Charlie Porter, un pezzo di Capitan

L’americano Charlie Porter, alpinista e uomo d’avventura, morto a Punta Arenas il 23 febbraio 2014 per problemi cardiaci, ci ha lasciato un’eredità straordinaria.

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Nato nel Massachusetts nel 1951, già da studente aveva cominciato ad arrampicare nel New Hampshire e nelle Canadian Rocky Mountains, Porter si recò la prima volta nella valle dello Yosemite nel 1969. Qui, assieme a Steve Wunsch, fece la seconda ascensione in libera del Direct North Buttress della Middle Cathedral Rock, una via allora di grande reputazione, in libera la più dura della valle.

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Charlie Porter all’inizio della lunga marcia per la Asgard Tower (Isola di Baffin), 1975
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Charlie Porter all’inizio del passo chiave di The Shield (Capitan), la Triple Cracks (1972)

 

 

Porter-Excalibur-diedrisuperiori-ac2Ritornò in Yosemite a 21 anni, nel 1972, per una delle più celebrate serie di big walls. Quel tris di “prime” davvero cambiò la storia della valle, e non solo.
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, fatta da solo in sette giorni, fu la prima via (5.7, A2, VI) a percorrere quel terreno verticale e liscio a destra della North America Wall.

The Shield, scalata con Gary Bocarde in sette giorni (5.7, C4F, VI), spinse al limite estremo la scalata artificiale. Sulla parete terminale, tra la Salathe e il Nose, Porter superò una serie di esilissima fessure (Triple Cracks) con l’uso di 35 rurp consecutivi. Il rurp è un chiodo abbastanza simile a una lametta da barba come dimensioni. Molti di quei rurp Bocard li tolse con le mani. L’eco di quell’impresa fu immediato, anche Royal Robbins contribuì alla leggenda scrivendo che Porter si era “infilato nel rurp per guardare fuori”.
Tanto per dare idea dell’impatto che Porter provocò, ecco un ricordodi Kevin Worrall: “Non dimenticherò mai quando con i binocoli guardavo Porter su quella serie di tre fessurine… ero scosso. Non potevo credere quanto microscopiche fossero!”.

Ma fu con la prima impresa del 1972 che Porter arrivò al supremo: la New Dawn (Wall of the Early Morning Light), terza ascensione (10 giorni), in solitaria. Qui successe perfino che alla fine della prima giornata un sacco, che conteneva la maggior parte dei viveri, il saccopiuma e l’amaca, gli cadesse nel vuoto. Porter invece di rinunciare continuò per nove giorni bivaccando sulle staffe e coprendosi con il materassino. E ce la fece!
Era il primo segnale di quanto Porter fosse tosto, di certo una delle sue caratteristiche più evidenti.

Charlie Porter nei diedri superiori di Excalibur (Capitan), 1975. Foto: Hugh Burton

Nel 1973 altro bis sul Capitan, prima con Mescalito (5.8, A3, VI), prima ascensione assieme a Hugh Burton, Steve Sutton e Chris Nelson, poi con Tangerine Trip (5.8, A2, VI), prima salita assieme a J. P. de St. Croix.
E’ del 1975 Excalibur (5.9, A3, VI), l’ultima sua prima sul Capitan, con Hugh Burton.
Nel 1974 andò nella Ruth Gorge e scalò la parete sud-ovest del Moose’s Tooth, portando così sulle montagne dell’Alaska le tecniche sviluppate nello Yosemite.

Nel 1975 gli riuscirono due grandi imprese che ingigantirono la sua figura ormai leggendaria. La prima fu Polar Circus, una via di 700 m nel Banff National Park (Cirrus Mountains), V, WI 5, con Bugs McKeith e i gemelli Alan e Adrian Burgess, con paurose sezioni di ghiaccio verticale, protette con i chiodi tubolari di allora, senza vite. La seconda, a settembre, innalzò ancora il livello: la Porter route (5.10+, A4, VII), sulla parete nord-ovest del Mount Asgard (Baffin Island), da solo, in nove giorni, la prima via a essere graduata VII (da non confondere con la scala UIAA).
Nell’insieme delle difficoltà di A4, Porter mise solo uno spit, nella 24a lunghezza, poi fece il ritorno di più di 150 km a viveri finiti e con i piedi così gonfi per un inizio di congelamento da costringerlo a tagliare gli scarponi!

Steve Sutton sulla Triple Cracks (quella dei 35 rurp) su The Shield al Capitan, terza ascensione
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Un grande esperto di big wall, Mark Synott, giudica quest’impresa “la più straordinaria nella storia dell’arrampicata su big wall”. E anche Doug Scott: “A remarkable achievement, la più grande impresa dell’Isola di Baffin, dell’Artico e probabilmente di qualsiasi altro luogo sul pianeta Terra“.
Del 1976 è la parete ovest del Middle Triple Peak nelle Kichatna Mountains con Russell McLean, come pure la sua più grande realizzazione, la prima solitaria della via Cassin alla parete sud del Denali (Mount McKinley) in Alaska, in 36 ore. Una performance  ahead of its time che suscitò grande clamore, cui Porter rispose con reticenza molto introversa, rifiutandosi di dare dettagli all’American Alpine Journal.

Con questo eravamo al culmine della sua carriera, altri interessi lo presero e nel 1979 il suo spirito avventuroso lo spinse a fare una traversata in kayak di più di 3.000 km, comprensiva del Drake Passage di Capo Horn.

Di professione geoscienziato, Porter nel 1980 si stabilì in Patagonia, per contribuire agli studi sui cambiamenti climatici. Come amministratore delegato della Patagonian Research Foundation e come grande esperto di navigazione kayak e yacht seguì numerosi gruppi di studiosi in varie parti della Terra del Fuoco.

Nel 1995 si unì a Stephen Venables, John Roskelley, Jim Wickwire e Tim Macartney-Snape per salire il West Peak del Monte Sarmiento. In quell’occasione, per il forte vento, perse l’equilibrio su una cresta di ghiaccio, scivolò ma si fermò incastrando un braccio in una fessura del ghiaccio. Si lussò una spalla ma non precipitò.

Charlie Porter era ed è un pezzo del Capitan che ora starà sicuramente veleggiando verso località remote con la sua barca, sicuramente contro vento, sicuramente contro corrente (Ivo Ferrari)”.

Charlie Porter in una foto recente. Foto: Ralf Gantzhorn
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postato il 18 maggio 2014

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Charlie Porter, un pezzo di Capitan ultima modifica: 2014-05-17T21:19:21+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Charlie Porter, un pezzo di Capitan”

  1. 3

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    Che dire… solo che ho un’ammirazione smisurata per questo rappresentante dell’avventura alpinistica, dell’avventura verticale.

    Chi oggi vorrebbe frenare, per non dire vietare, l’avventura cancellando la libertà di decidere della propria vita, trasformando tutto in una… “minestra preconfezionata”… e in un turismo montano apatico e senza sogni se non quelli imposti, dovrebbe prendere esempio da questo Ulisse dei nostri giorni.

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