Arrampicata rumorosa

Controllo Suono
di Ian Parnell (tratto e tradotto da Climb 114, www.climbmagazine.com)

Quando cominciai ad arrampicare nei tardi anni ’80, segretamente dentro di me, come tutti, volevo essere uno scalatore francese.

Non solo perché arrampicavano forte, era il come che c’interessava. Allora si diceva che il migliore di tutti al mondo era il britannico Jerry Moffatt, anche perché lui stesso lo affermava, però quanto a purezza di stile i francesi erano superiori.

Ian Parnell
Rumore-Ian Parnell 2 650
Era un modo del tutto particolare quello con cui gli scalatori francesi si muovevano sulle rocce, una grazia calma, piena di equilibrio e determinazione.

Uno dei migliori, sempre degli anni ’80, Antoine Le Menestrel andò alla fine a dirigere una compagnia di danza. Dato che si era negli anni Ottanta, tutta questa coreografia era carica di colori e luccichii lycra. Se quelli scalavano con quella roba addosso, voleva dire che lo potevano fare con qualunque altra porcheria.

Allora, in qualche occasione cercai di infilare nel lycra le mie ginocchia sgraziate, sembravo una specie di tacchino natalizio che si aggirava in falesia. Ma quello era l’ultimo dei miei problemi. Mi era chiaro che ero ben lontano dalle galliche movenze su roccia, ero ben lontano dall’essere figo come loro. E, ancor peggio di tutto, non ero aggraziato, questo era il vero peccato cardinale: quando m’impegnavo duro, non riuscivo a nascondere lo sforzo che stavo facendo.

Sembrava che il vero maestro di “figaggine” facesse solo due rumori: il primo era una debole emissione, poco più di un respiro, quando, dopo l’immersione della mano nel sacchetto della magnesite, questa veniva mollemente agitata per disperdere nel vuoto l’eccesso di polvere. Era la firma del grimpeur, la simbolica affermazione del non troppo o del non troppo poco.

Il secondo (e solo altro) rumore che lo scalatore francese degli anni ’80 produceva era una singola parola, bloc, per allertare il compagno che gli faceva sicura di bloccare la corda. Non importava se questo succedeva o subito dopo essersi agganciato da qualche parte o subito prima di un volo mostruoso alla fine di un lungo passo chiave: in entrambe le occasioni la parola era pronunciata flemmaticamente, come se la parola “paura” per il grimpeur non avesse significato. Mentre la scienza dello sport di sicuro afferma la validità tecnica di questo stato di performance rilassata, lo show di raffinata freddezza faceva pensare all’atteggiamento verso una vita dove bellezza e supremo controllo la facevano da padroni.

Disperatamente volevo questo nella mia arrampicata. Ma, quando ero nella realtà di tremendi runout, la mia naturale predisposizione al terrore esplodeva rumorosamente come nello scoppio di una serie di bolle psichiche.

Non ero da solo, naturalmente. Accanto allo sferragliare dei nut e degli eccentrici, nei weekend di ogni falesia britannica si scopriva una colonna sonora di gemiti, mugolii e scoppi d’ira. Dove il silenzio del grimpeur arrivava alla profondità poetica e alla nomination per il migliore, i miei versacci tradivano sfiducia in me stesso e pessimismo. Forse, dentro di me, preferivo cadere che avere successo.

Venticinque anni dopo, la scena internazionale della falesia e del suo ambiente fonico è assai diversa. Sembra che adesso sia figo chi grida di più. Tra i richiami “Vieni” e “A muerte” (spagnolo per dire vai, vai), anche i francesi ci danno dentro con l’urlo, sempre più forte, di “Allez, allez!”.

Uno dei pionieri dell’arrampicata urlata è il guru americano Chris Sharma. A ciascun movimento difficile, Chris emette una specie di urlo di guerra. Quando scali sulle vie che fa lui, ci sono proprio tanti movimenti duri, quindi un mucchio di urla. Il risultato è un crescendo di sforzo animalesco.

Ian Parnell d’inverno sul Petit Dru
Rumore-About Ian Master
La medaglia d’oro per decibel al metro deve andare però ad Adam Ondra. In ogni scalata dove si sente impegnato, il suo arrampicare acquista una drammatica aura da opera wagneriana. Anche quando è fermo a volte produce onde sonore da iperventilazione. Negli spazi tra i movimenti, Adam genera una serie di grugniti “bassi” e sbuffi che ricordano il toro incazzato che vede il matador. Quando arriva al passo chiave, c’è ben poco che possa resistergli: ogni singola mossa muscolare è accompagnata da un’esclamazione gutturale degna di un terribile mongolo pronto a uccidere. Quasi ti dispiace per la roccia!

Certo, sarebbe un tormento se tutti fossero così cacofonici. Ma questa rumorosa manifestazione d’impegno e di grande sforzo, per Adam funziona bene. E quando stai scalando sulle più difficili vie del mondo, c’è qualcuno cui frega del rumore?

Io ho cercato di mettere un freno alla frequenza dei miei scatti. Di questi tempi, quando inevitabilmente mi lascio andare a un urlo sul passo chiave, cerco di mirare a un tono più speranzoso, cercando di concentrarmi sulla prossima mossa. Non funziona sempre, ma mi piace pensare che un occasionale scatto vocale non è più un tabù culturale.

Al suo meglio infatti, l’arrampicata rumorosa sembra essere una celebrazione dello sforzo fisico e mentale concentrato su un solo punto. Dopo tutto, ci sono così pochi aspetti della vita dove ti puoi lasciare andare e sentirti come veramente sei.

postato il 7 novembre 2014

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Arrampicata rumorosa ultima modifica: 2014-11-07T07:30:20+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “Arrampicata rumorosa”

  1. gli inglesi sono inglesi!

    del resto hanno la regina, guidano al contrario, usano i pollici, galloni, ect.

  2. a parte ogni altra considerazione, si conferma che gli inglesi quanto a humor sono realmente dei fuoriclasse!

  3. sulle placche bisogna saper… “arrampicare”. Sugli strapiombi bisogna saper….”tirare”

  4. Interessanti considerazioni. Provo ad abbozzare una parziale spiegazione, ovviamente non esaustiva e nemmeno necessariamente condivisibile.
    Negli anni 80 andava di moda l’arrampicata su placca, di cui, secondo me, Manolo è stato maestro insuperabile (potrei usare il presente visto quello che fa ad oltre cinquant’anni d’età). Oggi va di moda l’arrampicata su parete strapiombante.
    La maggiore richiesta di forza fisica da parte di quest’ultima comporta un gesto atletico di stampo prettamente sportivo.
    L’arrampicata anni 80 era effettivamente più simile ad una danza (s’intende che stiamo parlando di personaggi d’elite, non certo di un poveraccio come me che al massimo faceva il 6a). Ricordo di aver visto un paio di volte arrampicare su placca il nostro Roberto Bassi, con grande maestria ed in religioso silenzio.
    Personalmente, aldilà dei suoni emessi e senza nulla togliere all’irrangiungibile Adam, ho un certo rimpianto per l’arrampicata di quegli anni che non era solamente sportiva. Oggi, secondo me, si è andati troppo sul muscolare (fermo restando che non si sale solo coi muscoli), però si sa, ogni periodo storico ha le sue mode.

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