Alle sorgenti del Reno

Alle sorgenti del Reno
Molti anni fa feci un sogno che ancora ha il magico potere di si­gillarmi il pensiero. Ero su un’autocorriera, non guidavo, mi do­mandavo dove mai fossi. La lingua parlata era il tedesco, che ca­pisco solo un minimo. Giravamo senza una fissa destinazione, come chi cerca la propria strada in un luogo sconosciuto e privo di rife­rimenti certi. Alla fine, con l’aiuto di una carta, riuscii a lo­calizzare la mia posizione: ero in un anonimo paesino sul Reno, vicino a Sciaffusa, al confine tra la Germania e la Svizzera. Da­re una spiegazione a questo sogno ne diminuirebbe la carica, co­munque lo ridurrebbe. Perciò riferisco la parte essenziale dell’interpretazione, senza fronzoli personali: ero oltre al con­fine, tra il mondo che conoscevo (quello italiano, ma anche quel­lo delle montagne, delle Alpi) e lo sconfinato Nord permeato di linguaggio, mentalità e leggende a me del tutto sconosciute. L’ultimo ostacolo era il fiume da valicare, con le sue promesse, ma anche punto d’arrivo se non avessi osato andare avanti nella ricerca di ciò che di tedesco porto in me.

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Il grande fiume dell’Europa centrale e settentrionale ha le sue origini proprio al confine con le terre italiche: il Reno Ante­riore dai pressi del Passo di Lucomagno, il Reno Posteriore dal Rheinwaldhorn, vicino al Passo del San Bernardino. I due rami si uniscono prima di Chur, poi il fiume, ormai imponente, oltrepassa i Grigioni, s’infila tra il Rätikon e le Alpi di Glarona, si al­larga nell’enorme Lago di Costanza. A Basilea si dirige decisa­mente alle pianure settentrionali fino a sfociare nel Mare del Nord.

Il magnifico genio di Wagner ha ricreato un mito che, innestando­si nelle antiche leggende dell’Edda, e quindi nella prima guerra del mondo tra le due stirpi divine degli Asi e dei Vani, è il punto di partenza dell’epopea musicale dell’Anello del Nibelungo. Un grande fiume è per ogni cultura una grande ricchezza, di soli­ to è la fonte della vita stessa. Nella vigilia del ciclo delle tre giornate Wagner espone il tema: L’oro del Reno. Lì è il noc­ciolo, l’origine dei tre drammi successivi. Il luminoso tesoro custodito dalle ninfe del fiume è stato rubato da un nano, Albe­rico il Nibelungo. Questi, respinto dalle tre ninfe che giocavano a sedurlo, ha potuto appropriarsi dell’oro solo rinunciando all’amore. Con questa rinuncia, Alberico ha il potere di ridurre a schiavi i Nibelunghi e fa forgiare a suo fratello Mime l’anello magico che dà il dominio sul mondo. Il signore degli dei, Wotan, intanto, doveva pagare ingenti quantità di denaro ai due giganti Fafner e Fasolt che gli avevano costruito la reggia del Walhalla: altrimenti loro avrebbero ottenuto il possesso di Freia, la dea dell’amore, sorella di sua moglie Fricka. Con l’inganno Wotan ru­ba l’anello ad Alberico che però lancia una maledizione terribi­le: chiunque possederà l’anello sarà votato alla distruzione. Wo­tan vorrebbe tener per sé quello smisurato potere, ma non può la­sciar Freia nelle mani dei giganti: lo convice definitivamente Erda, la Madre Terra, apparsa d’improvviso per esortarlo a fuggi­re la maledizione. Sono immagini chiare, lucide, l’oro nella pace del Reno che scorre, giocattolo di bimbe, i dissidi che provoca, la sua trasformazione ad anello che, con la rinuncia all’amore, dà il potere sul mondo, genera le brame di chi non lo possiede e provoca la morte a chi è appartenuto. In La Walkiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli dei il tema si amplia, con gli occhi dell’an­tico germano che guarda i cerchi nell’acqua ineluttabilmente in­grandirsi sempre più fino alla rovina di tutto, dell’uomo ma an­che degli dei. E la potenza di questa immane distruzione viene da una colpa gigantesca, un peccato originale senza pari. L’idea centrale dei germani era che neppure gli dei potevano essere su­periori alla natura. Il peccato è stato compiuto dallo spirito consapevole e ordinatore, che si è eretto al di sopra di tutto. Questo la natura non lo permette. La supremazia spirituale degli dei vince i giganti rozzi e gli abili nani. Ma ci sono compromes­si e astuzie, come pure i patti con le potenze occulte. La trage­dia, divina e umana, è dunque inevitabile.

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Contrariamente al ruolo di Eva, prima protagonista del peccato originale, la parte di Fricka è secondaria. Anzi la Grande Madre nordica, Erda, è perentoriamente saggia nel consigliare a Wotan la rinuncia all’anello.

I popoli latini sono dominati dalla figura della Grande Madre me­diterranea. Questa attitudine materna è il contrario della psico­logia del Grande Padre. La figura materna si fissa sul figlio, con amore, protezione e nutrimento: può però degenerare in soffo­camento, corruzione e inganno. I popoli nordici sono più portati alla valutazione delle capacità virili, fino agli eccessi della soppressione spartana dei minorati. Italiani e indiani sono deci­samente matriarcali, mentre gli ebrei, figli del deserto, sono decisamente patriarcali come del resto anche i tedeschi. La ci­viltà di Roma e quella di Sparta, pur nate in un contesto medi­terraneo, hanno espresso qualcosa di diverso, probabilmente una riuscita mediazione. Ernst Bernhard diceva che forse i patriarca­ti degli ebrei e dei tedeschi si sono divorati a vicenda.

Alla luce di questi spunti di riflessione, non è una “profanazio­ne” che l’esercito svizzero abbia scelto le sorgenti del Reno Po­steriore come sede di esercitazioni belliche. No. Io vedo che proprio là, in tempo di pace e nel Paese che da più di 300 anni è il più pacifico al mondo, la guerra si tiene in esercizio. L’a­nello dell’oro del Reno non ha perso nulla dei suoi poteri e a nulla serve mettere la guerra nella riserva intima del Reno Po­steriore (ma non sarebbe più giusto tradurre Hinterrhein con Reno di Dentro?).

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Il Reno a Colonia. Foto: Enrico BertoneColonia, navigazione sul Reno. Germania, Köln.

E comunque la nostra ricerca alle sorgenti del grande fiume è i­nutile in partenza. Sono i tedeschi di buona volontà che, caso­mai, dovrebbero risalirlo dalla foce alla fonte, consapevoli che lassù in cima non c’è alcun tesoro pericoloso. Noi, per parte no­stra, abbiamo ripetuto in piccolo l’impresa degli Argonauti che, risalendo il corso del Po e di un suo affluente, sono giunti alle nevi eterne: e come qualcuno di loro lottiamo per non impietrirci allo spettacolo. Nessuno è superiore alla natura, neppure gli dei. “Mentre chi esplora il mare si aspetta di trovare qualcosa sul piano dell’orizzonte, chi sale verso l’alto sa che non deve trovare nulla (Cecilia Gatto Trocchi)”. Alle sorgenti del Reno incontreremo la nostra schwester: speriamo che ci voglia bene e di volergliene.

postato il 29 luglio 2014

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Alle sorgenti del Reno ultima modifica: 2014-07-29T08:01:23+00:00 da Alessandro Gogna

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