A Cervinia inaugurata la mostra per i 40 anni italiani dell’Everest

Organizzata e realizzata dal Comune di Valtournenche e dalla Società Guide del Cervino, la mostra è stata coordinata e allestita da Alessandro Gogna e Alessandra Raggio, nell’ambito del progetto di spazio museale dell’architetto Luigi Bochet.
Ecco la scheda di presentazione:

Il Sagarmatha in nepalese o il Chomolungma in tibetano, l’Everest si erge a un’altitudine di 8850 m nella catena dell’Himalaya ed è la più alta montagna della Terra. Situato sul confine tra il Tibet a nord e il Nepal a sud, deve il nome a Sir George Everest (1790-1866), geografo e cartografo britannico e direttore del Survey of India.

Situato in territori chiusi all’occidente fino al termine della prima guerra mondiale, l’Everest attrae l’attenzione dei più ambiziosi circoli alpinistici occidentali dai primi anni venti del Novecento, quando l’allora Dalai Lama autorizza le prime esplorazioni sul versante tibetano. Saranno gli inglesi, già da tempo presenti nel subcontinente indiano, a finanziare queste pionieristiche missioni esplorative con partenza da Darjeeling, in India. Tre sono i tentativi nel primo decennio postbellico. Nel gennaio 1921, la Royal Geographical Society e l’Alpine Club organizzano una squadra formata di alcuni tra i più forti alpinisti di quegli anni, di cui fa parte anche George Mallory, seguita l’anno successivo (1922) dal primo tentativo vero e proprio di scalata. Nel 1924 una terza spedizione britannica, guidata da Edward Norton, segna una tappa fondamentale: la quota record di 8570 m raggiunta senza uso di ossigeno supplementare. Della spedizione sono parte anche Mallory e il giovane Andrew Irvine che, partiti l’8 giugno dal campo VI a 8170 metri, non faranno più ritorno. Dal 1933 al 1939 seguono altre quattro spedizioni e l’impegno sulla montagna di alcuni tra i più leggendari alpinisti britannici: Eric Shipton, Frank Smythe e Bill Tilmann. Lo scoppio della seconda guerra mondiale blocca ogni ulteriore progetto di conquista. In seguito, con la chiusura delle frontiere del Tibet occupato dalla Cina viene di fatto anche impedito il collaudato avvicinamento da nord. Per la ripresa delle attività sull’Everest, bisogna attendere la primavera del 1950 quando il Nepal decide di aprirsi all’Occidente. Nel 1951, l’ottava squadra diretta alla montagna, guidata dall’inglese Eric Shipton, parte in ricognizione del versante nepalese e individua una via di accesso attraverso il ghiacciaio del Khumbu. Del gruppo fa parte anche il neozelandese Edmund Hillary. Ancora nel 1952 si assiste a un duplice tentativo svizzero (in primavera e in autunno): è la prima volta che una spedizione sistema il campo nel West Cwm, la vallata racchiusa fra Everest, Lhotse e Nuptse resa quasi inaccessibile dalla Ice Fall (che resta il passaggio più pericoloso dell’intera via insieme all’Hillary Step). Lo svizzero Raymond Lambert e lo sherpa Norgay Tenzing arrivano molto vicini all’anticima sud, ma a 8595 m devono rinunciare. Ed infine la prima ascensione si conclude nel 1953, a opera dell’inglese John Hunt alla guida della spedizione britannica che per prima vedrà due uomini in vetta: Edward Hillary e Tenzing Norgay il 29 maggio alle ore 11,30.

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Rinaldo Carrel applica alla parete la targa della Comunità Montana

Da allora, l’Everest è stato e rimane la massima ambizione per molti alpinisti e tra questi anche degli italiani. Nel 1972 è Guido Monzino a raccogliere il testimone per l’Italia con una spedizione composta principalmente di elementi delle Forze Armate e dei Corpi Armati dello Stato – nei cui ranghi figurano alcune guide alpine di Breuil-Cervinia – oltre che di valorosi alpinisti e scienziati, poiché la missione si prefigge anche l’obiettivo di svolgere importanti ricerche scientifiche e fisiologiche.
Nell’agosto 1972 Monzino, vittorioso capospedizione al Polo Nord l’anno precedente, presenta il progetto al ministro della Difesa Mario Tanassi che viene accolto e appoggiato dalle autorità militari. Tra i sostenitori della spedizione anche il Club Alpino Italiano che in quell’anno festeggia il centenario dalla fondazione della sezione di Milano (1873).

Partita il 28 aprile dal campo 2, la prima cordata raggiunge la vetta dell'Everest il 5 maggio 1973. Ritratti da Mirko Minuzzo, a sinistra i due sherpa Lakpa Tenzing e Shambu Tamang, a destra Rinaldo Carrel che dispiega la bandiera italiana. FFGM/Archivio FAI, Milano. FAI, Milano
Partita il 28 aprile dal campo 2, la prima cordata raggiunge la vetta dell’Everest il 5 maggio 1973. Ritratti da Mirko Minuzzo, a sinistra i due sherpa Lakpa Tenzing e Shambu Tamang, a destra Rinaldo Carrel che dispiega la bandiera italiana. FFGM/Archivio FAI, Milano.

Con la conclusione della complessa fase organizzativa, gestita di concerto con lo Stato Maggiore dell’Esercito, l’avvio della spedizione ha luogo il 15 gennaio dall’aeroporto di Cameri (Novara). Con il contributo logistico del vice capospedizione capitano Alessandro Molinari, un centinaio di tonnellate tra attrezzature e materiali e due elicotteri AB-205 dell’Aviazione Leggera dell’Esercito sono caricati su tre aerei C-130 Hercules dell’Aeronautica Militare che per il 7 febbraio riuniscono a Kathmandu anche tutti i componenti della spedizione. Sono 63 in tutto gli italiani in Nepal: tra questi 52 militari, 11 civili, di cui 3 medici. Dalla capitale nepalese, elicotteri e aerei Piper spostano il carico e gli uomini a Lukla (2800 m), ultimo avamposto raggiungibile con mezzi meccanici via terra, da cui la carovana di oltre 2000 uomini – gli straordinari portatori sherpa – con circa 70 yak prosegue a piedi, arrivando a Periche (4243 m) il 5 marzo. Durante il tragitto la spedizione è avversata da condizioni meteo assai sfavorevoli che proseguono fino a Lobuche (4929 m) dove un buon numero di portatori abbandona la carovana (rimarranno circa 150). Ed è in questo frangente che l’impiego degli elicotteri si dimostra una strategia risolutiva, consentendo di completare il trasporto sul sito dove il 13 marzo sorgerà il primo campo (Gorak Shep, 5150 m). Il campo base viene sistemato invece a 5356 m (23 marzo), completo di un ospedale da campo e di un laboratorio di fisiologia ad alta quota, diretto dal professor Paolo Cerretelli. Tre giorni dopo prendono il via le operazioni per attrezzare la via da parte di un gruppo di alpinisti al comando del capitano Roberto Stella. Il campo I è allestito a 6157 m superato il primo tratto dell’Ice Fall. Nel mese e mezzo successivo, altri cinque campi sono attrezzati lungo la via normale che passa dal Colle Sud – dove era il campo V – e da qui conduce ai 8850 m della vetta. Dopo diverse giornate di tempo avverso, la schiarita del 4 maggio riaccende la speranza nei componenti della prima cordata di punta – i valdostani Mirko Minuzzo e Rinaldo Carrel, e gli sherpa Lakpa Tensing e Sambu Tamang – che riescono a salire a 8645 m e a sistemare il campo VI, da cui si avviano il giorno successivo per coronare il sogno tricolore con il raggiungimento della vetta il 5 maggio alle 12,39 (7,39 ora italiana). A distanza di due giorni, una seconda cordata, composta da Fabrizio Innamorati, Virginio Epis, Claudio Benedetti e Sonan Gyaltzen, è sulla sommità del Tetto del mondo (7 maggio alle ore 13, 8 ora italiana). La terza squadra guidata da Roberto Stella è purtroppo obbligata a rinunciare a causa del monsone che si preannuncia con insistenza con terribili bufere di neve che trasformano il ritorno delle altre due cordate in una angosciosa epopea.

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Gli ambienti della mostra

Prima di atterrare all’aeroporto milanese di Linate, il volo da Kathmandu fa una prima sosta a Roma il 29 maggio all’aeroporto di Ciampino dove lo Stato Maggiore dell’Esercito accoglie la spedizione con un discorso del ministro Tanassi che preannuncia loro ulteriori celebrazioni ufficiali in occasione della festa della Repubblica il 2 giugno successivo: cerimonia al Quirinale, udienza privata in Vaticano e sfilata ai Fori Imperiali.

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A Cervinia inaugurata la mostra per i 40 anni italiani dell’Everest ultima modifica: 2013-08-03T11:42:12+00:00 da Alessandro Gogna

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