Achille Compagnoni e il suo K2

Achille Compagnoni e il suo K2
Da fine luglio 2014 è aperta presso il Museo delle Guide del Cervino la mostra dedicata ad Achille Compagnoni. Il visitatore viene accompagnato lungo un’intera vita, attraverso immagini, filmati e oggetti, lungo un percorso segnato dal grande evento della conquista del K2.

La mostra ha registrato nel mese di agosto un’ottima affluenza di pubblico. Rimarrà aperta fino al maggio 2015. Due mesi dopo verrà inaugurata la mostra sui 150 anni del Cervino.

Compagnoni_DSC1621

Achille Compagnoni nasce a Santa Caterina di Valfurva (Sondrio) il 26 settembre 1914. Intraprende la carriera militare nel 5º Reggimento alpini, dove rimane per ben diciotto anni. Ancora prima della guerra si distingue nello sci nordico, vincendo anche una coppa Dolomiti e divenendo maestro di sci. La sua attività alpinistica si sviluppa dapprima in Valfurva, poi nella zona del Cervino, ove si trasferisce nel 1934. Diventato guida alpina comincia a svolgere la professione: nella sua vita salirà il Cervino con clienti quasi cento volte. E’ attivo dapprima nell’Ortles-Cevedale, poi sul Monte Rosa e sul Cervino.

Nel 1953 il suo curriculum alpinistico è tale da guadagnargli la convocazione del professor Ardito Desio per far parte della spedizione italiana che nel 1954 avrebbe tentato la salita al K2, la seconda montagna più alta del mondo. E’ a Cervinia che avviene l’incontro con Desio e, fra i due, si stabilisce presto un rapporto di stima e amicizia. Superate le selezioni preliminari, Compagnoni assieme agli altri membri parte per il Karakorum, ove ha funzione di braccio destro e assistente del capo spedizione Desio. Nel corso dell’azione si distingue come uno dei leader del gruppo e tra i più resistenti, tanto che Desio lo sceglie infine per tentare l’assalto finale alla vetta.

Compagnoni_DSC1635

Il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, di undici anni più giovane di lui, sono i primi due uomini nella storia a vincere la vetta del K2.

Mentre riprende il panorama con una piccola cinepresa, perde la manopola di piumino e in un attimo si ritrova con le dita bluastre. Al ritorno dal Pakistan, i congelamenti causati dal freddo degli 8611 metri comportano severi limiti alla sua successiva carriera alpinistica, la quale sarà necessariamente poco più che modesta. Una difficile operazione chirurgica, seguita da un lungo ricovero, evita il peggio, consentendogli di poter proseguire nel suo mestiere di guida alpina e maestro di sci. Compie numerose ascensioni sulle vette circostanti e sul Cervino, ma deve dividere questo lavoro con la gestione dell’albergo di sua proprietà a Cervinia, la sua fonte principale di guadagno.

L’impresa frutta a Compagnoni una medaglia d’oro al valore civile con la seguente motivazione: «Tempra eccezionale di alpinista, dopo aver profuso, durante la spedizione italiana al Karakorum-K2 nel 1954, le sue forze nella durissima scalata dello sperone Abruzzi del K2, e predisposto l’attacco finale, si slanciava con mirabile ardimento e sprezzo del pericolo, alla conquista della vetta inviolata. Superati i rischi e sacrifici di ogni sorta, pur avendo esaurito le riserve di ossigeno, traeva ancora dalle altissime qualità del suo forte animo l’energia sufficiente per giungere a piantare sulla seconda cima del mondo il tricolore d’Italia. Luminoso esempio delle più alte virtù di nostra gente. Karakorum – K2, 1954 – 10 marzo 1955».

E nel cinquantenario della vittoria (2004) a Compagnoni sarà assegnata la nomina a cavaliere di Gran Croce.

Compagnoni_DSC1631
Negli anni successivi al K2 ha un contenzioso con il Club Alpino Italiano in merito alla proprietà delle riprese effettuate in vetta al K2 e successivamente utilizzate per il film Italia K2, documentario ufficiale della spedizione; ciò non gli impedisce di essere molto attivo nel propagandare il film stesso presso le scuole pubbliche e presso le sezioni del CAI.

Ma non è questa l’unica spiacevole vicenda a seguito della grande vittoria. Come molti sanno, per più di mezzo secolo Compagnoni è protagonista di un’aspra polemica con Walter Bonatti per le versioni differenti delle ultime giornate che portarono Compagnoni e Lacedelli in cima al K2. I fatti riguardanti le ultime ore prima dell’attacco alla vetta, così come sono raccontati nel libro ufficiale della spedizione, e come pure nel libro di Achille Compagnoni, sono contestati da Bonatti e da una buona parte della comunità alpinistica mondiale. Purtroppo la figura di Compagnoni non riesce a non essere un po’ offuscata, anche se la versione del diretto interessato è per tutto il tempo sempre la medesima, senza la più piccola contraddizione: secondo questa, il campo 9 non è stato deliberatamente allestito in luogo diverso dal previsto, l’ossigeno terminò prima di raggiungere la vetta e Bonatti, dopo aver portato fino a 8100 metri le bombole destinate a Compagnoni e Lacedelli, avrebbe sbagliato a non scendere, scegliendo di bivaccare con il portatore Amir Mahdi a quella quota e a temperature impossibili.

Achille Compagnoni negli anni ’50 e ’60 è un vero personaggio, famoso ben al di là del ristretto ambito alpinistico. Nel 1959 interpreta il ruolo del cappellano militare nel film di Mario Monicelli La grande guerra. L’anno successivo ha di nuovo un cameo nel film di Luigi Comencini Tutti a casa, dove interpreta un partigiano.

Dopo la salita francese dell’Annapurna nel 1950 e quella inglese dell’Everest tre anni dopo, la vittoria italiana sul K2 appartiene comunque ancora all’epoca di un himalaysmo eroico, un tempo in cui poco si sapeva della fisiologia dell’uomo alle alte quote e muoversi lassù aveva le stesse incognite d’una spedizione sulla luna. Il K2 è tuttora una delle montagne più temibili, lo sarebbe anche avesse qualche migliaio di metri in meno. Le periodiche carneficine di cui questa montagna è stata teatro (1986, 2008) sono ulteriore dimostrazione della grandezza dell’impresa italiana.
Compagnoni ha raccontato la sua impresa in due libri: Uomini sul K2, Veronelli Editore, Milano, 1958 e K2: conquista italiana tra storia e memoria, Bolis, Azzano San Paolo (BG), 2004.

Per Reinhold Messner la scalata al K2 di Compagnoni e Lacedelli fu “uno degli ultimi atti dell’alpinismo eroico”.

Compagnoni muore la notte del 13 maggio 2009 all’ospedale di Aosta, dopo un ricovero di alcuni giorni.

postato il 1° ottobre 2014

0
Achille Compagnoni e il suo K2 ultima modifica: 2014-10-01T07:30:10+00:00 da Alessandro Gogna

6 thoughts on “Achille Compagnoni e il suo K2”

  1. Sì, sì, a Bonatti gli ci son voluti ben 50 anni per essergli riconosciuti da parte del nostro grande CAI i torti ricevuti e i meriti avuti della spedizione al K2.

  2. perdindirindina,
    mi tocca essere d’accordo con Stefano Michelazzi (scherzo)!

    Parafrasando la metafora su Auschwitz: anche il Club Alpino Italiano ha fatto per 50 anni “negazionismo” (sulla vicenda K2).

    Che le guide del Cervino abbiano dedicato una mostra ad Achille Compagnoni, è, al giorno d’oggi una “abberrazione antistorica”.

    Se non ricordo male, nel libro “K2. Il prezzo della conquista”, Giovanni cenacchi intervistò Lino Lacedelli pochi anni dalla sua morte. Lacedelli confessò la versione di Bonatti.
    Grazie Gino, meglio tardi che mai.

    Se non ricordo male, fu chiesto anche ad Achille Compagnoni, nei suoi ultimi anni di vita, e che io sappia questo continuò a negare (anche se con forza minore).

    Mi tocca dare ragione obtorto collo a Mauro Corona:

    è un mondo storto 🙂

  3. Personalmente andrei (se avessi nient’altro da fare) a visitare il museo, andai a suo tempo (convinto di farlo quella volta) a visitare Auschwitz, curioso di osservare più da vicino ciò che fu uno dei periodi più nefasti per la storia dell’umanità, quindi perchè non farlo parimenti con uno dei momenti più squallidi della storia dell’alpinismo? Salire la (italo) svizzera alla Ovest di Lavaredo seppur con una storia meno cruenta alle spalle, può venir, oggi, considerato allo stesso modo: una visita alle schifezze della storia.
    Ciò che molto mi infastidisce invece, e mi fa vergognare spesso di essere nato in un paese (la p minuscola non è casuale) che esalta i ladri e ammanetta gli onesti, è la citata e quindi ricordata motivazione di VALORE CIVILE… :
    «Tempra eccezionale di alpinista, dopo aver profuso, durante la spedizione italiana al Karakorum-K2 nel 1954, le sue forze nella durissima scalata dello sperone Abruzzi del K2, e predisposto l’attacco finale, si slanciava con mirabile ardimento e sprezzo del pericolo, alla conquista della vetta inviolata. Superati i rischi e sacrifici di ogni sorta, pur avendo esaurito le riserve di ossigeno, traeva ancora dalle altissime qualità del suo forte animo l’energia sufficiente per giungere a piantare sulla seconda cima del mondo il tricolore d’Italia. Luminoso esempio delle più alte virtù di nostra gente. Karakorum – K2, 1954 – 10 marzo 1955».

    Citazioni come questa purtroppo sono ancora oggi in voga su lapidine e targhette varie poste sui monti ad opera di varie sezioni CAI, ANA… e chi più ne ha più ne metta (speriamo poche…) , assieme a croci e cristi di vario genere, indicanti la grandezza spirituale ancor prima che materiale, di un intero popolo di “conquistatori di vette”… beh… se episodi come quello del K2 devono essere esempi fulgidi di grandezza materiale e Credo spirituale… son contento di essere ateo e, almeno intimamente, apolide… !

  4. concordo con Cristina Bacci pur io.

    (piccolo off topic)
    In tutta la vicenda (che a mio avviso è sufficiente a segnare una carriera, anzi, mi risulta difficile trascendere l’una dal resto del personaggio), credo che la vera vittima sia poi Amir Mahdi, il quale ebbe amputate dieci dita e finì la sua esistenza lavorando come infermiere, senza alcun sussidio e neppure la consolazione morale di veder riconosciuto il proprio contributo all’impresa (morirà prima della risoluzione della controversia). Tra l’altro, come disse lo stesso Bonatti, egli non era un semplice portatore ma uno dei più forti alpinisti del Pakistan, coltivava l’ambizione di essere il primo della sua terra a raggiungere la vetta del K2, pertanto il tutto suona ancora più beffardo.
    Nulla toglie al sacrificio e spirito (incredibile davvero) di Bonatti, il quale però per lo meno ebbe in vita sorte migliore, e forse ricavò da quella terribile esperienza carburante per le sue imprese successive?

  5. C’è quella faccenda, di Bonatti che chiede indicazioni di dove cavolo si siano piazzati e non riceve risposta da Compagnoni e dal suo più giovane partner Lacedelli, mentre gli stessi si fanno ben sentire intimandogli di lasciare lì l’ossigeno. Mi basta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *