Børge Ousland

Børge Ousland
di Simone Bobbio
(pubblicato su In Movimento dell’8 giugno 2017)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

La solitudine nell’Artide e in Antartide è un viaggio estremo nella psiche, soprattutto una forma di meditazione.

L’uomo dei poli
Børge Ousland è nato nel 1962 a Oslo. Nel 1986 organizza la sua prima spedizione attraversando la Groenlandia in sci da est a ovest con due compagni. È una delle prime ripetizioni dopo l’impresa del 1888 di Fridtjof Nansen. Quattro anni dopo raggiunge per la prima volta il Polo Nord con un compagno partendo dal Ellesmere in Canada. Si tratta della prima volta con gli sci e senza supporto esterno durante il tragitto. Il 2 marzo 1994 parte in solitaria da Capo Arktichesky in Siberia per raggiungere il Polo Nord, primo uomo della storia, 52 giorni dopo. In seguito, sposta la sua attenzione sull’Antartide che cerca di attraversare ancora da solo nel 1995. La spedizione si interrompe a causa di gravi congelamenti ma è comunque il primo uomo a raggiungere da solo e senza supporto esterno il punto più meridionale della terra. La traversata dell’Antartide, sempre in solitaria e senza appoggio esterno, riuscirà alcuni mesi dopo, dal 15 novembre 1996 al 19 gennaio 1997, dopo aver coperto 2845 km con una slitta di 178 kg (toccati i 3400 metri di quota e i -56°). Nel 2001 chiude la stagione delle prime assolute con la traversata solitaria dell’Oceano Artico, dalla Siberia al Canada passando dal Polo Nord, in 82 giorni.

Dunque Ousland è’ stato il primo uomo ad aver raggiunto in solitaria entrambi i Poli della terra e ad aver attraversato le calotte glaciali che li ricoprono. Uno in grado di sopravvivere per quasi tre mesi sulle instabili lastre del pack artico e percorrere 2845 chilometri sul continente più ostile. Senza mezzi termini, una leggenda che si è spinta agli estremi confini delle possibilità umane e geografiche sul nostro pianeta in totale solitudine e senza alcuna forma di supporto esterno in un’epoca in cui non esistevano ancora gps e telefoni satellitari.

«E adesso? Che resta più da fare?», scriveva Dino Buzzati sul Corriere della Sera all’indomani della prima ascensione all’Everest. Børge Ousland cede l’onere della risposta a chi verrà dopo di lui. Nel frattempo continua a esplorare i ghiacci che ricoprono la superficie terrestre non più da solo, ma con l’intento di diffondere una cultura di sensibilizzazione sulle aree maggiormente minacciate dal riscaldamento globale. E ama raccontare le sue imprese passate e presentì.

Børge Ousland

Perché da solo?
Affrontare l’ambiente e le intemperie dei Poli in solitudine è l’esperienza suprema, una sfida talmente estrema che coinvolge maggiormente la sfera psicologica di quella fisica. Per me, le spedizioni in Artide e Antartide sono state soprattutto una forma di meditazione.

Perché ai Poli?
Il mio paese, la Norvegia, ha una nobilissima tradizione polare: mi riferisco ovviamente a Roald Amundsen, considerato il più grande poiché il primo uomo a raggiungere il Polo Sud, ma soprattutto a Fridtjof Nansen che rimane la mia più grande fonte di ispirazione. Sono sempre rimasto affascinato dalla forza mentale con cui Nansen attraversò il pack artico nel 1895 riuscendo a sopravvivere per un inverno intero su un’isola deserta della Franz Joseph Land. Oltre a questi aspetti, le terre polari mi attirano per un semplice fatto: lì non puoi barare.

Che effetto fa non avere qualcuno con cui condividere le scelte e le paure?
È la componente peggiore e migliore della solitudine. Da un lato non si ha nessuno cui dare la colpa degli errori e dei fallimenti, ma se le cose vanno bene, i meriti sono soltanto tuoi. In tema di paure, il momento più critico è sempre la partenza, quando tagli definitivamente il legame con la civiltà. Ricordo sempre il dramma vissuto quando l’aereo con cui raggiunsi le coste dell’Antartide decollò per tornare alla base, lasciandomi lì davanti a 2845 chilometri di ghiaccio da attraversare. In quei momenti diventa fondamentale pensare soltanto alla sopravvivenza quotidiana e non all’obiettivo. Bisogna concentrarsi esclusivamente sulla routine, sul tenere in ordine l’equipaggiamento. Nelle mie spedizioni solitarie iniziavo a prendere il ritmo e a godermi l’esperienza dopo circa due settimane quando potevo gioire per aver raggiunto le prime tappe intermedie osservando che il viaggio procedeva.

Come ci si prepara per questo tipo di imprese?
Nel 1993, l’anno prima della spedizione solitaria al Polo Nord, frequentai uno psichiatra specializzato nel trattamento degli sportivi. Ero andato da lui pensando che avrebbe risposto alle mie domande, che mi avrebbe fornito consigli e suggerimenti. Invece il suo approccio era esattamente il contrario perché lasciava a me il lavoro di trovare dentro di me le soluzioni ai problemi: mi accorsi dell’utilità di questo approccio in molte occasioni. Questo per dire che mi sono sempre concentrato maggiormente sulla preparazione mentale rispetto a quella fisica perché può sempre capitare la giornata in cui il corpo non gira bene ma l’importante è accettarlo pensando a come in passato si sono superate crisi analoghe. Invece è molto più difficile accettare i lati peggiori della nostra personalità che in un ambiente così ostile emergono, insieme a quelli migliori, in maniera inattesa e dirompente.

La tua traversata solitaria dell’Antartide si può confrontare con quella che Reinhold Messner effettuò qualche anno prima in coppia con Arved Fuchs?
Per prepararmi alla partenza avevo letto il libro di Reinhold in cui raccontava quell’impresa. Penso che al Polo Sud muoversi in coppia sia più sicuro perché se uno si fa male, c’è sempre la speranza che l’altro possa aiutarlo oppure chiamare aiuto. Però se non si è perfettamente affiatati dal punto di vista fisico, i tempi si dilatano notevolmente, in solitaria si è più veloci, ma si corrono maggiori rischi.

Il trionfale arrivo alla Scott Base (Ross Island) di Børge Ousland dopo la traversata solitaria dell’Antartide

Rispetto ai tempi del tuoi predecessori Nansen e Amundsen, cosa è cambiato?
Sicuramente i trasporti e la comunicazione. Io sono arrivato alla partenza della traversata antartica in aereo, mentre Amundsen navigò per mesi. In più, oggi è possibile telefonare a casa dal Polo Sud con il satellitare. Tuttavia l’ostilità della natura e i pericoli sono rimasti uguali, così come non è poi cambiato tanto l’equipaggiamento.

Hai anche salito il Cho Oyu nel 1999. Da solo?
No, ero insieme ad altri alpinisti perché in montagna sono poco più di un turista.

Ci sono somiglianze tra una spedizione polare e una alpinistica?
Solo se quella in montagna si svolge in stile pulito e d’inverno…

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Børge Ousland ultima modifica: 2017-08-04T05:43:18+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Børge Ousland”

  1. Per ultimo, ma non ultimo, sfuggirò finalmente a questa canicola che mi sta liquefacendo. 😊

  2. Quest’uomo è un grande saggio.
    … … …
    Farò come lui: quattro mesi nell’Antartico. Meglio sei. Oppure un anno.
    Senza Alfano. Senza Renzi. Senza ipocriti. Senza mentitori. Senza prepotenti. Senza corrotti. Senza corruttori. Senza delinquenti. Senza clandestini. Senza fannulloni mantenuti. Senza raccomandati. Senza suicidi da disperazione. Senza disoccupati disperati. Senza vampiri di Equitalia. Senza droga. Senza stupri.
    Senza il Male.
    … … …
    Insomma, l’Antartide è come “l’isola che non c’è”.

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