Alcuni temi di scuola – 3

Alcuni temi di scuola – 3 (3-4)
(su I Promessi Sposi, 2a liceo scientifico)

Considerazioni (13 dicembre 1961)
Don Abbondio è il primo personaggio che ci viene presentato da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. Egli è il classico tipo del debole e ce lo dimostra la sua stessa storia: infatti i genitori suoi, vedendolo non incline alla forza, lo consigliarono di farsi prete poiché sembrava una buona risoluzione.

A quei tempi vi erano degli uomini potenti capaci di tutte le vessazioni e birbonerie. Il povero contadino o colui che non aveva mezzi per difendersi o farsi rispettare era sempre esposto alla cattiveria di questi signori.

Cosicché si venivano a formare delle congregazioni e consociazioni di artigiani, di contadini e di tutti quelli che lavoravano, in modo da formare delle masse operaie che unite assieme avrebbero avuto un loro peso nella politica economica e sociale, e avrebbero avuto l’importanza che gli spettava per il loro lavoro.

L’incontro di Don Abbondio con i due Bravi
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Ma a Don Abbondio, che non poteva unirsi a queste congregazioni, data la sua abbastanza elevata condizione sociale, parve oltremodo giusto diventar prete per entrare quindi nel clero dove avrebbe potuto, in caso di pericolo, chiamare in aiuto i superiori; così deciso, diventò curato del paesetto di Renzo e Lucia vicino a Lecco.

Camminando questi in uno di quei viottoli che costeggiano il Lago di Como, il Manzoni ce lo presenta. Egli è amante della tranquillità: sacrifica il suo amor proprio davanti ai potenti e ai superiori, se questi gli comandano qualcosa che a lui non piace per niente o quelli gli fanno qualche sgarbo o vessazione, subisce i torti e, pur fremendo dentro di sé per lo sdegno, non profferisce parola che possa contrariare il suo interlocutore; fa qualsiasi cosa gli sia imposto di fare e spesso non si cura di far del male a dei poverelli perché così vuole un potente. Ma non bisogna vedere ch’egli subisca solo, che mandi giù solo bocconi amari. Quando si trova con un debole, con uno che sa non potergli fare del male, si sfoga contro di lui urlando, strillando e dicendo cose non fondate, solo per sfogare il suo sdegno represso contro qualcuno.

Ecco chi è il Don Abbondio che cammina per quella strada la sera del 7 novembre 1628. Il suo carattere debole viene sottolineato da tanti fatterelli che non hanno importanza per il romanzo ma che ne hanno molta per la descrizione del carattere. Quando alla vista dei due Bravi che lo aspettano cerca di vedere se qualcuno lo segue onde non essere solo con quei due tipacci, e cerca nello stesso tempo di non farsene accorgere con abili mosse in apparenza naturali, ma in realtà ben studiate, come quella di mettere il dito tra il colletto e il collo per raccomodarlo e guardare indietro sfruttando il movimento della testa.

Però ha anche una certa padronanza di sé perché capisce che fuggire davanti a quelli era lo stesso che dire: “inseguitemi!”. perciò, pur avendo paura di quei ceffi, avendo egli capito che cercavano proprio lui, va incontro al pericolo per cercare di abbreviare quegli istanti tanto penosi per lui. Dopo il colloquio con i Bravi non pensa neppure per un attimo di sposare i due giovani a dispetto del “gentiluomo”, ma invece cerca di escogitare tutti i modi per sfuggire al suo dovere e assecondare nello stesso tempo Don Rodrigo. E questo lo si vede nel dialogo con Renzo, dove cerca di adempiere a tutto ciò che gli hanno ordinato, anche nei minimi particolari, come nel non dire nulla a nessuno dell’avvertimento dei Bravi, sebbene poi costretto a rivelare tutto.

L’estremo terrore di quanto può accadergli se sposa Renzo e Lucia si rivela anche quando i due giovani con due testimoni si presentano in casa sua e tentano di pronunciare la formula di rito di matrimonio. Don Abbondio infatti, dopo che Renzo ha recitato la sua parte, s’alza dalla scrivania, butta a terra il lume e scappa dalla porta urlando. Perfino in quel momento, in cui potrebbe dire a Don Rodrigo che non è stata colpa sua se Renzo e Lucia si sono sposati, preferisce ubbidire agli ordini del malvagio.

Da questi e da altri episodi si vede come il Manzoni abbia voluto in tutto il suo romanzo presentarcelo come un uomo debole, che non aspira a grandi cose ma solo a vivere la sua vita tranquillamente, ma servilmente, e preoccupandosi dei suoi parrocchiani solo se qualche signorotto non glielo impedisce con la forza e la prepotenza.

Certo che tutte queste sue abitudini dipendono dalla conformazione del suo carattere, ma bisogna tener conto che è anche costretto a quella vita di continua servilità, poiché vive in una società dove chi non è potente, ricco o nobile deve sempre abbassarsi al cospetto di questi.

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La condanna di ogni violenza (gennaio 1962)
Il Manzoni avverte fortemente il contrasto tra le miserie della realtà e le aspirazioni ideali; ha una concezione quasi pessimistica della società, ma pensa che si possa attuare nel mondo una vita improntata a principi altamente cristiani. Lucia, fra Cristoforo, il cardinale Federico sono ritratti in una luce ideale fra lo scatenarsi delle passioni feroci e meschine, legati assieme da una grande fede morale, saldi di fronte al terrore e alle sventure. La storia si sviluppa e l’opera di una giustizia regola i conti con le gioie colpevoli e con i malvagi. E’ la Provvidenza che regola le cose umane e il Manzoni ha una fiducia indistruttibile in essa: ne fa la più grande virtù delle anime buone del romanzo. Pazienza, rassegnazione, speranza in Dio sono le sole armi degli umili: e questa passività è la condanna più esplicita e più tremenda di ogni violenza.

Il romanzo si apre in un clima di violenza e oppressione: erano tempi quelli in cui vigeva la legge del più forte e il più potente era colui che aveva meno scrupoli.

Già nel primo capitolo è narrato un gravissimo sopruso e sono illustrati i sistemi validi per far carriera. Qui il Manzoni narra tutto questo senza frammettere alcun commento, senza disprezzare e condannare apertamente. L’umorismo potrebbe perfino nascondere tanto malcostume, ma è il sorriso amaro e addolorato di chi prova una profonda tristezza per i propri ideali così chiaramente sconfessati, calpestati. La lunga narrazione delle sofferenze morali di Gertrude s’inquadra nel costume del tempo, così come il racconto del duello di Ludovico, il futuro fra Cristoforo. La storia di Gertrude ci fa compassione, ci rende annichiliti e muti di fronte a tanta crudeltà; ci svela fino a qual punto può spingersi la sete di potenza, ci apre gli abissi scavati dall’orgoglio nell’animo umano. Un padre non esita a sacrificare la figlia solo per conservare il decoro della propria famiglia. E il Manzoni non esita a condannare apertamente questa violenza, legittimata dal diritto di sovranità paterna, dicendo: “Non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre!”. Una condanna garbata, ma quanto profonda! Il principe non è più un padre, ma un aguzzino che porta alla disperazione la propria carcerata pur di ottenere quello che vuole.

E passiamo all’omicidio “a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo”. Questa è violenza bruta, per una causa più che banale: ma la gente, che ha assistito al duello tra Ludovico e il gentiluomo, commenta: “è un uomo dabbene che ha freddato un uomo superbo”, difendendo così l’uccisore, che invece non ha nessun diritto ad essere difeso. Ma è la mentalità del tempo e nessuno si scandalizza per un semplice omicidio. Solo Ludovico comprende, nella sua disperazione, la gravità di ciò che ha fatto. E qui proprio il Manzoni parla, con le parole del povero pentito di fronte al fratello dell’ucciso. E’ la condanna, in quella richiesta di perdono, di se stesso, ma nello stesso tempo di tutta una società, il cui costume si dovrebbe rinnovare da capo a fondo, eliminando gli egoismi e la violenza. Ma soprattutto il Manzoni vuole dimostrare che la luce della verità scende su tutti indistintamente: solo gli egoismi e le passioni impediscono di accoglierla. E che, anche dopo l’ammonimento della Provvidenza divina, proseguirà nelle sue nefandezze, sarà ancor più giustamente condannato, perché sordo ad ogni sentimento buono.

Una delle primissime edizioni de I Promessi Sposi
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Nel diciottesimo capitolo è raccontato il modo in cui fu decisa una guerra: per gli interessi personali di pochi, migliaia e migliaia di innocenti vengono a diventare vittime. La guerra, che è la più appariscente forma di violenza e investe tutto un popolo, è affrontata dal Manzoni nel suo solito modo, realistico e minuzioso. Ma, se ben si nota, egli non si perde tanto a descrivere gli orrori, quanto a raccontarne l’origine. Perché tutti sanno cosa sia una guerra, ma pochi sanno per mezzo di quali vasti intrighi essa nasce, e perché. E’ la condanna più spietata, perché qui non si tratta di violenza individuale o di costume, ma di un crimine organizzato con piani elaborati. E’ la denuncia più accanita di coloro che hanno seminato violenza, ponendo popolo contro popolo, calpestando i più elementari principi morali. S’indovina, nel modo che ha il Manzoni di disegnare la commozione interiore, lo stupore che il furore umano possa giungere a tanto.

Quando il Manzoni ritrae le miserie della violenza, si sente nel suo scrivere un’atmosfera di meditazione e di pietà. Non si sofferma troppo: la sua è l’espressione di un’anima che sa che la vita è una somma di ingiustizie ma sa anche che la giustizia del tempo l’aggiusterà; ed egli, solo per il fatto che di questo è conscio, anticipa la condanna. Ha una vastissima conoscenza delle malvagità d’animo e nelle sue pagine, di un’evidenza rapida e piene di espressioni stringenti, si apre talvolta un sorriso triste, come di amaro senso delle sorti umane.

Tutte le gradazioni di quelle violenze, più le morali che le fisiche, sono segnate con un’intima precisione, come se il Manzoni le soffrisse lui stesso e ne provasse la triste differenza. C’è la sobrietà di chi ha visto soprusi e arbitrii innumerevoli, diversi e tutti terribili, e perciò non piò fermarsi a lungo su nessuno: ma ha l’animo segnato di quelle impressioni e ne ha la tristezza nella voce. Li enumera con una calma spenta, che rifugge dai particolari, poiché il significato è solo nella quantità di violenza, in quell’estremo che si scorge nel tutto e non in questo o in quello. L’atmosfera stringe il cuore e tiene lo spirito in una fissità dolorosa, in uno sgomento dietro il quale non ci può essere che una sorda condanna.

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La psicologia della folla
(17 febbraio 1962)
L’insurrezione dei cittadini milanesi contro l’aumento del prezzo del pane aveva certamente uno scopo giusto e come si vede pienamente condiviso dall’autore, però poi egli deplora gli eccessi a cui questa si abbandona per via di individui che, volendo trarre il maggior profitto dal saccheggio e dalle ruberie, incitano la maggioranza a seguirli perché con l’unione delle forze si possa agire meglio ai danni dei poveri fornai; ma c’è anche qualcuno nella moltitudine che non solo non si accontenta di rubare, ma vuole anche assassinare i presunti colpevoli, tra i quali è il vicario di provvigione che è additato come il maggior responsabile dell’aumento dei prezzi, ma che in verità non ha alcuna colpa. Questo è il quadro della sommossa come ci viene presentato dal Manzoni. Però egli analizza anche, con somma maestria, come questi fatti sono accaduti, per via di chi e come la maggioranza agisca in vari modi, tramite una digressione sulla psicologia della folla.

Dice che le persone quando sono insieme in grande numero hanno una certa forza che possono usare contro e per chi vogliono. Perciò alcuni partiti interessati si contendono con abilità e astuzia questa forza per poterla usare a modo loro; e naturalmente lotteranno in tutti i modi per riuscire nel loro intento. Se ora è seguita la volontà di alcuni, subito dopo per altre cause sarà seguita quella di altri e così si avrà appunto un rapido susseguirsi d’idee e conseguentemente di azioni. In particolare, nell’adunata della folla davanti alla casa del vicario, vi sono due partiti che si contendono il comando: quello moderato, che vuole che il vicario sia regolarmente processato e, se riconosciuto colpevole, gli sia comminata la pena di legge, senza tollerare eccessi di brutalità; e quello violento che vuole subito giustiziare il vicario per poi naturalmente saccheggiarne la casa. Dapprima prevale quest’ultimo, e lo si vede quando Renzo esprime la sua idea di non rubare il mestiere al boia, cioè di non uccidere uno del quale non si hanno prove di colpevolezza; ma poi, per il semplice apparire di Ferrer, che si era ingraziato il popolo quando aveva diminuito i prezzi, cambia tutto e la volontà del primo partito si fa strada, dapprima lentamente, poi più rapida con il propagarsi della voce della sua venuta.

Il Manzoni poi descrive ancora come quel gruppo di ostinati violenti continui con lo smantellamento della porta, cercando di far tacere chi era contro le loro idee e far tornare le cose come erano prima della presenza di Ferrer. La folla quindi sembrerebbe senza padroni perché agisce come vuole, però si direbbe quasi che li cerchi perché la guidino secondo il loro volere. E, secondo l’umore, rimane la sua scelta, con l’approvazione o la riprovazione di uno dei due partiti. Va detto anche che la folla, quanto più sembra essere ferma nelle proprie intenzioni, quando avanza sicura del proprio potere e impavida, tanto più è facile che muti intenzione in uno spazio di tempo brevissimo e anche per cause talvolta futili; è dunque ferma nella propria volontà soltanto in apparenza, perché con un po’ di astuzia e tempismo si possono ottenere effetti a prima vista impossibili.

Ed è ancora più semplice constatare che essa dapprima è convinta che quello che fa è giusto e poi d’improvviso è sicura che è giusto e degno d’approvazione ciò che precedentemente ha disprezzato e perseguitato. Infatti, se Renzo avesse espresso la sua idea solo poco dopo, non avrebbe ricevuto insulti e sguardi minacciosi, bensì lodi e grida di approvazione al suo buon senso. Tutto questo indica la versatilità della folla: la causa di questo, secondo me, dev’essere ricercata nel fatto che gli uomini possono essere a tal punto sconvolti dal senso di potenza, dovuta alla consapevolezza di essere in tanti, da non poter giudicare da soli quello che è giusto e quello che non lo è, affidandosi perciò al giudizio degli altri che a loro volta sono nel dubbio. Da questa incertezza generale deriva l’instabilità delle volontà e delle azioni.

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Alcuni temi di scuola – 3 ultima modifica: 2017-04-15T06:05:45+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Alcuni temi di scuola – 3”

  1. 3
    lorenzo merlo says:

    Forse si puó riconoscere il prossimo soltanto se si ha ben chiaro chi siamo, che talenti, limiti, intenzioni, sogni abbiamo.

    In questo caso i ragazzi di oggi, oppure chiunque non sappia esprimere una posizione ferma dalla quale osservare ed esprimere il mondo che vede, non hanno responsabilità.

    In questo caso non resta che assumercela, noi, loro genitori.

    Soprattutto non resta che riconoscere che se non ci adopereremo in politiche e scelte destinate a chi verrà, tutto il progresso che credevamo d’aver realizzato, tutto il bene che pensavamo d’aver compiuto mostrerà il suo doloroso lato b.

  2. 2
    Patrizia says:

    Aldo, non proprio…sai cos’è purtroppo cambiato secondo me? Che un quindicenne di II Scientifico oggi (parlo almeno per mio figlio nella stessa condizione) non sa più analizzate, riflettere e scrivere così!

  3. 1
    Aldo says:

    Come si fa a non elogiare ed apprezzare un commento e analisi così profonda fatta da un liceale di quindici, sedici anni. Complimenti. La considerazione che si può fare, purtroppo, ė che, ad oggi, nulla ė cambiato. Ė stato, ė e sempre sarà così. L’indole umana non cambia. I soprusi dei potenti sui deboli, l’ignominia dei pochi che decidono le guerre a scapito di interi popoli, la codardia dei vili, non cesserà mai di esistere. Mi sembra più reale il rapporto d’amore e di affetto che si testimonia fra umani ed animali che non quello fra umani.

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