Arrampicare nel Quartiere Salario

Arrampicare nel Quartiere Salario
di Claudio M. Cremona
Slalom fra le cacche tra Via Salaria e Villa Ada

Monotiri e vie lunghe – Ferrate e traversate di interesse alpinistico – Con una proposta per una nuova scala universale delle difficoltà
Ed. Improprio 2005

Prefazione
Nessuno me lo ha chiesto e non se ne sentiva la mancanza. Sono stato anche minacciato se l’avessi fatto (busta anonima con due spit e un cordino col cappio). Sono andato avanti lo stesso e ho scritto questa guida alpinistica sul Quartiere Salario.

L’idea mi è venuta constatando quanti escursionisti si perdano nel dedalo di vie, sentieri e traversate che solcano il Gruppo, soprattutto quando c’è la nebbia. Si è rafforzata vedendo quanti incoscienti affrontano i suoi pericoli indossando abbigliamento inadatto e calzature ridicole, quali sandaletti o addirittura tacchi a spillo.

Ha preso corpo definitivamente dopo aver sfogliato annate di riviste ufficiali di montagna, aver frequentato librerie e biblioteche, navigato in internet: non una riga su questo bellissimo gruppo montuoso davvero a due passi dal centro di Roma. L’ho conclusa dopo l’ennesima tragedia di un gruppo di rocciatori filippini morti di freddo in un bivacco a pochi metri dalla salvezza (il capolinea del 319).

Augurando buona lettura a tutti, conforto i più “ecologically correct”: queste pagine sono state realizzate elettronicamente con bytes riciclati. Chi vorrà sprecare un po’ di carta se le stamperà per conto suo (di solito a spese dell’ufficio dove lavora). Sono inoltre “open source” (topo sul tavolo di anatomia) e prima o poi rintracciabili da qualche parte sul web.

Un’avvertenza importante: i sensi di marcia descritti nel libro sono quelli validi all’autunno 2005. Prima di mettersi in viaggio o in parete, controllate sempre eventuali variazioni presso il Comando dei Vigili Urbani presso il II Municipio.

Roma, novembre 2005

Nota sull’autore: L’autore vanta in campo alpinistico una bella casetta in affitto in Abruzzo e numerosi tentativi di arrivare in catena su quel caspita di strapiombo alla palestra Bernardini.

MONOTIRI E VIE LUNGHE
Via Monte delle Gioie – ED+ Materiale occorrente: tutto quello che avete dimenticato a casa. Accesso: dal Bar di Piazza Vescovio (5’), ove si parcheggia la macchina (se riuscite a trovare un posto libero). L’attacco della via è qualche metro a destra dell’evidente portone che si apre sulla verticale parete del civico n. 24.

Si prosegue in traverso per pochi metri, su chiazze erbose, sacchetti della spazzatura e aggirando alcuni motorini. Su un palo stradale di divieto di transito c’è una comoda sosta (catena arrugginita di motorino da rinforzare con kevlar, IV).

Alzarsi per qualche centimetro, aggirare una vecchia Trabant coperta di licheni, e proseguire in diagonale fino a una caratteristica inferriata. Proseguire a sinistra sulla stretta ma comoda cengia di travertino e salire poi dritti in direzione dell’evidente spuntone marmoreo detto “Statua dei Sette Nani”. Comoda sosta (da attrezzare), III.

Scendere di qualche decina di centimetri su ghiaie a destra e poi traversare ancora a destra su cengia appigliata ma scivolosissima per deiezioni canine. E’ questo il tratto chiave, da percorrere con attenzione a dove si mettono i piedi (VI). Superata la difficoltà, una cassetta dell’ACEA offre una buona sosta (ch., III).

Proseguire dritti, inoltrarsi in un caratteristico porticato (chiodo e campanello), uscire a destra su aiuola (un po’ scivolosa), sormontare un tipico cassonetto (maniglia per eventuale assicurazione) ed evitando la spazzatura circostante ridiscendere per imboccare i facili marciapiedi (di solito invasi da macchine, moto, bici, motorini, furgoni, ecc.) che fanno guadagnare in breve la vetta (III, II). Ore 1 – 1.05.

Discesa: lungo la via di salita oppure con due lunghe doppie orizzontali, ma è facile che le corde si incastrino in qualche pensionato che sta andando alla Posta.

Prima assoluta: spacciatori di fine Ottocento.
Prima in solitaria e in discesa: postino dei primi Novecento.
Cartina topografica: TuttoCittà.
Ristoro: per facili marciapiedi dirigersi a Nord-Ovest e in 10’. guadagnare il Bar Caretta, situato sulla cengia ovest di Viale Somalia.

Via Giro delle quattro banche– ED+/AD Materiale occorrente: rinvii, cordini, bancomat.
Accesso: giunti in Piazza Vescovio, parcheggiare. E’ questo il passaggio chiave di tutto il giro (VI/A2 – VIII se in libera).
Superata la difficoltà, si attacca la via direttamente dal Bar Vescovio affrontando i marciapiedi appoggiati che con il primo tiro portano sulla sinistra in direzione della prima banca presente in piazza (25 m. – III). Vinta una facile paretina si sosta al bancomat di quest’ultima (IV). Non seguire gli spit che proseguono in verticale e che appartengono alla difficilissima via del Mutuo aperta con ipoteca dall’alto e non ancora liberata. Proseguire invece obliquando per lo spazioso cengione detritico che porta faticosamente alla “forcella dello scoperto” (II). Giunti alla forcella, fare attenzione: tratto molto esposto caratterizzato da rocce rosse strapiombanti. Pagate le commissioni, si aggira uno spigoletto a destra (ch., IV) e si raggiunge un terrazzo erboso. Proseguire per facili roccette e sampietrini fino alla cengia che porta direttamente alla seconda banca (II/III). Comoda sosta su distinta di versamento. Attaccare il bel diedro sulla sinistra (III), aggirare prima un tettino poi un funzionario incastrato (V) e quando la parete comincia a strapiombare uscire a destra proprio sopra l’insegna della vicina pasticceria(V). Sosta su ciambelloni. Traversare a sinistra (ch., esposto) e poi scendere per un caminetto scivoloso (III/IV) oppure attrezzare una doppia di un paio di metri. Proseguire dritti per diversi centimetri e siete alla terza banca (III). Aspettate che la sosta si liberi dei clienti in fila e assicuratevi (moschettoni cementati tipo “io non posso entrare”). Attaccare uno strapiombetto che porta a un balconcino sulla sinistra. Proseguire poi dritti per facili placche fino a un caratteristico “gendarme” (V/III). Salutarlo e controllare che non vi stia facendo la multa. Seguire poi lo spigolo fino ad un terrazzino con clessidre (ciò che resta di una bottega di orologiaio, III).

Vincere dei facili saltini e, con bella spaccata, guadagnare la parete sud della Piazza (atletico, V). Sulla destra, salire per le cosiddette “placche dell’estratto conto”, parete difficile da interpretare ma dove, di solito, si trova tutto. Anzi, se trovate qualcosa che non vi torna, avete 40 gg. per fare reclamo (IV). Scendendo poi a sinistra per mughi, saltini e roccette (seguire gli ometti con cravatta) raggiungere il grottone della quarta banca. Sulla destra (orografica) anello cementato per la doppia che vi riporta all’attacco. Ore 3.

Ristoro: al Bar Vescovio direttamente (chiuso il sabato) o in direzione Sud, scendere al centro della piazza e risalire i prati piegando un po’ a Est verso il Caffè Fiorenza (5’), chiuso la domenica.

Via Montebuono – VII – La via è rimasta a senso unico, ma è cambiato il senso di marcia. Gli appigli, una volta comodi, adesso sono tutti rovesci. Si parte dalla catena e l’uscita è un tetto mostruoso. Si vede che al Municipio II di arrampicata continuano a non capirne un cavolo.

Palestra naturale di Via Montebuono.
Stanchi del Verdon, di Céüse, del Rätikon, del Frankenjura, delle Svalbard e della Thailandia, alcuni mitici spittatori hanno recentemente scoperto e attrezzato, nel cuore del Gruppo Quartiere Salario, una falesia che si sta velocemente affermando come la “Yosemite de’ noantri”.

La bella parete, che si sviluppa in larghezza per parecchie decine di metri, forse di più (cfr. Plumari, 1978), è divisa in numerosi settori, con caratteristiche e impegno i più diversi. Le difficoltà vanno dal 4a all’8a+. Periodo ideale è la primavera e da settembre in poi, in quanto la falesia è inondata di sole dal mattino fino al tramonto.

I settori (da destra a sinistra partendo da Piazza Vescovio) e le migliori vie:

1 – Supermercato.
Paghi tre prendi due – 15 m. – 7b – Si entra nel supermercato, si sormonta un carrello e si percorre tutto il tetto fino a uscire sopra l’ingresso della grotta. Si supera il tettino dell’insegna e si vince la placchetta finale. Catena con carrelli appesi. Se alla partenza non ci sono carrelli la difficoltà sale a 7c+.

Spiccioli per favore – 12 m. – 5c – Si sale dritti fino alla cassa per placche lisce ma con buoni buchetti.

Arriva lunedì – 45 m. – 6a – Lungo ed entusiasmante traverso sugli scaffali. A metà via (reparto omogeneizzati) con atletica spaccata spostarsi sugli scaffali di fronte.

Surgelati – 15 m. – Facile via su ghiaccio (Quattro Salti in Padella Traction). Portare ramponi e due piccozze corte.

Banco del Pesce – 8 m. – 8a+ – La via più dura del settore e di tutta la falesia è questa breve, scivolosissima placchetta inclinata dove l’unico appiglio pare essere un’ostrica a metà via. Fare molta attenzione ai ricci prima dell’ultimo passo.

Acqua minerale – 10 m. – 4a – Facile salita appoggiata e gradinata, per principianti (NdA: la mia preferita).

2 – Sali Tabacchi e Superenalotto.
Sistemone – 25 m. – 5c/6a – Via non difficile, ma spesso non si riesce mai a capire se uno ha vinto o no.

Fotocopia di Sistemone – 25 m. – 5c/6a – E’ identica alla via precedente, ma se la presenti all’incasso non ti danno una lira. Farsi fare sicura da un avvocato.

Ho smesso – 15 m. – 5b – Divertente ma angosciante via che si dipana tutta all’esterno delle vetrine del tabaccaio, aggirando più volte lo spigoletto di ingresso, ma uscendone subito fuori con lancinanti dolori allo stomaco e sudorazione massima. Priva di catena, ci si assicura al distributore automatico. Portare gli spiccioli.

Irma la Duelfer – 12 m. – VI – Atletica via per esperti e navigati, che percorre una fessura ben evidente che poi si biforca. Proseguire sul ramo di destra, sempre in Duelfer.

Traversare di nuovo a sinistra, scendere, traversare a destra, risalire e passare sul ramo di sinistra. Proseguire al centro, poi un passo a destra e un passo a destra. Qui ritornare al centro, sostare e obliquare verso destra. Quando è evidente che a destra non c’è più niente, riportarsi a sinistra ma senza passare per il centro. Se poi anche a sinistra non ci fosse più niente, non resta che procedere al centro, ma tenendo sempre un occhio a quello che succede a destra e a sinistra. Ribattezzata variamente Via del Candidato, Via del Voltagabbana, Via del Maggioritario, Com’era Bello il Proporzionale, Mastella Stripping, Collegio Assicurato e così via. Non adatta a principianti.

3 – Nostalgia, rabbia e disperazione.
Quando c’era Lui – 9 m. – 6b. – Breve ma durissima via che porta su al secondo piano, dove vive un vecchio generale in pensione. La catena è infissa in un busto del Duce cementato su terrazzino. Da rinforzare con cordini tricolori.

Kramer vs. Kramer – 6 m. – 7a. E’ il secondo tiro di Quando c’era Lui. Traversare a un balconcino sulla destra (ruggine, erba, terriccio, pedalini sporchi, damigianetta vuota, tronchetto della felicità appassito, sottovasi lerci) e salire lo strapiombo che porta all’appartamento di sopra, evitando di essere colpiti dalle stoviglie che gli inquilini si lanciano in continuazione.

Spittacoloso – 6 m. – 7c. Parte dalla catena di Kramer vs. Kramer e arriva in cima al superattico, da dove in effetti si gode un bel panorama. Nelle belle e terse giornate si può addirittura vedere Viale Libia. Per arrivarci, però, bisogna superare una paretina non difficile tecnicamente, ma estremamente dura e dinamica. L’ultimo passo è un vero e proprio “lancio” ad afferrare l’antenna satellitare condominiale. Non soffermarsi in catena, ma farsi calare velocemente prima dell’arrivo dei condòmini inferociti.

I Pooh – 15 m. – 5b – Divertente parete verticale su buona roccia lavorata dal tempo e dalle intemperie, che si snoda fra motorini Solex, bandiere della pace, ritratti di Che Guevara, foto di Elvis, striscioni dell’Inter e vecchie chitarre acustiche Eko prive di mi cantino. Corde fisse per il bucato ottime per la discesa in doppia o per la risalita con Jumar.

Pazzo dopo pazzo – 19 m. – 8a – Fantastico diedro che si apre fra la rosticceria e il negozio di telefonini, assolutamente privo di alcunché di solido per progredire, se si eccettuano all’attacco unti supplì, molli crocchette di patate e scivolosi polli arrosto. Dopo è solo questione di fede e levitazione naturale, associato a predisposizione per la metafisica e per lo studio dei sommi princìpi. L’ultimo passo verso la fettuccia strozzata su un fragile vaso di gerani in bilico è quello che dà il nome al settore: “disperazione”. Ci si cala dall’ascensore. Seguire le antenne televisive.

4 – Er Naso
Sala da thè – 965 m. (si, avete letto bene) – 5. 12a, A5, M3, VII obbl. – Prima di partire per questa lunghissima e interminabile via (che presto sarà sostituita da un tunnel), comprare al vicino mercatino rionale brandina e tenda da bivacco, grip, friend, rurp, hoock, squasch, trick and ballack, chiodi, rivetti, ganci da macellaio, spit, frick, deng, nut, pick e splack. Utili anche gong e sprong. Lasciare a casa spock, slap e strack, almeno quelli dal 2. 5 al 4. Cunei di legno, longe, pistola incollatrice e squick sono utili solo nei giorni dispari. Fare una distinta del materiale e spedire il tutto via corriere almeno fino a metà parete. Calcolate da mezza settimana a una settimana intera se in libera. In artificiale, stranamente, i tempi si raddoppiano. Non fidatevi di quello che vi dice l’Agenzia di Viaggi.

Descrizione della via: salire dritti fino alla Sala da Thè.
Discesa: dirigersi brevemente a Nord e incrociare uno dei molti Autobus che quando passano) riportano all’attacco.

5 – Er Capitano
The Wall – 1m e 80 cm. – 3a – Sormontare il capitano dei Carabinieri mentre beve il caffè prima di prendere servizio. Comoda discesa lungo la cengia del bancone del bar. Se il capitano non si è tolto il cappello, la difficoltà sale a 3c. – 5’.

Traversata della Benemerita – IV – Giunti in cima al capitano, invece di scendere alla cengia, abbassarsi sulla spalla destra del capitano, scendendo ancora e con un saltino traversare sulla vicina e ampia spalla del maresciallo da dove potete salire in vetta (ometto di pietre e segnale trigonometrico) oppure proseguire per la vicina e affilata Gusèla dell’Appuntàt. Libro di vetta. Discesa segnata in rosso sulla divisa del graduato. Un quarto d’ora.

6 – ‘A parocchia
E’ la struttura montuosa che più assomiglia al mitico Dome e si chiama così per un fatto di proporzioni. Conclude in gloria la palestra naturale di via Montebuono.

Le vie:
Giosuè mite – 20 m. – 3a – La via si snoda fra i lisci ma ben appigliati banchi della parrocchia. Elementare. Per catechisti.

Divorziate Reality – 123 m. – 5. 13, A2, 7b obbl. – Affascinante avventura a zig-zag sul similgranito della parrocchia. Dopo una liscia placchetta marmorea (sfruttare i pochi ex-voto presenti), attaccare i delicati stucchi che portano dritti su per la navata centrale. Sostare sotto lo strapiombante pulpito.

Aggirarlo sulla destra, vincere un muretto, traversare a destra fino a incrociare il transetto. Riscendere con una doppia in direzione dell’evidente canonica, ma senza abbassarsi troppo. Guadagnare il rosone centrale e, in artificiale, attaccare il delicato traverso detto delle “Canne d’Organo”. Sperare che il parroco non si metta a suonare proprio adesso. Scavalcare un piccolo parapetto, attrezzare il pendolo verso la prospiciente parete. Attaccare il diedro, superare un umido caminetto ostruito da eretici, portarsi infine sulle torre campanaria che su facili ma insidiosi detriti porta in breve alla vetta. 3 ore.

Discesa per la torre campanaria (una doppia, anello cementato) e per il comodo spallone in direzione Est. Sulla cresta, chiodo e spuntone per ulteriore doppia che porta alle ghiaie dell’attacco.

Settore “Poggio Moiano”
Svoltando sulla sinistra nei pressi dell’evidente e caratteristica edicola del giornalaio, si accede a un settore di recente apertura, con facili e belle facciate appoggiate (di qui il nome del settore).

Chinese Restaurant – 2 m. – III.
Via facile ma da non sottovalutare. Il continuo cambio di gestione deve far riflettere. Appigli unti.

Placche zebrate – 8 m. – III+ Via di soddisfazione su parete estremamente appoggiata, quasi orizzontale, che porta da un marciapiede all’altro (cordone su alberello, attenti alle cacche e alle gomme americane intorno alla sosta), solcata da tipiche colature bianche che striano orizzontalmente la parete color asfalto (caratteristica che differenzia questa via dall’omonima della Valle del Sarca, che non è color asfalto). Attacco il più delle volte ostruito da massi erratici di lamiera. Sormontarli o strisciare di sotto (passo del gatto). Pesantemente trafficata in senso ortogonale alla direzione di salita dall’alba alla tarda sera. Utile il caschetto. Problematica la discesa in doppia (concreta possibilità di pericolosi pendoli: le corde spesso di incastrano in veicoli di passaggio).

Via del Soppalco – 2, 5 m. A3
Breve ma faticosa via in artificiale che si snoda nell’appartamento dell’Autore. Per l’attacco dirigersi a Sud delle Placche zebrate e dopo un paio di facili svolte pervenire sul cengione di Via Nerola che sovrasta l’ampio vallone Salario. A sinistra di una serie di tipici box, entrare in un decoroso atrio, spingere un pesante portoncino di legno, superare la tipica chiostrina del Portiere (ruderi) e affrontare le caratteristiche rampe scalinate che portano al quarto piano (facile, sosta su zerbino, campanello). Attraversato l’esiguo saloncino andare dritti all’inizio del corridoio (massi instabili, frane, seracchi, buste di plastica, cane che abbaia). La via porta a un evidente soppalco due metri più in su.

Munirsi di scala (certificata UIAA) e salire con grande attenzione fino al terrazzino sommitale (difficile e esposto, pericoloso se il tempo dovesse cambiare improvvisamente).

Mentre il compagno vi fa sicura reggendo la scala, afferrare il bordo del soppalco, salire di un passo sul vertice della scala e con abile tallonaggio conquistare l’orlo del soppalco (atletico). Una volta entrati nella grotta, la via assume un interesse squisitamente speleologico e se ne rimanda la descrizione alle guide in materia.

Discesa: disarrampicando o, se il compagno ha tolto la scala per andare a fare un altro soppalco, in doppia (fettuccia su paio di sci anteguerra incastrati in scatoloni pieni di vecchie enciclopedie).

Grand Caffelàt
Usciti dalla funivia, lo vedete subito dietro quel groviglio di macchine e furgoncini, perché si erge maestoso a sinistra dei tavolini del bar, sormontato da tetti molto panoramici. La cuspide terminale è il tipico esempio di cima abusiva, peraltro condonata dal CAI dopo una furibonda guerra a palle di neve con l’Erario. E’ l’unica struttura granitica del massiccio, percorsa da vie belle e impegnative:

1 – Voyage selon Bulliver – VII se in libera, VI se accompagnati. Straordinaria cavalcata sul granito magnifico del Grand Caffelàt.
Sormontati i tavolini della Via Bonatti, si attacca sulla sinistra lungo una rampa appoggiata pressoché priva di appigli naturali e legali (VI+).

Si sale in aderenza, sperando prima o poi di moschettonare gli spit che, per uno strano gioco di luci e del destino, paiono allontanarsi man mano che li si avvicina. Occorre pertanto partire la mattina molto presto: non soltanto per evitare i pericoli del ghiacciaio, ma anche per sorprendere gli spit che, col freddo intenso del primo mattino, ancora dormicchiano un po’ e aspettano i raggi caldi del sole di mezzogiorno per cominciare a muoversi.

Vinta la rampa e fatto un pernacchio agli spit semoventi, si attacca l’entusiasmante fessura sovrastante. Cosa vi sia di entusiasmante in una fessura di montagna è difficile da comprendere, ma così è descritta nella relazione degli apritori. Assicurandosi con friend lungo il tiro (utili, come sempre, le mezze misure) si giunge (VI-) sotto una serie di tetti che si superano con facilità, grazie ai ponteggi rugginosi che da qualche anno abbelliscono questo versante della montagna (IV+). Utile l’antitetanica.

Superati i tetti si attacca la parte difficile, dove la parete assume un aspetto ripugnante (così, ancora, è scritto nella relazione degli apritori). Cercando di tenere gli occhi chiusi, salire dritti sfruttando le minuscole rugosità della parete, fino a un’altra fessura dove sostare (50 m., VII-, 2ch., clessidra, spit, tavolino). Non è una fessura granché e ve ne accorgerete subito perché la ripugnante parete vi offre adesso le difficoltà più “abominables”. E’ infatti davanti a voi la placca granitica degli “spit a scomparsa”, nella quale le poche e lontane assicurazioni piantate dagli apritori appaiono e scompaiono dalla parete in modo del tutto casuale. Più che una scalata, questo “Voyage” è un vero incubo e se conta poche ripetizioni una ragione ci sarà.

Giunti in qualche modo in cima alla placca (80 m., VII, spit che vanno e vengono), traversare sotto un tetto con biancheria stesa ad asciugare (25 m., VI, mollette da controllare una per una, pericoloso ed espostissimo).

Evitare di traversare verso le sette, perché innaffiano abbondantemente. Concluso il delicato traverso, di nuovo in diagonale verso sinistra vincendo un bellissimo diedro che si chiude in alto con un atletico tettuccio (78 m., VI+). Sosta su terrazzino e vista sull’attico soprastante. Affrontare a un paio di metri a destra una fessura (senza aggettivi) che porta a una liscia paretina (8 m., difficile, molto esposto, spesso aprono gli scuri all’improvviso).

Su per un diedrino via via strapiombante e infine a destra, aggirando il terrazzo dell’attico (35 m., VI). Sosta su ringhiera. Continuare dritti fino all’evidente superattico. Qui traversare a destra, aggirare il tipico comignolo e guadagnare le facili rocce che portano, zigzagando fra le antenne, in vetta.

2 – L’elisir delle aste rotte – ED+, 6a obbl.
Materiale occorrente: portamonete con spiccioli.

Percorre integralmente – più a destra del Voyage – la parete sud-est del Grand Caffelàt. Si chiama così perché fu aperta da alcuni antennisti televisivi estasiati dal fatto che questa grande montagna avesse rinunciato per qualche motivo all’antenna centralizzata. Superata la crepaccia terminale, si prende l’ascensore leggermente a sinistra della verticale dalla cima. Difficile, in quanto l’ascensore è a monetine e nessuno se lo ricorda. Tornati al Rifugio Torino e preso il portamonete, si prende l’ascensore e giunti al superattico, superare una scaletta metallica, aprire il portoncino (chiavi presso il Rifugio o l’Amministratore del Condominio) che dà accesso al terrazzino di vetta. Discesa con doppie da 50 m lungo la chiostrina dell’ascensore.

3 – Flagrant delire – ED+, 6a obbl.
Visto che c’era spazio fra il Voyage e L’elisir, un giorno che non avevano nient’altro di abominevole e ripugnante da fare, gli apritori decisero di salire per di lì, sfruttando le debolezze della parete. Ora, se c’è una cosa davvero ripugnante è sfruttare le debolezze altrui, tuttavia l’itinerario che ne è venuto fuori è degno di ammirazione e di rispetto.

Pensare che gli apritori hanno rinunciato non solo a prendere l’ascensore, ma anche a prendere le scale (ingresso poco a nord della crepaccia terminale) quando potevano benissimo farlo, beh, come dicono i francesi: ”chapeau!”. La via vanta i più bei sampietrini del massiccio.

L’itinerario è complicato e bisogna avere un buon senso dell’orientamento, soprattutto per quanto concerne il concetto di andare all’insù. Le difficoltà consiglierebbero di tornare all’ingiù, ma dopo il primo tiro non ci sono vie d’uscita. Una volta c’era un portoncino ma una frana lo ha cancellato una volta per tutte. L’unica sosta comoda è nel secondo tiro (fettuccia su condizionatore).

“Aiguilles Noires de Vescovio”
Maestoso gruppo che si staglia poco a Est del Grand Cafelàt, di facile accesso perché alla base delle pareti, subito dopo la crepaccia terminale, senza passare per il Rifugio Torino, c’è il capolinea di numerosi autobus per il Centro e per la periferia. Volendo ci si può arrivare anche in taxi.

I settori sono:
1 – “Avancorpo di estrema destra”.

E’ il più frequentato del quartiere, soprattutto dagli arrampicatori più giovani. Le vie non sono difficili e tutte molto ben segnate. Per l’avvicinamento seguire dal capolinea gli ometti con la testa fracassata. L’attacco delle vie è segnato con evidenti manifesti.

L’elenco delle vie, da destra a destra:
Placchetta nera – 4b – 10 m. – ch. e bullone. Saluto romano in catena.

Libro e moschettone – 4c+ – 15 m. – 2 ch. Catena con spranga. Si sale sull’attenti.

Passo dell’oca – V – 20 m. – Salire a gambe tese, anziché a braccia tese.

Xenofobie – VII – 45 m. – Portare friend bianchi e mazza da baseball.

2 – “Avancorpo di destra”.
Settore più moderato del precedente, frequentato da arrampicatori di mezza età, impiegati, liberi professionisti e commercianti. Dal capolinea andare in direzione di Fiuggi, abiurare e raggiungere l’attacco.

Le vie, da destra al centro:
Diedro delle libertà – 5b – 25 m. Salire come cacchio vi pare. Gli azzeramenti, piuttosto frequenti, vengono di solito condonati. Via aperta dal basso.

Storax – 4° (valutazione originaria) – 35 m. – Delicato pancione centrale, il resto è elementare. La via è stata recentemente riasfaltata, per cui passa da IV a V+. E’ stata appiattita la pancia che era il tratto chiave, ma sono spariti tutti quei bei buconi. Ora bisogna salire di aderenza.

Spigolo dell’anticomunista – 6b+ – 12 m. – Aggira tutta l’edicola dei giornali, evitando la scivolosa e traditrice stampa di sinistra. Appigli e appoggi pochi. Resting su “Il Giornale”. Apritore: Emilio Fede.

Tremonti – 5c – 25 m. – Bell’itinerario su arenaria magnifica, con spiaggia annessa alla base e che sarà presto dato in concessione novantennale. La via attacca nei pressi di un grosso buco lasciato dal Governo precedente. L’inclinazione supera il 3%. Recentemente frequentata anche da scalatori degli altri Paesi dell’Unione Europea. E’ una delle pochissime falesie italiane dove il parcheggio è pieno di auto del Corpo Diplomatico.

3 – “Retrocorpo di centro”
Il più ricercato di tutti ma ufficialmente il meno frequentato. Tutti ci vanno, ma nessuno lo dice. Offre vie tranquille, senza pericoli. Adatto alle famiglie e ai bambini piccoli, che poi quando crescono preferiscono gli altri settori, finché a trentacinque anni ritornano a loro volta su queste vie con i loro cari. Si attacca dai giardinetti al centro di Piazza Vescovio. Le soste sono tutte su comoda panchina.

Le vie, dal centrodestra al centrosinistra:
Inseminazione – 6b – 25 m. – Poiché in artificiale, è stata schiodata dal parroco.

Orografia cristiana – 40 m. – IV – Croce sulla cima e messale di vetta.

Confesso che ho azzerato. E’ peccato? – 6c+ – Via tosta che rimonta il ligneo confessionale della parrocchia. Minuscoli buchetti su grata. Tettuccio problematico e poi liscia placchetta di stretta aderenza ortodossa. Da percorrere almeno una volta al mese.

4 – “Avancorpo di sinistra”
Noto anche come Avancorpo “de” sinistra. Settore frequentato da professionisti, intellettuali e lavoratori in genere.

Le vie, da sinistra al sinistra-centro:
Veniamo da lontano – 5c – 260 m. – Via indubbiamente storica. Si attacca alla base del condominio una volta color rosso mattone acceso e adesso un po’ slavato dall’azione degli agenti atmosferici e dagli agenti provocatori. Raggiunta in breve dopo sfasciumi illuministi la cengia Marx-Engels (la cengia si interrompe bruscamente, per riprendere pochi passi più avanti. Attraversare sulle caratteristiche placche zebrate quando è verde), evitati sulla destra insidiosi crepacci socialdemocratici, si attacca l’evidente fessura che sale obliquando a sinistra. Seguirla per qualche metro finché (ch. e fazzoletto rosso) la fessura si biforca al termine delle cosiddette Placche di Livorno.

Prendere il ramo di sinistra e seguirlo fino allo scoppio della guerra. Comoda sosta su baffoni. Salire sulle montagne e comiciare un difficile tratto di resistenza. Proseguire fino alle fine delle difficoltà (ch., mitra). Liberata la parete, ricongiungersi con l’altra fessura (spigoletto di Nenni) e continuare dritti per le placche del Migliore. Giunti al tetto d’Ungheria, procedere con qualche titubanza, che aumenta con l’avvicinarsi della scagliosa paretina di Praga (2 ch., carro armato). Disturbati da una cordata di maoisti, procedere comunque per il tratto chiave, detto “Lo Strappo” (atletico). Votare per la NATO.

Proseguire fin dove il famoso Muro finisce. Fare attenzione al crollo della vicina, imponente Unione Sovietica. Cercare di cancellare le tracce del proprio passaggio, ingoiare falce e martello. Mentre il compagno di cordata, schifato, prosegue da solo per la variante Rifondazione, traversate un po’ al centro finché incrociate la via Blair-Schroeder-Zapatero. Superarla e fare finta di prendere la variante Kennedyana. Attenti alle scariche di pietre e di insulti provenienti dal cosiddetto “Correntone” sulla vostra sinistra.

Sosta su bicamerale. Sormontato un evidente professore di Scandiano, facendo attenzione a non calpestare la margherita, proseguire facilmente dritti fino alla cima, dalla quale potrete scorgere D’Alema che va in barca sul laghetto di Villa Ada.

Via dell’Ulivo – 6b – dislivello 10 m., sviluppo della via 6 chilometri. Contorto itinerario meglio illustrato da un esperto in geometria dei frattali, consente peraltro di ammirare attraverso involute giravolte apprezzabili panorami. E’ nello spirito della via ripassare spesso per lo stesso punto ma nella convinzione di aver guadagnato preziosi metri in vista della meta finale.

Descrizione della via: salire dritti per qualche centimetro, poi cominciare un lungo traverso di almeno 500 metri a sinistra (orografica) con pullman giallo, su roccia buona e ben appigliata. Non farsi ingannare da scritte sulla roccia che invitano a salire dritti (Unione, GAD, la cosa, la FED, la casa comune, ecc. ecc.). Giunti a un terrazzino erboso con margherita, ritraversare a destra per qualche centinaio di metri (scritta quasi illeggibile: ”Libertas”). Sosta su primarie, per decidere chi deve fare da capocordata. Declinare l’offerta di Mastella di fare sicura.

Proseguire dritti per una decina di centimetri e quando si è a un passo soltanto dalla cengia terminale ridiscendere per un’altra inutile sosta. Spuntino a base di pane e cicoria. Fare un passo avanti, vedere se la Conferenza Episcopale protesta. Se non protesta fare un altro passo avanti e vedere se Bertinotti sta segando la corda. Ridiscendere di qualche centimetro. Fare un paio di interviste (cengetta scomoda, un giornalista per volta). Preparare il bivacco. Dichiarare che “non schioderemo le vie aperte dal centrodestra, ma sarà il popolo a farlo col referendum”. Dormire.

Sognare. All’alba del secondo giorno, ricacciare in basso molesti alpinisti radicali che vogliono unirsi alla cordata e offrono canne a tutti. Nel casino più totale, superata una bufera di socialisti piroettanti da tutte le parti, aggirate scaglie di quello che fu il partito repubblicano, riesumati i resti di un socialdemocratico (fiaschetta con brandy), la nebbia avvolge la cima. Nessuno saprà mai se ce l’avete fatta veramente. Mummery vi capirà.

5 – “Avancorpo di estrema sinistra”
Settore che esalta il movimento. Si sale perennemente in opposizione. Vi si accede facilmente dal Rifugio Occupato.

Le vie, dall’estrema sinistra all’estrema sinistra:
Anni di strapiombo – 8c+ – Tragica via, chiusa tempo fa dalle forze dell’ordine grazie anche ad alcune cordate di pentiti e di dissociati.

Placca continua – 5b – Via abbandonata da tempo e ricoperta da folta vegetazione. Molti dei suoi frequentatori di un tempo adesso fanno i giornalisti.

Pilastro Operaio – VI – Una delle poche vie che si è sciolta spontaneamente. Alcuni tiri si diedero alla parete armata, confluita poi in Anni di strapiombo.

Né con lo spit né coi moschettoni – 8b+ – Si sale in assoluta libera, senza corda, da cani sciolti, preferibilmente in corteo. Supera le contraddizioni di una parete globalizzata e invece di sfruttarne le debolezze, come si dovrebbe sempre fare in montagna, esalta un alpinismo equo e solidale.

Né in libera, né in artificiale – ? – N. L. – 6 m. Rimanere fermi per un tempo a piacere alla base della via. Non conta apertura né tanto meno ripetizioni. Un tentativo di apertura effettuato dai Reparti Antisommossa della Polizia è stato rintuzzato da alpinisti di alcuni Centri Sociali della zona.

No Logo – 4b – Per giovani alle prime armi. Subito dopo l’attacco, strapparsi dalla maglietta e dai calzoncini i loghi dei produttori.

Kyoto da ghiaccio – M2/V – 55 m. Via di eminente interesse invernale. Risale un ripido canalino subito a destra del civico 26 (mediamente 45°, tratto finale di 55°) con tratti di misto. Frequentata soprattutto da ecologisti preoccupati del riscaldamento globale proveniente dal vicino fornaio, che peraltro frequentano volentieri perché già alle 5 di mattina sforna dei cornetti prelibati.

Via autogestita – Scelta una palazzina sfitta, salire dritti fino ai balconcini del primo piano. Attrezzare grande striscione con scritte a piacere (facile, esposto alla magistratura) e un paio di altoparlanti. Proseguire fino al secondo piano e fissarvi una sosta molto robusta, cui assicurare una corda fissa. Con le Jumar, far salire sfrattati, nomadi, punkabestia e immigrati. Attrezzare negli evidenti nicchioni i bivacchi per la notte. Fumarsi le corde di canapa e attendere con l’alba l’arrivo della Polizia.

VIE FERRATE E TRAVERSATE DI INTERESSE ALPINISTICO
Ferrata Ai Caduti per le buche di Viale Somalia.
E’ un bell’itinerario che consente a chi proviene dall’Altipiano Salario di evitare le insidiose e frammentate placconate appoggiate di Viale Somalia, che si ergono dall’Altopiano stesso e conducono al Sottogruppo Piazza Vescovio. Proprio alle vittime di queste infide rocce (apparentemente facili, ma molto pericolose soprattutto nei giorni di pioggia) è dedicata questa ripida ma mai esposta ferrata.

L’attacco si trova a destra (faccia a monte) dell’evidente canalone di Viale Somalia nel punto in cui confluisce con l’Altipiano. Superati alcuni lavavetri di pietra, si costeggia sempre verso destra l’Altipiano. Si procede oltre alcune grotte, tenendosi sempre sotto le verticali pareti, evitando il pesante traffico dell’Altipiano. Giunti in corrispondenza di un evidente autosalone dall’altra parte dell’Altipiano medesimo, si imbocca a sinistra il largo canale che, in cima, immette tramite la Forcella di Via Nerola in Via Poggio Moiano. Si sale per facili rocce scalinate, sotto torreggianti pini marittimi, assicurandosi nei tratti più difficili a grossi mancorrenti di acciaio, recentemente risistemati dal CAI del II Municipio.

Anche alcuni gradoni sono stati restaurati, donando così un aspetto davvero signorile a una ferrata che gli agenti atmosferici, i pusher e l’incuria avevano trasformato in un luogo selvaggio, impervio e oggettivamente pericoloso. Giunti a un primo ampio ripiano, si procede per tre metri di conserva, per affrontare una seconda rampa, mantenendosi sulla destra (orografica) fino al secondo caratteristico terrazzo, su cui confluiscono alcuni tipici declivi erbosi con ginepri e siringhe. Sosta presso una carcassa di motorino abbandonato.

Si prosegue intuitivamente lungo la terza rampa, che sbocca senza ulteriori difficoltà in Via Poggio Moiano in corrispondenza di un gigantesco pino marittimo sulla Forcella di Via Nerola (100 m, EEA). Qui la normale porta dritti a Piazza Vescovio, percorrendo un ombreggiato e comodo sentiero (300 m, E).

La ferrata è percorribile anche di notte senza frontale, essendo stata dotata di illuminazione lungo tutto il suo percorso.

Via INPS – F+
Ripercorre i sentieri battuti un tempo dai pensionati per andare a ritirare la pensione all’Ufficio Postale. In cordate da due o tre, oppure anche in pericolose solitarie, costoro erano usi salire in vetta una volta al mese lungo queste vie per riscuotere i loro magri assegni. Più recentemente, l’uso dell’accredito della pensione sul conto corrente ha costretto i pensionati a intraprendere nuove e più complicate vie per accedere alle numerose banche venute su nel Sottogruppo Vescovio. Una frana ha inoltre cancellato l’angusto grottone dove aveva sede la Posta, che si è trasferita così in una nuova zona del Massiccio, tale da far concorrenza per modernità e bellezza al Refuge de Cosmique.

Sui vecchi sentieri della Via INPS non si incontra quindi quasi più nessuno e chi li ripercorre lo fa solo per un omaggio alla storia di questi luoghi, lungo itinerari di modesto impegno ma non privi di una loro intrinseca e struggente bellezza, oppure per rintracciare qualche parente che – uscito un dì per prendere la pensione- non è più tornato a casa.

Tra i tanti sentieri di quell’epoca eroica, merita segnalare la direttissima dell’ortolano, un ampio sentiero segnalato che scende ad Est dallo spallone di Largo Somalia verso il Vallone Somalia. Si sosta subito presso la Farmacia, ci si fa controllare la pressione (come si faceva un tempo) e si percorre il Vallone sulla sinistra (orografica). Prima in piano, aggirando numerosi e suggestivi Vucumprà, superando il banchetto dei casalinghi e poi cominciando una leggera ma insidiosa discesa in corrispondenza del Mercato Rionale che sbocca dall’ampio canale di sinistra. Salutato l’ortolano e aggirati con un corpo a corpo due venditori di bustine di aglio, si vincono gli ultimi banchetti di frutta e verdura. Consultati i prezzi delle zucchine, in corrispondenza del negozio di articoli elettrici si comincia con cautela a traversare verso il lato opposto del Vallone, cercando di evitare le usuali scariche di automobili, motorini, autobus e veicoli della Nettezza Urbana.

Giunti ai piedi delle ripidi pareti che incombono sul lato destro del Vallone (macchinetta per pagare il parcheggio e cestino dei rifiuti), sostare presso il noleggiatore di Film.

Salutare il portiere e proseguire in crescente discesa verso le placche (attenzione nei giorni di pioggia! Bussola e cartina se c’è nebbia) che conducono in breve all’ufficio postale diruto.

Ritorno (in salita) per la medesima via (800 m complessivi, 10-12 ore).

VIE FUORI ZONA, MA MERITEVOLI
Via Musei Capitolini. Elementare. Non segnata. Ingresso a pagamento, poi seguire gli ometti di pietra.
Via Musei Vaticani. Segnali bianco-gialli. Facile e spettacolare via, ma faticosa, lunga e affollatissima. Portare il caschetto per evitare sassi smossi dalle cordate che precedono. Facile trovarsi all’imbrunire ancora a metà parete. Prevedere un bivacco. In caso di maltempo numerose sono le vie di fuga. Quello vestito di bianco è il Gestore.

PROPOSTA PER UNA NUOVA SCALA DELLE DIFFICOLTA’
Paese che vai, scala che trovi. In Francia usano quella francese, gli inglesi quella inglese, gli americani quella americana, gli australiani quella australiana, anche se in Australia andare oltre i 600 metri di altitudine è un bel problema. Ci sono anche scale scozzesi antiche e accettate (grado max 33°).

Se scali in UIAA, usi la scala UIAA. In Welzenbachia usi la scala Welzenbach. Sulle arenarie tedesche usi la scala tedesca a piolen. Ci sono addirittura palazzi con due o più scale! I pompieri ne hanno una bellissima e la usano quando qualche parete va a fuoco.

Insomma, è un casino. Meglio alzare la testa e vedere più o meno se è il caso di arrampicare. E anche quando sei in mezzo a una via ti domandi spesso “ma che caspita di scala hanno usato, che cacchio di gradazione le hanno dato” e cosi via.

Occorre una nuova scala universale e oggettiva, mi sono detto. Una scala che non riservi sorprese quando hai l’ultima assicurazione qualche decimetro sotto i tuoi piedi.

Sono quindi partito dal concetto che, se non vuoi prendere l’ascensore, puoi sempre salire per la via normale, che mi pare la cosa più sensata da fare. Soprattutto quando devi portare su le casse di acqua minerale. Più ti allontani dalla questa via normale, più le cose si fanno complicate.

La scala usata in questo libro è basata pertanto sull’“insanity index”, cioè sul progressivo allontanamento della via dalla normale. Per dare un tocco cosmopolita e facilitarne la diffusione oltretevere, la terminologia contiene un po’ di parole straniere, credo francesi.

N = Normale La tradizionale via per la cima, di solito aperta da bracconieri e spacciatori
AI = Assez Idiot Abbastanza insensata da lasciare la normale, ma moderatamente, prendendo qualche sporadico rischio
PI = Plutot Idiot Le ragioni per salire di qui si fanno sempre più esigue e sfuggenti
I = Idiot Non c’è motivo plausibile per salire da questa parte. Aumenta il ruolo delle braccia, che sostituiscono quello del cervello
TI = Tres Idiot Materia per psicologi. Perché comportarsi così? Sarà colpa dei genitori? O della Società nel suo insieme?
EXI = Extremament Idiot Fanno sicura due grossi omoni in camice bianco
ABI = Abominablement Idiot Un misterioso mondo a parte, dove la gravità è uscita a farsi un tramezzino

Epilogo, o libro di vetta
Siete giunti in fondo, o in cima, a questo libro. Insomma, salendo, avete toccato il fondo. Guardate intorno a voi tutti gli altri libri che vi circondano a perdita d’occhio. Se la giornata è limpida e tersa scorgerete laggiù all’orizzonte anche la copertina azzurra di un libro sul Mar Tirreno. Per vedere il Campanile di San Marco dovete salire su un libro sulla Marmolada. Osservate come da quassù tutti gli altri libri – senza distinzione – siano più belli, intelligenti e ben scritti di questo che avete appena scalato. Adesso potete mangiare una barretta e scattare in fretta una foto. Pochi metri a Ovest c’è l’ancoraggio per la doppia.

Hanno detto di questo libro: “La mia competizione con il grande e compianto Jerzy Kukuczka per la conquista di tutte le cime del quartiere Vescovio senza ossigeno e in ‘stile alpino’ è stata una delle pagine più importanti dell’alpinismo di fine novecento. Era ora che un libro ne descrivesse così in dettaglio ogni più minimo particolare. Mi dispiace solo che da quelle parti non ci sia lo Yeti (R. Messner)”.

Bellissimo libro, finalmente senza fotografie. L’unico schizzo che ho trovato è di caffè. Peccato che il libro fosse già in tipografia quando ho aperto in libera, slegato e con un pianoforte sulle spalle una delle vie più dure del quartiere. Passavo di lì per caso con sei cameraman e diciotto fotografi (A. Huber)”.

Mi vergogno di aver fatto da istruttore all’Autore e ancor più di aver accettato una birra da lui (Istruttore CAI di Roma)”.

Leggere queste pagine mi ha fatto rivivere le solitudini invernali sui Pilastri del Monte Bianco, quando sogghignavo vedendo enormi frane di burocrati del CAI cadere giù e perdersi nelle fauci terrificanti della Brenva. Se poi ci fosse stato un accenno all’ultimo bivacco sul K2, il libro sarebbe stato perfetto (W. Bonatti)”.

E’ una zona che conosco poco. Non l’ho mai frequentata perché era troppo distante dalla Casilina. Più vicino il Gran Sasso o le Dolomiti. Ora che ho letto il libro però un salto forse ce lo faccio (P. L. Bini)”.

Ottima guida. Sono venuto subito per provare e ho concatenato tre multe in un giorno solo (Alpinista di passaggio)”.

Oh, me oui! In Francia ne facciamo di cazzate, ma questa… (P. Edlinger)”.

Peccato che sono andato in viaggio di nozze a Kalimnos invece che a Piazza Vescovio (A. Di Bari)”.

Dopo il pellegrinaggio in India non trovavo più stimoli per il boulder o le vie estreme. Ora, dopo questo libro, ho deciso di darmi definitivamente al giardinaggio (C. Sharma)”.

 “Questo libro? Ah, sì, me ne ha accennato Chris. E’ stato bello cambiare argomento (D. Graham)”.

Ecco finalmente qualcosa che non farà MAI parte della nostra Collana (Il Coro della Collana dei Monti d’Italia – TCI-CAI)”.

Quando dicevo che ci sono tante montagne semisconosciute e lontane dai soliti itinerari, non intendevo questo (L. Visentini)”.

Onestamente, questo libro colma una lacuna vistosa nel panorama della letteratura alpinistica su Roma Nord. Uno sforzo lodevole dovuto alla ingenuità e alla passione dell’Autore che comunque avrebbe fatto meglio ad occuparsi di altre materie. Destinato velocemente agli scaffali meno in vista o alla cantina, neanche adatto per sollevare un po’ il proiettore di diapositive, il tomo pecca soprattutto in una poco accurata gradazione delle vie, classificate poi in maniera assai discutibile. Né si cura di avvisare il lettore alle prime armi o del tutto digiuno di cose di montagna che più la gradazione di una via è elevata prima, molto prima la via va stappata. In certi casi (cosiddette“ vie da meditazione”) anche il giorno precedente (Lo Scarpone)”.

Un libro pericoloso, ateo e libertino, un autentico cancro a stampa che può diabolicamente indurre più di un giovane inesperto delle cose della vita a lasciare le sue tradizionali sicurezze, il motorino e l’ipod, l’happy hour e la playstation, per delle schifosissime passeggiate in quella mefitica aria cosiddetta pura dell’alta montagna a godersi (!) quegli osceni e libidinosi panorami, per non parlare del pericolo reale che finisca per alzarsi poco prima dell’alba invece di andarvi a dormire, mettendo a repentaglio l’unità della famiglia che è alla base dei nostri più veri valori e degli incassi degli avvocati matrimonialisti (Interrogazione parlamentare al Ministro degli Interni)”.

Che idea! Adesso, dopo Patagonia, tiro su una una nuova azienda di articoli da montagna e la chiamo ‘Vescovio’s’! (Y. Chuinard)”.

Leggo quindi cado (Jolly)”.

3
Arrampicare nel Quartiere Salario ultima modifica: 2017-04-17T05:39:57+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Arrampicare nel Quartiere Salario”

  1. 4
    Alberto Conserva says:

    Tutte le palazzine dell’ università di Stanford sono contrassegnate da tracce di magnesite.

  2. 3
    Michele Guerrini says:

    GENIALE, ASSOLUTAMENTE GENIALE!!!

  3. 2
    Salvatore Bragantini says:

    Demenziale e intelligente, ci starebbe un bel “Bravo” all’Autore (o Autrice), che però certamente si risentirebbe del piatto e banale commento. Forse un Vraiment fou è quel che vorrebbe. Molto apprezzate, da chi conosce la zona, i riferimenti topografici e anche quelli politici

  4. 1

    Ogni post di questo blog è un’esperienza da condividere e raccontare. Un saluto.

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