Una vita d’alpinismo – 29 – Carteggio con Emanuele Cassarà

Carteggio con Emanuele Cassarà (AG 1971-002)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Milano, 18 ottobre 1971
Caro Emanuele, la cartolina che hai ricevuto dal Canada era il risultato di una mia trasformazione. Dopo la Peutérey sono successe tante cose dentro di me e alla fine ho scritto un articolo sulla Ri­vista Mensile del CAI (settembre 1971) che ti consiglierei di leggere, e ho deciso di riallacciare i rapporti perduti. Dunque, per poter discutere, ti devo dire prima che io con l’alpinismo professionistico non ho più niente a che vedere e che tutto quello che avevo fatto fino al momento di smetterla lo consi­dero oggi più che mai giusto. La Peutérey è un po’ la summa di tutte le esperienze. La mia buona fede di fare il «predi­catore» alpinistico con le imprese e con gli articoli è stata be­stialmente calpestata dal tuo articolo «Bravi (e salvi!), ma c’è un equivoco!». A tal punto da farmi decidere di smetterla, tanto nessuno avrebbe mai capito. Per questo, adesso che ne sono fuori, voglio scriverti per riprendere la discussione. Ti avevo già chiarito (o mi era parso) tutto per telefono da Courmayeur, comunque passo a correggere il tuo articolo. Appurato che non ci sono state interferenze o gracidii nelle radio e che le ricezioni erano perfette per quel che bastava, dico anche che non ci sono stati errori da nessuna delle due parti. L’errore è stato po­steriore e solamente tuo (e di chi ti ha consigliato nella notte tra il 16 e il 17 febbraio).

  1. Noi abbiamo precisato chiaramente (te lo ha detto anche Gianni Calcagno per telefono) che stavamo bene e che chiedevamo l’e­licottero solo per risparmiare di stare male o di eventualmente morire.
  2. Chi ha ascoltato ha capito esattamente.

Tu hai sbagliato, forse volevi o l’eroismo o la tragedia, e visto che non c’era né l’uno né l’altra ti sei accontentato di un’ipotesi di vigliaccheria.

Però non voglio accusarti così pesantemente. Voglio cre­dere che tu ti sia sbagliato in buona fede perché non sai com’è l’ambiente. La frase: «Bene, dal Col Peutérey dovevano scen­dere da soli, a meno che uno di loro fosse ferito o tutti e quat­tro o soltanto uno fossero in condizioni di non poter cam­minare per stanchezza, o fame o congelamenti, ecc.» è com­pletamente errata. A prescindere dal fatto che si può non es­sere eroi senza necessariamente essere vigliacchi, è evidente che tu non sai cosa vuol dire scendere dal Col Peutérey.

Emanuele Cassarà

«Nessuno s’azzardi a toccare Maestri…», con il compres­sore che lo fa vincere ad ogni costo, mentre la nostra radio serve per far capire a tutti che abbiamo perso. Non tutti possono essere uguali a Bonatti e poi la Peutérey invernale è un passo avanti del più grande fatto da Bonatti.

La conclusione del tuo articolo «Desmaison intanto è a un passo dalla vetta…», è semplicemente ridicola (a posteriori). Scusami la crudezza di espressione, ma il tuo articolo è una somma di «sentito dire», di idee sbagliate.

Quest’inverno credo senz’altro che ritenterò la Peutérey, ma sta’ tranquillo che non avvertirò nessuno, avvertirò soltanto gli elicotteristi dell’anno scorso, con cui quest’estate ho man­tenuto buoni rapporti. E staremo bene attenti, in caso di ri­chiesta di soccorso, ad avvisare solo loro e nessun altro; anche perché 420.000 lire di spese di soccorso da Courmayeur sono decisamente un po’ tante, specie considerando che le guide non hanno (per fortuna) dovuto far niente. E neanche gli si può dire nulla, perché eventualmente si sarebbero mosse. Ma 420.000 per non essersi mossi… più 80.000 di elicottero!!! Roba da pazzi, con tutti i viaggi che ha fatto l’elicottero, le spese avrebbero dovuto essere all’inverso. Non ti sembra? La cosa per me è puramente accademica, perché intanto paga l’assicurazio­ne del CAI.

Tu ti sei lasciato, a mio parere, influenzare dalle dicerie, dai male informati, dagli invidiosi, che non comprendono come una salita del tipo Peutérey invernale debba avere dentro di sé rinchiuso un forte dubbio di fallimento e che bisogna premu­nirsi contro di esso. La sostanza del discorso è che, quando degli alpinisti proclamano apertamente la loro sconfitta, tutti gli danno addosso, mentre quelli che «vincono» ad ogni co­sto hanno sempre l’ammirazione di tutti e sono «eroi». A me basta aver raccolto delle voci per le quali della nostra vicenda e della sua conclusione hanno pronunciato parere ammi­rativo e favorevole personalità come le seguenti: Messner, De­smaison, Bonington, Darbellay, Seigneur e Haston, ovvero sei tra i dieci (e non di più) migliori alpinisti mondiali. Voci si­cure, riferite di prima e non di seconda mano.

Emanuele Cassarà, Convegno a Juval CORSA ALLA VETTA, 1 marzo 1987. Foto: Sandro Girella.

A distanza di tanti mesi so di aver agito bene. E non mi sono ancora pentito delle decisioni prese in vetta al Pilier D’Angle (la nostra cordata, Calcagno, Machetto, Gogna, Allemand si ritirò al settimo giorno di ascensione e la decisione fu presa in vetta al Pilier d’Angle la mattina presto del 15 febbraio 1971. Stimammo che la salita alla vetta, con le condizioni di ghiaccio di quel momento della cresta di Peutérey, ci avrebbe richiesto due giorni di scalata, non concessi dal maltempo in arrivo. Scesi al Col Peuterey nella bufera, fummo evacuati dall’elicottero la mattina del 17. NdA). Un mese dopo, a marzo, quattro polacchi, tra cui Andrzej Mróz, hanno fatto la prima invernale della via Bonatti­-Gobbi al Pilier D’Angle: un giorno e mezzo per la vetta del Pilier e due giorni per la rimanente Cresta di Peutérey. Questo per provare che la nostra stima è stata esatta e che con quel brutto tempo noi non avremmo messo meno di due giorni. I quattro polacchi subirono alcune amputazioni di cui puoi leg­gere su riviste come La Montagne.

Mi dispiace doverti parlare così. Dirti che hai sbagliato, che hai molto sbagliato, come d’altronde sono sicuro che noi non abbiamo sbagliato. E poi ho le spalle al sicuro: io non mi ero mai sputtanato prima a tal punto che adesso la gente non mi debba credere più. Quello che ho fatto prima andava bene e anche la Peutérey deve essere accettata come un nor­male tentativo, senza sospetti di vigliaccheria o peggio di mon­tatura. E ricordati di questo: chi non è mai stato salvato o aiu­tato da qualcuno, se è furbo, non vada a vantarsi in giro; perché prima o poi potrebbe succedergli qualcosa.

Tuttosport del 18 febbraio 1971

Ti confesso che prima dell’articolo incriminato eri per me qualcuno: il giornalista più quotato e informato per scrivere di montagna e quindi, oltre che un amico, eri degnissimo di ogni rispetto. Poi per un solo episodio hai voltato faccia, dopo giu­dizi affrettati. Non voglio ripetere lo stesso errore, non voglio, dopo averti ritenuto l’unico giornalista di montagna, per un solo articolo, abbassarti a tal punto da non rispettarti più. Però devi dimostrarmi di aver capito di aver avuto torto. Se no sarà tutto come durante questi mesi. Col vantaggio da parte mia che io ormai ne sono fuori. Non scriverò mai più un articolo su giornale o settimanale, non informerò mai più nessuno. E così sarò libero di decidere a modo mio. Scusami ancora la franchezza, la crudezza, chiamala come vuoi, ma dovevo dirti queste cose e se te le dico ora e non l’ho fatto prima è perché ora mi sento ancora più sicuro di avere ragione, ora che sono fuori dalla bolgia. Per me chiunque potrà continuare a far sa­lite d’inverno dove d’estate si passerebbe con un quarto dei chiodi solo per far più scena, chiunque potrà usare i mezzi ar­tificiali che vorrà senza il minimo pudore. La cosa non mi in­teressa più. Ora farò il mio alpinismo, scrivendo solo su stampa specializzata. Ora potrò tranquillamente, fuori dalla bolgia, giu­dicare. Prima ero l’accusato e adesso farò il giudice, è molto più comodo. Finora non ho mai detto male di nessuno, io. E ora posso farlo, anche se, è chiaro, manterrò certi limiti di buona educazione.

Ho fatto una prima quest’estate, in Civetta, la Nord-ovest della Cima di Terranova. Non ho fatto scrivere niente su que­sta e mai ne sono stato così contento. Infatti mi sono accorto che la gente che conta e che giudica per quello che si può valere e non sembrare di valere, lo viene a sapere lo stesso.

Ho il mio lavoro, non mi importa più niente dei giornali. Tuttosport mi deve 10.000 lire per un articolo, ma non im­porta perché è una cosa morta per me. Vivo nella sola speranza di poter fare un giorno la Peutérey d’inverno, non per rivincita, sai, ma perché ce l’ho dentro. E per questa passione sono anche disposto ad affrontare il pericolo morale di altri «taxi», senza i compromessi di viveri intermedi lasciati d’autunno al bivacco Craveri, come da più parti mi è stato suggerito.

Resto in attesa di una tua risposta: non so come la pren­derai questa mia lettera, ma sarei contento se tu mi scrivessi che ho ragione. Forse è pretendere troppo. Comunque ti sa­luto e ti prometto di farmi vivo a Torino non appena mi sarà possibile. Ciao, Alessandro

Torino, 12 novembre 1971
Caro Alessandro, rientrato dal Nepal ho trovato la tua lettera, alla quale soltanto ora trovo il tempo di rispondere esaurientemente. La tentazione di pubblicartela pari pari sul giornale è stata forte, ma siccome non era una lettera ufficiale al giornale, ma privata a me, non ho potuto farlo. Dico questo soltanto per una pre­messa: se l’avessi pubblicata, tu non saresti stato capito né dall’ambiente alpinistico, né dal grosso pubblico. E questo già ti anticipa quanto io penso su questa lettera (non su di te, che è un altro discorso che farò più avanti).

Intanto constato con piacere che hai accettato il giudizio che il tuo era un alpinismo professionistico. Questo dovrebbe portarti alla logica deduzione che se si fa del professionismo ci si espone ai pro e ai contro della cosa. Non si può accettarne i vantaggi e respingerne i lati spiacevoli. Lascia stare la veste di predicatore che volevi assumere. L’alpinismo che tu prati­chi non ha spazio per le prediche, è un alpinismo assolutamente d’élite, specializzato, riservato a pochi. Perciò semmai le tue prediche, come le chiami, io direi meglio i concetti che ne derivavano, o gli insegnamenti, dovevano rivolgersi a un gruppo ristrettissimo di uomini, più o meno con le tue ispirazioni e le tue ambizioni tecniche, oltreché spirituali. Non alla massa o anche soltanto alle sale affollate del CAI dove parlavi.

Nessuno ti aveva mai capito? Cosa significa, cosa volevi che capissimo? Io ti avevo capito benissimo e l’ultimo articolo di presentazione del tuo tentativo alla Peutérey lo dimostrava. Era un inno al completamento di una concezione tecnica nuo­va, risultato di quanto era stato fatto dai migliori nel passato! Ho le carte in regola dunque, anche se non c’era bisogno di dimostrartelo.

Il fatto è che il mio è un giornalismo nuovo in alpinismo e sei tu, quindi, che scrivendomi ciò che hai scritto, dimo­stri di non averlo capito. Non sono giornalista da compromessi, non sono, come ho già avuto modo di scrivere, soltanto un cantore delle gesta degli eroi, ma un critico di alpinismo. Con te è successo quanto era successo con Bonatti, che, da tutti dimenticato, è stato riportato alla ribalta delle cronache dal sot­toscritto. Così divenne mio amico, mi veniva a trovare, ecc. Poi venne la Nord invernale al Cervino e io scrissi che forse non era stato leale, Bonatti, con Panei e Tassotti, perché si era fatto aiutare sullo zoccolo e poi li aveva liquidati per fare da solo la Nord. Era sempre grandissima cosa, scrissi, ma c’era una macchia. Bene, Bonatti non è più stato mio amico, per­ché io avevo scritto la verità e la verità brucia. Non ha potuto dimostrarmi che ciò che sostenevo era sbagliato, semplicemente si è offeso e basta. L’unico che finora ha fatto eccezione è Cesare Maestri che ha classe anche come uomo, oltreché come alpinista. E un altro è Mauri.

Emanuele Cassarà (a sin) e Roberto Copello parlano con R. Messner. Convegno a Juval CORSA ALLA VETTA, 1 marzo 1987. Foto: Sandro Girella.

Ma andiamo avanti. Dunque il mio giornalismo non è com­preso dalla maggior parte del mondo alpinistico italiano, timo­roso, ipocrita, carbonaro, fatto di troppe leggende, di troppa spet­tacolarità come giustamente sosteneva Paolo Armando. Difficile in Italia trovare uno come Pierre Mazeaud che di fronte a una tavola rotonda, a Trento, dice: io voglio che la gente sappia di me, che i giornalisti scrivano di me.

Dunque la radio. Alla precisa domanda di Zappelli: «Sie­te eventualmente in grado di scendere da soli?», Machetto ha risposto vediamo domani, decidiamo domani mattina, intan­to può darsi che l’elicottero possa venire. La domanda era pre­cisa. Ma la vostra risposta è stata evasiva. Eravamo in cinque intorno a quella radio! Ciò che era importante sapere erano le vostre precise condizioni, anche di morale. Voi dunque doveva­te rispondere: stiamo bene tutti, potremmo farcela da soli dun­que, ma siccome è pericoloso e siamo un po’ stanchi, prefe­riamo l’elicottero. Dire chiaramente che l’elicottero era il vo­stro obiettivo. Aggiungo di più: avreste dovuto accordarvi prima con l’elicottero, poiché siete già partiti con la riserva. Ri­serva per riserva, era meglio far le cose per benino, non tenere la gente (sia pure gente che se ne fregava di voi, d’accordo!) con l’anima in pena. Io, se serve qualcosa a dirlo, ero tra quel­li veramente con l’anima in pena.

Tanto è vero che la tua spiegazione è perlomeno originale: per risparmiare di star male, o di eventualmente morire. Cosa significa? Niente. Io non parlo e non ho mai parlato di vi­gliaccheria, ma di non sincerità. Bastava essere più sinceri, la sincerità è sempre accettata e rispettata. Bastava dire: siamo battuti, per questa volta non ce la facciamo, aiuto. Così, sem­plicemente. Non voler passare per ciò che non eravate, in quel momento. In quel momento eravate dei vinti, e si può perde­re, nella vita come in alpinismo, senza che qualcuno possa dire vigliacco. Io per primo avrei scatenato il finimondo in vostra difesa. E sapete bene che se voglio scatenare il finimondo spes­so ci riesco! Perciò tu non puoi fare a me alcuna accusa, non te lo puoi permettere.

Se ritornerai alla Peutérey, dovrai prima avere un’altra cari­ca, quella che ti sosteneva quando hai fatto le tue cose migliori, e per le quali giustamente eri – e sei! – considerato tra i nostri più forti arrampicatori, anzi, uno che ha dato qualcosa di nuovo. (In quanto ai buoni rapporti con gli elicotteristi, cerca di non trascurare anche quelli con gli alpinisti e le guide. La superbia non serve a nulla, specie in alpinismo).

Tutta l’ultima parte della tua lettera, infine, dimostra una sola cosa: che devi cercare con il lavoro di trovare un maggio­re equilibrio per la tua vita, sinora fatta di tentativi non soltanto alpinistici.

Ciò che tu hai fatto in montagna, ciò che tu sei per l’al­pinismo non è toccato dall’infausta Peutérey. Ma non lo è se tu ti libererai da certe smanie, da certe sofferenze interiori tue, logiche, comprensibili in un ragazzo che era già qualcuno — in un campo difficile come l’alpinismo – a diciannove anni, forse a diciotto. Ma probabilmente è questo raggiungere il suc­cesso troppo in fretta – chissà, anche io ho certamente re­sponsabilità in questo campo – che ti ha confuso le idee. Adesso stai cercando chiarezza in te e così affermi di non dire niente ai giornali, di non scrivere che su stampa specializzata (come se il mio giornale non fosse stampa specializzata!) di smettere di fare il predicatore, ecc., ecc. Hai ancora qualche confusione, sei arrabbiato, insoddisfatto, infuriato prima di tutto con te stesso. Passerà. Qualche anno in più, il lavoro, magari l’aiuto della tua donna, troverai pace interna e compren­sione e stima esterne.

Quella stima che io per te ho sempre avuto, per te alpini­sta, e che invece è perplessa per te uomo completo. La tua classe è naturale, è tecnica. Ma è l’unica che non matura col tempo, o c’è o non c’è. Mentre uomo si diventa di sicuro e tu lo diventerai presto, a forza di soffrire (e l’alpinismo fa soffrire). Ciao, Alessandro, passa a trovarmi. Emanuele Cassarà

Emanuele Cassarà (1929-2005) fu giornalista e scrittore tra i più autorevoli e noti tra quanti si sono dedicati all’alpinismo, nonché uno dei padri delle gare di arrampicata. Al tempo del carteggio era giornalista a Tuttosport. Per maggiori dettagli su Cassarà, leggere
http://www.planetmountain.com/it/notizie/eventi/e-morto-emanuele-cassara-uno-dei-padri-delle-gare-di-arrampicata.html.

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Una vita d’alpinismo – 29 – Carteggio con Emanuele Cassarà ultima modifica: 2018-08-02T05:26:34+00:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 29 – Carteggio con Emanuele Cassarà”

  1. 6
    Beppe Guzzeloni says:

    Credo che l’epilogo possa essere: due amici che, su due esperienze vissute in modo molto diverso, su cui divergono, si incazzano, si giudicano e giudicano i fatti in modo differente, sono due persone che si rispettano. Così mi sembra.

  2. 5
    lorenzo merlo says:

    È vero manca l’epilogo, ma solo formalmente.

    Per pubblicare questo scambio, con i suoi contenuti vividi di sentimento, la loro alta esposizione emozionale, la loro facilità di bersaglio, la loro esuberanza giovanile, temo serva quella serenità, sola a permettere di riconoscerci uguali, sola a liberarci dalla pressione egoica degli uomini piccoli.

  3. 4
    Carlo Crovella says:

    Non ho mai apertamente condiviso molte delle posizioni assunte da Cassarà nel corso degli annni…, ma almeno era un giornalista che “masticava” montagna.

    Allora si polemizzava, ma lo si faceva schiettamente e anche gli argomenti alpinistici avevano dignità per essere pubblicati sui quotidiani sportivi (nella fattispecie Tuttosport).

    Invece che tristezza provo oggi quando mi capita fra le mani una copia dell’attuale Tuttosport, incentrato esclusivamente sui gossip calcistici….

     

    Il destino è comune con tutti gli altri giornali sportivi a cominciare dalla Gazzetta, che forse ha un po’ più sazio per il ciclismo, la F1 e il Motomondiale, ma sempre in forma di proiezioni sui possibili cambiamenti dei team….il tutto mi apppare come la summa dell’onanismo sulle possibile formazioni al seguito di trasferimenti dei cosidetti top palyer…. che tristezzza!

  4. 3
    Luca Calvi says:

    Grazie per queste pagine di vera storia dell’alpinismo è dei suoi corollari…

  5. 2
    Alberto Benassi says:

    già cosa ne pensa il Gogna di oggi?

    dopo che la vita gli ha permesso di maturare tante esperienze che possono anche modificare le convizioni passate. Se l’hanno fatto.

  6. 1
    Simone Di Natale says:

    Articolo interessante.

    Manca l’epilogo.

    Cosa ne pensa il Gogna uomo, oggi, della risposta ricevuta da Cassarà?

    E’ rimasto della propria opinionie inziale oppure gli anni hanno cambiato qualcosa?

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