Ariécchice!

Questo racconto è stato ripreso dal blog Climbing pills, comprensivo di azzeccato commento: “Ricordate il simpatico film Goodbye Lenin, in cui una donna si risveglia da otto mesi di coma capitato proprio a cavallo della caduta del muro di Berlino? In quegli otto mesi di assenza il mondo è completamente cambiato, e non sarà così facile riadattarsi!
Questo breve pezzo di Salvatore Bragantini, comparso sulla rivista L’Appennino, mi ha scatenato immediatamente questa associazione. Salvatore arrampica tutt’oggi e – a parte la sua idiosincrasia alla merenda del dopo scalata (ehehehe) – è perfettamente a suo agio con il “nuovo mondo”. Sembra uno di quei racconti di fantascienza che narrano di personaggi spostati da un’epoca all’altra. Bragantini, uscito dal mondo dell’alpinismo alla fine degli anni ’60 si… “sveglia” nel 1983 in un ambiente trasformato. Ma la passione e i vecchi amici azzerano la storia“.

Voilà les revenants (Ariecchice!)
di Salvatore Bragantini

Nell’estate del 1982 uno strano figuro si aggirava attorno ai camper di alcuni alpinisti in una località delle Alpi centrali. Tarchiato, con gli occhiali, osservava con furtiva attenzione quegli attrezzi, in parte a lui ignoti.

Gran Fermada (Larsec), via Il Fuoco nelle Nuvole, Salvatore Bragantini recupera l’ultima corda doppia, 4 agosto 2009
Gran Fermada, via Il Fuoco nelle Nuvole, S. Bragantini recupera l'ultima corda doppia

Quel figuro ero io: dopo dieci anni di totale inattività alpinistica e sulla soglia dei quarant’anni, sentivo un desiderio indistinto. Sembrava inizialmente che il desiderio spingesse verso la barca a vela, poi fu sempre più chiaro: volevo tornare ad arrampicare!

Per dieci anni mi ero semplicemente disinteressato della roccia: stavo dietro, con grande entusiasmo, ai figli che crescevano e non mi avanzava altro tempo libero. Capii allora uno dei significati della frase: “la vita incomincia a quarant’anni”: il ritmo della vita ora mi consentiva di tornare a dedicare un po’ di tempo all’arrampicata, ad un’età nella quale volevo vedere se ero ancora in grado di fare certe cose. Volevo salire le vie di roccia  che mi prefiggevo di fare nel momento in cui avevo smesso e su tutte torreggiava la via Carlesso alla Valgrande, meta che consideravo assai ambiziosa.

Presa la decisione, passai all’azione. Primo atto fu, logicamente, l’acquisto di uno splendido paio di scarponi rigidi, “Guida Major”. Presi quindi contatto con due vecchi compagni: Piero Bellotti, un altro revenant con cui avrei poi fatto cordata fissa, e Paolo Cutolo. Era l’inizio dell’autunno e andammo al Morra. Con squisita delicatezza i due si diressero sulla Zapparoli: il primo tiro di corda mi fu risparmiato, ma alla sosta capii che dovevo andare avanti io. Mi alzai lentamente sul diedrino (quello di destra, il più facile…). Dopo un po’ mi voltai e vidi questo serpentello di corda che mi scodinzolava sotto per alcuni metri. Era la prima volta dopo tanti anni e mi ricordo del vecchio trucco, basta respirare profondamente e guardare in su, preoccupandosi solo dei prossimi metri.
Fui riammesso come istruttore, forse per meriti storici, alla Scuola di Roccia; erano dieci anni che non partecipavo ad un’uscita, sembrava un’eternità! Scoprii con sgomento che gli scarponi rigidi li portavo solo io. Come allievo istruttore mi fu assegnato da una sapiente regia un ragazzetto, con orecchino! Era Stefano Finocchi, stella nascente del “free climbing” romano, che si assoggettò con grande dignità al suo ruolo anche perché mi bastò vedere Stefano fare due metri per capire l’antifona e trarre le conseguenze. Eravamo ai Monti delle Fate e volli provare ad adeguarmi, arrampicando con un paio di scarpe da ginnastica, con suola di plastica. Nel bel mezzo di un passaggio che mi impegnava parecchio, fui sorpassato da un gruppo di giovani allievi-istruttori vocianti e spensierati. Sopportai con grande dignità.
Venne l’estate del 1983 e non avevo fatto grandi progressi. Ero in Civetta con Paolo Cutolo, che si era caritatevolmente prestato a venire con me prima dell’inizio della sua “vera” stagione. In Civetta trovammo Andrea Di Bari, altro astro nascente dell’arrampicata sportiva, altro “look” per me insolito. Sconfitti dalle nevicate ripiegammo sul più domestica Piz Ciavazes. Qui Cutolo pretese di fare la Schubert, via che non conoscevo ma che subito capii essere al di sopra delle mie possibilità.

Parete dei Due Laghi (Valle del Sarca), via della Rampa centrale: Salvatore Bragantini sull 2a lunghezza, 24 marzo 2012
Parete dei Due Laghi (Valle del Sarca), via della Rampa centrale, S. Bragantini su 2aL
All’attacco, vedendo Andrea salire con circospezione il diedrino giallo iniziale solo perché friabile, commisi l’errore di sottovalutarlo. Subito Andrea mi smentì, innestando il “turbo” su certe placche nere e compatte che dopo pochi minuti avrebbero messo a dura prova i miei scarponi rigidi.
Finito anche il turno del Cutolo, toccò a me andare da primo. Andea guardava i miei scarponi e scuoteva la testa incredulo: “Ma come fate?” (anche il Cutolo aveva gli scarponi). Guardai le grigie placche sovrastanti e presi la decisione storica: inforcai le Adidas di Andrea. Mi stavano larghe ma era meglio così: per gli infernali “Guida Major” fu la fine!

Salvatore Bragantini sul tiro chiave della via Dibona al Croz dell’Altissimo, Dolomiti di Brenta, 22 agosto 2003
Salvatore Bragantini sul tiro chiave della via Dibona al Croz dell'Altissimo, Dolomiti di Brenta. 22.08.2003
Salii timidamente per alcuni metri, niente chiodi all’orizzonte, ma qualcosa serviva… Già, i dadi, questa diavoleria moderna: aprii il moschettone e scelsi dopo qualche incertezza il dado giusto. Aveva l’aria di tenere e con un respiro profondo presi congedo dal rinvio: la corda sotto i piedi non l’ho più guardata.

Salvatore Bragantini, 27 febbraio 2011

postato il 31 maggio 2014

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Ariécchice! ultima modifica: 2014-05-23T07:23:06+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Ariécchice!”

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    Anonimo says:

    Tarchiato il Braga? È uno smilzetto anoressico faccia da schiaffi!

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