A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrej Tarkovskij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrej Tarkovskij [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://gognablog.com/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://gognablog.com/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://gognablog.com/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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A cosa servono i musei di Messner? ultima modifica: 2015-09-17T06:00:06+00:00 da GognaBlog

13 pensieri su “A cosa servono i musei di Messner?”

  1. 13
    Alberto Benassi says:

    caro Enzo, non vedi più in là del tuo naso. Quindi mettiti gli occhiali , ma belli spessi, perchè ne hai bisogno.
    Ne hai bisogno per vedere oltre.
    Intendiamoci di miopi, di vista e di cervello, non ci sei solamente te in questa Italia. Ma tutta una bella fetta di cittadinanza che non riesce a vedere che il benessere non è solamente avere garantito il suv sotto il proprio culo.

  2. 12

    Caro Enzo, perché non vai a vivere a New York? O magari nella più italiana Milano…
    Lì potresti godere appieno dei profumi di monossido di carbonio, di scarichi sulfurei rilasciati da varie industrie ed amenità di ogni tipo in questi frangenti… Potresti benedire ogni alba per avere l’opportunità ineguagliabile di respirare a pieni polmoni lo sbuffo dell’autobus di turno che ti passa a mezzo metro dalla finestra della cucina (primo piano rigorosamente eh…) e quando quel bastardo senza scrupoli di tempo atmosferico decide di pisciare un po’ di più potresti godere anche degli aromi che si riversano sulle strade lambendo l’aria della tua camera da letto e rendendo il tuo ambiente simile a “The day after”…
    Ognuno è padrone della propria vita… ma non sei un amministratore direttamente interessato all’Alemagna, che pure gli austriaci han bocciato a suo tempo, se non devi guadagnarci qualcosa grazie a tariffe autostradali o a i soliti italianissimi appalti truccati, forse è il caso che ti rendi conto delle baggianate che hai scritto!!!
    La ferrovia di Cortina se non fosse stata divelta da un’opera insulsa ed inutile come la ciclabile utilizzata al 20% (i ciclisti te li ritrovi regolarmente in statale) e magari si fosse pensato di rivalutarla in ottica moderna (a Saint Moritz o Zermatt che come mete d’elite rispetto a Cortina sono come il Bengodi rispetto al villaggio del deserto l’hanno capito già diversi anni fa…) i camion che riversano tonnellate di merda in val del Boite e che non si fermano di certo per arricchire neanche il baretto di turno ma ingrassano i culi degli azionisti di diverse aziende e producono colla per poltrona al politico urlante di turno, non ci sarebbero più, il turismo assumerebbe toni di rispetto ambientale senza perdere la caratteristica d’elite (come detto le mete citate possono insegnare non molto ma tutto!!!) e tutti vivrebbero meglio… autoctoni (camosci, caprioli, marmotte, e via dicendo e pure gli umani…) compresi !
    Prova a pensare prima di dare aria alla cavità orale o in questo caso a dare libero sfogo alla sindrome da tastiera ne gioverai tu i tuoi parenti ed anche gli amici degli amici degli amici…
    P.S. ci ho vissuto lì (e vivo in montagna) e quindi non parlo per sentito dire… 😉

  3. 11
    Enzo says:

    Carissimi,
    Cortina ha bisogno di una autostrada. eliminare la ferrovia per fare quella schifezza di passeggiata è stato stupido e provinciale. Il buon Messner vorrebbe una Cortina solo per Lui raggiungibile a dorso di mulo. La Strada statale 51 di Alemagna dovrebbe essere pedonalizzata e per raggiungere i vari paesini, ora soffocati dagli scarichi delle auto, delle corriere e dei camion ci dovrebbero essere delle bretelle collegate con una bella autostrada a traffico veloce su 6 corsie. Dimenticavo che sarebbe ora di piantare un po’ di pale eoliche che rendono il paesaggio moderno. Non credo che le nostre montagne circondate da paesini con edificazione che fa schifo ne soffrirebbero.

  4. 10

    La rozza autodialettica dell’articolo voleva fare riflettere, me per primo, sull’illusione “visiva” delle contrapposizioni ideologiche, perchè la medaglia, qui, non ha due faccie, come l’uomo credeva un tempo fosse il pianeta terra. La terra è rotonda invece, illuminata da sole e luna.
    La luce non è detto che sia quella del sole acciecante e caldo di un panorama di montagna all’aria aperta, non è quantità di luminanza, ma passa attraverso misteriose fessure interiori, giochi di specchi delle macchine reflex che siamo noi stessi, quando siamo in silenzio.
    La luce filtra rapida e fulminea come una serpe cavernicola, di cui parlano i dipiniti, i suoni, o i respiri, c’è ora e dopo un secondo svanisce, come il meteo in quota.
    La visione è sempre dei prigionieri al buio, di noi umanità pressochè cieca.
    La luce è tabù.

  5. 9
    Gianfranco Valagussa il nonno says:

    Non sono daccordo su nessuna costruzione in alta montagna. Tantomeno degli interventi pseudoculturali di Rinaldo (come lo chiamava l’amico Claudio Cima, e lo dico nella speranza che Rinaldo legga), pseudo perchè è evidente che dietro c’è una forte sinergia tra istituzioni, capitale finanziario e “cultura” come è avvenuto su Monte Rite per esempio. Parlando di “caverna platonica” mi pare il processo contrario: tutti sono alla luce e li si porta nella caverna perchè prendano coscienza… Ma siete mai stati ad un MMM quando arriva una scolaresca? Bene, io da Guida Ambientale Escursionistica invece che su Monte Rite vado sul vicino Col Dur o sul Pena. Stesso panorama e stessa comunicazione didattica sulla storia geologica delle Dolomiti e, attenzione attenzione, i ragazzini che strillano ed urlano dall’incipiente orchite nel chiuso della struttura museale qui, in silenzio, si guardano attorno e forse sono più vicini alla visione degli alpinisti che davanti ad un, seppur bellisimo, quadro.

  6. 8
  7. 7

    Buongiorno Mariateresa e tutte le persone che hanno commentato e che ringrazio!
    .
    Sono io che devo ringraziare te, Mariateresa, perchè è il tuo articolo che davvero mi ha stimolato un dover ragionare e poi scrivere le mie lungaggini. E’ bello il titolo che hai scelto, è ben fatto l’articolo perchè, seppur corto come da moda imperante, il contenuto informativo è alto, dai un colpo al cerchio ed un colpo alla botte, presentando cioè elementi pro e contro, insinuando tra le righe delle robe. Grande. E da lì che ho deciso poi di amplificare i tuoi punti mettendoci qualche approfondimento mio sulla questione concettuale (contromuseale) ed ambientale e…metafisica (diciamo così). W il giornalismo freelance e soprattutto FREE come il tuo mi pare. Ne abbiamo tanto bisogno di giornalismo così in Italia 😉
    .
    Grazie per la precisazione sui numeri, che paiono confermare che purtroppo (dal punto di vista dell’impatto di presenza umana) sono allucinanti, dal mio punto di vista. A maggior ragione se i dati sono stati ipotizzati concentrati nel periodo estivo. Ok, sono un dato previsionale… e noi sappiamo quali siano le doti di convincimento statistico di certo marketing aziendale di top-management 😉
    Poi magari la realtà per strada (inmontagna in questo caso) è diversa…
    .
    Colgo l’occasione anch’io per fare una precisazione ed un rimando:
    Vorrei chiarire, per chi mi ha scritto lamentandosi che me la sono addirittura presa con la parola scritta nella forma libro, che c’è un fraintendimento, Io mi riferivo, in termini dubitativim di domanda a me stesso, di quale sia la possibile una possibile forma di comunicazione dell’arte fotografica, anzi visiva in generale, in particolare pensando al prossimo futuro, cioè a come fruiranno/godranno dell’arte visiva i nostri figli, i nostri nipoti, perchè a noi ci vanno ancora benissimo i libri di fotografia di Luca Visentini (un nome a caso…)! 🙂
    .
    Volendo semplificare al massimo si potrebbe interpretare tutta la mia riflessione, come una posizione completamente antimuseale ed al contempo una esaltazione dell’opera Messneriana. Ma invito i lettori a cercare di vedere che la mia è anche una provocazione, anche se si, penso che Reinhold Messner vada un pochino riletto meglio, anche da persone che dovrebbero avere tutti gli elementi per giudicare serenamente la storia (sua e di noi). La mia conclusione, credo sia chiara è quella di necessità di comunione… (con lui) ?! 🙂
    Ma la cosa curiosa che sembra, a vedere dai commenti qui e dalle mail, che la maggior parte delle persone sia pro musei ma si oppone a questo museo in particolare, anzi a Messner così in generale; io la vedo diametralmente all’opposto 🙂 ma capisco benissimo quello che ci dice Giuditta Del Buono, in fondo… c’avete tutti ragione 🙂
    .
    Ah dimenticavo:
    Sulle questioni “simboliche”, invito i lettori a leggere anche l’articolo su questo blog, dal titolo “La ricerca pervicace del destino, parte 2” e su ulteriori riflessioni su questo museo, anche il recente interessante articolo “Al luna park della montagna”.
    .
    Spero di leggere altri vostri commenti!

  8. 6

    Una piccola specifica riguardante il numero di passaggi su Plan de Corones: i dati me li ha forniti Skirama quindi li ho presi per buoni. Il “raddoppio” sperato si riferisce soprattutto ai passaggi estivi. Un’informazione strappata informalmente a un dirigente davanti a un bicchiere di birra. Grazie della tua attenzione e del “stimolante”. Mariateresa Montaruli

  9. 5

    I resti sono un regalo. I resti sono la strada alla trasformazioni emotive interiori… è un discorso molto lungo. Mi limito a dire che Il museo è tutto ciò che riceviamo in eredità e che viene messo in mostra in maniera vagamente allegorica e in forma di fiaba infantile fusa insieme al realismo, come un segreto bisbigliato all’orecchio quando si è bambini e che non si rivelerà mai se non nella intimità propria e dell’altro, oppure come un racconto giovanile fra coetanei che si legano con patti di sangue, una confessione che non invecchierà mai, una proiezione dell’esperienza soggettiva in verticale attraverso un messaggio quasi subliminale ma con radici terrene, eccetera. Insomma io amo quei musei che mi fanno sentire come se stessi in una chiesa. Spero che un giorno possa visitare anche questo museo e poter dire se quello stato d’animo corrisponde a realtà… Grazie dell’articolo. L’ho trovato molto interessante per certi suoi aspetti.

  10. 4
    Alberto Benassi says:

    Messner un paio di settimane fa è stato alcuni giorni in giro per le Apuane, si dice accompagnando un gruppo di facoltosi tedeschi.

    Vorrà mica aprire un museo anche qua??

  11. 3
    Giuditta Del Buono says:

    Entro nella conversazione in punta di piedi, da recente lettrice del blog e inesperta di alta montagna.
    Parlo come parte del pubblico potenziale a cui nelle intenzioni di Messner si vorrebbero comunicare la bellezza, immensità, “trascendenza” della natura attraverso l’arte, con un’operazione che non ferisca, o meglio che ferisca il meno possibile, la natura.
    Prima ancora di interrogarsi sulla “ferita” (che dal mio punto di vista indubbiamente c’è), Giorgio ci porta con un (bellissimo) passo indietro a riflettere su quanto in assoluto l’arte possa parlare in un museo.
    Pur comprendendo (razionalmente!) quanto dici, Giorgio, ho un’esperienza e un’opinione diversa e non credo che nei musei l’arte muoia. L’opera è “nel” museo ma non è “del” museo, non sarà mai fino in fondo prigioniera e potrà parlare a chi riuscirà a trovare lo spazio per ascoltarla, per guardarla.
    Certo a volte il contesto ce la mette tutta perché sia difficile concentrarsi sull’opera nel museo, e rubare una conversazione privata tra ciò che siamo noi e quello che avrà provato e voluto esprimere l’artista, che un terzo impertinente pretende poi di venirci a spiegare, e altri ancora si prendono la premura di sintetizzare.
    Questo credo possa infastidire davvero un po’ nel museo, mi è capitato, non solo e non tanto gli occhi degli altri vicini ai nostri quanto la sovrabbondanza di “spiegazioni” e sintesi che forzatamente filtrano quello che abbiamo davanti.
    Il museo abbraccia l’opera e a volte ne amplifica il significato, il museo stesso in certi casi è un’opera (anche nel caso del MMM potrebbe essere così), e la sua “impronta” va a sommarsi a quella dell’arte che contiene, ma non la cancella.
    Personalmente mi è capitato di stare “male” in un museo perché “travolta” dalla bellezza che avevo davanti, che evidentemente ero in grado di vedere ma non di assorbire perché troppo “piccola” al suo cospetto (ho sperimentato la sindrome di Stendhal?Forse sì).
    In altri casi ricordo un pugno allo stomaco, un’altra forma di fragilità, ma di nuovo l’arte era riuscita a produrre qualcosa in me. Dentro ad un museo, di arte moderna in quel caso. E’ un bizzarro ricordo ma l’immagine di quella ragazza vestita da sposa che correva infrangendo i vetri delle macchine con una spranga non credo la dimenticherò mai.
    Una volta ho fatto il gioco di immaginare le opere (era una mostra di fotografie) senza guardarle ma solo ascoltandone il racconto con l’audioguida, per fantasticarle una prima volta, e dopo ho aperto gli occhi per vederle “davvero”, e così sono riuscita a sorprendermi, e a liberarmi dall’inganno” di quella narrazione.
    Mi rendo conto che tutto questo discorso non è poi così fuori tema, perché anche in questo caso ci troviamo (mi diverto un po’ ad essere radicale anch’io) nella situazione in cui qualcuno (Messner) ci vuole comunicare, spiegare, mostrare la bellezza dell’opera che è la montagna proprio mentre noi la abbiamo davanti – nella realtà – questa opera.
    Il MMM a Plan de Corones mette tra noi e la montagna la sua didascalia, se non la sua “lettura” (credo in definitiva che si voglia trasmettere più un’emozione che non un messaggio).
    Siamo umani, siamo complessi, filtriamo, non possiamo esimerci dal rielaborare, dal trasmettere le nostre rielaborazioni, e vivere in mezzo ad infiniti specchi, però in definitiva mi chiedo quanto quel museo, collocato LI’, aiuterà a vedere le montagne che sono lì. Senz’altro farà aumentare il flusso dei turisti e globalmente sarà un’operazione “di successo”, ma questo è un altro discorso.
    Certo noi, con un po’ di impegno, potremo riuscire a stabilire la nostra conversazione con le montagne come se il MMM non ci fosse, però credo che globalmente sarebbe stato più utile (per parlare con chi non sale in alta quota), coraggioso (per dimostrare di non “sfruttare” il paesaggio) e rispettoso della natura (senza dover negare per questo l’ambientalismo realista) collocare la caverna platonica con tutte le sue magie un po’ più a valle, in accordo con quella che con ogni probabilità è la concezione iniziale di Messner, che nel tempo poi deve essersi fatto prendere un po’ la mano.

  12. 2
    guido dadio says:

    Credo che in generale si debba essere grati a Messner per la realizzazione di MMM e per quello che rappresenta in termini di divulgazione dei temi della montagna e dell’alpinismo.
    Per quanto riguarda l’intervento di Plan de Corones, e altri similari che stanno spuntando qui e la’ partoriti dalla matita piu’ o meno ispirata di illustri architetti, bisogna chiedersi:
    a) se sia sostenibile l’aumento esponenziale, cosi’ come da stime dei promotori, di “cittadini” che dovrebbero essere attratti dal museo o dalla struttura che si vuole realizzare, e che in larga misura si porteranno dietro le loro abitudini urbane che non prevedono il confronto con l’essenza della montagna;
    b) se sia plausibile sotto l’aspetto architettonico e per realizzare un edificio adibito a museo della montagna, di demolire un pezzo di montagna per interrarne una parte e creare una falsa collinetta in massi e terra per nasconderne la parte non interrata, alterando lo stato originario dei luoghi. Questa non e’ una questione da addebitare a Messner e al suo MMM Corones, ma piu’ in generale al grado di sensibilita’ culturale di chi gestisce, progetta, autorizza simili iniziative.

  13. 1
    GIANDO says:

    Parlare di arte è come parlare di metafisica, non è come parlare di costanti matematiche. Può darsi che i musei non siano nè il luogo nè il modo migliore per consentire la visione di un’opera d’arte, frutto dell’ingegno, della manualità e della sensibilità dell’uomo però non mi sento di stigmatizzarli.
    A me piace andare per musei e francamente non mi pongo molto il problema della struttura a ciò adibita e del percorso creato dall’allestitore anche perché non sono particolarmente interessato a tutto ciò che sta’ dietro ad un’opera d’arte. Nel momento in cui la osservo è per me come ammirare un qualcosa di unico, che in quel momento assorbe la mia attenzione ed il mio essere. I motivi per i quali un artista è arrivato a concepire quell’opera sono per me irrilevanti.
    Ovviamente questo discorso vale per l’arte, per quanto concerne l’esposizione di altri oggetti di uso comune il discorso cambia perché chiaramente bisogna dare un ordine abbastanza preciso ai reperti. In caso contrario diventa difficile comprendere ciò che si sta’ osservando. In ogni caso, credo che il museo, pur con tutti i limiti che ciascuno di noi possa trovare, costituisca ancora un luogo in cui sia possibile entrare in una dimensione più elevata di quella in cui siamo solitamente racchiusi.
    Messner è un personaggio particolarmente complesso, con esperienze fuori del comune alle spalle e, pertanto, non voglio nemmeno entrare nel merito del suo percorso e delle sue scelte (francamente non mi sento nemmeno all’altezza della situazione).
    Ciò su cui invece vorrei esprimermi riguarda l’impatto visivo dell’ultimo museo. Sulle questioni ambientali, intese come inquinamento o possibile inquinamento, non entro, lascio parlare gli esperti ma per quanto concerne l’impatto visivo mi sento in diritto, come tutti, di fare delle considerazioni.
    Tutti noi abbiamo un’idea, non so se innata o mediata dalla cultura, di ciò che è bello e di ciò che non lo è, di ciò che stona e di ciò che invece si integra perfettamente. Pertanto, ritengo che la stragrande maggioranza delle persone non ami molto l’abbinamento antico-moderno. Si poteva costruire a Plan de Corones una struttura che fosse meglio integrata col paesaggio? Lasciamo perdere chi dice che non si sarebbe nemmeno dovuto costruire un museo, peraltro in gran parte sotterraneo, perché non ne contesto le ragioni, semplicemente dico che non è questo il punto sul quale voglio focalizzare l’attenzione.
    Io sostengo che la struttura costruita, dal punto di vista estetico, non ci sta’ a dire nulla. La “caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!” non la si poteva costruire utilizzando il legno e dandole una forma più “montanara”?
    Insomma, aldilà dei contenuti ritengo che, visivamente parlando, siamo di fronte all’ennesimo scempio.

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