passione per la montagna, ed ha avuto premura che i figli  la trovassero con meno tracce possibili( almeno per quei luoghi che ancora resistono), perchè anche in in futuro si potesse provare quella sana “scolastica” senzazione di libertà e primordialità, è andato ha vissuto la sua avventura, ed è tornato senza che nessuno o pochi sapessero niente, e le sue vie sono anche state ripetute lo stesso. Perchè “oggi” 2 spit o più, ma quando faranno la piantaspit automatica, come già qualcuno a mensionato( e sfido il fatto che con l’enorme indotto commerciale della montagna in totale espanzione come lo è da molti anni, a non averla già pensata………..), ci saranno pareti invase di spit!!!😱😱😱😱 E allora dico, perchè l’avventura ( che come dici anche tu Diego), la lasciate solo sull’avvicinamento,e non anche sulla parete? E a proposito di avvicinamenti pericolosi, parlate tamto in nome della sicurezza con spit in parete, quando chi va in montagna sa benissimo, che a volte sono molto più rischiosi avvicinamenti o discese,specialmente in certi ambienti propio come quelli dei monti del sole. Allora per far ripetere le vie attrezziamo,anzi agevoliamo con mezzi meccanici il trasporto all’attacco, così saremo sicuri che verranno ripetute😱😱! No mi spiace non regge…………Andare, vivere emozioni e lasciarle il più possibile AGLI ALTRI, come noi abbiamo piacere a provarle, questa idea non può preoccuparsi di ripetizioni!! Se si vuole non rischiare troppo si stà in falesia, altrimenti si và in montagna, e si sceglie un avventura adeguata alla MENTE al fisico, e alla “percentuale” di rischio che vogliamo correre, dal sentiero alla parete più difficile, e ognuno faccia la sua escursione senza dover segnare perennemente quella degli altri.

  6. 50
    Dino says:

    Premesso che le opinioni espresse sono tutte rispettabili e il tono garbato mi permetto di porre dei quesiti ( alcuni forse con la mia opinione evidente).

    I miei quesiti non sono tanto rivolti alle vie “estreme”in ogni senso ( ambiente o difficoltà) quanto alle vie di tutti “i giorni” quelle anche difficili che  anche i normali alpinisti del fine settimana ripetono.

    1) E’ ancora giusto rischiare tanto per una salita considerato tutti i materiali che oggi la tecnologia ci offre?

    2) e’ più artificiale chiodare e fare passaggi appesi ai chiodi in qualche modo o spittare e liberare i passaggi

    3) e più ecologico sventrare le fessure (soprattutto in sosta) mettendo e cavando chiodi normali o fare due buchi da 10mm

    mi rendo conto che le risposte dipendono anche dal tipo di roccia: volare su un friend in dolomia non è come volare su un friend in granito ( posso garantire per esperienza personale)

    In ogni caso il concetto di salvaguardia della vita mi sembra troppo prezioso ed il concetto di sicurezza troppo assoluto per poter essere ignorato per motivi etici; il tutto mixato dal buonsenso e dal senso della misura che (mi rendo conto) non viene venduto in farmacia

  7. 49
    Giandomenico Foresti says:

    Pierangelo, ciò che dici non fa una piega e vale quasi certamente per gli apritori mediocri. Relativamente a coloro che godono della fama di “mostro sacro” non lo so. Bisognerebbe entrare nelle loro teste, conoscerli a fondo e trarre le relative conclusioni.

    Concordo pienamente sulle considerazioni finali.

    L’unica cosa sulla quale rimango perplesso è il concetto di etica in quanto ritengo che in alpinismo ne esistano tante. Se vogliamo essere onesti fino in fondo, senza tanti distinguo, l’unico alpinista veramente etico sarebbe quello che sale e scende senza alcuna protezione a prescindere dal livello ma quanti sarebbero disposti a rinunciare stabilmente al grado per farsi, che so, un IV slegati dall’inizio alla fine?

    Forse tutta sta’ bagarre ha preso corpo quando l’alpinismo ha imboccato la strada della difficoltà (ma questo è avvenuto da mo’) e forse bisognerebbe riflettere un po’ di più sulle parole di Bruno Detassis “l’alpinismo è salire per la via più facile alla vetta, tutto il resto è acrobazia”.

     

     

  8. 48

    Non so come il mio post visionato da pochi “boce” che curiosano di rado  il mio “bloghetto” sia finito su una pagina importante come Gogna Blog. Ma forse va bene così, sono sorpreso da quanti approvino il mio pensiero, non sono stato lapidato e tutto sommato neanche i “trapanatori”. Credo sia stato detto tutto, le divergenze sono enormi, io non mi smuovo di una virgola, per me non ci sono vie di mezzo. L’unica cosa che mi ha un po’ offeso e colui che ha cercato di spiegarmi come si aprono le vie con il trapano, ma per la mia piccola esperienza, un centinaio di vie in falesia, molte delle quali dal basso, mi fa ridere andare su cinque metri con clif, micronut, scarabocchiare qualche passo in libera e poi forare. E non ditemi che in montagna è diverso. E’ indubbio che alcune così dette vie moderne sono state aperte in condizioni estreme, ma sono straconvinto che la quantità di fori e dove siano stati fatti non dipende da una regola etica generale o dalla morfologia della roccia, bensì dalla capacità  del singolo. Questo per dire che se va su “pinco pallino” che in falesia  fa’ l’8a onsight e ha una testa da mostro, qualità essenziale per l’alpinismo, sale per dieci metri sul 7a senza bisogno di mettere niente. Se invece, sullo stesso tiro,  sale “tizio caio”, che ha qualche grado in meno e non è proprio un leone le cose cambiano, deve mettere magari 3, 4 spit. Faccio fatica a vedere un evoluzione ed un etica equilibrata nel praticare alpinismo con il trapano, trovo più giusto tentare, ritentare e molte volte rinunciare e lasciare hai posteri, sono sicuro che molto di quello che sembra impossibile ora fra vent’anni allenando oltre al corpo anche la mente si potrà fare…

  9. 47
    paolo panzeri says:

    Ogni alpinista è un uomo e come ogni uomo ha i suoi pregi e difetti, ma anche le sue vanità, i suoi bisogni di riconoscimento, le sue invidie…. ma anche la sua generosità!

    Lo sport non lo richiede, ma l’alpinismo sì: la valutazione di chi è l’uomo che fa una via e la valutazione di come la fa.

    Per me in alpinismo si vede facilmente come sono gli uomini e le donne che dicono di praticarlo, basta vedere cosa fanno e come lo fanno. Si vedono tante persone con grandi differenze di caratteristiche e di livello di capacità, ma i pochi veramente capaci si distinguono subito. Il bello è che tutti possono esprimere se stessi e non possono nascondersi.

  10. 46
    Alberto Benassi says:

    “Sul Sass de Mura la via l’abbiamo aperta a chiodi, cagandoci sopra sui cliff e prendendoci i nostri rischi, quei due spit li abbiamo messi dopo pensando, ingenuamente se vogliamo, ai ripetitori, visto che l’unico chiodo decente era saltato via mentre cercavo di sistemarlo”

    perche pensare ai ripetitori?

    Ai ripetitori ci penseranno loro stessi.srà un loro problema. Perchè togliere ai ripetitori le simili emozioni di chi è passato per primo?

    Ci potranno essere ripetitori che:

    1) non saranno contenti di trovare gli spit.

    2) altri che invece saranno molto contenti.

    3) altri ancora che saranno solo in parte contenti, perchè avrebbero preferito che ce ne fossero di più di spit.

    Quindi: perchè non lasciare invece come era stata fatta all’inizio? E per i ripetitori saranno cazzi loro.

  11. 45

    Giacomo, non riconosciamoci in “romantici”!… qui tutti vogliono inventare un’etichetta da appiccicare… noi diciamo che tutto ciò che modifica la roccia non dovrebbe essere ammesso. Poi ovviamente ognuno pensa e fa quel che vuole, ma è su criteri e regole chiare, semplici e rigide che si possono fare valutazioni e confronti.  Presto insieme al gri gri e al cava nut arriverà a far parte dell’armamentario lo spara chiodi (o forse c’è già?) miniaturizzato… e allora non ce ne sarà più per nessuno… lecito piantare spit a mano e non lecito con lo spara spit?… e via a sottilizzare, a fare distinguo, a parlare del nulla :-)… ciao bela gente

  12. 44
    Simone Di Natale says:

    Detto da uno che non sa minimamente cosa voglia dire tracciare una via…

    La questione non è legata ad una aspetto ecologico, come in più casi ha detto Giacomo.

    Non è che il chiodo sporca o impatta visivamente più o meno di uno spit.

    Il fatto è che il chiodo lo si pianta dove la montagna è predisposta per accoglierlo , per lo spit invece sono io a creare un foro.

    Ognuno è chiaramente libero di avere la propria visione e i propri criteri, ma una volta che la ferita è stata inferta il processo non è più reversibile (almeno di togliere lo spit e tappare il buco..ma avrebbe senso?), la difficoltà è stata superata e il problema risolto…togliendo a chi ha una visione diversa il gusto e la speranza di risolverlo seguendo i propri ideali.

    Io condivido quanto espresso da Verri e capisco che chi la pensa come lui non possa mediare, o giustificare il fatto che in taluni casi possa essere tollerato l’uso dello spit più che in tal’altri.

    Lo spit per chi vede e vive l’arrampicata in un certo modo è semplicemente una violenza e come tale non può essere tollerata.

    Tutti i discorsi sul favorire la ripetizione delle vie o la maggior sicurezza o quant’altro, in tale ottica, non hanno quindi alcun senso.

     

    Purtroppo la visione romantica di Verri è quella destinata a soccombere. E’ sempre stato così in tutti gli ambiti. Continuo però a sposare tali ideali e ad apprezzare chi continua a combattere per esprimerli!

     

  13. 43
    Alberto Benassi says:

    “Rimanere rinchiusi nei propri ideali ci rende alpinisti imbruttiti,”

     

    Esprimere il proprio dissenso da quello che gli altri fanno o affermano  , non mi sembra da persone RINCHIUSE o IMBRUTTITE.

    Caso mai da persone che cercano il confronto. Chiaramente nel rispetto delle idee altrui.

    Starsene sempre zitti accettando tutto sempre e comunque mi sembra più da menefreghisti che da rispettosi. Avere degli ideali e difenderli, senza imporli agli altri,  è un grande pregio.

     

  14. 42
    Diego Toigo says:

    Da due giorni sto meditando se rispondere o no al tagliente articolo di Pier Verri pubblicato su questo blog. Da un lato ero tentato di lasciar stare, tanto è da quando ho iniziato a scalare che sento discutere sul tema “spit o non spit” e sono certo che la discussione proseguirà ben dopo che avrò smesso. Non voglio fomentare altre polemiche però rimuginandoci su credo sia giusto perlomeno esporre il mio pensiero e le ragioni che hanno portato me e i miei compagni ad agire così.
    Ebbene sì, sono uno dei “boce falesisti e trapanisti” che hanno aperto le vie incriminate sul Sass de Mura e sulla Cima Nord dei Feruch. Sono un feltrino ed ho 34 anni, non proprio un bocia insomma, faccio alpinismo da 16 anni e qualche via l’ho ripetuta, con spit e senza. Ho iniziato ad andare in montagna sulle Alpi Feltrine, il Sass de Mura lo vedo tutti i giorni da casa e la passione per l’esplorazione di questi ambienti ancora poco frequentati mi ha portato prima a ripetere diverse vie e poi ad avere voglia insieme ai miei compagni di provare ad aprirne di nuove, che ritengo sia la massima espressione dell’alpinismo. I racconti di come sono state aperte queste due vie nuove sono già stati pubblicati sul blog del Gruppo Rocciatori Feltre e chi è interessato li può leggere qui (intanto approfitto per far conoscere il nostro nuovo Blog!!!):

    http://www.rocciatorifeltre.it/2017/12/10/dolce-attesa-sui-feruch/

    http://www.rocciatorifeltre.it/2017/07/23/via-i-tempi-cambiano/

    Credo che negli articoli emerga il legame profondo che ci lega alle nostre montagne, che siamo ben lontani da considerare come delle potenziali falesie d’alta quota. Sui Feruch ci siamo fatti le tre ore e mezza di avvicinamento tre volte carichi come muli, quattro giorni di arrampicata in un ambiente selvaggio e due splendidi bivacchi ci hanno fatto vivere una grande avventura che nessuna critica ci farà dimenticare. Sul Sass de Mura la via l’abbiamo aperta a chiodi, cagandoci sopra sui cliff e prendendoci i nostri rischi, quei due spit li abbiamo messi dopo pensando, ingenuamente se vogliamo, ai ripetitori, visto che l’unico chiodo decente era saltato via mentre cercavo di sistemarlo. Potevamo lasciarla così, ma probabilmente nessuno l’avrebbe mai ripetuta per quei 10 metri di artificiale, come accade per la maggior parte delle vie sulle Alpi Feltrine. C’è chi è contento che le proprie vie vengano temute e rimangano irripetute assumendo un’aura mitologica e chi invece apre nell’ottica che qualcuno vada a ripetere la sua via e magari si diverta anche. Guarda caso le vie di gran lunga più ripetute in Dolomiti adesso sono quelle del tanto criticato Heinz Grill. Punti di vista e visioni differenti, ma secondo noi l’alpinismo moderno va anche in questa direzione. Noi siamo solo degli appassionati ma questo stile di apertura è stato adottato da alpinisti del calibro di Gigi Dal Pozzo, Venturino De Bona, Cristoph Hainz e molti altri. Credo che sia giusto portare avanti i propri ideali, ma sempre con un certo senso critico e con l’apertura al dialogo, e soprattutto per criticare pubblicamente una via penso sia doveroso almeno andare a farla o almeno parlare direttamente con chi l’ha aperta e confrontarsi. Rimanere rinchiusi nei propri ideali ci rende alpinisti imbruttiti, alla fine andiamo tutti in montagna per star bene e per provare grandi emozioni. Se una via non ci piace ce ne sono altre centinaia da fare.

  15. 41
    paolo panzeri says:

    Guardando il tempo dell’andare per monti, si può dire un pò più di un secolo.

    Lo scarpone, poi la scarpetta, poi lo scarpone e poi ancora la scarpetta.

    Il chiodo, poi il chiodo a pressione, poi il chiodo e poi lo spit.

    Si potrebbe dire che la ruota del tempo gira.

    La Marinella 1932, la Messner 1969, il Pesce 1981 ……..37 anni, poi 12…. e ora la placca si spitta.

  16. 40
    Giacomo G says:

    Personalmente trovo ovvio e giusto che in una discussione ognuno presenti il proprio parere e non cambi idea. Pero’ se si ripetono ossessivamente le stesse cose senza considerare ne’ cercare di ribattere le argomentazione contrarie, a quel punto mi sfugge il senso del dibattito.  Credo davvero che in parte si parli senza sapere.  Provo a ripetere alcuni chiarimenti.

    Nell’articolo si parla di spit in pareti alpine ( o generalmente terreno di alpinismo ) . In generale, si puo’ dire che in QUESTO tipo di terreno lo spit e’ stato molto limitato fino ad esso. A parte eccezioni, i casi nei quali e’ stato usato e’ per consentire la progressione ( studio dei passaggi + protezione ) in singoli tratti della linea di salita. Credo di poter dire che nella maggior parte di questi casi sia stato fatto ponendo le protezioni dal basso. Non so se alcuni di voi vogliano far credere che questo consista nel piazzarsi in piedi comodi su una cengia, tranquillamente fare la trapanata, piazzare la placchetta, appendersi, e continuare via dicendo… Beh, non e’ cosi. Nell’etica che in molti casi e’ stata adottata, il buco viene fatto protetti da “quello che c’e'”,  con una precarieta’ e un lavorio tale che il numero di buchi fatto e’ giocoforza limitato al minimo ( quindi non per giustificare il proprio senso di colpa come asserisce l’articolo).

    Poi, sull’asserzione “chi mette lo spit si appende e non passa in libera”. Vero, non passa in libera nel momento del’ascensione di apertura. Invece volete fare credere che tutte le aperture ( anche e sopratutto le classiche ) sono avvenute secondo le moderne regole dell’onsight?  Andiamo, sicuramente in un ‘enormita’ di casi il chiodo e’ stato usato per riposarsi, come appiglio “a mano” per osservare il terreno successivo, eccetera. E allora?

    Sul rischio ho gia’ detto, Alberto mi ha risposto che c’e’ anche il rischio di non riuscire da considerare. Di nuovo, in pratica neppure con lo spit il successo e’ garantito.

    A me pare che se di etica si parla, l’unica poco discutibile e’ quella ecologica. Allora SOLO protezioni mobili ( derogando sui piccoli segni e danneggiamenti che la rimozione dei ferri comporta ), e bonifica totale di tutti chiodi in loco.  E’ una posizione molto nobile, di grande rinuncia nei confronti della natura. Mi chiedo quanti siano davvero disposti a sposarla.

  17. 39
    Guerrini Michele says:

    Per onor di cronaca il ” Pesce” è stato aperto nel 1981 senza uso di spit ma utilizzando i cliff per alcuni tratti ( dove Heinz Mariacher durante alcuni tentativi precedenti era tornato indietro per non volerli usare…) ma rimane un capolavoro di bravura , intuito alpinistico e…pelo per quell’epoca. Ora, con il livello che si è notevolmente alzato, con l’attrezzatura ( friends ,tricam e scarpette..) che ha fatto passi da gigante e con i chiodi e le soste che sono già in posto, si può salire in arrampicata libera ( la prima ad opera proprio di Heinz Mariacher 1987)

    Non credo si possa fare un torto a Koller e Sustr per aver usato dei cliff in quanto hanno tracciato una via che la storia ha definito un CAPOLAVORO ( come probabilmente lo possiamo dire di altre salite in dolomiti anche più vecchie e più artificiali….Carlesso e Cassin alla Torre Trieste, Lacedelli alla Scotoni, Bellenzier alla Torre d’Alleghe, diedro Philipp/Flamm ecc )

    Successivamente sempre in Marmolada sono state aperte la via dell’Irreale ( 1983 7a+ solo chiodi normali),via Italia ( 1985 6c ! 1 spit a mano su 9 tiri), Andromeda (7c un pò discusso il percorso della prima….ma solo chiodi normali) e Fram ( 1989 7b+ 5 spit a mano sui tiri,2 in sosta sulla cengia che tutti usano facendo il pesce…su 8 tiri)

    Poi nel 1999 , aprendo una nuova via probabilmente senza conoscere i tracciati precedenti ed il loro valore, sono stati piantati con il trapano degli spit che “intersecano” le vie descritte in precedenza ovviamente rovinandone sia l’estetica ma soprattutto l’anima.

    Forse tutto ciò non ha molta relazione con l’articolo di Verri ma resta il fatto che le vie che rimangono nella storia, ovviamente secondo il mio personale punto di vista, non hanno una DIRETTA  ed UNIVOCA dipendenza dall’uso o meno dei mezzi artificiali ( spit, cliff ecc…) ma dalla coscienza , l’umiltà e la consapevolezza dell’apritore di avere fatto il possibile ( leggi il massimo delle sue capacità) che in quella parete si poteva fare tenendo conto della sua storia, la sua tradizione e/o della verginità della parete stessa.

    La via la traccia il cuore dell’uomo che la sogna, la prepara e la sale.

    Il limite che noi diamo ai mezzi artificiali è soggettivo..poi la storia darà ragione all’uno o all’altro.

    mic

  18. 38
    Emanuele Menegardi says:

    Il Sass de Mura presenta sul lato Sud- ovest  una parete articolata dove c’è spazio per chi voglia fare ancora alpinismo, quest’estate in 6/7 ore abbiamo aperto una bellissima via, parallela alla via Manolo. Ciò che dice Pier Verri è sacrosanta verità! Il trapano in ambienti come questi è il modo migliore per annientare l’avventura, svilire la montagna, stroncare l’alpinismo. Che strazio in Agner vedere luccicare piastrine inox vicino a linee naturali percorse da itinerari alpinistici bellissimi!

  19. 37
    Marino says:

    Grande Pier,il tuo articolo non fa una piega!!!

  20. 36
    paolo panzeri says:

    Mettere degli spit vuol dire che si sta scalando in artificiale, perché per metterli ci si deve appendere. E forse passare dove ci sono degli spit è solo saltare dei chiodi dell’artificiale. Questa è l’arrampicata sportiva? In passato quando si liberavano le vie si toglievano i chiodi …. anche quelli a pressione.

    Quelli molto bravi ora sono capaci di “mettere e togliere chiodi e compagnia” senza appendersi fino al grado 7b(?) (tranne che in fessura dove è più alto),

    40 anni fa quelli molto bravi “mettevano e toglievano” fino al grado 6c (però non c’era tutta la bellissima roba che c’è ora), perché privare le future generazioni di alzare questa capacità?

    Forse si vuole fare business dappertutto e quindi tutto deve essere fatto come fosse uno sport.

  21. 35
    giorgio says:

    Dalle mie parti si dice:
    el mus che ghe da del reciòn al lievro
    Quale differenza passa tra piantare i chiodi costruiti in casa e gli spit?
    Di quale etica si parla qui? Quella del male minore?
     
    Quando e come l’Autore di questo articolo dimostrerà che con i suoi chiodini non sta superando i propri limiti e barando?

  22. 34
    Alberto Benassi says:

    sul Pesce hanno usati i cliff ma su buchi o tacche naturali. Non scavati.

     

    Gli idealisti sono una razza in estinzione.

  23. 33

    non è malinconia. sono i maroni del passato… e del presente, perchè i maroni sono sempre maroni e non vanno confusi cogli spit… i maroni non si possono comprare perchè sono addirittura gratis (per chi li ha).

  24. 32
    paolo panzeri says:

    Però sul Pesce hanno usato spesso i cliff, scendendo due volte e salendo tre volte, l’ultima facendo due bivacchi (pesce e cengia). E ora nessuno segue l’originale (brutta) che passa a sinistra del pesce (credo l’abbiano fatto solo Venturino e Gigi, altri si sono fatti male, ora si passa allungando la via a dex su roccia migliore). Ma da un po’ qua e là ci sono spit.

    Una considerazione sui costi. Un bel chiodo costa almeno 10 euro, un bel nut 10, un bel friend 60 e un fix inox 5. “Con una decina di fix nello zaino, se vado a ripetere una via, passo dappertutto senza spendere tanto” (l’ho sentito dire ad Arco in un negozio).

    Il mondo cambia, la malinconia del passato è solo per gli idealisti.

  25. 31

    ueh Matte, potevi limitarti alle ultime due righe e saresti stato chiaro. così invece sei stato politico. ahahaha

  26. 30
    matte says:

    con eta’ e paternita’ si scala meno, si parla di piu’ e inevitabilmente ci si autocita 😉

    ”a proposito del trapano/spit…e della mia totale avversione…il motivo e’ semplice: in mano a un genio crea una via capolavaro, in mano ad un cretino un cesso orrendo.
    basta poi fare la conta dei geni e dei cretini per capire quanto le alpi siano state ”abbellite” negli ultimi decenni…”

     

    certo che ci sono bei modi di aprire anche a spit, certo che ci puo’ essere una certa etica anche in questo stile di apertura MA

    come gia’ sottolineato, il problema non e’ lo spit in quanto tale ma la confusione tra i mille ed uno stili utilizzati…e anche una volta che le ”regole” di apertura son state dichiarate sta poi al singolo la forza di volonta’ per rispettarle.

    in sostanza l’apritore e’ giocatore ed arbitro al tempo stesso, e alle volte le regole diventano ”variabili”…

     

    ben diverso da fare il solo giocatore ed avere un arbitro oggettivo al 100%: la natura.

    perche’ se si sale usando qualunque salcazzo, ma senza forare, e’ la roccia sola a decidere se la linea sia fattibile, sia scalabile CHE proteggibile. all’apritore tocchera’ giocare con ”regole” (tacche, fessure e buchini) ”fisse”.

     

    lo spit ha dato tanto alla scalata…ma anche tolto tanto, soprattutto alle generazioni future.

    come un giorno qualcuno riuscira’ a scalare dove nessuno ce la ha fatta prima, cosi’ qualcuno riuscira’ a sopportare il peso di proteggersi poco o nulla su certe linee.

     

    a proposito di memoria labile:

    il pesce fu aperto senza spit

    e “qualcuno” lo critico’ per lo stile, ”dull” perche’ non in libera

    il ”non forare” non e’ quindi la panacea per lo ”stile giusto” (forare poco tanto o mai, libera o artificiale/stile alpino o corde fisse/etc.)…ma almeno una delle questioni la fissa.

     

    N.B.

    premetto (viste le solite risposte nei soliti dibattiti spit si/no/pochi/tanti) che sapere chi ce l’ha piu’ lungo non m’interessa.

    il ”non forare” e’ per me una semplice questione di estetica e chiarezza.

    evita tanti troiai ed e’ ”chiaro” al 100%

     

  27. 29

    Michele… me pareva! 🙂

  28. 28
    Guerrini Michele says:

    La via del pesce in Marmolada (1981) è stata aperta SENZA spit !!!!!

  29. 27
    Matteo says:

    Io comunque non sarei così sicuro e tranchant.

    Voglio dire è tutto vero, lo spit banalizza, facilita, uccide il drago, ecc., però senza spit non avremmo nemmeno das Weg durch dem Fisch.

    Che non è certo una scala per polli e dire che è bella mi pare riduttivo.

    Non credo mai che nulla sia tutto bianco o tutto nero.

    In nessun campo, nemmeno in montagna!

  30. 26

    in sintesi, che la verità è semplice e sintetica: sali usando ciò che la roccia ti offre per assicurarti o per progredire, ed è una roba: se la roccia non ti offre niente, o vai o torni. sali bucando la roccia, ed è un’altra roba. troppi distinguo sono per l’alpinista politico mancato. se la prima ipotesi fosse stata rispettata, non avremmo oggi capolavori profanati, come prime aperture fatte con 4 chiodi e 2 cunei, addomesticate dai ripetitori a suon di ferramenta; se poi i ripetitori hanno saputo vedere più opportunità naturali di assicurazione dei primi, ciò personalmente ritengo sia accettabile. ma senza bucare in alcun modo. un saluto a tutti gli alpinisti politici-filosofi-speculatori mancati, che come minimo han fatto ben più di me. ahahaha

  31. 25
    lorenzo merlo says:

    E poi, quando un trapano perserà la metà della metà, sarà piccolo come il pugno, quando avrà resistenza e potenza moltiplicate, quando le batterie dureranno giorni nel gelo, un materiale più del doppio resistente dell’inox attuale ridurrà diametri e chili e con un adattore si potranno avvitare le viti e piazzare i copper head anche le pareti di 1000 metri, anche quello prima fatto con i cliff, anche dove oggi neppure ci si pensa, sarà bello vedere cosa riusciranno a fare i bocia e la faccia che faremo.

  32. 24
    Alberto Benassi says:

    Sebastano Motta ho ben presente queste regole di apertura. Senza dubbio severe.

    Anche se potrei obbiettare, che nel momento in cui ti attacchi, anche se solo per chiodare e non per progredire, stai facendo dell’artificiale.

     

    Ma per me, questo  che scrive Giandomenico, è innegabile: ”

    “A mio avviso lo spit è servito per fare ciò che in caso contrario non sarebbe risultato possibile nemmeno a quei pochi eletti.”

    Ed è pur vero che oggi tante vie aperte in un certo stile, vengono richiodate a spit perchè altrimenti andrebbero nel dimenticatoio. Se c’è lo spit ci vado, altrimenti no!

    Allestendo le soste in modo tale da  potersi garantire la discesa in doppia. Vedi ad esempio molti itinerari di ghiaccio e misto al Monte Bianco.

    Tutto questo va a sminuire l’aspetto alpinistico a vantaggio di quello sportivo prestazionale.

     

     

     

     

  33. 23
    Carlo B says:

     
    I concetti di alpinismo, avventura, intimismo con l’ambiente, rispetto … espressi da Pier, sono assolutamente condivisibili e descrivono il suo stile di fare alpinismo.
    Il suo livello e’ indiscusso e tutti coloro che lo conoscono personalmente sanno che il suo spessore alpinistico e’ ancor piu’ elevato di quello che e’ dato a sapere.
    Da una parte quindi abbiamo un mostro sacro e dall’altro questi famigerati “boce” descritti in modo cosi’ negativo e dissacrante…ma voi li conoscete questi “boce”? le loro ragioni, il perche’, il come?…perche’ nell’evoluzione della discussione sembra che abbiano abusato del giardino degli Dei aprendo delle vie sportive a spit…ma magari le cose non stanno propriamente cosi’, magari non hanno “trapanato” per codardaggine…o magari si…bisognerebbe andare a ripetere queste vie prima di crocifissarli come usurpatori inesperti…  
    Se invece il discorso gira esclusivamente attorno al peccato originale di aver utilizzato uno o due spit su pareti selvagge…a prescindere dalle ragioni…allora torniamo alll’eterno discorso dei punti di vista sui vari stili di fare alpinismo che in un mondo libero rimangono tali.  L’importante e’ che ciascuno abbia le proprie idee ben chiare e sia felice.
     
     
     

  34. 22
    Giandomenico Foresti says:

    Ehm.. Difficile dire se sia nato prima l’uovo o la gallina. Credo si possa concordare sul fatto che il primo chiodo (normale) sia stato posto a scopo protettivo, cioè al fine di ridurre il rischio di lasciarci la pelle.

    Per quanto concerne gli spit ho qualche dubbio. Ritengo che gli stessi siano stati posti perchè ciò ha reso possibile la salita di strutture rocciose altrimenti improteggibili e, pertanto, non scalabili. Cerco di spiegarmi meglio.

    Inizialmente si è cominciato a salire le montagne seguendo il percorso più facile e logico. Nonostante ciò ci si è resi conto che il rischio di morire poteva essere elevato. D’altronde mica tutti i percorsi facili e logici per arrivare in cima sono di primo grado, vi sono situazioni in cui la via più facile è di grado ben superiore.

    Ad un certo punto, dopo essere arrivati in cima a un tot di strutture alpine, qualcuno ha pensato di buttarla sulla difficoltà. Condivisibile o meno ritengo ciò un percorso abbastanza normale in una società come la nostra.

    Lo spit ha fatto la sua apparizione in un periodo storico in cui il processo sopra evidenziato si era già cristallizato da tempo (decenni) e, pertanto, faccio fatica a vederlo unicamente e principalmente come un mezzo per salvaguardare delle vite umane. A mio avviso lo spit è servito per fare ciò che in caso contrario non sarebbe risultato possibile nemmeno a quei pochi eletti. Gente come Manolo, Edlinger, Berhault, Glowacz, giusto per citare alcuni nomi dell’epoca, sarebbero comunque stati dei grandi (in particolare Manolo che scalava pareti impossibili con protezioni aleatorie), ma hanno trovato nello spit uno dei modi per consacrarsi definitivamente. Grazie a questo strumento è stato possibile per molti mortali ammirare evoluzioni su roccia fino ad allora pressochè impensate.

    Sinceramente non ho un’idea chiara su cosa sia giusto o meno fare. In linea di principio trovo corretto porsi dei limiti ma più per una questione di rispetto dell’ambiente e di chi verrà dopo piuttosto che per una questione ideologica. Credo che nell’alpinismo di punta, e non mi riferisco solamente ai professionisti, ci sia molta confusione dettata dal fatto che non ci sono regole scritte.

    Chi pratica l’alpinismo a tempo pieno, allenandosi sistematicamente per raggiungere degli obiettivi, è, volente o nolente, un atleta sportivo mascherato e, per molti versi, la maschera gli fa comodo perchè in questo modo non deve sottostare a regolamenti vari che ne disciplinerebbero l’azione. Penso che tanti farebbero delle figure barbine se dovessero sottostare alle dure leggi dello sport (non lo dico soltanto io, c’è chi ha scritto un articolo ben più corposo al riguardo e pubblicato anche su questo blog).

    Quindi, per come la vedo io, la situazione, soprattutto nelle falesie, è in certi casi allucinante, proprio dal punto di vista ambientale. Sulle grandi pareti il problema è invece di tipo prettamente ideologico e, pertanto, decisamente opinabile (non mi risultano pareti di 1000 metri sommerse di spit). Poi è chiaro che in un’ottica prettamente ambientale limitare l’uso dello spit su una Marmolada, tanto per fare un esempio, è cosa sacrosanta.

    Esiste infine un problema legato al confronto. Molta della dialettica alpinistica si basa su un confronto basico del tipo “io sono più bravo perchè ho fatto questo”. Da li discussioni infinite e a volte c’è pure chi nasconde la propria mediocrità dietro all’ideologia (nessun riferimento a Pierangelo, intendiamoci, sto’ solo facendo un ragionamento di ampio respiro).

    Concludendo, ma questa è una visione esclusivamente personale, il senso del limite secondo me è un valore però non pretendo che venga rispettato senza se e senza ma. Alcuni hanno fatto con gli spit cose meravigliose, altri delle porcate. A ciascuno il suo.

  35. 21
    Sebastiano Motta says:

    C’è anche il “RISCHIO” di non riuscire, di non essere all’altezza del passaggio da superare. Di dare alla montagna la possibilità di VINCERE. Quindi di tornare indietro, di non essere in grado di portare a termine la salita.

    Se metto lo spit nello zaino, è un pò come avere “l’asso nella manica” . Non ho bisogno, non lo uso. Me se invece ho problemi, lo tiro fuori e risolvo.

    Quindi il RISCHIO di non riuscire è annullato.

    Dipende dalle regole che ci si dà e se si ha la forza di seguirle.

    Leggere questo scritto di Maurizio Oviglia, ad esempio.

  36. 20
    Federico says:

    Pier Verri per chi ha la fortuna di conoscerlo rimane un punto fisso. Le sue posizioni estreme sono musica e ho la massima stima dei suoi valori con i quali mi trovo a concordare in toto. La sua attività riassunta in pochi (!!!!) dati non rende abbastanza la sua dimensione di alpinista e, soprattutto oggi, dove tutti facilmente hanno i loro dieci minuti di celebrità (la vecchia storia di Andy Warhol) Pier rimane un cavaliere alla stregua di Casarotto o dell’indimenticato Massarotto. Resta un però.

    Purtroppo/per fortuna il mondo della montagna non ha regole, il che è un’arma a doppio taglio: se da una parte consente la massima libertà di espressione, dall’altra…… uguale!!! Per cui , caro Pier, dovremo continuare a nasconderci tra i meandri più reconditi per poter ancora trovare fessure terrose dove battere i nostri chiodi e placche scagliose dove confrontare i nostri limiti, non fisici (quelli con l’età calano!!) ma mentali e se poi verranno anche lì con gli spit dovremo nuovamente scappare alla ricerca di nuove terre promesse….. in fin dei conti rimarrà sempre un alpinismo di ricerca. O forse di fuga.

  37. 19
    Alberto Benassi says:

    “Ma il rischio continua ad esserci, non meno di quanto si mette in gioco in situazioni “classiche”.”

    GIACOMO

    il “rischio” non va sempre inteso nel senso di farsi del male  o addirittura di lasciarli la pelle.

    C’è anche il “RISCHIO” di non riuscire, di non essere all’altezza del passaggio da superare. Di dare alla montagna la possibilità di VINCERE. Quindi di tornare indietro, di non essere in grado di portare a termine la salita.

    Se metto lo spit nello zaino, è un pò come avere “l’asso nella manica” . Non ho bisogno, non lo uso. Me se invece ho problemi, lo tiro fuori e risolvo.

    Quindi il RISCHIO di non riuscire è annullato.

    Anche questo è RISCHIO. E in alpinismo credo vada salvaguardato.

    Po c’è anche l’aspetto, diciamo poetico. Come si fa ad andare in montagna con a seguito un attrezzo come il trapano. Un attrezzo da cantiere edile, che fa rumore, polvere e se a benzina puzza anche e fa fumo.

     

  38. 18
    Giacomo G says:

    Marco. Io dico ( dall’inizio ) che dipende. Nella fattispecie e’ difficile dire se i bocia si cagavano sotto e QUINDI hanno messo gli spit. La situazione puo’ essere tale per cui se metto uno spit ho la possibilita’ di cercare ( volando, e rischiando comunque di farmi male ) di passare in certi terreni. Mentre se non lo metto, e non posso mettere protezioni di altro tipo, semplicemente mi devo fermare ( o andare a morte certa ). Ora tu dirai, allora ti devi fermare.  Si ricade alle questioni di principio, opinabili. Ma il rischio continua ad esserci, non meno di quanto si mette in gioco in situazioni “classiche”.

    Peraltro, io convengo che sia inacettabile aprire sulle pareti alpine vie integralmente a spit, riproducendo la sicurezza delle falesie. Mi pare si possa dire che questo ad ogni modo NON si sia fatto tranne eccezioni.  O se si e’ fatto, concordo che non sia auspicabile farlo in futuro.

    In fondo anche il percorso dell’alpinismo classico ha le sue fasi.  Dai cunei di legno ai chiodi, all’artificiale, ai chiodi a pressione, alle protezioni mobili. Ora il trend purista dice solo protezioni mobili. Parallelamente, il livello aumenta. E’ ingenuo pensare che ora si apra solo con protezioni mobili, sopratutto a difficolta’ elevate. Ci sono quelli che hanno il livello per farlo? Molto pochi,  e sono gli stessi che si sono allenati con gli spit in falesia!

     

  39. 17

    “Sull’ansia da trapanatori seriali con selfies e post su facebook, che sottraggono terreno di allenamento ai poveri alpinisti mi astengo da commenti.”

    E invece sarei curioso di sentirli, perchè da noi è successo quasi l’impensabile …nel posto più improbabile …e sono stati “i primi della classe” a farlo. Un caso tanto grottesco ed illogico da apparire esemplare. Da noi tra Como e Lecco, salvo rarissimi casi, non esistono spazi in cui un “dilettante” possa sperimentare: sono diventati tutti falesie sportive. O fai boulder (e va benone), o arrampichi su spit e fittoni (ed è una scelta), o fai chilometri (ed è una spesa)… oppure impari a chiodare sulle vie di VII che non ripete nessuno (ed è un brivido!). Eppure un tempo non era così: c’era tutto per tutti. Un tempo qui si arrampicava, ora si fa “turismo e promozione”. Sta dilagando ovunque e guai a lamentarsi.

  40. 16

    Giacomo, oggi cazzeggio un po’… stiamo discutendo dell’apertura di vie dal basso o dall’alto con trapano… dai su… mi cago sotto, trapano e tiro diritto… oppure mi cago sotto, non c’è una beata per mettere niente… però lassù, tra 10 metri, mi pare di intravvedere un punto di debolezza… caxo faccio? Forse il succo sta tutto qui. Dai Giacomo, l’è minga la stesa cosa, a ghe na bela difereinsa! Peccato non essere vicini e spezzare il pomeriggio con una nuvola al bar della bionda porcella ahahaha

  41. 15
    Giacomo G says:

    I (mono) toni si alzano con insistenza per rivendicare i propri miti. Tutto legittimo. Vero che il trapano viola di piu’ la montagna del chiodo. Il limite dell’impatto lecito lo mettiamo a piacimento e a convenienza.

    Meno accettabile (per me ) e’ ripetere che con gli spit il rischio e’ azzerato, quindi e’ barare. Del tutto opinabile e’ il fatto che “chi li usa non accetta i propri limiti”

    L’impressione e’ che nella foga di identificarsi con un’ epoca, si sia persa la capacita’ di  valutare scelte e direzioni diverse. E non sempre si sa bene di cosa si sta parlando… nulla e’ dato sapere su cosa i bocia in questione abbiano fatto.

    Sull’ansia da trapanatori seriali con selfies e post su facebook, che sottraggono terreno di allenamento ai poveri alpinisti mi astengo da commenti.

     

     

  42. 14

    una parete non salita dal basso, in quanto troppo difficile o ritenuta tale alla luce delle possibilità umane di un dato momento, diventa mitica. la stessa parete salita trapanando, diventa una via come tante. una vita senza miti, cioè senza mete da sognare e a cui aspirare, per poter realizzare qualcosa che non c’era, che non era stato fatto, che gli altri non erano riusciti a fare,  è una vita mutilata.
    lo spit o il chiodo a pressione per la progressione sono come la scala per la volpe che vuole arrivare all’uva ma non ci arriva senza marchingegni. il gesto atletico, fisico potrà arrivare ad essere magnifico, ma la vera capacità è tutta nella mente e nella volontà: lo spit le uccide e con esse lo spazio per chi verrà dopo e per chi potrà essere migliore. (uno che non ha mai scalato un casso o quasi 🙂

  43. 13
    Giancarlo Molinari says:

    Non me la sento di esprimere un parere netto, il mio alpinismo essendo datato 50 e più anni fa, di anni oggi ne ho 86, sarei propenso però, a schierarmi con il signor Verri e ne spiego il perché. L’abbandono dello scalare, da parte mia, era avvenuto per senso di responsabilità verso la creatura che stava per nascere: mia figlia. Non ero noto alpinista né ci tenevo a diventarlo e nemmeno intendo, adesso, vantare alcunché, posso solo affermare di aver rischiato la pelle numerose volte. L’attrezzatura in mio possesso era quella che si può immaginare esistesse all’epoca, però mai e ripeto mai, avrei forato la roccia di fronte a un passaggio ritenuto impossibile, anche ne avessi avuto la possibilità. Esiste un’etica fra alpinismo e montagna, di cui il solo scalatore può farsi carico: l’etica dell’amore, l’alpinismo non è solo prestazione atletica e nemmeno frenesia di conquista, è amore irrazionale, ben presente per chi scala per passione, per una fra le più belle, se non la più bella, immagine della natura. La montagna si abbraccia, si accarezza, si ama, ma non si viola.
    Da facebook, 9.01.2018

  44. 12

    Proliferano le “palestre sportive” ma non c’è alcun rispetto per le “palestre di alpinismo”. Le “piccole” pareti dietro casa sono cannibalizzate dal trapano ed ai giovani, quei pochi che ancora hanno voglia di “imparare”, non resta che avventurarsi alla cieca, impreparati e spesso derisi, sulle “grandi” pareti. Oppure inseguire la roccia cattiva evitata da tutti,tentando di sfuggire al conformismo imposto dal trapano. Non è un problema né di etica né di sicurezza, è un problema di “prospettiva”: stiamo creando un mondo “piccolo”, dove i draghi sono diventati lucertole. “Grazie allo sponsor, senza soldi pubblici, permettiamo a persone di tutte le età di arrampicare”: questo è lo slogan, a bassa quota, di quelli che trapano a mitraglia sorridendo nei selfie. Ogni concetto di quella frase è una bestemmia, il trionfo aberrante del trapano come cultura!!! Grazie per questo suo scritto, rincuora e sprona lo spirito!

  45. 11
    paolo panzeri says:

    C’è un errore nella biografia…… lo sottolineo perché la storia deve tener conto solo dei fatti e non delle parole come oggi si usa troppo spesso fare.

    Un errore che secondo me spiega molte “cose” di questi ultimi 30 anni.

    Pier era un accademico degli orientali, ma è stato espulso….. non riusciva a pagare il bollino.

    Poi devo solo aggiungere che già negli anni 70, dopo l’epopea dei chiodi a pressione, si era tornati a scalare “coi propri mezzi”, quindi spero che i giovani capiscano il ragionamento di Pier e imparino ad accettare i propri limiti: quando scalano in montagna siano alpinisti e non altro.

  46. 10
    Alberto Benassi says:

    “Senza ragionevolezza non se ne esce.”

    giusto!

     

    ma quale è il problema ad esprimire il proprio pensiero, il proprio concetto di alpinimo.

    Perchè Verri non dovrebbe esprire il proprio dissenso?

    Non mi sembra che offenda nessuno nel dissentire sull’uso dello spit in montagna. Non mi sembra che si comporti da talebano.

    I talebani impongono la propria dottrina agli altri. Lui mi sembra che si limiti a criticare.

    Non si può fare nemmeno più quello?  Mutismo e rassegnazione?

     

     

  47. 9
    Giacomo G says:

    Quindi in montagna l’unica etica ammessa per “non barare” sono le “protezioni trad”?  Chiodi compresi? Se si, quando lasciati in loco non vedo una enorme differenza ‘ecologica’ con gli spit ( ma sono tutte opinioni… ). Se no, per coerenza astenersi da usarli quando in loco, ed anzi iniziare la bonifica. Ah gia’, ma essendo stati messi dai veci e non dai bocia, vanno lasciati li’…

    Senza ragionevolezza non se ne esce.

  48. 8
    Alberto Benassi says:

    “La litania del rischio e’ in molti casi un pretesto per dipingersi come migliori.”

    Non credo che Verri si senta “MIGLIORE” . Caso mai la pensa e agisce  solo in modo diverso. Manifestare il proprio pensiero non mi sembra ne sbagliato ne da estremisti.

    Anche perchè non credo che vada per monti a togliere spit dalle vie altrui.

     

    Che ci siano vie a spit (pochi) difficili e anche pericolose è fuori di dubbio. Ma è altresì vero che con lo spit in tasca, se non sei proprio irreprensibile al suo richiamo, puoi sempre usarlo in caso di bisogno.

    Se non lo porti invece !

    Sia chiaro io di spit ne ho piantati.

  49. 7
    salvatore bragantini says:

    Verri, che non conoscevo ma davanti alla cui attività bisogna solo levarsi il cappello, dice con chiarezza cose semplici e vere. L’arrampicata sportiva o quella su falesia possono e anzi devono ammettere tutto l’armamentario, altrimenti non esisterebbero. La montagna, dove ancora non è stata perforata, lasciamola così, tanto di gente che è capace di fare il VII e anche ben oltre, con solo protezioni trad, ne esiste. Bravi e forti loro, a ciascuno il suo: diciamo spesso che in montagna non si bara. Appunto!

  50. 6
    Giacomo G says:

    Non so. Nulla di nuovo, ma per farsi un’idea bisognerebbe avere dei dettagli sull’empieta’ commessa dai boce. Del resto il modo generico del trattarne identita’ e azioni segna inesorabilmente lo spirito di questa filippica.  In molte ( ma non tutte, e’ vero ) delle vie in dolomiti dove sono stati usati spit non e’ vero che non si rischia. Spesso, le protezioni a spit vengono messe nei tratti al di sopra delle difficolta’ citate dall’articolo o dove chiodi e protezioni veloci non sono possibili. In molti casi la scelta e’ tra la possibilita’ o no di passare ( assumendo lo stesso livello di rischio dell’autore dell’articolo ), e non tra passare senza rischio o con rischio.  Quindi la lettura delle cose ha gia’ un pregiudizio di fondo.  Semmai il limitare gli spit ha un valore ecologico ( volendo ignorare le tonnellate di chiodi in loco nelle pareti ).

    Sul resto e’ tutto opinabile, compresa la pretesa di relegare nelle pareti minori gli spittatori – ma non c’e’ spazio per tutti se non ci si pesta i piedi?

    Quello che in molti casi e’ un conflitto generazionale si risolve con equilibrio ed evitando gli estremismi.  Rispetto per la storia, ma apertura al nuovo con la giusta moderazione. La litania del rischio e’ in molti casi un pretesto per dipingersi come migliori.

     

  51. 5
    Emanuele Andreozzi says:

    Grande Pier! Sostengo assolutamente la tua idea! Sono un giovane alpinista, in teoria dovrei essere della generazione degli spit. Ma io non mi arrenderò mai allo spit! Mi fa piacere che ci sia ancora qualcuno che la pensa così, mi sento sempre così solo a portare avanti le mie idee …
    Penso che andare in apertura portandosi dietro il trapano, anche se poi non viene usato non è più alpinismo … con il trapano cambia tutto … puoi andare ovunque e tornare ovunque, toglie l’esposizione, non può esserci un punto di non ritorno.

  52. 4
    Giandomenico Foresti says:

    Non sono mai stato un purista estremista però in quello che dice Pierangelo mi ritrovo molto.

  53. 3
    Alberto Benassi says:

    Bella e invidiabile queste netta posizione di Pier Verri che ammiro per il suo grande alpinismo!

    Se tutti noi l’avessimo adottata la storia sarebbe stata molto diversa.

    Ma non tutti sono capaci di questa forza di carattere e di altruismo che ci impone assunzione di rischio e di fare un passo indietro. Un duplice altruismo:  verso la montagna e verso chi verrà dopo di noi.

  54. 2
    lorenzo merlo says:

    C’è anche un senso di sostituzione.

    Finché sussiste un ambito nel quale il nostro fare appare pregiato, apprezzato, giusto, in linea con la nostra coerenza, biografia e passato, sussiste anche una ragione di noi.

    Quando l’ambito cambia a causa di forza maggiore (spinte e discorsi provenienti da biografie estranee a quella del nostro ambito, alla nostra) ci vediamo sottrarre la terra da sotto i piedi. Sorge in noi lo sconforto, la perplessità, la critica e un velato senso di ingiustizia.

    Forse così si è sentito Preuss vedendo la massa abbracciare corda e chiodi.

    Così non si è sentito Cassin mentre abbracciava gli ultimi e i più lontani, quelli delle gare.

  55. 1

    “Per chi ha voglia di spittare ci sono innumerevoli falesie alte anche fino a 300 metri, nelle quali è possibile sviluppare l’arrampicata sportiva a più tiri, e comunque ce ne sono già molte e in maggioranza son poco ripetute”.

    … e si è detto tutto!
    “Senza mito non c’è sogno, senza sogno non c’è azione (né liberazione dal lordo petrolio)”.

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