Caporal, la scoperta

Caporal, la scoperta
di Ugo Manera

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

E’ il 7 ottobre 2017, Tiziano Gaia, impegnato nella realizzazione del film su Gian Piero Motti Itaca nel Sole, ha convocato Alessandro Gogna, Guido Morello e me a Ceresole Reale per girare delle riprese rievocative a tanti anni di distanza dalla scoperta del Caporal. E’ una giornata d’autunno strepitosa, l’aria è pungente e i Dirupi di Balma Fiorant brillano illuminati dal sole. Alessandro ed io siamo giunti in auto accompagnati dalle rispettive consorti, Guido è arrivato in moto, un po’ intirizzito dal fresco mattutino. Posteggiamo i nostri mezzi nei pressi della fessura Kosterlitz e iniziamo le riprese cercando di seguire le istruzioni del regista. Ripetiamo più volte le scene con variazioni di dettaglio, poi iniziamo a salire lungo la traccia che conduce al Caporal, sempre ripresi dai cine operatori, facendo del nostro meglio per recitare secondo le istruzioni ricevute. La bella giornata e il luogo così suggestivo alimentano in me una sensazione di allegro benessere; non posso immaginare che cinque giorni dopo la più terribile delle tragedie si abbatterà su di me.

Il Caporal, valle dell’Orco. 7 ottobre 2017.

Il nostro procedere è lento a causa delle numerose ripetizioni nelle riprese; quando giungiamo alla base del Caporal il sole sta calando, una sorpresa ci attende orchestrata dai registi della giornata; dietro di noi sono saliti in due che ci raggiungono all’attacco della via: sono Cristian Brenna e Marzio Nardi, autori del primo percorso in libera di Itaca nel Sole, la più bella via aperta da Motti sul Caporal. Così a noi “vecchi”, già un po’ preoccupati di doverci avventurare sulla prima lunghezza di Itaca, ci vengono offerti due eccezionali primi di cordata, anch’essi protagonisti della ormai lunga storia del Caporal.

La giornata si conclude allegramente con una cena al rifugio Massimo Mila in compagnia di alcuni dei giovani e forti esponenti della nuova generazione di arrampicatori torinesi.

Ugo Manera al Bec di Mea, 1969

Le riprese per il film sono praticamente terminate, Tiziano mi comunica però che devono ancora coinvolgermi nel ripetere la registrazione della lettura, da parte mia, della suggestiva lettera personale inviatami da Gian Piero. La prima registrazione non è andata bene, da pessimo attore, l’avevo letta troppo velocemente e il risultato non piace al regista.

Sei giorni dopo Tiziano mi telefona per combinare un incontro e ripetere la registrazione. Quasi non riesco a rispondergli, sono sconvolto, ho appena ricevuto una telefonata dalla Metropolitan Police di Londra: mia figlia Claudia è stata investita da un camion mentre rientrava a casa in bicicletta dopo una lezione che aveva svolto in un parco londinese, nella sua qualità di personal trainer. E’ ricoverata in rianimazione nel principale ospedale di Londra e le sue condizioni sono gravissime. Sono sconvolto e disperato, sto partendo per Londra, a fatica riesco a parlare con Tiziano, non penso ad altro che alla sorte di mia figlia.

A Londra rivedo Claudia, piccola, piccola sotto grandi coperte, è in coma farmacologico, attaccata a molte macchine che la tengono in vita. Non ha ripreso conoscenza dall’incidente e non la riprenderà più. Si spegne dopo una settimana malgrado lo strenuo prodigarsi dei sanitari. E’ stata una settimana terribile, in preda alla disperazione, solo il sostegno di Valentina mi ha impedito di crollare.

Gian Piero Motti in apertura al Bec di Mea, 1969

L’incidente ha sollevato problemi di polizia e giudiziari: sono da definire le responsabilità dell’investitore ed è perciò impossibile effettuare il funerale in tempi brevi, così ritorniamo in Italia in attesa delle disposizioni del Coroner che ha in carico il caso, solo un mese dopo potremo ritornare a Londra per il funerale.

A casa cerco di riprendere la vita normale malgrado tutto, penso a tante cose per ritrovare un po’ di coraggio, mi ritorna in mente Aldo Anghileri che perse un figlio nello stesso modo con cui io ho perso Claudia. Ripenso al film su Gian Piero ed allora, anche per evadere dai pensieri che mi angosciano, telefono a Tiziano per la registrazione rimasta in sospeso. Combiniamo un incontro e in forze vengono a trovarmi, questa volta mi sono preparato leggendo ad alta voce più volte la lettera di Gian Piero e miei interlocutori si dichiarano soddisfatti del risultato. E’ l’ultima delle riprese; il materiale è ora completo, ad autori e tecnici rimane il lavoro, non indifferente, di selezione e montaggio.

L’incontro con gli autori di “Itaca nel Sole” ha riportato i miei pensieri verso il passato, forse anche per allontanare il pensiero dal triste presente. La mia mente sembra quasi avvicinare le figure di Claudia e Gian Piero, ambedue scomparsi prematuramente, intellettuali, estremamente intelligenti e aperti a molti interessi. Claudia conobbe Gian Piero da ragazzina adolescente, avevano gusti musicali in comune ed il mio amico le procurò registrazioni di Neil Young e Bob Dylan.

Gian Piero Motti e Piero Pessa

Itaca nel Sole e Caporal, nomi che mi ricordano momenti più felici che mi viene voglia, ancora una volta, di rievocare e raccontare.

Primavera 2017 ci troviamo al rifugio della Rocca Sbarua, nel pomeriggio Alessandro Gogna presenterà la riedizione del suo libro Cento Nuovi Mattini. Al mattino arrampichiamo tutti insieme alla Torre del Bimbo e nel pomeriggio, nella sala del rifugio, Alessandro ci illustra con immagini le idee e luoghi raccontati nel suo libro. Ad un tratto si rivolge a me con una domanda: “Ugo mi sai spiegare perché avete identificato il “Nuovo Mattino” con la scoperta del Caporal? Non era già nuovo mattino il Bec di Mea per esempio?”.

Bella domanda. Per dare una risposta che convinca anche me, mi viene da ricordare quegli anni e quella scoperta.

Caporal, via dei Tempi Moderni, 1a ascensione, ottobre 1972. Foto: Giuse Locana

Sul finire degli anni ’60 il sodalizio alpinistico tra Gian Piero e me si fece più saldo, ci eravamo conosciuti nell’ambito della scuola Gervasutti, ambedue entrammo a far parte dell’organico istruttori nel 1965, io invitato per la precedente attività alpinistica, Motti perché aveva superato brillantemente i corsi della scuola e contemporaneamente aveva espletato una cospicua attività alpinistica individuale. Io ero più vecchio di 7 anni, avevo una sconfinata voglia di effettuare salite in montagna che dovevo mediare con impegni familiari e di lavoro. Gian Piero proveniva da una famiglia benestante, tra i giovani fu il primo a poter disporre di un’auto propria: inizialmente una 500 ma presto una FIAT 850 Coupé, più consona ai suoi gusti. A chi non lo conosceva appariva determinato, anche un po’ spavaldo, era generoso e disponibile ma nelle discussioni tagliava corto se l’interlocutore era noioso. Si impegnò seriamente con la scuola di alpinismo e con la precisione e competenza che lo hanno sempre distinto, preparò una bellissima serie di dispense per gli allievi. Il suo modo di vivere e qualche suo atteggiamento nell’agire, gli valsero il soprannome di “Principe”, coniato forse da qualcuno che nei suoi confronti provava un po’ di invidia.

Caporal, via dei Tempi Moderni, 1a ascensione, ottobre 1972. Foto: Giuse Locana

Nell’ambito della scuola cominciammo a discutere di montagne e lentamente scoprimmo di avere obiettivi in comune ed anche la nostra visione etica dell’alpinismo aveva molte similitudini. Gian Piero leggeva le pubblicazioni alpinistiche che provenivano dagli USA e dal Regno Unito e seguiva molto ciò che succedeva al di la delle Alpi: in Francia. Aveva scoperto una visione della scalata diversa da quella della nostra tradizione ancora influenzata dalla concezione romantica dell’alpinismo eroico di origini italo-germaniche. Si potevano affrontare le massime difficoltà con preparazione tecnico-sportiva, spogli dalla visione drammatica che in passato sembrava aver accompagnato le grandi imprese. Io non leggevo le riviste in lingua inglese ma divoravo tutto quello che si scriveva di alpinismo in Italia e Francia, avevo poco tempo a disposizione e un’infinità di progetti. La visione della “Montagna scuola di vita”, se mai mi aveva sfiorato, era scomparsa completamente dai miei pensieri. Lontanissima da me era poi l’idea dell’alpinismo eroico e gran parte del mio studio e preparazione tecnica era improntata a ridurre i rischi che comunque l’alpinismo delle grandi difficoltà richiede di affrontare. Già provavo qualche senso di colpa nei confronti dei miei familiari per cui non intendevo cedere a nessuna spinta eroica nel conquistare i miei obiettivi alpinistici. Ciò che trovammo ci accomunava era il desiderio della scoperta; posti nuovi ove vivere l’avventura, non necessariamente solo in alta montagna, l’avventura si trovava anche sui fianchi delle valli e, possibilmente, volevamo anche viverla in allegria.

Il masso Kosterlitz prima dello scempio

Dalle chiacchiere passammo all’azione pratica, cominciammo a combinare qualche scalata insieme. In quegli anni, oltre le notizie sul Capitan e dintorni arrivarono dall’America innovativi materiali tecnici quali: chiodi in acciaio trattato, sottilissime rurp, bong bong in alluminio, cliffhanger. Gian Piero ci portò a scoprire i tesori nascosti della sua valle: la Valle Grande di Lanzo. Egli già da bambino l’aveva girata in lungo e in largo. Conosceva tutte la rocce che si potevano scalare, così iniziò il periodo molto allegro del Bec di Mea con merende serali nella “piola” da Cesarin a Breno. Gian Piero e io, indipendentemente l’uno dall’altro, cercavamo qualche cosa che andasse oltre tutto quello che era stato fatto in falesia prima di noi: aprimmo nuove vie alla Rocca Sbarua e al Plu ma il risultato non ci appagava. Nella valle Granda di Lanzo tutto era molto bello ma né il Bec di Mea, né il Bec di Roci Ruta e ancor meno la Rocca di Lities rappresentavano l’obiettivo che stavamo cercando: troppa poca differenza rispetto a ciò che già era stato fatto in precedenza. Nelle mie fantasie arrampicatorie continuavo a domandarmi ove cercare un obiettivo degno e certamente Gian Piero si poneva le stesse domande.

Un giorno mi si accese la classica lampadina: le pareti sopra i tornanti della strada per Ceresole Reale, tante volte le avevo guardate diretto al Gran Paradiso ma senza formulare progetti di scalata, erroneamente immaginavo che su quei liscioni granitici si potesse progredire solo con grande impiego di chiodi a pressione, tipo di scalata che a me non interessava. Le esperienze fatte con Gian Piero, alla ricerca di nuovi obiettivi in falesia, unitamente alle conoscenze apprese leggendo riviste americane, inglesi e francesi, cambiarono il mio punto di vista e quasi improvvisamente mi scoprii convinto che i Dirupi di Balma Fiorant potevano essere scalati grazie al bagaglio tecnico da noi acquisito e senza l’indiscriminato uso del perforatore. Immediatamente fui preso dalla frenesia di passare all’azione. Un giovedì sera mi recai nella sede CAI Torino determinato a trovare un compagno per organizzare un tentativo. Entrando nei locali di via Barbaroux 1 intravvidi subito Gian Piero, era indubbiamente il miglior candidato possibile cui proporre il mio progetto. Come iniziai a parlare egli scoppiò a ridere e mi confessò che due giorni prima si era recato alla base di quelle rocce animato dai miei stessi propositi per scoprire una linea possibile di salita e che credeva di averla individuata. Non fu necessario aggiungere altro, passammo subito al progetto esecutivo: ci accordammo sui materiali e concordammo sull’opportunità di trovare altri due compagni in modo da attaccare divisi in due cordate.

Mike Kosterlitz e Ugo Manera, Torino, Sala degli Stemmi, febbraio 2018.

Era un periodo autunnale di tempo splendido così la domenica successiva, lasciata l’auto sui tornanti della strada che sale a Ceresole Reale, ci avviammo in quattro verso i Dirupi di Balma Fiorant seguendo il percorso trovato da Motti pochi giorni prima; a noi due ideatori del progetto, si erano aggiunti Guido Morello e Ilio Pivano. Ci portammo nel punto di attacco individuato da Gian Piero nella sua ricognizione. Impaziente di passare all’azione, mi legai con Motti e lui si avviò per il primo tiro lungo una serie di fessure piuttosto umide. Piantò numerosi chiodi e si fermò su un piccolo ripiano; io lo raggiunsi lasciando i chiodi per la seconda cordata e, quasi con impazienza, proseguii per il secondo tiro mentre Morello, in testa alla seconda cordata, raggiungeva Gian Piero in sosta. Toccava a Ilio chiudere la processione, ma fatti pochi metri, imprecando, ci dichiarò che su di lì non sarebbe salito e si fece calare. Non restava altro da fare che legare Guido a una delle nostre corde, lasciare in loco chiodi e moschettoni usati nel primo tiro e proseguire in cordata da tre.

Claudia Manera in gara al Moncenisio

Gian Piero condusse un terzo tiro poi toccò a me superare un bella e difficile lunghezza che ci portò alla base di un liscia placca compatta senza fessure. In previsione di un ostacolo di quel genere Motti si era portato un punteruolo e tre chiodi a pressione, armato di tali attrezzi si avviò lungo la placca compatta, salì fino a quando sentì la necessità di proteggersi poi, in posizione precaria, iniziò a battere sul punteruolo per praticare un foro atto a ricevere un chiodo a pressione. Alla terza martellata il punteruolo gli sfuggì di mano e precipitò tintinnando lungo la parete. Non avevamo punteruoli di ricambio e ci trovammo così (usando un’espressione tipica del nostro simpatico amico Carlaccio) come tre uccelli su un ramo.

Non ci rimaneva che apprestarci a ridiscendere in corda doppia con le pive nel sacco quando udimmo un voce che ci chiamava dall’alto. Con eccezionale preveggenza Pivano era salito lungo il canalone che costeggia la parete raggiungendone la sommità e con ammirevole intuito si era portato appresso due corde e non solo. Legò insieme le due corde, le fissò a un larice e le calò lungo la parete nella nostra direzione, Così ingloriosamente conquistammo la sommità del dirupo con salita a mezzo nodi Prusik. Allora io avevo l’abitudine di portarmi sovente appresso, fino alla base della parete ovviamente, una bottiglia di barbera di pregio che io stesso imbottigliavo in bottiglie da un litro. Ilio, con abnegazione e coraggio, insieme alle corde, si era portata in cima la mia bottiglia così festeggiammo immeritatamente con brindisi abbondante la nostra conquista abusiva dei Dirupi di Balma Fiorant.

Il masso Kosterlitz oggi

Due settimane dopo Gian Piero e io eravamo nuovamente lì per completare l’opera. Non c’erano più con noi i due amici del primo tentativo; il loro posto era stato preso da Vareno Boreatti e Flavio Leone. Ci accompagnava la allora fidanzata di Flavio Giuse Locana, una ragazza in gamba e spiritosa, purtroppo portata via poi dal solito male. Ci avrebbe atteso alla base e sue sono le due foto delle due cordate in azione, comparse in molte pubblicazioni.

Gian Piero attaccò per primo in cordata con Boreatti, io seguii legato con Leone. La salita si svolse senza intoppi, saggiamente avevamo portato un punteruolo di ricambio ma fu necessario un solo chiodo a pressione sulla placca che aveva fermato il primo tentativo. Toccammo la sommità in preda ad un entusiasmo esagerato, soprattutto da parte mia e di Gian Piero, avevamo finalmente trovato l’inizio del nostro Nuovo Mattino.

Ritornati alla base, dove ci attendeva Giuse, brindammo, questa volta meritatamente, con la solita barbera. Nell’allegria generale ci proponemmo il tema di dare dei nomi alla nostra scoperta: Gian Piero aveva già in testa il nome dell’itinerario aperto: la Via dei Tempi Moderni. Io feci un piccolo scherzoso ragionamento sul nome da dare alla parete: il nostro monolite non era meno bello dello Yosemitiano Capitan, era solo molto più piccolo e quindi lo potevamo collocare solo in una scala gerarchica più bassa: se quello era Capitano, il nostro poteva benissimo essere un Caporale. La mia proposta piacque all’unanimità e Caporal fu.

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Caporal, la scoperta ultima modifica: 2018-04-14T05:58:31+00:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Caporal, la scoperta”

  1. 5
    LUIGI GALLY says:

    Approfitto dell’occasione per  farti le mie condoglianze, anche se in ritardo, son genitore anche io per cui mi rendo conto del dolore che puo’ provare Ugo.

    Con affetto, un caro abbraccio, LUIGI GALLY

  2. 4
    Alberto Benassi says:

    A Londra rivedo Claudia, piccola, piccola sotto grandi coperte, è in coma farmacologico, attaccata a molte macchine che la tengono in vita. Non ha ripreso conoscenza dall’incidente e non la riprenderà più. Si spegne dopo una settimana malgrado lo strenuo prodigarsi dei sanitari. E’ stata una settimana terribile, in preda alla disperazione, solo il sostegno di Valentina mi ha impedito di crollare.

    Non ci conosciamo ma mi dispiace veramente tanto.

  3. 3
    G.Marino says:

    Ciao Ugo , non esiste nulla di più duro e difficile d’accettare della morte di un figlio.

    Un abbraccio.

    G.Marino

  4. 2
    Piero Pessa says:

    Caro Ugo, anch’io ho saputo da questo articolo della morte di tua figlia. Mi dispiace moltissimo, non la conscevo, ma capisco il dolore del genitore che perde una figlia. Ti abbraccio.

    Comunque l’articolo è molto bello.

  5. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Soltanto ora ho appreso della morte di Claudia, figlia di Ugo Manera. Seppure in ritardo, a lui vanno le mie condoglianze e la mia solidarietà. Un genitore che perde un figlio subisce dalla vita la piú terribile delle ingiustizie.

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