Altro che lastre, altro che statue

Il 14 aprile 2016, travolti da duemila tonnellate di marmo in una cava di Colonnata (Carrara), sono morti due operai. Vivo per miracolo è un terzo.
Per i dettagli di questa ennesima tragedia apuanica, si veda l’articolo del corrierefiorentino.

Particolarmente intenso abbiamo trovato il commento dello scrittore e musicista Marco Rovelli, che qui riportiamo (da facebook).

 

Altro che lastre, altro che statue
di Marco Rovelli

Ieri Il Tirreno mi ha chiesto di scrivere un commento sulle due morti in cava. È questo.

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C’è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne. “Lutto” viene dal latino “lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato.

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No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell’urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c’è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità”, di “tragico incidente” – formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo.

Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all’altezza di un’etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent’anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti.

Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre
AltroCheLastre--Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre

 

 

 

Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l’Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.
Nella lingua assira l’espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.

Marco Rovelli
Scrive libri e fa musica. E insegna filosofia e storia nei licei. Ha scritto tre libri di quelli che vengono chiamati “reportage narrativi” (o “narrazioni sociali”), insomma ibridi tra saggio e narrazione, su questioni del “margine” della società, nella convinzione che è dal margine che si vede meglio il centro. Due di essi sono su questioni dell’immigrazione cosiddetta “clandestina”: Lager italiani (Bur, 2006), sull’universo concentrazionario di quelli che oggi si chiamano Cie; e Servi (Feltrinelli, 2009), il racconto di un viaggio che ha fatto nell’Italia sommersa dei clandestini al lavoro, dai campi di pomodori e gli agrumeti del Sud ai cantieri del Nord. Un altro, Lavorare uccide (Bur, 2008), sulle morti sul lavoro. Poi ha scritto un romanzo e altri libri ancora (uno cui è particolarmente legato è Il contro in testa (Laterza, 2012), in cui racconta per storie e immagini l’anima ribelle della sua terra apuana). Musicalmente, invece, sarebbe, propriamente parlando, un cantautore, nel senso che canta canzoni che compone, ma non solo: è molto legato anche al patrimonio del canto sociale e del canto popolare, che entra costantemente nel suo repertorio. Il suo cd solista (oltre a quelli che ha fatto con Les Anarchistes) si chiama libertAria.

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Altro che lastre, altro che statue ultima modifica: 2016-04-30T05:40:11+00:00 da Alessandro Gogna

7 thoughts on “Altro che lastre, altro che statue”

  1. 7
    Alberto Benassi says:

    @Fabio Bertoncelli :

    “E per quanto riguarda lo scempio ambientale, non è forse la Regione Toscana la prima responsabile? ”

    Qui siamo responsabili tutti. La miopia, il menefreghismo e l’opportunismo sono generalizzati.

  2. 6
    Alberto Benassi says:

    “(e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano).”

    Il Parco delle Apuane…..qui mi viene da vomitare.

    Poco tempo fa, il Parco ha multato per 1.200, 00 euro uno scultore di Pietrasanta chè ha installato un piccolo monumento sopra i Passo dell’Alpino. Se non ricordo male inquinamento ambientale, o qualcosa del genere.
    Il parco ha ragione. Ha fatto bene ha multare questo signore che sembra non avesse fatto le pratiche di permesso nella giusta forma.
    Ma mi domando…?
    Ma tutti gli scempi che avvengono in Apuane, il Parco li vede, oppure questi scempi non esistono ?

  3. 5
    Alberto Benassi says:

    La distruzione delle Apuane riempie le tasche della Famiglia Bin Laden.

    Ma quando i cittadini apuani apriranno gli occhi??

    Sveglia gente apuana !!!!

    Girano voci che nel settore lapideo a Carrara ci sia un’evasione fiscale enorme. Sono voci del minchia oppure c’è del vero?

    Intanto la gente muore e l’ambiente viene ogni giorno sempre più distrutto. SHOW MUST GO ON.

    Ma a Carrara non erano tutti anarchici?? Anarchici che fanno fare i soldi ai Bin Laden…???

    Che mondo strano.

  4. 4
    Lusa says:

    “1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi”.
    Ne avanza anche per mantenere a vita a casa sia i figli che i nipoti dei cavatori.

  5. 3
    Matteo Serafin says:

    Innanzitutto una ricognizione seria delle cave per stabilire a chi appartengono. Il Comune, cui la legge mineraria del ’27 (?) ha delegato la regolamentazione degli agri marmiferi, ha sempre lasciato fare, in un regime di connivenze che ha favorito sempre l’interesse privato (checché ne dica il sindaco Zubbani, furbo professionista del doppiogiochismo…). Perché mai a Carrara è stata fatta una seria battaglia condivisa sul “marmo bene comune”? Sugli usi civici? Ha ragione Rovelli: la gente qui non ragiona in termini di bene comune, troppo abituati ad accontentarsi delle briciole lasciate dai padroni. Eppure un tempo, con gli Statuti medievali, questi monti appartenevano alle comunità di paese (Vicinanze). Usi civici. Poi le grandi famiglie hanno iniziato ad espropriarle e accaparrarsi proprietà e concessioni. Ci troviamo così oggi con circa un terzo di cave privatizzate (non pagano concessione) in virtù di leggi estensi che dovrebbero non avere più corso. E di recente le imprese hanno presentato alla Coinsulta una pioggia di ricorsi contro la Legge regionale che dovrebbe porre fine agli accaparramenti legalizzati, mostrando la validità delle compravendite (con tanto di atti notarili). Anche le concessioni livellarie vengono comprate e rivendute, sono dunque concessioni non temporanee ma perenni, che si ereditano di padre in figlio.

    L’unica possibile soluzione secondo me è che gli enormi ricavi realizzati con il marmo vadano a finanziare, anziché i profitti di una dozzina di società e di famiglie (compresi i Bin Laden che ormai controllano circa il 30% del business lapideo) la transizione a un’altra economia,, preparando l’alternativa al marmo, che è una risorsa in via di esaurimento.

  6. 2
    Lusa says:

    Una semplice soluzione potrebbe essere chiudere le aziende e mantenere a vita a casa (con i soldi dei profitti delle aziende) i cavatori.

  7. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Marco Rovelli, come proporresti di risolvere il problema? Togliendo ai privati per statalizzare le aziende?
    E per quanto riguarda lo scempio ambientale, non è forse la Regione Toscana la prima responsabile?
    Proponi soluzioni, non demagogia spicciola né citazioni del tutto fuori luogo.

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