Arrampicare nel Quartiere Parioli

Arrampicare nel Quartiere Parioli
di Claudio Maria Cremona
Monotiri, vie lunghe, pesce e misto nel massiccio più esclusivo della Capitale
Edizioni Improprio, 2006
(già pubblicato nel sito www.claudiocremona.it)

Prefazione
A differenza degli altri massicci che costellano la Capitale, di cui si sa poco e si è scritto ancora di meno, i Monti Parioli sono stati tradizionalmente oggetto di una vasta e sempre aggiornatissima letteratura alpinistica.

Aperture di vie, ripetizioni, semplici tentativi estivi o invernali (ma anche primaverili e autunnali) lungo le eleganti pareti della zona risultano infatti fedelmente riportati nei registri della Questura e del locale comando dei Carabinieri.

Dei primi tentativi ad opera di scaltri alpinisti italiani si è persa traccia, se si eccettuano rarissime foto segnaletiche apparse su Lo Scarpone e su L’Appennino.

Abbondano invece le testimonianze delle imprese più recenti, realizzate da nuove generazioni di arrampicatori provenienti per la maggior parte dall’est europeo. Costoro, fuggiti dalle effimere lusinghe del post-socialismo reale, senza più ciminiere da tenere pulite, hanno trovato su queste splendide facciate che si ergono tra l’Acqua Acetosa, lo zoo e le Belle Arti il terreno adatto per lasciare un segno, magari un’effrazione, nella storia dell’alpinismo moderno.

Con questo volumetto si mette finalmente a disposizione del lettore italiano una straordinaria messe di informazioni che altrimenti sarebbe rimasta relegata nei verbali di polizia giudiziaria.

Per la traduzione ci siamo avvalsi della collaborazione del club alpino rumeno, dell’associazione “siamo tutti slovacchi”, del club “nomadi verticali”, del centro di solidarietà “ROM Picazzi”, della polisportiva “salire alla ceca”, del centro di accoglienza “oggi mi sento un po’ lacco” e del club berlinese “AridateceErMuroCheLePreseCeLeMettiamoNoi”.

Ringraziamo inoltre le numerose rappresentanze diplomatiche presenti nel massiccio, ma soprattutto l’”Ambasciata d’Abruzzo” per il suo mitico e corroborante cestino dei salumi.

Anche questo libro è realizzato con bytes riciclati e viene stampato da chi se lo scarica, con le risme del padrone. Da qualche parte sarà rintracciabile sulla rete internet.

Roma, settembre 2006

Nota sull’Autore: l’autore ha scritto sinora un libro intitolato Arrampicare nel Quartiere Salario e un paio di lettere all’Amministratore del Condominio.

ITINERARI DI ALTA MONTAGNA
I mayala

Principale caratteristica distintiva dei Parioli nel quadro dell’orografia romana è la presenza di vette assai elevate, dove la neve regna perenne, spesso di qualità superiore.

Siamo nella catena de I mayala, la zona più impervia ed eccelsa di tutto il massiccio, che può vantare il reddito medio sul livello del mare più alto del mondo. Ben quattordici cime raggiungono ufficialmente gli ottomila. Ce ne sono anche altre, ma devono essere ancora scoperte dalla Finanza.

Numerosi rifugi e ancor più numerosi spacci portano ai campi base.

Ed ecco le 14 cime della catena, elencate in ordine sparso:

Have a rest – E’ la più alta di tutte. Si può salirne la vetta anche senza ossigeno e mangiando il gelato, che abbonda su tutti i versanti. Gli americani spesso giungono in cima in carrozzella. Ogni certo numero di spedizioni viene organizzata una tragedia, dove anche tu puoi diventare protagonista.

K2O – Ci ha il numero due perché è più bassa di Have a Rest ed è più alta di tutte le altre. Molto difficile, è la tipica “montagna assassina”: se togli il due e va bene rimane OK, altrimenti è KO. La via normale da sud passa per lo Sperone Abruzzi, che – come noto – superato il Camino Bill e la Locanda del Lupo Ingrifato si interrompe a Giulianova a qualche chilometro dalla A14. La famosa Magic Line che più a ovest eviterebbe la pericolosa strozzatura di Giulianova resta ancora un sogno irrealizzato. Il Professor Zichichi, intuito il potenziale del K2O, vorrebbe farlo attraversare da un tunnel per costruirci dentro un laboratorio e alcuni campi di golf sperimentali per lo studio delle traiettorie dei muoni colpiti da una mazzafionda al laser. Il Professor Rubbia vorrebbe invece collegare la cantina del K2O con il CERN di Ginevra mediante un acceleratore di arrosticini. Pare che il povero Majorana abbia intuito all’epoca questi devastanti progetti e si sia pertanto eclissato dalla comunità scientifica e umana.

Gianna Purna – Dedicata a un’alpinista femmina degli anni Trenta, non si sa bene se sarda o nepalese.

Superenalothse – Maestosa cima che fa da spalla a Have a Rest più o meno dalle parti del Colle Sud. Quando quest’ultima cima è piena, aprono i cancelli di Superenalotshe e offrono gratis un cocktail di benvenuto a 8000 metri. Parete comunque enigmatica. Esce ormai tre volte alla settimana. Se non ce la fai, paga anche il 7000 + 1. La sua parete sud è uno degli ultimi problemi insieme a Fermat, il sudoku e le pensioni in Italia.

Abroad Peak – Bellissima montagna con una cima così grande e spaziosa che se ti affacci dall’altra parte sei già contemporaneamente in almeno un paio di paesi stranieri. Se il tempo è bello anche di più. Gemellata con la nota Croda Passaporto delle nostre Dolomiti. Posto doganale in vetta. Problemi al metal detector con tutta la ferraglia che gli alpinisti si portano appresso. Di solito però vengono sequestrate solo le forbicette per le unghie.

Manaslow – Parete fantastica, non difficile, ma che va presa con calma. Sempre presente con le Torri del Tango e il Samba Adlam alle gare internazionali di ballo liscio “standard”.

Paga il Sushi, Ma’! – Unica cima cinese della catena, serve 24 ore su 24 anche seracchi e crepacci da asporto. Spesso unta. Avvicinamento complicato: giunti alla piazzetta dove si parte per il campo base la stazione degli yak è sempre deserta e al 3570, se chiamate, vi prendono per dei pazzi: ”Uno Yak a quest’ora ????… Attendere prego”. Va ricordato che il Paga il Sushi, Ma’! fino a qualche anno fa non raggiungeva gli ottomila metri. Le autorità cinesi erano pertanto incazzatissime di non avere quello che persino i miserabili nepalesi o quegli straccioni di pakistani hanno. E che Russi e Americani mai avrebbero potuto avere! Così hanno raccattato ai locali Remainders’ e tolto da sotto alle zampe dei tavolinetti sghembi tutte le vecchie copie del libretto rosso di Mao, le hanno scaricate sulla cima fino a raggiungere i fatidici ottomila. Non contenti, visto che l’avevano già fatto con il Mont Blanc, hanno ricoperto il tutto con una bella glassa.

Makallè – Spesso confusa con il Makalu, che svetta in Africa Orientale Italiana, questa bella parete è la più calda e confortevole di tutte le cime de I Mayala. Da un punto di vista geologico è una rara emersione di pile da un sostrato permianico, originata dalla pressione del subcontinente indiano contro un negozio Cisalfa.

Peperoncho, Oyu e Ajo – Frequentatissima cima dal sapore gustoso. Senza andar fuori si può fare comodamente anche a casa. E’ il classico ottomila di quando hai il frigorifero vuoto e non sai cosa offrire agli sherpa che ti hanno fatto un’improvvisata. Non si sa chi l’abbia fatta per primo a mezzanotte.

Aula Geri – Senz’altro il più dotto degli ottomila, e per questo viene detto il “dottomila” (!). Al campo base l’ufficiale nepalese di scorta e controllo è sostituito da un implacabile istruttore del CAI, che sottopone la spedizione a massacranti ripassi di paranco e vanzo. Al campo I tocca ripetere il poldo. Al campo II non si scappa col mezzo poldo. Al campo III, privi ormai di fettucce, moschettoni e altri attrezzi per far sicura, non resta che tentare l’assalto alla vetta in assoluta libera.

Parbat sed apta mihi – Nel lusso sfrenato delle cime parioline, questa piccola montagna offre comunque tutti i comfort di un ottomila: valanghe, crepacci, vetrato, quaranta sottozero, bivacchi, congelamenti. Dalla cima, poi, se siete fortunati, splendida vista sulle Isole Embòlie.

Kosherbrum I – Il primo ottomila israeliano, realizzato dai soliti inglesi con la roccia sottratta agli sherpa nepalestinesi.

Kosherbrum II – Il secondo ottomila israeliano, messo su per motivi di sicurezza.

Accà ‘un c’è Jung – Parete complessa, che va spiegata e affrontata ma non come farebbe la scuola freudiana, vale a dire con una megaspedizione di decine di complessi di Edipo e una dozzina di alpinisti dotati di un superego della madonna, che alla fine si scannerebbero tra loro per salire da primi sulla madre di tutte le montagne. Qui la subdola montagna è affrontabile solo in velocità e “stile alpino”. Niente divanetti di alta quota. Niente studi tappezzati di boiseries nei campi avanzati. Un paio di archetipi, ramponi e su via in giornata.

* * *

Per chi desiderasse approfondire ulteriormente la conoscenza e le bizzarrie de I Mayala, si segnala un apposito sito internet (www.imayala.com) che registra fedelmente le principali statistiche concernenti il gruppo, tra le quali vanno citate: il primo che ha raggiunto le 14 vette senza ossigeno; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza idrogeno; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza soldi; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza permesso di soggiorno; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza saperlo; il primo che ha raggiunto le 14 vette perdendo il conto; il primo che ha raggiunto le 14 vette di corsa; il primo che ha raggiunto le 14 vette camminando all’indietro; il primo che ha raggiunto le 14 vette pur non sapendo nuotare; il primo che ha raggiunto le 14 vette con lo stesso biglietto; il primo che ha raggiunto le 14 vette per sbaglio; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di lunedì; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di martedì; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di mercoledì; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di giovedì; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di venerdì; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di sabato; il primo che ha raggiunto le 14 vette tutte di domenica; il primo che ha raggiunto le 14 vette nei giorni pari; il primo che ha raggiunto le 14 vette nei giorni dispari; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza farlo sapere in giro; il primo che ha raggiunto le 14 vette mentendo allo sponsor; il primo che ha raggiunto le 14 vette con 14 partner diversi; il primo che ha raggiunto le 14 vette e riportato la mondezza a casa; il primo che ha raggiunto le 14 vette e poi si è svegliato; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza leggere questo libro; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza raggiungerne manco una; il primo che ha raggiunto le 14 vette in un giorno solo; il primo che ha raggiunto le 14 vette col cane; il primo che ha raggiunto le 14 vette col gatto; il primo che ha raggiunto le 14 vette con un pesce rosso; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza passare dal Mozzarellaro; il primo che ha raggiunto le 14 vette coi ramponi presi alla Ikea; il primo che ha raggiunto le 14 vette senza dirlo alla moglie; il primo che ha raggiunto le 14 vette rispettando l’etica degli apritori; il primo che ha raggiunto le 14 vette con i punti del detersivo; il primo che ha raggiunto le 14 vette perché le altre erano occupate; il primo che ha raggiunto le 14 vette perché sembrava un buon affare; il primo che ha raggiunto le 14 vette prima che non ne facciano più; il primo che ha raggiunto le 14 vette dicendo ogni volta “questa è l’ultima”; il primo apolide che ha raggiunto le 14 vette; la prima vetta che ha raggiunto le altre; la prima che non si è fatta raggiungere; la prima che ha raggiunto, ecc.; il primo gay che ecc.; la prima lesb che ecc. e così via (questa parte vale 3 crediti per il corso di Calcolo Combinatorio).

AVVERTENZE SANITARIE E TECNICHE PER CHI SALE SU I MAYALA SENZA ASCENSORE
L’attività di alta montagna può essere assai pericolosa anche per l’alpinista più allenato.

Intorno ai 1000 – 2000 metri possono rigarvi la macchina o squarciarne le gomme. Seri problemi possono invece incorrere già alla quota di 4000 metri. Dai 7000 in su, poi, si è in piena “zona della morte”. La catena de I Mayala ci sta tutta fin dal Piazzale delle Muse ed è pure piena di teste di minchia.

Occorre quindi far precedere ogni attività in questa catena da un idoneo periodo di acclimatamento.

In linea di massima, prima di affrontare I Mayala converrà seguire la seguente tabella: 2 settimane a Fregene; gita al Terminillo e ritorno in giornata a Fregene; 52 settimane in Prati; un giorno sì e uno no salita al Cupolone e discesa in giornata; 1 settimana sull’Aventino; salita a Campo Imperatore (1 giorno); rifugio Duca degli Abruzzi (1 giorno); ritorno all’Aventino in giornata; trekking al Campo Base (2 settimane).

Le statistiche confermano che la causa prima dei decessi su I Mayala è l’edema del portafogli.

Da un punto di vista tecnico, non ci sono novità: occorre saper muovere bene soprattutto i piedi. Gli stronzi sommitali sono letalmente scivolosi e cadere per settemila metri per colpa di uno stronzo dura un sacco di tempo, senza avere neanche un po’ di fascino e poter dare la colpa alla montagna assassina.

Tenete liberi gli avanbracci per il gesto dell’ombrello verso le cordate che vi superano o vi fregano la sosta sotto il naso. Per questo semplice gesto è inutile stare lì a fare trazioni alla sbarra o al Pangullich.

* * *

La catena de I Mayala è curiosamente gemellata con Ripa Majala e presto si potrà acquistare uno skipass unico per entrambe le località. Non vale l’inverso: Ripa Majala non è gemellata con I Mayala e non affrontate questo argomento con lei.

VIE ALPINISTICHE
Attraverso il Ristorante di Pesce – VII/A2 – 900 m.
Caratteristiche della via: è la via più cara di tutto il massiccio e forse di tutto il subcontinente romano. Per trovare vie più care bisogna andare a Parigi, Lione, Londra o New York.

Nonostante ciò è anche tra le più frequentate. Si consiglia perciò di prenotare con largo anticipo, soprattutto il sabato sera o nei dì di festa. Carte di credito tutte. Tessera del CAI del tutto inutile, anzi talvolta controproducente.

Valutata “tre rinvii” (il massimo) da tutte le principali guide rocciogastronomiche italiane. Solo uno “spit”, invece, dalla Guida Michelin, ma si sa come sono fatti i francesi.

Materiale occorrente: giacca e cravatta. Utile un portafoglio da 50 litri. Portare almeno un dado piccolo per il consommé.

Gli appigli contrassegnati da un asterisco sono surgelati.

L’elevata difficoltà tecnica nasce non dai singoli (p)assaggi ma dalla lunghezza della via, dall’esiguità degli appigli (porzioni) e dalle mutevoli condizioni del tempo. Giunti quasi a metà parete (più o meno quando iniziano i secondi) non si può praticamente tornare più indietro e le difficoltà (conto) iniziano ad aumentare vertiginosamente man mano che si sale.

La via è stata aperta da un giovanissimo alpinista (ceco)slovacco 25 anni fa, col secondo che gli diceva “vai avanti te che a me mi vien da ridere”. Del capocordata non si è saputo più nulla, ma se andate in cucina lo trovate che sta ancora lavando i piatti per pagare il conto di quella volta lì.

Accesso: Da Malga Ciapèla si sale al rifugio Falier e di lì si sale per ghiaioni ai piedi dell’argentea parete di Viale Parioli.

Descrizione della via: l’attacco è poco avanti uno scomodo parcheggio (difficile, abusivi) in corrispondenza di un elegante e liscio portoncino in legno sotto l’evidente insegna luminosa che recita con tipico understatement da paraculi “Trattoria”. Poco a destra sale la via dell’Ideale. Una volta in parete, si conquista il tavolino riservato alla vostra cordata (facile), traversando subito a destra (10 m., carrell.), per afferrare la ben ammanigliata cengia degli antipasti. Sosta su misto allo scoglio (scomodo, rinforzare con prosecchino). Superato il diedro del menù (VI) attaccare il successivo e insidiosissimo spigolo della “lista dei vini” (tratto chiave, VII, in artificiale se astemi). Superata la difficoltà, agganciare l’evidente ma esilissimo cameriere di passaggio (cliffhanger) e ordinare.

Dopo un tratto con appigli un po’ consommé e un po’ unti tipici di ogni via superfrequentata (bustine di magnesite sul tavolo, non è zucchero!), aggirare delicatamente l’attaccapanni sulla sinistra salendo per qualche metro a una comoda sosta (2 ch., fettuccine). Per non fare brutte figure controllare tutto il materiale disposto ordinatamente sul vostro tavolo: il friend per il pesce è il numero 3 (versione Camalot), mentre il cava-dadi serve per svuotare le chele dell’astice. Il martello-piccozza è utilissimo per le ostriche, ma lasciate svolgere questo compito a una Guida Alpina che lo sa fare molto meglio di voi. I chiodi da ghiaccio servono solo se bevete vino bianco, com’è del resto naturale quando si mangia pesce. Affrontare con decisione il sautè di piccozze (atletico) per affrontare poi un delicato passaggio su branzino rinforzato da abbondanti fettucce piccole (fettuccine anche qui).

Per evitare un’eccessiva tensione della corda, allungare le fettucce con la vostra cravatta o la catena dell’orologio da tasca (costoso, non lasciare in parete). Sosta su canalino, spesso ingombro di sorbetto al limone anche in stagione avanzata. Cercando di non confondere i vostri comandi di cordata con quelli delle cordate vicine (difficile, chiasso, con quello che costa) superare un tratto con anguille (scivoloso, attenzione). Vincere una paretina a forma di rombo con patate, salire alcuni gradoni con insalata mista e percorrere con facilità i biscottini finali che portano in vetta. Sosta finale su cordon bleu.

Conto di vetta. C’è un anello cementato su sommellier per le doppie pochi metri a sud (faccia alla cucina), in corrispondenza del Guardaroba, ma è più comodo prendere la funivia.

Postfazione: la via Attraverso il ristorante di Pesce, autentico monumento dell’arte arrampicatoria, è stata recentemente profanata da alcuni insensati, i quali – in nome di una arrampicata da “parco dei divertimenti” – hanno pensato bene (!!!) di spinarla completamente.

Cavalcare la Griffe – VI+/A1 – 250 m.
E’ l’altro monumento arrampicatorio del massiccio, via splendida che si articola sul levigato pancione a destra del Teatro Parioli. L’apertura di questa via, dovuta alla nota coppia aquilana Dolce A. e Gabbana G.(Vogue, apr.1986, pag.234), ha segnato un modo nuovo di affrontare le superiori difficoltà del Gruppo. Conta numerose ripetizioni e tantissimi falsi reperibili sui marciapiedi e sulle bancarelle di mezzo mondo (se ne parlerà diffusamente nel volume Arrampicare a Porta Portese di prossima uscita).

Attacco: dal rifugio Franchetti per ghiaie all’evidente boutique giallastra subito a destra del Teatro Parioli. Oltre un marcato diedro e poco prima di una crepa (cordone della Polizia Municipale) si salgono ripide graniglie mobili, erba e mughi guadagnando la base della parete.

Seguire lo slanciato pilastrino sulla destra fino alla sommità (“il manichino”). Sosta su spuntone (la capa del manichino). Sin qui 1 metro e 75, V. Attaccare una fessura e proseguire (utili friend medi e qualche spilla di sicurezza n.2 BD) fino a sosta sotto strapiombo giallo. Non seguire i segni del gessetto che indicano l’imbastitura di una via nuova e invece procedere con difficoltà via via crescenti fino al difficile “risvolto rovescio” dove – con passo atletico – si accede al pancione. Sosta su spilli (rinforzare con filo forte). VI.

Qui traversare a sinistra (VI+, 10 m. tratto chiave) sul filo della pancia a uno spit con cordoncino dorato. Con due espostissimi passi su strass si è fuori dalle difficoltà (V).

Si prosegue in verticale sul pancione, via via più appoggiato e con comode borsettine per appoggio. Integrando qua e là con “prot-a-porter” veloci e stando attenti a non smagliare i calzettoni si arriva in breve alla passerella che conduce in breve alla cresta di uscita.

Giunti in cima, cambiarsi velocemente e fare un nuovo giro e così via fino alla fine della sfilata.

Osservazione: la difficoltà intrinseca nella via è avere i biglietti per la sfilata. Una volta avuti i biglietti, se si è in estate si arrampica in tenuta invernale (scarponi, ramponi e picche), mentre se si è in inverno si arrampica in tenuta estiva (sandaletti e slippino).

Questa via ci introduce direttamente al cosiddetto

SETTORE DOLOMITICO
del massiccio pariolino. Poco più a nord-est, infatti, anche se via Cortina d’Ampezzo non ci azzecca niente, troviamo alcune celebri pareti percorse da vie di estremo interesse sia storico che sportivo.

Da lì a qui:

Le Tre Cime di Lavavetri
Costituite dal Polacco Grande, dal Polacco Ovest, dall’Africano Piccolo e dalla Cingalese Piccolissima, sono quattro più Frida che è sempre a casa col raffreddore. Esse si situano di preferenza al margine di incroci stradali semaforizzati e scattano col rosso.

Di recente il Polacco Grande è stato scalato in free solo da Alex Huber e la cosa ha destato sensazione. Ha destato invece polemica la questione della chiodatura o spittatura delle “classiche” sulle Tre Cime.

Il Polacco Grande e quello Ovest, per la verità, sono un po’ stanchi di fare la parte di San Sebastiano (che non è neanche un santo polacco, bensì spagnolo). Troppi chiodi, inutili, ritorti, mezzi fuori, arrugginiti, pieni di cordini marci, stringhe di scarpe, ecc.

I friend e i nut sono meno invasivi, ma fanno venire il solletico. Per mettere uno spit ci vuole la domanda in carta bollata al “Comitato Etico” e insomma non si sa che si deve fare.

Questo spiega l’enorme massa di gente che fa incessantemente su e giù per il sentiero tra il rifugio Auronzo e la forcella Lavaredo. E’ tutta gente che pensa a cosa si può fare. Poi, con l’arrivo della prima neve, viene rimessa negli scatoloni fino al successivo scioglimento delle nevi.

Toni Valeruz sta facendo l’ennesimo sopralluogo per vedere se gliela fa a scendere con gli sci dalla nord del Polacco Grande.

Le vie “normali” alle Tre Cime sono E.

Si lascia la macchina sotto l’attacco. Si sale sul tettuccio e con una spintarella si è già un bel pezzo avanti col lavoro. Praticamente alle cinque di pomeriggio è tutto finito e non c’è bisogno di fare straordinari. Se però ti fermi in vetta fino a tardi, c’è il caso che il capo passa, ti vede ancora lì e fai bella figura. I colleghi invece ti piglieranno per il culo per tutta la vita (“bivacco, eh?”).

Dalle Tre Cime (soprattutto da quella Piccola e da quella Piccolissima) NON si vede Venezia. E’ quindi del tutto inutile venire fino ai Monti Parioli per vedere San Marco.

Cima Undici, no facciamo Cima Dodici
Elegante vetta che si staglia nei Monti Parioli di Sesto nella zona dove più forti infuriarono le battaglie tra italiani e austriaci durante il primo conflitto mondiale. Molto sangue fu versato su di essa, forse inutilmente (visti gli sviluppi).

Per secoli territorio austriaco, la vetta si è sempre e soltanto chiamata “Cima Undici”.

La conquista italiana, e romana in particolare, l’ha ribattezzata “Cima Undici, no facciamo Cima Dodici” in omaggio alle mutate caratteristiche delle nuove cordate che la percorrono.

L’andazzo è degenerato negli ultimi decenni del secolo scorso, per cui è stata avanzata proposta di modificare l’oronimo (er nome der monte) in “Cima Undici, no facciamo Cima Dodici, mammesà che è mmejo se ffamo la mezza”.

La cima è oggi nota come : “Cima nummericordo, ma se mme dài buca sei n’infame”.

L’accesso è per il rifugio Comici. La cosa ha generato numerosi equivoci, spesso – appunto – comici.

Non mancano turisti (ma anche arrampicatori) che giunti al rifugio, essendo passata qualche ora senza che lo spettacolo cominci, cominciano a innervosirsi e a chiedere indietro i soldi.

Croda del Museo
Svetta sopra la Valle Giulia, divisa dal cosiddetto “Museo di Arte Moderna” da ripidi contrafforti erbosi e ghiaie mobili. L’attacco è sulla sinistra (sud) degli orrendi sfasciumi del cosiddetto museo. Superate alcune sale chiuse (crolli di contrafforti, infiltrazioni d’acqua, comitive disperse), stando attenti alla scarsa illuminazione (frontale), vinto un elegante posto di ristoro, si esce in un boschetto che si sale prendendo velocemente quota.

Lasciato a sinistra il sentiero senza ritorno che porta alle fantasie urbanistiche del sottogruppo della facoltà di Architettura (peraltro interessanti vie la percorrono, come la “Via dei Portoghesi”, il “Fuksass de Mesdì”, “Zevita Peron” nonché arditi itinerari gramscialpinistici), in pochi minuti si giunge alle lisce placconate della Croda.

Qui, da sinistra alla neoavanguardia, si dipanano le seguenti vie:
Via Normale – Abolita decenni addietro dopo un ricorso del CAI di Pisa, che ha sostenuto con successo che la Normale può stare soltanto a Pisa. La via è stata quindi schiodata da cima a fondo e cosparsa di mine antiuomo.

Via del Cubismo – VII/A2 – tela su granito 80×45 cm.
Breve ma intensissima via. Alle difficoltà tecniche si aggiungono quelle di orientamento, che ne fanno, nonostante la brevità, un itinerario degno delle più alte montagne delle Alpi. Prevedere almeno un bivacco nell’unico punto comodo e riparato, all’interno del pezzo di chitarra senza manico quasi a metà parete.

Dopo un primo tiro su roccia scura e ben appigliata (5 cm., IV, grumi, ch., pelo) si entra in un diedro di roccia chiara, svasato, strapiombante, liscio, bagnato, terroso, ricoperto di copale vetrato, ma bello. Superatolo (15 cm., VII-, 3 sp.), si aggancia una solida pennellata orizzontale (cliffhanger, A2) e si entra in un altro diedro rovesciato, chiuso in alto da un manico spezzato di violino che si supera uscendo sulla sinistra (12 cm. VI+, macchia di umidità, puntina). Segue una facile placchettina su ritaglio di giornale, da superare appoggiandosi alle numerose maiuscole e sostando con comoda fettuccia su occhiello (10 cm., V-). Vinta una sinuosa ciocca di capelli e aggirando uno spigoletto si entra nel di dietro del quadro, per ritornare subito in parete e traversare obliquando su rotaia fino al centro, dove sta la caratteristica “chitarra senza manico” (10 cm., VI, possibile bivacco). Salire dritti su uno spigoletto con affaccio su boulevard parigino (facile, baguettes) e entrare in una serie di diedri ricorsivi (tratto chiave). Prestare attenzione e non seguire le evidenti pennellate che portano fuori via, ma seguire la trama sopra la roccia (30 cm., VII, ch., peli ,spit). Superata la difficoltà, piccoli strapiombetti ben ammanigliati (5 cm., IV/V) portano alla istoriata cornice terminale.

Discesa per la cresta ovest fino all’incrocio con via Gramsci e di qui per ghiaie in Valle Giulia.

Vie dei Macchiaioli – 4b, 5a, 6a, 6c, 7a+ – un paio di metri.
Poco più a destra della via del Cubismo, seguendo ometti in spiaggia con cilindro e ombrellino, si arriva all’attacco delle vie dei Macchiaioli, che affrontano direttamente una morbida placconata di un paio di metri.

La parete, se vista da lontano, appare letteralmente invincibile. Nell’800, i nativi e i primi scansafatiche inglesi a caccia di cime inviolate ne decretarono la inscalabilità e per decenni essa ha fatto sognare i rocciatori di passaggio per le scalinate di Villa Borghese o i viaggiatori in attesa alla sottostante fermata della vecchia “Circolare Rossa”.

Poi, negli anni ’70 del secolo scorso, avvicinandosi per caso alla parete, un bighellone scoprì che in realtà la parete non era affatto uniforme, bensì effetto di appigli e appoggi nettamente colorati, ben distinti ed efficacemente giustapposti. Di lì a poco fu effettuata la prima salita ad opera di una cordata di restauratori.

A seconda del colore delle prese prescelto, le vie hanno difficoltà diverse. Ocra, 4b; Terra di Siena, 5a; Giallo Napoli, 6a; Terra di Siena Bruciata, 6c; Nero di Vite, 7a+. C’è un progetto, non ancora liberato, che prevede di salire per alcuni sporadici accenni di Blu di Lapislazuli e per l’unico tocco di Vermiglione.

Per aiutare i principianti, la parete può essere anche appoggiata, basta rimetterla in verticale prima di spegnere le luci e andarsene.

Vestire Astratti – V – Magnesite su Polartec e brandelli di Goretex, 200x100cm.
Via di interesse alpinistico di più tiri (molto apprezzata per questo nel quartiere e non solo), che attacca nella parte centrale della Croda, sulla verticale del guardaroba del sottostante museo. Il primo tiro, che è quasi al livello del mare, si fa in mutande e scarpette. Il secondo, dove si sentono i primi spifferi, prevede di indossare calzoncini e maglietta o canotta in tessuto sintetico. Alla sosta (comodo camerino) indossare un buon pile prima di proseguire dritti e giungere al penultimo tiro, dove la forza del vento impone una robusta giacca a vento. Prima di attaccare il tiro finale di misto, indossare calzettoni, scarponi, ramponi, ghette, duvet, balaclava, guanti di lana cotta, tirare fuori piccozza, chiodi da ghiaccio, scaldamani, occhialetti da ghiacciaio. In cima catalogo di vetta con offerte e articoli di campionario al 50%.

Ne ho i Boccioni pieni – 5c+, olio e macchie di cotognata su telo da bivacco.
Giunti sul limitare destro della Croda, quasi a filo dello spigolo nord, in corrispondenza di un aereo e fiammeggiante pulpito si attacca questa via decisamente futuristica che solo recentemente è stata rivalutata come il primo “VI grado” del massiccio.

Sormontato uno sfrecciante aeroplano che sfuma in uno zigzagante arcobaleno che finisce in un treno che sbuffa nel tunnel che esce dal fumaiolo di un vapore che fa rumore e che sfreccia sulle ali di una Isotta Fraschini un po’ nera e un po’ blu, riprendere il senso dell’orientamento e vincere la voglia di scendere (difficile, sosta su catalogo). Tirare dritti fin dove è possibile (attenti a una Littorina dietro l’angolo), seguire gli zig e gli zag fino a una minuscola cengetta dove sostare. Superare un tratto di macchinari semoventi, afferrare una scaglia e, dove finisce, affrontare una fessura svasata che prefigura Fontana e che è stata riprodotta in tanti esemplari a Monte Guadagnolo. Salire i comodi gradoni di un’accecante saetta e quando appare finalmente il Palazzo delle Esposizioni scegliere a piacere uno dei buchi che portano in vetta.

SCUOLA PRIVATA DI ARRAMPICATA
Situata a sud della Croda del Museo sorge attorno ad un curatissimo giardino questa elegante struttura rocciosa molto simile a una villetta bell’epoque. La struttura, molto esclusiva, un dì ospitava una rinomata maison d’appuntamenti, poi è stata sede di case cinematografiche, indi recapito di numerose anstalt lussemburghesi, scuola di cucina francese, scuola di esperanto e infine istituto parificato di arrampicata “Beata Santa Clessidra”, scuola dove vanno quelli come l’Autore che vengono bocciati ripetutamente all’esame di maturità del IV grado.

Materiale occorrente: robusto libretto degli assegni. La scuola è gestita dall’ordine delle Servitrici di Santa Falesia e dei Poverelli di Placca Larenzia.

Pagando una modica retta, alla fine di un breve corso composto di:
– una lezione teorica sulla storia dei cocktails abbinata a
– una uscita pratica al Bar Euclide
– due lezioni teoriche di ballo latinoamericano abbinate a
– un pomeriggio alla cava di Ciampino
– una uscita in Porsche (inchiodate) e una in SUV (avvicinamenti alla falesia) ci si cimenta con l’esame di diploma consistente nel: salire da primo (oppure farsi aprire dal domestico) un III grado scarso, appoggiato artificialmente a cannonate, con prese scavate con la dinamite e con spit piazzati ogni dieci centimetri (portare 86 rinvii). Però è gradato, in osservanza del Concordato, V+. Giunti in cima, foto di vetta, diploma, mancia al bidello, assegno al Preside, obolo al Parroco.

Con un abbonamento “Deluxe” si riceve l’attestato direttamente a casa, senza neanche scomodare il domestico. La foto di vetta è taroccata col computer.

* * *

PALESTRA NATURALE DI PIAZZALE DELLE MUSE
Le alture che sovrastano Piazza delle Muse, benché di modesta elevazione, sono state da tempo valorizzate quale interessante palestra naturale dove è possibile arrampicare praticamente tutto l’anno, soprattutto quando gli inquilini dei diversi settori sono in vacanza.

La zona offre un’ampia gamma di difficoltà, dal III al 7a, e la presenza di alcuni chalet sulla piazza rende piacevole anche i momenti di sosta e ristoro.

Come in altri settori della Capitale, non fatevi ingannare dalle gradazioni. Certe vie classificate trent’anni fa di IV o certi caminetti di V potrebbero mettere in difficoltà l’arrampicatore odierno più scafato.

Accesso: dall’Acqua Acetosa, dove si lascia la macchina o si scende dal comodo trenino, risalire i verdi pendii in direzione sud-est, passando accanto ai diruti impianti del “tiro a volo” ove in tempi passati ci si dilettava a impallinare ora un piccione ora un alpinista impegnato sulle sovrastanti pareti. Continuare a salire su tracce di sentiero lungo il costone via via più ripido fino a conquistare l’ampio pianoro di Piazza delle Muse a quota 75 m sul mare. Dribblati gli affollati chalet, proseguire dritti attraversando caratteristici giardinetti ghiaiosi e portarsi dopo una stretta fascia asfaltata alla base delle pareti (15’ – E).

D’inverno e a inizio primavera è consigliabile percorrere più a sinistra il lungo e sinuoso Canalone della Giacinta Pezzana, sempre ben carico di neve fino a stagione inoltrata e normalmente privo di pericoli oggettivi. Giunti in cima al forcellino del canalone, risalire un breve tratto a destra e accedere alla piazza.

I settori, da sinistra a destra, e le rispettive vie:

Settore “CLINICA PRIVATA”
Si snoda lungo paretine a mattoncini tipiche della zona, emerse negli anni ’50 sul sottostante zoccolo tufaceo. Vi nidificano medici e specialisti, nonché rare coppie di gente che lavora veramente. Le vie, prenotabili su appuntamento:

Otorinolarinforzata – 4a – 15m.
Semplice itinerario che sale dritto senza particolari difficoltà. All’attacco, fare “aaaah” con la lingua di fuori. Una volta in catena, è possibile farsi fare la ricevuta.

Dàje de TAC – 5c+ – 2m.
Divertente via, molto tecnica, che, passando per uno stretto buco iniziale, si snoda in un magnifico diedro/camino molto svasato, dove peraltro c’è tutto. Impossibile non farsi fotografare.

Ossa Ntiddìo – 6b/A2 – 23 m salvo complicazioni.
Via ottimamente chiodata che sale in aderenza uno spuntone appoggiato un po’ gessoso, aggira un gambaletto e issandosi su due canadesi porta in catena.

Fisioterapy – 5c (1° tiro) 5a – 3 (restanti tiri) – 124 m.
Parte dalla catena di Ossa Ntiddìo e sale su per ripetute e faticose sedute, con difficoltà via via inferiori fino alla riabilitazione finale.

Stazione Tendini – 7b – 15m.
Via tutta strapiombante dove ciò che rimane delle dita assume una valenza strategica per andare avanti fino all’uscita finale in comune con il reparto di ortopedia.

Settore “MANAGERS E PROFESSIONISTI”
Subito a destra del settore Clinica Privata, si giunge a una bella paretina dei primi Novecento, frequentata da professionisti, artigiani e piccole imprese a contabilità semplificata. Le vie:

IVA – 3a – 10 m.
Si segue l’evidente fattura che percorre tutta la parete. Facile. Farsi fare sicura da un commercialista e portare sempre il caschetto per via degli scarichi.

Salire in nero – 5b+/8c – 15 m.
Itinerario più insidioso del precedente, percorre un liscio foglietto a quadretti molto verticale senza il minimo appiglio di un timbro, ragione sociale o partita iva. L’etica particolare praticata su questa via, inoltre, vieta di proteggersi con solidi assegni, bonifici o carte di credito. Si sale facendo affidamento solo su scomodi e talvolta unti contanti. Se in catena trovate la Finanza, la difficoltà sale a 8c.

CIF Executive – VII – 10 m.
Intimidatorio tetto iniziale, superato il quale un aleatorio passo conduce alle stock option terminali. Vincerle e per uscire convincere il Consiglio di Amministrazione a far fare un altro giro.

Mobbing Dick – 5c – 20m.
La via, che va rigorosamente salita in solitaria, si snoda per una stanzetta semibuia priva quasi di mobilio ma in compenso attigua alla centrale termica. Si sale per una sgangherata seggiola, si aggira un misero tavolino, si cerca un appiglio nel telefono che non c’è, si sospira ricordando com’era comodo fare sosta sulla mazzetta dei giornali e si cerca faticosamente di arrivare in catena prima che il buio riempia definitivamente la stanza e si sia costretti a fare un bivacco.

Mai dire Email – lungo traverso di una trentina di cm. – VI
Guadagnata la paretina che sovrasta la scrivania, salendo tra la porta UBS e la seriale, aggirare l’evidente e liscio schermo del monitor in prossimità del tasto Esc. Con elegante spaccata passare dal bordo al tasto di tabulazione e seguendo il sentiero ben segnalato (QWERTY) traversare in direzione del tastierino numerico, facendo attenzione ai crepacci nascosti tra tasto e tasto. A pochi centimetri dal tasto P andare verso il tasto “@”, facendo attenzione al passaggio molto unto. Superato questo tratto chiave, proseguire per placconate elementari (back e enter), seguire gli ultimi ometti delle freccette direzionali e riguadagnare la scrivania disarrampicando (o brevissima doppia su spuntoncino) per tre/quattro cm.

Spiz de la Carriera – V – 350 m.
Via piena di appoggi, se presa dal versante giusto e salita con la cordata vincente. Altrimenti diventa un autentico incubo.

Tutto Causa e Chiesa – IV – 230 m.
Servirsi degli sporadici appigli domiciliari e azzeccare i lisci garbugli sparsi qua e là per l’udienza. Salire diritto (civile). Sosta su Camera di Consiglio. Proseguire diritto (commerciale). Non proseguire diritto (penale), ma spostarsi un po’ a destra e riprendere diritto (canonico; crux). Se non si arriva in catena si può sempre fare appello. Per le varianti, consultare il Massimario (che non è parente di Gigi Mario) della Cassazione.

Settore “SUV”
Proseguendo ancora sulla destra, si arriva all’ultimo e più recente settore della palestra naturale. Le vie:

Give Me a Hummer – 4c – 6 tonnellate.
Giunti all’attacco, imbracciare il telefonino e salire continuando a conversare, senza curarsi della vicinanza degli istruttori del CAI che minacciano pesanti sanzioni. Giunti a metà via, togliersi l’imbracatura, continuare a telefonare e con la mano libera prendere una sigaretta, accenderla. Mettere gli occhiali scuri e incuranti delle altre cordate parcheggiarsi in mezzo alla via. Non contenti, occupare le vie vicine con altre corde e se le vie sono già occupate accecare con gli abbaglianti al gas di domineddio i malcapitati salitori e asfissiare con potenti colpi di acceleratore quelli che stanno facendo sicura. Giunti in catena, buttare il mozzicone dal finestrino, scoreggiare ben bene, mandare a palla l’autoradio, slacciarsi le ballerine e farsi calare occupando più carreggiata possibile.

I 4×4 di Nora Orlandi – 3b – 4,5 m.
Giunti all’attacco, scaricare dal bagagliaio l’ultima pecora del gregge. Circondati da un nugolo di mosche, togliersi le cioce, infilare gli scarponi, vestirsi da comici e legarsi in vita un canapone anni trenta. Salire dritti evitando gli spit perché non si sa che sono stati inventati.

Giunti al passo difficile domandarsi se è etico proteggersi. Rispondere velocemente di sì.

Togliere la stringa da uno scarpone e strozzarla intorno al moncherino di un chiodo rugginoso e tremolante. Agganciarvi un moschettone autocostruito e passarvi il canapone. Proseguire nella speranza che quella che avete letto è la relazione della via e non una pagina di Arrampicare nel quartiere Salario. Giunti in vetta aggiungere l’ennesimo cordone allo spuntone, scrivere qualche frase senza senso sulla lotta con gli Appennini (tipo “Appennini assassini, vi rompete sempre quando c’è qualche cosa di interessante da scrivere per i posteri”) e calarsi (“Cala, majo!”) alle ghiaie dell’attacco (o all’in-chiostro).

Attrazione Integrale – 260 m. – 6b
Giunti al vicino “punto panoramico” parcheggiare, farsi largo fra la folla, lasciare a destra (orografica) la fila che porta alla cassa del gelataio, controllare lo stato delle granite di caffè e superato il magnaccia terminale calarsi in doppia (fix, spuntoni, 5 tiri) fino al greto del torrente (!).

Tirare su la testa e dire “ostia, non ho messo abbastanza soldi nel parcometro”. Questo per indicare tutto lo stupore che vi attanaglia alla base della parete. Salire titubando. Di ansia in ansia, ogni tanto qualche tratto dritto si trova. Ma non fatevi ingannare. Luccicanti file di spit conducono dritti verso itinerari pressoché impossibili per l’arrampicatore metropolitano. Per cui, farsi prendere dai dubbi e non fidarsi delle apparenze. Cercare subito l’ansia successiva, seguirne lo snodarsi tra uno strizzone e uno stringimento di chiapas, salire solo un passo dritti e poi di nuovo farsi avvolgere dall’attrazione integrale di questa via che, una volta svegli, vi regalerà una bella multa se non addirittura la rimozione della vostra auto! L’ometto all’uscita indica proprio il deposito comunale delle auto rimosse.

Settore “LO SFRANTOIO”
Risalendo Attrazione Integrale fin quasi al deposito comunale delle auto rimosse, si giunge a un bivio che conduce (ometti su divanetti) a un altro deposito, quello delle ambizioni rimosse, gestito dall’Assessorato Comunale della Sanità Mentale in collaborazione con la Caritas Appenninica.

Nonostante lo squallore del deposito, che contrasta con l’atmosfera glamour del massiccio pariolino (turarsi il naso durante l’attraversamento delle storie accatastate che esalano una tristezza indicibile), superati alcuni gradoni di tipico ego granitico a lastre, sfasciumi di carriere, resti di marmorei piedistalli ed egotismi mobili, riuscendo a evitare pericolosi memoriali pronti ad abbattersi come seracchi stanchi della vita sul sentiero non appena il sole si alza da dietro Monte Antenne, ecco un paio di simpatiche vie senz’altro meritevoli di un’uscitina.

Ravane Pour Un Elefant Defunt – Tre movimenti per piano o orchestra – 32’
Chi indovina il gioco di parole dietro il titolo di questa via può affrontarne senza timori tutte le sottigliezze e aleatorietà. Chi no, ravanerà inutilmente alla disperata ricerca dei movimenti giusti. Insomma è il classico 6a di placca “di movimento”. E’ una via molto musicale, piena di rimandi (e rinvii…) a persone, autori, luoghi, isole. Imperdibile direbbe una guida, abbondando di stelle. Levar è il “reverso” del nome dell’autore di questo autentico capolavoro.

Tiri Cordi Come Sìfa? – via lunga, ma non mi ricordo quanto. Potrebbe essere anche un viale o una piazza. O un largo, chissà. Forse anche difficile. Frequentata dalle sezioni Senior e Master delle associazioni alpinistiche romane e non solo.

Dovrebbe trovarsi in montagna, o forse sta al mare, non sono sicuro (sapete, questa è una guida) ma di certo attacca accanto alla Farmacia (clessidra e ometto). Gli spit lungo la via emettono suoni e si illuminano per aiutare il loro riconoscimento. Si sale quindi seguendo le luci e i suoni. Da non confondere con l’attigua via del Night che è molto più pericolosa e costa una tombola. Superato uno strappo (alla schiena), salire facilmente alla prima sosta, sperando che si alzino per farvi sedere. Proseguire più o meno dritti (dritti è impossibile) fino a un giardinetto, con sosta su panchina (15 m.).

Slacciatura scarponi (di 2 misure più grandi del normale). Lettura giornale con binocolo inverso, commento sui principali fatti del giorno.

Esaltazione di com’era bello negli anni ’50. Massaggino alle restanti ossa. Ripresa della scalata in diagonale verso il civico 32. Saluto al portiere e quattro chiacchiere sul tempo. Si aggira un SUV (difficile, parcheggiato male) e si prosegue facilmente per roccette e detriti (da non confondere coi vostri compagni di cordata) fino in cima. Croce, messa di ringraziamento e commemorazione di un partecipantea scelta (tanto, prima o poi…).

Via G.R.A. – Sentiero alpinistico attrezzato EEA con tratti di II e III, comunque evitabili restando a casa con il plaid sulle ginocchia e ai piedi il cane che ronfa. Pestando ogni tanto il cane, questi esclama “CAI !” mentre il pappagallo biascica qualcosa sulla lotta con l’Alpe.

La via si snoda tra le pagine di un album fotografico dalla copertina in pelle e fregi un dì dorati.

La parte iniziale è delicata perché bisogna salire senza toccare le fotografie con le mani e senza piangere amare lacrime rivedendo quelle testimonianze del tempo che fu. Giunti a un bivio, tralasciare ingannevoli segni di vernice che portano al pericolosissimo deposito delle diapositive, di cui restano ormai solo tristi macerie e il noto proiettore con cui i nostri proiettavano diapositive contro l’Austriaco durante la Grande Guerra.

Si procede invece quasi in piano, senza perdere quota e senza attaccarsi alla bottiglia di grappa alla Ruta che appare improvvisamente davanti a noi non appena scollinato. Facili foto di Passo Rolle e del Lago di Misurina conducono al magone finale rappresentato dagli ultimi quarti gradi parancati dai Catores della Val Gardena. Foto su carta comune stampate in ufficio dai figli ritraggono i nipoti che scendono in snowboard (orrore) e i resti del “libro di vetta” ritrovato in cantina tutto mangiucchiato dai topi. Prima di uscire arrancando dalla via, spegnere la luce.

Settore “NOUVEAU RICHES”
Con questo interessante settore ci si avvia alla conclusione dell’esplorazione del massiccio dei Monti Parioli. Le vie che lo solcano, per quanto presentate per ultime, rappresentano invero una sorta di iniziazione all’intero massiccio e per esse è passata la grande maggioranza se non la totalità dei suoi abitanti. Non tutti lo ricordano con piacere, forse vergognandosene, ma lo scintillìo degli spit a 24 carati e delle catene tempestate di brillantini che si vedono già dalla Flaminia qualcosa vorrà pur dire.

Avevamo le Petzl al culo – 6c/A2
La via si snoda attraverso le volute di una pellicola Super8 girata in occasione della festa di fidanzamento del capocordata e della di lui seconda. Il film inizia da qualche parte del profondo Sud. Una 127 Fiat accoglie i giovani per un lungo viaggio che li porta nella Capitale (difficile, l’auto sottosterza e imbarca acqua). Lei va a dormire in un Istituto di Suore a Via Gregorio VII, lui affronta i rigori dell’inverno romano dormendo nell’auto dalle parti della quercia del Tasso.

Poi i primi successi come idraulico di corte. La Borsa degli anni ’60 ed ecco la prima 128. Poi la 130 coupè in un attimo di follia.

Lei continua a dormire dalle Suore. Lui non si capisce più che lavoro fa, anche perché va tutti i giorni a Montecitorio. Adesso non dorme più in macchina, anche se in cuor suo gli piacerebbe rifarlo. Allora scopre che con l’alpinismo si può fare. Scopre i Prati di Tivo. E mentre lei si ritira per l’ennesima notte dalle Suore, la pellicola si infiamma e finisce.

Salotto inseguito – 876 metri, 5b+
Vione storico percorso praticamente da tutti gli aspiranti pariolini e salottieri sin dalla notte dei tempi. Si dipana per l’evidente e apparentemente infinito labirinto di corridoi e colatoi dove la parete scarica di tutto e che conviene evitare a inizio stagione dopo il disgelo e le grandi piogge.

All’attacco si fa subito una scomoda anticamera su cengetta.

Guardare a destra verso un più comodo ma ahimè irraggiungibile terrazzino, già stracolmo di invitati. Sospirando salire a un buio atrio e attendere al portone finché si individua uno stretto e umido corridoio. Seguirlo per almeno due o tre lunghezze aspettando di essere finalmente invitati. Giunti alla caratteristica fascia di mughi strapiombanti, prendere il corridoio di sinistra sperando che sia quello buono.

Aggirato un invitato ubriaco, in corrispondenza di pareti gialle e verticali individuare un caminetto sulla destra, provare a infilarcisi e, se è ostruito, provare pochi metri più sopra dal cosiddetto “lucernario”.

Il passo, delicato, conduce all’ampio anfiteatro dominato da lignei portoni e ottonate plafoniere con campanello. Attendere con pazienza il vostro turno e dopo essere stati invitati a entrare porgere al maggiordomo la vostra giacca a vento (attenzione, al guardaroba risulteranno tutte uguali, farsi dare numeretto), estrarre dallo zaino ciò che resta di un mazzo di fiori e lo squaglio di una manciata di cioccolatini e finalmente conquistare il vostro primo salotto. Gossip di vetta, bicchiere di imbevibile tiepido Brachetto dolce e pizzette napoletane appena estratte dal sottostante nevaio permanente.

Piz Zeffichi – Lungo itinerario che parte da fuori quartiere. III, ma faticoso e duro.
L’attacco è presso il chioschetto delle grattachecche a Trionfale, da dove si traversa per qualche anno al mercato dei fiori, dove si sosta su tronchetto della felicità per salire poi a un banco di tonno e baccalà al mercato coperto di via Chiana. Rinforzata la sosta con due robusti caldarrostari presso il Giulio Cesare e il Tasso, si comincia col tratto chiave della profumeria in Prati, che porta al primo attichetto dei Parioli Bassi. L’evidente attività immobiliare, resa più solida da robusti titoli di stato incartati colla carta oleata, porta comodamente a superare l’aggettante parete giallastra che conduce ai Parioli Alti. Qui, dove le prese e gli appoggi non puzzano più di pesce ci pensa il servidorame cingalese con l’imbragatura di pizzo e la crestina con la frontale a recuperare tutto il materiale lasciato dal capocordata che non tiene tempo da perdere con queste cazzate.

Tennis Club
Giunti infine alle pendici settentrionali del massiccio, in una serie di doline confinanti con l’Olympische Weg (Via Olimpica) si ritrova questo gruppo montuoso veramente d’élite, dove si va a scalare solo se si è soci o si è invitati dai soci. Un po’ come in Pakistan dove ci vuole il permesso pure per salire su un soppalco.

Le relazioni sulle vie, per questo motivo, restano documenti rigorosamente riservati. Si ha notizia, peraltro non ufficiale, di una sola via, che riportiamo qui di seguito per completezza di informazione soprattutto per gli amanti dell’arrampicata su arenaria.

El Camp del Tenis – VIII/ABO, 25 m.
Parete estremamente verticale, in friabile terra rossa, improteggibile, con una curiosa rete che forma un instabile e ondeggiante tetto a metà via. Giunti in qualche modo in catena, mentre recuperate il secondo scagliare palle verso di lui cercando di fare più punti possibili prima che lui superi il citato tetto di metà parete. A ogni “quindici” si cambia il lato di attacco e a ogni gioco dispari si inverte il capocordata.

Pensare che gli Inglesi, inventori del gioco, stavano per dominare il mondo vien quasi paura.

VIA DELLA FESTA
Giunti al termine del massiccio dei Parioli, residua un’ultima via che riassume in sé tutte le principali caratteristiche dei diversi settori che abbiamo illustrato sin qui e che quasi nessuno omette di frequentare, anche più volte nella medesima stagione arrampicatoria.

E’ la via della Festa, di interesse squisitamente invernale, quando ci sono la neve e il ghiaccio a cubetti.

POSTULATI DI PIAZZA EUCLIDE
Non possiamo concludere il volume senza passare per Piazza Euclide, i suoi tramezzini, i suoi aperitivi e i suoi postulati.

Un buon postulato si regge su assiomi a prova di bomba. Ogni assioma deve essere certificato UIAA e regge nella misura in cui è posizionato correttamente.

Controllate i vecchi assiomi, soprattutto quelli arrugginiti. Se del caso, rinforzateli con un po’ di teoria delle Stringhe. Gli assiomi vanno comunque sempre equalizzati e l’angolo non deve mai superare i 60°, altrimenti stinge. Cordini, cordoni e fettucce vanno semplicemente sostituiti.

PRIMO POSTULATO
Per uno spit passano infinite vie. Ciò produce confusione.

SECONDO POSTULATO
Due spit individuano una placca. Tre spit sono meglio che due.

TERZO POSTULATO
Se due facce di un camino sembrano parallele ma cominciano a incontrarsi, il camino è finito prima dell’infinito.

QUARTO POSTULATO
Messo un chiodo in parete e intrapreso un traverso a piacere, la lunghezza della corda dall’imbragatura al chiodo è uguale al raggio X del radiologo che vi visiterà al pronto soccorso.

QUINTO POSTULATO
La somma degli angoli interni di un camino-fessura è sempre troppo piccola perché voi ci possiate passare.

TEOREMA DI VIA ARCHIMEDE
Un mezzo barcaiolo sommato a un mezzo barcaiolo fa un barcaiolo mentre: un mezzo deficiente sommato a un mezzo deficiente non fanno una buona sicura.

TEOREMA DI PIAZZA PITAGORA
Il quadrato costruito sulle facce di un diedro è uguale al quadrato costruito sul tetto che lo chiude.

TEOREMA DI VIALE ALDROVANDI
Presi due massi incastrati a piacere, indipendentemente dalla loro massa vanno aggirati a destra o a sinistra.

COROLLARIO DELL’HOTEL CLARIDGE
Scegliere se andare a destra o a sinistra non è più un problema di fisica, ma di bridge (problema dell’impasse).

EPILOGO – ARRAMPICATA NON EUCLIDEA
In senso lato e assolutamente non tecnico è l’arrampicata che si svolge al di fuori di Piazza Euclide. Da questo punto di vista ovunque si salga, ma non in Piazza Euclide, lo si fa in maniera non euclidea.

In senso stretto, invece, l’arrampicata non euclidea è quel modo di salire peculiare definito dal quartetto di fortissimi geometri Riemann, Beltrami, Bolyai e Lobacevskij quando, in vacanza a Zermatt, dopo una serie prolungata di schnapps proiettarono l’immagine del Cervino su una superficie sferica e si accorsero che le affilate creste della montagna formavano degli armoniosi archi invece di salire dritte dritte verso la cima.

La scoperta fu immediatamente sottoposta a verifica sperimentale, rispettando rigorosamente le condizioni di partenza e cioè il numero di schnapps trangugiati. L’esperimento confermò la teoria, arricchendola del prezioso corollario che le creste del Cervino si moltiplicano all’infinito.

Il punto debole della teoria è che le crepacce terminali non sono mai dritte e quando devi attaccare al centro della parete di un triangolo devi salire sempre un po’ di più che non quando attacchi per uno dei due spigoli.

Una volta in parete, l’arrampicata non euclidea dà la spiacevole sensazione che la corda sia sempre troppo lasca. Tuttavia è solo un’impressione. Non è un’impressione, invece, la presenza continua di grandi e lisci pancioni e sfuggenti appigli sferici, il che conferisce a tale arrampicata connotati di grande difficoltà. Ci si aggrappa ogni tanto a qualche sporadico vertice, si passa un cordino, e via salire. Qui viene il vero problema dell’arrampicata non euclidea: che non si arriva mai in cima (tipico esempio sono le Sisifo Towers). In questo senso, l’arrampicata non euclidea è un’arrampicata di rinuncia. Non si può neanche bivaccare. Avete presente una tenda e un sacco a pelo non euclidei?

Volumi di prossima pubblicazione nella stessa Collana
Arrampicare a Cinecittà
Il volume comprende le ultimissime vie aperte nel corso dei festival di Cannes, Venezia, Berlino e Locarno: “Brad Spitt”, “Catherine Zeta Beta”, “La Controfigura ovvero lo Shuntman” e “Nuovo Dynema Paradiso”.
Arrampicare a Porta Portese
Guida alle tipiche bancarelle dove ritrovare per magia il vostro materiale di arrampicata misteriosamente scomparso.
Arrampicare a via Panisperna
Monotiri e politiri nell’affascinante mondo dei numeri. L’edizione, aggiornatissima, contiene la confutazione goedeliana del sistema chiuso di Welzenbach e uno schizzo alla lavagna dell’ultimissima via di Alex Huber Gaussgezeichnet (traducibile in “straordinaria ordinarietà”).
Vita quotidiana di un arrampicatore nell’antica Roma tra Ciampinum e Ferentillum(in memoria di Jerome Carcopino)
L’edizione non comprende due tavole e un tavolino fuori testo perché ancora non in regola con il Regolamento di Polizia Urbana.
Con 12 apostoli quante cordate si possono fare? (in collaborazione con il CAI della Santa Sede, la Famiija Matriciana, il Dopolavoro della Settimana Enigmistica e l’Oxford Institute for Silly Questions and the Internationalization of Laziness). 

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Arrampicare nel Quartiere Parioli ultima modifica: 2017-03-18T05:11:28+00:00 da Alessandro Gogna

1 pensiero su “Arrampicare nel Quartiere Parioli”

  1. Molto divertente, anche se arrivare in fondo al testo è dura quasi quanto la Via CIF Executive, o la vicina Salire in Nero…

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