Alpinismo e mistificazione

Alpinismo e mistificazione
(scritto nel 1998)

Nelle lunghe camminate in fondo alle valli più smisurate (e qui nel Massif des Écrins l’unità di misura è almeno il chilometro di dislivello), nel caldo atroce del pomeriggio estivo quando lo zaino affonda gli spallacci su spalle sprotette perché nude e il sudore imperla la fronte china sul sentiero, i pensieri più balzani possono affollarti la mente senza che tu te ne accorga neppure. Lasciata la macchina, in silenzio ci si avvia nel vallone all’inizio assai monotono. Si cerca di non pensare alla fatica che tra poco si farà sentire e di solito ci si riesce. A volte basta un indizio, un particolare, un ricordo anche un po’ annebbiato per scatenare un’inchiesta interiore che chiama a raccolta tutto ciò che si è letto o ascoltato in proposito ad un certo problema. Il pensiero è così veloce che si fa fatica a ricordare e a tenere in ordine le informazioni che si sono riversate in quest’analisi mentale. E quella volta mi venne in mente un articolo che avevo letto in francese e che mi aveva assai colpito tanti anni prima.

In un geniale articolo di quasi vent’anni fa Sylvain Jouty provocava volontariamente il mondo alpinistico sostenendo che probabilmente l’uso della menzogna era l’unico modo per rigenerare quella luce di fantasia e di creatività che le imprese alpinistiche di quel tempo secondo lui avevano perduto. Una mistificazione della realtà, dunque, che poteva essere voluta e premeditata oppure semplicemente indotta, quasi in buona fede, da una serie di continui autoconvincimenti psicologici.

Mi è tornata alla memoria quella curiosa provocazione leggendo il numero di dicembre 1996 della rivista francese Montagnes Magazine. Già in copertina spicca il titolo scandalistico 46 ans après, Annapurna, l’autre vérité: mentre nelle Actualités, la redazione si chiede se Carsolio a-t-il menti?

La parete nord dello Jannu con la contestata impresa solitaria di Tomo Česen
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Dunque, ci risiamo, mi sono detto. Ancora qualcuno sfiorato dall’ombra del dubbio va ad allungare la già estesa fila di nomi. Severino Casara per il Campanile di Val Montanaia, Cesare Maestri per il Cerro Torre, Tomo Česen per la Sud del Lhotse e le altre sue imprese solitarie sono stati messi sotto accusa più volte e per iscritto (e qui cito solo alcuni tra i casi più famosi); tanti altri, come Reinhold Messner per il Sass dla Crusc, o Dante Porta per la Nord-est del Badile d’inverno o il francese Roland Trivellini per il Linceul, non hanno avuto per loro fortuna una pubblica gogna a mezzo stampa ma sono stati soltanto “chiacchierati”, qualcuno anche del tutto squalificato ma senza clamore. Cadere in una disgrazia di questo genere non dipende dalla credibilità personale: un personaggio pubblico come Messner, piaccia o non piaccia, non ha mai concesso neppure un’unghia del mignolo alle dicerie e alle invidie, e ha sempre fornito prove oggettive dei suoi risultati. A maggior ragione dovrebbe essere poco credibile un’illazione su una sua menzogna in occasione della famosa apertura della via sul Sass dla Crusc. Eppure questo è successo. Dunque cadere in disgrazia dipende da qualcos’altro, e la possibile effettiva inesistenza della vantata impresa è solo una delle varie cause.

Carlos Carsolio
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Al di là dell’accusa bisbigliata e vigliacca, c’è la presa di posizione di una rivista che non si spinge ad affermare ma si limita a “riportare” fedelmente il sussurro senza interpellare il diretto interessato. È questo il caso del messicano Carlos Carsolio, accusato da un tal Goran Kropp di non aver salito tutti e 14 gli Ottomila (quarto uomo al mondo), in quanto sul K2 si è fermato 60 metri sotto alla vetta. Kropp riferisce che anche lo scozzese David Sherman “può confermare” e conclude domandandosi se Carsolio ha mentito per la pressione degli sponsor… Io credo che servizi di questo tipo siano veramente odiosi e sciocchi, una rivista non dovrebbe macchiarsi di tale infamia: l’onore di un uomo ne esce comunque compromesso, e non v’è al momento alcuna prova della veridicità delle insinuazioni di Kropp.

Ben diverso, sulla stessa rivista, è il servizio di Christophe Raylat sull’Annapurna: più raffinatamente circostanziato, subdolo come l’acqua che s’insinua ovunque e non risparmia nulla. A parte l’ossessivo chiamare più volte “Kunz” quello che è Marcel Kurz (il che, per uno che scrive di storia della musica, è come chiamare “Vendi” Giuseppe Verdi), per il resto Raylat è ben documentato sulla conquista del primo Ottomila, l’Annapurna appunto, del 1950. In breve si può dire che la spedizione, diretta da Maurice Herzog e composta dai migliori alpinisti francesi del tempo come Gaston Rébuffat, Lionel Terray, Jean Couzy e Louis Lachenal, era il tipico esempio di grande spedizione nazionale, dove tutta una nazione metteva in gioco il proprio prestigio. Non doveva fallire. La vetta fu raggiunta da Lachenal e dallo stesso Herzog, a prezzo di gravi congelamenti ai piedi ed alle mani e di un’odissea di ritorno veramente epica. In patria furono accolti come eroi nazionali, ma presto, anche per il motivo che i membri si erano impegnati a non pubblicare memorie personali, l’unico eroe da tutti riconosciuto rimase il capo spedizione Herzog. L’articolo di Montagnes Magazine investiga su Lucien Devies (1910-1980), il direttore della FFM (Féderation Française de la Montagne) che designò con pugno di ferro il capo e selezionò i componenti: lo paragona perfino a Charles de Gaulle e lo accusa, in maniera invero assai convincente, di vera e propria censura delle testimonianze di Lachenal durante la stesura del documento ufficiale della spedizione, Annapurna premier 8.000, firmato da Maurice Herzog.

Maurice Herzog (1919-2012)
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Questo libro è un vero e proprio romanzo reale che pretende l’uniformità di vedute di tutti i membri, nessuno escluso, protesi ai grandi ideali di conquista e di fraternità. Ma secondo Rébuffat tutto ciò era solo ipocrisia, dice Raylat basandosi sulla biografia che Yves Ballu ha recentemente portato alle stampe. Secondo altre note di Lachenal, Herzog passa per un pazzo invasato che voleva la vetta a tutti i costi, in spregio a qualunque sentimento di fratellanza. In seguito, l’articolo esamina i pro e contro delle prove sull’effettivo raggiungimento della vera vetta e la sensazione che in definitiva se ne ricava è la messa in dubbio anche di quello che finora era stata per tutti verità. Quindi, non contento, esamina i motivi per cui, alla fine, ci fu un solo eroe, Herzog. L’analisi qui è assai fine, perché ci viene detto che questi era in definitiva l’unico che rispondeva, come personaggio, a quello che il pubblico allora voleva. Ed alla fine non manca un’intervista a Maurice Herzog, cui sono fatte domande relative ad ogni dubbio precedentemente esposto: e le risposte sembrano essere quelle serene di un gran signore al di sopra delle parti ma anche quelle ambigue di chi, da 46 anni, difende la stessa versione.

In conclusione, un approccio accettabilmente critico alla verità ufficiale: solo un po’ sbilanciato in una direzione allo scopo di giustificare il titolo “l’autre vérité”.

 

 

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Alpinismo e mistificazione ultima modifica: 2017-01-10T05:31:08+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Alpinismo e mistificazione”

  1. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    A suo tempo ci fu chi dubitò della salita di Hermann Buhl sul Nanga Parbat nel 1953. Per fortuna una fotografia, analizzata da esperti, confermò che era stata scattata dalla cima. Lí Buhl lasciò la sua piccozza, che decenni piú tardi fu incredibilmente ritrovata e poi consegnata alla vedova. Gli invidiosi furono cosí smascherati in modo definitivo.
    Per quanto riguarda l’Annapurna 1950, spingersi a mettere in dubbio la vetta si ritorce soltanto su quanti hanno lanciato l’accusa: sono persone meschine. Si può discutere o meno dei comportamenti e della personalità di Maurice Herzog (come di chiunque altro), ma dubitare che lui e Lachenal non abbiano raggiunto la vetta è assurdo.

  2. 3
    Francesco says:

    Ho vissuto l’alpinismo prima e l’arrampicata dopo come un partecipante di livello discreto che frequentava le “alte sfere” della propria città. Per il mio carattere adattabile, ho potuto arrampicare e discutere con i big delle opposte fazioni. Ho sentito versioni di ogni tipo e la mia riflessione di oggi è che l’alpinismo non è altro che una delle tante attività umane che possono portare a differenti visioni della realtà in funzione dell’onestà di chi racconta.
    Ho arrampicato con uno dei più grandi dell’epoca e nessuno ha mai dubitato di quanto lui facesse. Ho arrampicato con uno dei più famosi dell’epoca e molti concludevano i commenti dicendo: “Bravo sì, ma il tiro difficile l’ha fatto Gino”…”Bravo, ma se non ci fosse stato Pino, sarebbero ancora là”. Io stesso sono stato vittima di questo famoso, io il lavoro e lui i meriti di fama ed economici.
    Ma la vita è così, c’è chi vive di menzogne e ci sguazza come un maiale nel fango. Io ho sempre preferito l’onestà.

  3. 2
    Gianni Battimelli says:

    Aggiunta dopo controllo. Il libro di Roberts è stato pubblicato nel 2000. Nell’agosto di quell’anno ero a Chamonix, ed ero presente al Salon du livre di Passy il giorno in cui, a pochi metri di distanza, c’erano Maurice Herzog che interveniva ad un evento celebrativo del cinquantesimo anniversario della salita dell’Annapurna, e lo stand di Guérin dove veniva esposto (e riscuoteva consensi) il libro che smentiva clamorosamente quanto veniva detto dietro l’angolo… Era una situazione piuttosto imbarazzante, diciamo così…

  4. 1
    Gianni Battimelli says:

    Sulla vicenda dell’Annapurna è molto illuminante, anche perché fitto di documenti inediti, il libro di David Roberts “Annapurna: une affaire de cordée”, edito da Guérin.

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