Eiger: cinquant’anni della Diretta

Eiger: cinquant’anni della Diretta
(i mille volti di una parete)
di Jochen Hemmleb
(pubblicato su Alpinist 56)
Traduzione © Luca Calvi

“All’improvviso vidi una sagoma rossa che rotolava verso il basso. Cadeva troppo veloce per poterle andare dietro (Peter Gillman, Scalatore ucciso sull’Eiger, su Daily Telegraph del 23 marzo 1966)”.

A volte una singola immagine o una sola citazione arrivano a rappresentare, a personificare un’intera storia. Ciò che il giovane reporter britannico Peter Gillman vide attraverso un telescopio alle tre e venti di pomeriggio del 23 marzo 1966 era quello che poi divenne il momento cruciale della Direttissima all’Eiger, la prima via diretta lungo la parete nord più famosa di tutte le Alpi. Fu solo un breve lampo di colore che risaltava nel bianco e nero generale di roccia e ghiaccio, eppure quell’istante arrivò a espandersi nella percezione di Gillman fino a diventare un tempo insopportabilmente lungo durante il quale quella sagoma sembrava girare “lentamente, con grazia e verso un finale drammatico”. John Harlin, trent’anni, uno degli scalatori americani di spicco negli anni Sessanta, stava risalendo una corda fissa. La corda si era spezzata e lui in quel momento stava precipitando per andare incontro alla morte dopo un volo di oltre 1300 metri.

Quell’immagine, catturata nelle parole di Peter Gillman, fu così potente e ossessionante che gli eventi successivi arrivarono ad assumere un ruolo quasi secondario nella letteratura alpinistica. Tre giorni dopo uno dei compagni di Harlin, Dougal Haston e quattro tedeschi (i cui nomi non furono nemmeno citati da più di un giornalista) raggiunsero la vetta. Mentre poi la lotta per la sopravvivenza di Haston nel giorno dell’uscita in vetta trovò una cornice nel libro La Diretta dell’Eiger che lo stesso scrisse con Gillman, le esperienze dei suoi compagni furono bellamente obliate. Due di loro, Günther Strobel e Roland Votteler, persero tutte le dita dei piedi a causa di congelamenti. Con il passar del tempo tutti i membri della cordata tedesca arrivarono a perdere ben altro: la loro propria storia.

John Harlin, Layton Kor e Dougal Haston alla Kleine Scheidegg

Verso la fine di marzo del 2016, per il cinquantesimo anniversario della Diretta dell’Eiger, salgo sulla ferrovia a cremagliera che da Grindenwald porta al famoso complesso alberghiero della Kleine Scheidegg. Günter Schnaidt, uno dei membri della squadra tedesca, era seduto vicino a me, assieme a sua moglie Margret, a Barbara, la vedova del capocordata Peter Haag e al loro figlio, Daniel. In un certo senso questo viaggio segna per me un ritorno alle radici di storico dell’alpinismo. La storia della diretta dell’Eiger era stata una delle prime che avevo letto quando ero ancora un ragazzino di nove anni. I racconti degli scalatori mi avevano lasciato una forte impressione fin da bambino e alla fine mi avevano spinto ad andare in montagna alla ricerca delle mie avventure personali. Parecchio tempo dopo, mentre mi occupavo di ricerche sulla storia dell’Everest, ero entrato in amicizia con Peter Gillman, quello che adesso ci sta aspettando all’hotel.

Mentre il nostro treno passa la stazione intermedia di Alpiglen, l’ampio anfiteatro della parete occupa tutto il nostro campo visivo e dobbiamo allungare il collo al massimo per riuscire a vedere la vetta a più di duemila metri sopra le nostre teste. E’ una parete dalle dimensioni troppo grandi per poterla abbracciare anche solo con la vista. Riconosco immediatamente i nevai battuti dalle slavine, i pilastri, le rampe, i colatoi collegati dalla linea a zig-zag della classica via Heckmair del 1938, la prima via salita lungo la parete nord. Adesso mi sono familiari anche le caratteristiche della Diretta: la parte inferiore, coperta di neve, con pendenze non importanti, tagliata improvvisamente dalla fascia bianca della Prima Cengia; le ripidissime lingue di ghiaccio che risalgono fino alla Seconda Cengia e al Ferro da Stiro, il caratteristico sperone cuneiforme al centro della parete; il verticale obelisco del Pilastro Centrale, che si impenna verso il più conosciuto dei punti di riferimento della parete nord, l’imbuto profondamente incavato del Ragno. E’ lì che la Diretta taglia verso destra, attraverso il piccolo nevaio della Mosca, per poi andare a svanire nel mare increspato di placche che forma la parte finale della parete principale.

I membri della squadra della Diretta all’Eiger (con il giornalista Harri Frey e il fotografo Mick Burke) il giorno dopo la vetta. Foto: Peter Gillman.

Per me la Diretta è un richiamo alla modernità: mentre la via Heckmair mostra l’ingegnosità dei primi salitori nel cercare e nel riuscire a trovare la linea di minor resistenza, la Diretta possiede quell’eleganza diretta e verticale che caratterizza una nuova epoca. Ancora negli anni ’30 l’italiano Emilio Comici aveva detto che la via ideale da seguire lungo una parete di una montagna doveva essere quella che scendeva dalla vetta “a goccia d’acqua” e già dopo la Seconda Guerra Mondiale gli scalatori avevano provato salite sempre più dirette e difficili. Eppure la Diretta all’Eiger non era per nulla un qualcosa di forzato o artificioso. Era ancora comprensibile, decifrabile. Aveva strutture grandi ed evidenti che persino un occhio non allenato sarebbe stato in grado di riconoscere, così come era evidente il richiamo esercitato da una linea così suggestiva e ancora vergine per gli scalatori degli anni ’60. Per John Harlin, che nel 1962 era stato il primo americano a scalare la parete nord lungo la via classica, la Diretta divenne un’ossessione, tanto che da quell’anno alla fine del 1965 andò a provarla per ben sei volte.

C’era comunque anche qualcun altro che aveva la stessa idea fissa: Peter Haag, all’epoca ventottenne, proveniente da Stoccarda, Germania sud-occidentale. Haag aveva passato un anno a covare i piani per la Diretta all’Eiger e quell’idea lo eccitava a tal punto che arrivò a portare Barbara, all’epoca la sua ragazza, come prima volta in cui uscivano assieme, a fare un giro… all’Eiger. Andarono così in autostop a Grindenwald, dove le mostrò i dettagli della via che voleva salire e che non esitò a definire il suo “grandissimo amore”. Nell’autunno del 1965, quando Haag e Harlin si incontrarono al Festival del Cinema di Montagna di Trento, fu evidente fin da subito l’intesa che si era venuta a creare. La sera andavano al bar dell’albergo camminando lungo le strade selciate della seicentesca cittadina italiana. Haag suonava il pianoforte e lui e Harlin stavano svegli fino a tardi “a bere, fumare, chiacchierare e fare progetti”, come ricorda Barbara in un’intervista rilasciata a Gillman nel 2014. Tanto Harlin che Haag convenivano sul fatto che il momento migliore per un tentativo alla Diretta all’Eiger sarebbe stato l’inverno seguente, con la diminuzione del fuoco d’artiglieria dei sassi in caduta libera dal Ragno.

Haag tornò a casa entusiasta di quelle conversazioni. Barbara pensa che probabilmente avrebbe voluto condividere la salita assieme ad Harlin, ma alla fine i due organizzarono i propri tentativi in modo indipendente. Forse, come lasciò scritto Haag nel libro “Eiger – Kampf um die Direttissima”, scritto assieme a Jörg Lehne, le loro visioni erano all’epoca troppo inconciliabili. Oppure, forse, l’incontro di Trento era stato troppo breve per impegnarsi assieme in un’impresa così seria. In ogni caso, quando poi Haag incontrò Harlin verso la fine di febbraio del 1966, l’americano gli si mostrò meno ben disposto e lo accolse, stando a quanto riportato nel libro, dicendo: “sembra che tu ti sia portato dietro un intero circo!”.

Layton Kor mentre scala il tetto al di sopra del Pilastro Centrale con Karl Golikow che lo osserva. Qui Bonington ha chiamato Peter Gillman via radio, per descrivergli la scena come “la situazione più fantastica che uno possa immaginare… Si vede tutta la parete che cade sotto i tuoi piedi, quasi verticalmente”. Foto: Chris Bonington

Circo è il termine appropriato per definire l’ambiente che ruotava attorno alla parete nord dell’Eiger fin dai primi tentativi degli anni ’30. Le terrazze degli alberghi della Kleine Scheidegg, poste proprio di fronte alla parete, fornivano agli spettatori posti in prima fila per assistere a tragedie e trionfi. Lo stesso Harlin era noto per la sua disponibilità a usare la pubblicità per poter perseguire i propri sogni alpinistici. Per la scalata aveva messo assieme una squadra di eccellenza che comprendeva anche l’asso americano delle scalate su roccia, Layton Kor e gli esperti alpinisti britannici Dougal Haston e Chris Bonington. Il giornale Daily Telegraph sponsorizzava il tentativo e aveva assoldato Bonington in qualità di fotografo, oltre a Peter Gillman, per il reportage sulla scalata.

Al confronto, la squadra di Haag, composta da otto membri, aveva un solo scalatore con una certa fama a livello internazionale, ovvero il co-leader Jörg Lehne. Apparentemente cocciuto e testardo di carattere, Lehne per le scalate era tanto riflessivo quanto determinato, qualità che ebbero poi a provare la propria bontà parecchie volte durante le fasi finali della Diretta all’Eiger. Lehne ebbe a scrivere: “Per uno scalatore il modo migliorare di mettersi alla prova era sempre stata la possibilità di effettuare prime ascensioni” e nel 1958 era stato uno dei primi salitori della Hasse-Brandler alla Cima Grande in Dolomiti, una delle prime direttissime di spicco e che presentava difficoltà altissime in libera e in artificiale. Aveva anche effettuato un tentativo invernale alla via classica alla parete nord dell’Eiger e aveva resistito ai rigori dell’altitudine sull’ancora vergine versante Diamir del Nanga Parbat, in Pakistan. Tutte queste esperienze avevano fatto di lui la persona giusta per affrontare le sfide della Diretta all’Eiger in inverno: il freddo, che penetrava dappertutto e che andava a far tremare allo stesso modo l’attrezzatura e la volontà; il ghiaccio blu, duro come il marmo, che ricopriva la roccia; le tempeste violente e gli spruzzi di neve polverosa che andavano a infilarsi ovunque e che trasformavano l’ombroso concavo della parete nord in un calderone ribollente di neve.

Layton Kor in sosta che guarda il Pilastro Centrale mentre Jörg Lehne risale con le jumar. Quella sera, come si legge in Eiger, Kampf um die Direttissima, Lehne provò un senso di felicità. Il giorno successivo, però, la corda fissa si ruppe proprio sotto la sosta. Foto: Chris Bonington

Gli altri membri del team tedesco provenivano dalla regione della Svevia, tra Stoccarda e Ulm: Günter “Papa” Schnaidt, di trentadue anni, l’anziano del gruppo; Karl Golikow, la cui temerarietà gli era valsa il nomignolo di “Carletto Catastrofe”, ma allo stesso tempo faceva di lui uno scalatore ardito e decisionista; Sigi Hupfauer, il cui aspetto esterno determinato nascondeva profonde emozioni; Rolf Rosenzopf, persona modesta e tranquilla; Günther Strobel, che, come sottolineato da Gillman, era lo scalatore migliore dal punto di vista tecnico di tutto il gruppo; da ultimo Roland Votteler, disinvolto ragazzone, soprannominato “Donald”, come Donald Duck-Paperino.

Le loro capacità, come anche i loro successi erano rimasti per lo più sconosciuti al di fuori della loro comunità locale, ma erano comunque considerati essere tra i più forti scalatori tedeschi dell’epoca. Lì dove abitavano avevano a disposizione gli alti colli ricoperti di foreste di Schwäbische Alb, un terreno facilmente accessibile per gli allenamenti dei fine settimana, con un gran numero di scarpate molto ripide e di paretine calcaree. Durante l’estate vivevano come dei randagi nelle Alpi, dove erano riusciti a effettuare (spesso con tempistiche davvero rapide) alcune prime ripetizioni di vie difficilissime in Dolomiti e sulla catena del Monte Bianco. Alcuni degli Svevi scalavano già in libera sul VII grado (5.10 c/d) ancora dieci anni prima che il grado fosse stato ufficialmente introdotto e si sapevano muovere con abilità su terreni alpini difficoltosi e spesso solo sommariamente protetti, un prerequisito importante per l’Eiger. “Non eravamo scalatori di primo piano” – disse Schnaidt a me e Gillman nel 2013 – “ma eravamo buoni scalatori”.

Fin dall’inizio ci furono parecchie controversie sulle tattiche di scalata dei tedeschi e moltissima disinformazione. Parlando con la stampa, Harlin descriveva l’approccio dei tedeschi come “in stile himalayano”, un assedio a base di corde fisse e campi. In effetti Haag stesso ha sottolineato nel suo libro che i tedeschi speravano di poter far ricorso a un approccio meno intenso alla parete, quello che adesso è conosciuto come “stile a capsula”. Il piano della squadra di Haag non era quello di fissare corde lungo tutta la via, ma solo lungo il tratto superato in ciascuna giornata di salita. Gli scalatori dovevano poi rimuovere le corde lasciate più in basso per riutilizzarle nelle sezioni successive, più in alto, rimanendo così senza la garanzia di una discesa facile e tranquilla. Due membri del gruppo avrebbero provveduto ad aprire la via, mentre gli altri avrebbero issato i sacchi e predisposto i bivacchi.

La parete nord dell’Eiger, con il tracciato della Diretta all’Eiger, alias Diretta Harlin, ED+, 1800 m. Sono indicati 1) La stazione Eigerwand 2) Il Ferro da Stiro 3) Il Bivacco della Morte 4) Il Pilastro Centrale 5) Il Ragno 6) la Mosca 7) La Headwall. Foto: Peter Gillman.

Harlin voleva invece salire la parete in un’unica soluzione, in stile alpino. Dopo l’arrivo dei tedeschi, però, aveva cambiato tattica: la sua idea era quella di fissare corde almeno fino al Ferro da Stiro e da lì fare un tentativo di vetta con due o tre bivacchi da quel punto. Alla fine ambedue le squadre fecero ricorso a una linea ininterrotta di corde fisse lungo tutta la via fino al Ragno in quanto malefiche tempeste e valanghe li costrinsero a scendere parecchie volte.

Al 19 di marzo erano in parete a lavorare, ormai da quasi un mese. Affidandosi a ramponi non rigidi quasi piegati e spuntati per il gran uso e a piccozzine e martelli con manici in legno e becche diritte che consentivano piazzamenti poco sicuri, erano riusciti a superare tratti di ghiaccio a settanta e ottanta gradi. Su roccia vetrata, dove gli alpinisti moderni utilizzerebbero tecniche da dry-tooling, i membri della squadra del 1966 fecero ricorso alla scalata a mani nude, potendo utilizzare materiale che nel migliore dei casi era da definirsi di scarsa adeguatezza. Tuttavia, a parte per le soste, pochissimi furono i chiodi a pressione utilizzati. I tedeschi ne piazzarono solo otto per l’artificiale diretta sul calcare liscio e compatto della prima fascia rocciosa. Il team britannico-americano, forte dei vantaggi dei chiodi in acciaio indurito e della suprema abilità di Layton Kor nell’artificiale, riuscirono a limitare l’uso dei chiodi a pressione per le sole soste.

Sigi Hupfauer lancia palle di neve a Chris Bonington. Foto: Chris Bonington

Inizialmente le due squadre cominciarono a salire come due team rivali lungo due linee differenti, anche se a volte a una distanza di pochissimi metri. La vita in parete, però, li portò ad avvicinarsi sempre più gli uni agli altri: una volta, mentre Bonington stava risalendo con le jumar vicino a una delle caverne scavate nel ghiaccio dai tedeschi, questi lo invitarono a riscaldarsi con una tazza di tè e poi gli prestarono una pala, così che potesse scavare un ricovero simile anche per il suo gruppo. Un’altra volta, mentre si stava preparando un temporale, Harlin chiamò Haag per radio e gli espresse i suoi dubbi relativi alla sicurezza. A volte i due gruppi arrivarono addirittura a usare l’uno le corde fisse dell’altro.

Il 19 marzo, mentre erano ancora squadre separate, partirono all’attacco del Pilastro Centrale, l’enorme guglia rocciosa tra il Ferro da Stiro e il Ragno. Mentre i tedeschi tentavano infruttuosamente un camino sul lato destro, Kor tentò una traversata a sinistra alla base del pilastro. I suoi occhi esperti erano alla ricerca di fessurine minime sulla placca liscia. Andò quindi a piazzare alcuni knifeblade, a buona distanza tra loro, agganciò le staffe e iniziò a giocar d’equilibrio tra quelle in una danza verticale delicata ed eseguita magistralmente. Bonington (che, a quel punto, era ormai stato attirato nella trappola di lasciar stare il suo ruolo di semplice fotografo) continuò lungo la vicina rigola dove il sottile strato di ghiaccio era staccato dalla roccia e dove a parte un singolo chiodo non c’era alcuna protezione. Bonington riprese l’operazione di pulizia profonda della parete e anche in seguito, durante un’intervista rilasciata a Gillman una vita alpinistica più tardi, ebbe a definirla “la più spinosa delle questioni che abbia mai affrontato”.

La modalità in cui, il giorno successivo, le due squadre si siano fuse in una squadra sola è attualmente oggetto di resoconti conflittuali. Secondo Bonington era stato Lehne a chiedergli di unire le forze. Qualche tempo dopo Haston concordò con la versione contraria della storia fornita dalla squadra tedesca. Golikow (che era riuscito a conquistarsi la simpatia della squadra britannico-americana grazie alla ripetizione continua della sua espressione inglese preferita – e probabilmente unica – “E’ una vita dura!”) aveva suggerito lì per lì che lui e Kor sarebbero potuti salire assieme per risparmiar tempo. Harlin aveva i suoi dubbi, ma, considerato che era giù alla Kleine Scheidegg a riprendersi da una bronchite, ben poca era la voce che poteva avere lì sul momento.

Layton Kor segue Chris Bonington che sale da primo su ghiaccio ripido. Foto: Chris Bonington

Indipendentemente dalle circostanze precedenti, comunque, “Carletto Catastrofe” Golikow si mostrò all’altezza della sua reputazione venendo fuori da un colatoio salendo in spaccata e usando un solo chiodo per tutto il tiro. Quando alla fine riuscì a issarsi sopra una pila di blocchi di ghiaccio staccati per arrivare sulla sommità del Pilastro centrale, quello che sembrava essere il passaggio chiave della via era ormai alle loro spalle. Quando Kor passò oltre un tetto sporgente, la maggior parte della parete nord sembrava sprofondare sotto di loro, con gli ampi lastroni dei nevai e le ripidissime cenge rocciose compresse in linee intrecciate di fili bianchi e neri.

Il giorno dopo, alternandosi al comando, Kor e Lehne vennero fuori dai rimanenti tiri di fessure riempite di neve e di roccia fragile e raggiunsero assieme il Ragno. Il mattino successivo, il 22 marzo, Golikow e Strobel partirono per la Mosca. Lehne rimase ad aspettare Harlin per cercare di convincerlo ad accettare l’idea di continuare assieme l’ascensione. Harlin, però, non arrivò mai.

Karl Golikov trasporta un carico in parete

Dopo la morte di Harlin, gli scalatori in parete pensarono dapprima di porre immediatamente la parola “fine” al tentativo. Smaltito lo choc iniziale, però, come racconta Lehne in Eiger, Kampf um die Direttissima, “comprendemmo per la prima volta cosa avrebbe voluto significare mollare in quel momento, dopo cinque settimane di lotta sulla parete… Sapevamo che la Direttissima alla parete nord dell’Eiger significava per John molto di più di qualsiasi altra prima… Chi avrebbe deciso quale sarebbe stata la forma di rispetto più grande verso John, lo scendere oppure il portare a termine la sua via e dargli il nome di via John Harlin?”.

A quel punto erano sei gli alpinisti che si trovavano al di sopra del punto dell’incidente: Lehne, Strobel e Hupfauer sulla Mosca; Golikow, Haston e Votteler sul Ragno. Sotto al Ferro da Stiro c’erano Haag, Rosenzopf e Schnaidt, raggiunti dopo da Kor. Il mattino successivo Golikow si calò in doppia fino al punto in cui la corda di Harlin si era spezzata e andò a ispezionare le altre corde fisse. Alcune erano sfilacciate. Le giudicò troppo rischiose per usarle per altre risalite e sostenne con forza l’idea di toglierle. Tuttavia, assieme a Rolf Rosenzopf, risalì lungo quelle corde danneggiate ancora una volta per portare le provviste agli scalatori che si trovavano sopra. Quel pomeriggio gli scalatori al Bivacco della Morte decisero di scendere. Durante recenti discussioni con Gillman, Barbara ebbe a dire: “(La Diretta all’Eiger) era come un sogno per Peter (Haag) e nel momento in cui John Harlin ebbe l’incidente il mondo gli crollò sotto i piedi. L’impresa divenne irrilevante e priva di valore”.

Nel frattempo, Lehne e Strobel avevano attaccato l’ostacolo finale della parete. Mentre la via classica del 1938 esce dal Ragno a sinistra, attraverso la ragnatela delle Fessure d’Uscita, la parete principale a destra è invece un maestoso proscenio di placche nere prive di punti deboli evidenti. Al di sopra della Mosca c’è una piccola piega nel sipario, una lievissima e fioca scanalatura di piccoli diedri e camini intasati di ghiaccio. Conquistandosi la via contro il pulviscolo gelato incessante, Strobel si trovò a dover liberare le fessure con le dita prima di poter piazzare alcuni chiodi traballanti nella roccia friabile e tutto questo per riuscire a farsi dodici metri di volo quando uno dei fiffi delle sue staffe si ruppe.

Un’ombra gigantesca si calò sopra di noi” – ricorda Lehne “e un istante più tardi Günther (Strobel) era lì che oscillava da una parte all’altra, appeso davanti a me, quasi a portata di mano. I chiodi avevano tenuto. Non erano poi così male!”. Al crepuscolo, mentre loro stavano scendendo in doppia per tornare al bivacco posto sulla Mosca, si alzò il vento e il pulviscolo ghiacciato iniziò ad alzarsi come una marea crescente. Una chiamata via radio avvisò tutti della tempesta imminente.

Il mattino successivo Lehne notò “magnifici cristalli di ghiaccio che coprivano la corda con una catena di stelle… Al diavolo la loro bellezza!”. Le raffiche lo schiaffeggiavano mentre risaliva le corde fino al punto più alto e la nebbia si faceva più densa. Senza una foto del terreno sconosciuto che aveva davanti a sé cercava di ricordarsi dove iniziasse il Nevaio Sommitale. Mentre stava aspettando Strobel e Haston, Lehne ricevette via radio la notizia che Haag e Schnaidt stavano togliendo e portando giù tutte le corde fisse. La via di ritirata per la squadra che stava tentando la vetta era stata così definitivamente smantellata. Quel cordone ombelicale, tanto criticato, con la base della parete, se n’era andato per sempre. Era una nuova ascensione: se non fossero riusciti a venire fuori dai diedri che chiudevano la via verso l’alto avrebbero dovuto affrontare 1600 metri di discesa lungo una parete sferzata dalla tempesta. Come scrisse Haston “la via d’uscita era quella verso l’alto”.

Roland Votteler agli ultimi metri di salita. Foto: Eiger 1966 German Climbing Team

Davanti a loro c’era il terreno forse più atroce di tutta la via: roccia friabile, tenuta assieme dal ghiaccio, difficilmente proteggibile. Vicino alla partenza del terzo tiro nei diedri Lehne raggiunse un punto in cui non riusciva più né a trovare strutture per proteggersi, né a vedere una linea chiara da seguire. Quel che successe lui stesso lo descrisse poi come una “corsa da pazzi”, nella quale, rinunciando a qualsiasi precauzione, riuscì a venir fuori dalla spaccatura strapiombante senza piazzare nemmeno un singolo chiodo e trovandosi sempre sul punto di volare. Come scrisse in seguito “Mi sono tolto i guanti, ed ho le mani completamente graffiate, gonfie, coperte di neve e sudore, ma che riescono a fare ciò che devono”. Un cumulo di neve non consolidata gli ostruiva il passo. “Per un momento considerai seriamente se dovessi saltare deliberatamente oppure aspettare fino al momento in cui avrei mollato”.

Lehne piantò la piccozza in quel cumulo, ma la neve era troppo soffice per potergli consentire anche un minimo di sicurezza. Aveva le gambe che tremavano e quando cercò di spostarle verso un’altra posizione la parte inferiore del cumulo crollò, consentendogli di alzarsi di qualche centimetro e di andare a piazzare un chiodo. “Il panico lasciò spazio a una grande serenità” – scrisse poi -. Attaccò quindi una rampa che saliva verso sinistra e che sembrava portare al Nevaio Sommitale. Se non altro era quanto sperava. Le nuvole si erano fatte troppo dense per poterne essere sicuro.

Il vento si intensificò fino a diventare quasi un uragano. Il ghiaccio si attaccò alla faccia andando a creargli una maschera mentre saliva barcollante lungo un ghiaione a ottanta gradi – “niente roccia, solo detriti di tutti i calibri possibili”. Invisibile nella luce accecante sentiva la sua solitudine diventare sempre più surreale e oppressiva, fino a fargli passare per la testa che i suoi compagni avessero smesso di assicurarlo e lo avessero abbandonato sulla parete. Per ben cinque volte urlò alla radio “Siamo all’inizio del Nevaio Sommitale”. Poi, quando Lehne si staccò dalla corda per risistemare la sosta e far salire i suoi compagni, un cuneo di legno che aveva piazzato venne fuori e per poco non si fece un volo con conseguenze fatali.

Una volta arrivati alla sosta Haston e Strobel, Lehne ripartì per il tiro successivo, per scoprire che c’era un’altra fascia di placche lisce che andavano a perdersi nella nebbia e che li dividevano dalla terra santa del Nevaio. L’annuncio era stato dato troppo presto ed era troppo ottimistico, in quanto la cima era troppo lontana da raggiungere senza un ulteriore bivacco. Strobel, che sentiva l’insorgere di alcuni congelamenti, cercò disperatamente di concludere la scalata quella notte, andando in esplorazione per trovare una via d’uscita, ma riuscendo a guadagnare solo altri venti metri prima dell’arrivo del buio.

Roland Votteler agli ultimi metri di salita. Foto: Eiger 1966 German Climbing Team

Haston era già sceso alla base del diedro, dove aveva ritrovato Hupfauer e Votteler. Lehne e Strobel passarono la notte appesi a una sosta, su fettucce, dopo essersi avvolti attorno i resti strappati dei loro sacchi da bivacco. I coprituta in cotone erano totalmente congelati e ormai da due giorni non avevano praticamente bevuto nemmeno un sorso d’acqua, incapaci com’erano di riuscire ad accendere il fornello a causa del turbinio di pulviscolo ghiacciato nell’aria. I piedi erano ormai diventati insensibili e Strobel aveva sulle mani preoccupanti vesciche nere da congelamento. “Eravamo lì, appesi, e non facevamo altro che pensare: speriamo che la notte finisca presto” – disse a Gillman nel 2014. Strobel diede a Lehne l’ultimo pezzo di frutta secca e poi, quando questo cadde di mano a Lehne, si mise a scavare la neve con le mani quasi piangendo per la disperazione. Ottanta metri sotto, gli altri tre pativano le sofferenze di una notte altrettanto atroce, su minuscole cenge scavate sul ghiaccio.

Il mattino del 25 marzo gli scalatori sapevano di dover uscire dalla parete. Lehne e Strobel, nuovamente alla guida, andarono avanti lungo la fascia rocciosa che andava a terminare in un tratto privo di appigli per le mani e che era l’unica via che li avrebbe potuti portare alla vetta e alla sopravvivenza. Un calcare friabilissimo, nel quale era impossibile scavare buchi per piazzarci chiodi a pressione. Al di sopra, come poi si renderanno conto, nessun punto in cui andare a piazzare chiodi normali. L’unica cosa che potesse fare era andare a piazzare le punte dei ramponi su piccole chiazze di ghiaccio o su placche di roccia pronta a spaccarsi. “Dopo circa cinque metri” – scrisse – “riuscii a utilizzare una piccola scaglia rocciosa come presa rovescia per la mano destra. Non appena la caricai del mio peso, questa andò in mille pezzi. Iniziai ad andare all’indietro rimanendo in equilibrio sulle sole punte dei ramponi… Poi una folata da uragano mi rispinse contro la parete…. La scalata più audace e ardita che abbia mai fatto”.

Poi l’urlo di sollievo, non appena il ghiaccio iniziò a essere più spesso e la pendenza si fece meno ripida, finalmente il Nevaio Sommitale! Lui e Strobel continuarono a testa bassa, gradinando senza sosta nel pieno di una tempesta senza pause. A due lunghezze dalla vetta Lehne fu preso da crampi alle braccia. Mandò quindi avanti il suo compagno e così, dopo aver traversato per aggirare ultimo un masso strapiombante, Günther Strobel portò a compimento la Diretta all’Eiger.

Strobel piantò la piccozza nella neve dura e ci passò attorno la corda. Dietro, all’ultima sosta, Lehne gli urlò in mezzo alle folate di vento: “Fissata la corda?”. Poi gli sembrò di sentire qualcosa di simile a un debole “sì” e quello per poco non fu un errore fatale. Strobel non aveva ancora terminato di fissare l’ancoraggio quando Lehne iniziò a risalire con le jumar. Strobel afferrò il manico della piccozza cercando di tenere il peso di Lehne. Alla fine, i due riuscirono ad abbracciarsi nel mezzo del vento che batteva, incapaci di abbozzare un sorriso sui volti coperti di neve ghiacciata. Dopo tutti quei giorni passati su una parete verticale, traballavano e inciampavano, sostenendosi a vicenda sulla pendenza minima del nevaio di vetta.

Ci sono varie versioni relative a quanto avvenne poi, ma come scrissero Peter e Leni Gillman in Extreme Eiger, quella che segue può forse essere quella che riesce a evocare la “più emotiva delle verità”: mentre Strobel e Lehne si stavano avviando verso la discesa, dal turbinio nella nebbia fecero capolino due ombre. Bonington e Karl Golikow erano arrivati dal versante occidentale. “Non dimenticherò mai quel momento” – scrisse Strobel quasi mezzo secolo dopo – “Io e Karl ci mettemmo a piangere”.

Roland Votteler accolto in vetta da Sigi Hupfauer. Foto: Eiger 1966 German Climbing Team

Mentre Golikow accompagnava Lehne e Strobel verso una truna sulla parete ovest, Bonington andò a cercare Haston, Hupfauer e Votteler, la cui sopravvivenza era al momento ancora del tutto incerta. Oltre l’ultima corda fissata da Lehne, Haston era andato a utilizzare i gradini scavati sul Nevaio dalla cordata che li aveva preceduti. Le folate di vento gli facevano arrivare la neve negli occhi e per procedere si affidava più spesso al tatto che alla vista. Ambedue i ramponi gli si erano allentati e poteva usare come appiglio solo un pugnale da ghiaccio. Sapeva bene che se fosse scivolato l’esile ancoraggio di sosta avrebbe ceduto e con ciò Hupfauer e Votteler sarebbero volati assieme a lui fino alla base della parete.

Mentre ciò stava avvenendo, Bonington aveva raggiunto la vetta e calato una corda. Questa era arrivata a dondolare al vento circa sei metri a sinistra di Haston. Questi tentò di passare la lastra di ghiaccio vivo, ma si rese subito conto che senza ramponi o senza una picca sarebbe di certo volato. Gli riuscì di pensare a una sola possibilità: utilizzando la sua maniglia per risalita Hiebeler come martello riuscì a far penetrare per qualche centimetro il pugnale nel ghiaccio duro. Ci fece passare la corda e iniziò a mettersi in tensione per effettuare un traverso a corda. “In realtà non c’erano motivi per cui preoccuparsi, perché non era nelle mie mani” – scrisse Haston in Eiger Direct – “Tre vite su tre centimetri di metallo”. Alla fine riuscì ad afferrare la corda. Definì quella traversata “i trenta secondi più lunghi della mia vita”. Poco dopo arrivò sulla vetta, dove, nel giro di un’ora, arrivarono da lui prima Hupfauer e poi Votteler, l’ultimo a uscire dalla parete. “Eravamo sopravvissuti” – disse Votteler a me e Gillman nel 2014 – “e nulla più”.

Un giorno Kurt Diemberger fece notare che “un ottomila ti appartiene soltanto quando sei sceso. Fino a quel momento sei tu che appartieni a lui”. Spesso, quando si parla delle esperienze e delle percezioni che si possono provare su una vetta iconica e famosa, a valere è l’esatto contrario. Ti appartengono finché sei sulla montagna. Quando scendi passano ad appartenere ad altri – osservatori, commentatori e critici.

Quando iniziò la “gara” per la diretta all’Eiger, come scrivono i Gillman in Extreme Eiger, questo era esattamente quel che la stampa stava aspettando. Gli esperti criticavano le tattiche himalayane, l’uso estensivo di ausili tecnici, le gran quantità di provviste. Il presidente del Club Alpino Svizzero bollò la scalata come un’offesa “che andava a minare le basi etiche dell’alpinismo” e descrisse i membri come “gladiatori” che andavano a rischiare le proprie vite per denaro. Il tabloid tedesco Bild am Sonntag dichiarò che gli scalatori si erano fatti “la bella vita sulla Mordwand (parete omicida)”, indulgendo nel lusso durante le pause di riposo alla Kleine Scheidegg. Le riviste di alpinismo fecero da cassa di risonanza. Toni Hiebeler, redattore della maggiore rivista in lingua tedesca, Alpinismus, affermò che, a causa delle corde fisse, la scalata “aveva mancato di serietà”.

Il fulcro della critica verteva su alcuni punti validi. L’uso delle corde fisse era un’eresia per i puristi dell’alpinismo che credevano nelle scalate con mezzi equi e leciti. Al Rouse, nell’Alpine Journal del 1985, si espresse contro l’uso di stili pesanti per le vie dirette sulle Alpi: “Perché non lasciano stare queste vie fin quando ci sarà qualcuno in grado di salirle come si deve?”. Attorno alla Diretta all’Eiger c’è stato sfruttamento mediatico, allo stesso modo in cui c’era stato prima per parecchie spedizioni himalayane (e anche per parecchie scalate dell’Eiger). C’era un qualcosa di surreale nella contrapposizione tra la parete battuta dai venti di tempesta e i caldi agi della vicina Kleine Scheidegg. Agli occhi di qualcuno le visite degli scalatori al bar dell’albergo stavano a significare che gli stessi non aderivano più all’idea (o al cliché) degli alpinisti visti come asceti. Gradualmente la storia della Diretta all’Eiger crebbe sempre più distorta, trasformata dalle proiezioni e dalle reinterpretazioni di gente che non vi aveva preso parte, tra i quali c’erano tanto profani che alpinisti esperti. Per i critici più severi la scalata arrivò a essere l’esemplificazione di tutto quanto loro considerassero sbagliato nell’alpinismo di quel periodo, o forse anche più in generale nella società: la commercializzazione, l’edonismo, l’eccesso.

Roland Votteler e Sigi Hupfauer in vetta all’Eiger. Foto: Eiger 1966 German Climbing Team

La Diretta all’Eiger arrivò a diventare un momento di svolta nella storia, in un periodo in cui alcuni alpinisti stavano cominciando a diventare “professionisti” e a cercare sponsorizzazione da parte di aziende private. Come scrisse Bonington in Alpinist, nel 2012: “Noi e la maggior parte degli alpinisti eravamo senza il becco di un quattrino e la vendita della storia aveva permesso a qualcuno di starsene sulle Alpi a rigirarsi i pollici”. In effetti, sebbene ambedue le squadre avessero firmato contratti per i libri e per i giornali, come sottolineano i Gillman in Extreme Eiger, gli scalatori tedeschi dovettero tirar fuori i soldi per i tentativi di tasca propria, con somme che per alcuni avevano voluto dire due o tre mensilità di stipendio. L’editore non aveva dato loro alcun anticipo e aveva preteso il possesso totale dei diritti della storia: gli scalatori furano tenuti a presentare il rendiconto di qualsiasi fotografia e qualsiasi entrata da riviste. In cambio ricevettero diritti pari a non più di 12,5 pfennig, pari a 0,3 dollari americani, per ciascun libro venduto e per un lungo periodo di tempo rimasero in rosso.

Tra i partecipanti, Dougal Haston scrisse nel 1966 con Peter Gillman il libro Eiger Direct. Nonostante i due abbiano cercato di aggiungere qualcuna delle esperienze dei membri della squadra tedesca, la loro prospettiva fu limitata dalla barriera linguistica, dalla distanza geografica, dai conflitti per i diritti di stampa e da stretti termini editoriali. Pubblicato in lingua inglese (ma mai in lingua tedesca) Eiger Direct raggiunse un ampio spettro di lettori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove assurse a narrazione semiufficiale della storia. Il libro conteneva pochi riferimenti alle critiche e la narrazione aveva termine prima dell’entrata in campo dei media. Il libro di Peter Haag e Jörg Lehne, Eiger – Kampf um die Direttissima, tentò di rettificare alcune delle informazioni non corrette. In risposta alle accuse che John Harlin fosse stato “vittima dello stile tedesco” a causa della rottura della corda fissa, da parte loro fu sottolineato il fatto che la loro squadra all’inizio non intendeva fare uso di tattiche himalayane e non aveva portato abbastanza materiale per effettuare un assedio. Solo più tardi la squadra di Harlin aveva mostrato loro come utilizzare le jumar per le risalite in stile Big Wall della Yosemite e aveva prestato loro alcuni dispositivi per risalita. Il libro tedesco, però, non era mai stato tradotto in inglese e mancava il fondamentale racconto di due componenti della squadra che aveva raggiunto la vetta, due alpinisti rimasti nell’ombra per quarantasette anni.

Nella letteratura alpinistica ci sono alcune etichette che sono rimaste attaccate per anni, come il termine tedesco Materialenschlacht [strage di materiali, NdT], che si riferisce a una via di artificiale più o meno forzata con un uso eccessivo di chiodi e di chiodi a pressione. Alcuni anni or sono, Nicho Mailänder giunse nella sua storia dell’alpinismo svevo alle conclusioni che “la via John Harlin sull’Eiger non fu soltanto l’apice dell’epoca delle direttissime, ma ne fu anche il canto del cigno…. Il successo sull’Eiger fu senza dubbio una vittoria a duro prezzo al massimo livello, per la quale la tecnologia alpinistica arrivò ad avere un ruolo decisivo. Se le vie di artificiale [ … ] erano state inizialmente celebrate come grande momento di svolta, la linea a piombo della Diretta Sassone alla parete nord della Cima Grande (aperta nel 1963) aveva già mostrato che la linea a “goccia d’acqua cadente” aveva portato l’alpinismo a un vicolo cieco”.

In un saggio divenuto ormai classico, pubblicato in Mountain, Reinhold Messner denunciò “l’assassinio dell’impossibile” quando gli scalatori facevano ricorso a chiodi a pressione e staffe per salire le pareti nord più lisce. “Cos’ho personalmente contro le direttissime?” – si chiedeva nel saggio – “Assolutamente nulla. In realtà ritengo che le vie “a goccia d’acqua cadente” siano una delle cose più logiche che esistano […] Talvolta, però, la linea di debolezza si sposta a destra o a sinistra di quella linea e allora vediamo scalatori che […] salgono diretti come se così non fosse, piantando ovviamente chiodi a pressione su chiodi a pressione […] Si sta sempre più a trapanare e sempre meno a scalare”.

Nella Diretta Sassone del 1963 alla Cima Grande nelle Dolomiti, i primi salitori piazzarono un totale di 450 chiodi e 25 chiodi a pressione per creare una via puramente in artificiale che risaliva in linea retta una parete alta 550 metri. Al confronto, la Diretta all’Eiger è una linea per la maggior parte naturale, e al confronto con altre Direttissime del periodo, l’utilizzo da parte della squadra tedesca su una parete di 1700 metri di soli 88 chiodi a pressione, di cui solo otto per artificiale, e di 240 chiodi, non sembra poi così eccessiva. La salita del 1966 ebbe luogo alcuni anni prima della comparsa dei dadi, degli eccentrici e delle pratiche di scalata “pulita” che avrebbero poi consentito un minor uso del martello. L’attrezzatura moderna da ghiaccio ancora non era disponibile e utilizzando ciò che avevano a disposizione lottarono per creare una via che all’epoca sembrava ai loro occhi futuristica.

Durante l’autunno del 1977 Tobin Sorenson e Alex MacIntyre effettuarono la prima ascensione in stile alpino della Diretta all’Eiger in cinque giorni, risolvendo la famosa traversata di Kor attraverso il pilastro centrale con un solo passo in artificiale. La loro impresa e il loro idealismo divenne il simbolo di un’era affascinante, più rapida, più leggera sulle vie difficili tanto delle Alpi che dell’Himalaya. Eppure anche Sorenson e MacIntyre avevano potuto beneficiare degli evidentissimi miglioramenti nel campo dell’attrezzatura, oltre alla certezza relativa di poter trovare lunghezze di corda già predisposte. Nel suo racconto della Diretta all’Eiger (ripubblicato in Climbing 119), MacIntyre scrisse che loro erano usciti dalla Mosca “in alto a destra”, laddove la linea originale si teneva a sinistra. Erano poi arrivati “oltre un pilastro” (sic!) ed erano usciti dalla parete con la vetta alla loro sinistra. Sembra quindi probabile che abbiano terminato la via lungo la parte superiore della Direttissima giapponese del 1969, caratterizzata dall’evidente Pilastro della Sfinge o lungo una qualche linea nelle vicinanze. Nel 2010 Robert Jasper e Roger Schäli hanno salito in libera la Diretta all’Eiger fino al Ragno, con difficoltà ED+, M8 e VII, ma anch’essi hanno evitato i tiri della headwall superiore del 1966 lungo le fessure d’uscita del 1938. Al momento della redazione di questo articolo la linea originale della Diretta all’Eiger attende ancora una salita integrale in libera.

Negli anni a partire dal 1966 Peter Gillman ha ripercorso parecchie storie come giornalista, ma la Diretta all’Eiger continuava a rimanergli nella mente come una sorta di ombra, di spettrali profili di dettagli mancanti, noti e ignoti. “Ero ancora ossessionato dall’immagine dell’uomo che stava cadendo” – mi disse – “e arrivai alla sensazione che la storia fosse incompleta. Ero convinto che ci fosse molto di più da raccontare, che ci fossero segreti ancora da svelare”. Quando mi chiese di aiutarlo a fare ricerche sulla storia vista da parte tedesca, accettai immediatamente, attirato dalla possibilità di incontrare di persona alcuni dei partecipanti a un evento che mi aveva accompagnato nella crescita, e forse dalla possibilità di gettare nuova luce su quel capitolo di storia. Nell’autunno del 2014, quando iniziammo le nostre prime interviste, erano quarantasette anni che Peter e i membri della squadra tedesca non si vedevano. Solo cinque dei tedeschi erano ancora vivi. Jorg Lehne era stato ucciso da una scarica di sassi sullo Sperone Walker delle Grandes Jorasses nel 1969. Karl Golikow era venuto a mancare durante una tempesta sul Piz Badile nel 1972 e Peter Haag aveva perso la battaglia col cancro nel 1981.

Jörg Lehne (a sinistra) e Günther Strobel fotografati in discesa. Foto: Chris Bonington

Sigi Hupfauer fu subito pronto a condividere le sue esperienze: dal 1966 aveva scalato sessanta vette oltre i seimila metri, undici 7000 e otto ottomila (tre con sua moglie Gaby in piccole spedizioni autofinanziate). Quando arrivò a parlare dell’Eiger l’emozione era pronta a uscire e non appena riportò alla luce la falsa notizia data all’inizio, secondo la quale il suo compagno di cordata di lunga data Roland Votteler era quello che era morto in seguito alla caduta, Hupfauer sembrò essere offeso ad adirato come se non fossero mai passati quei quarantotto anni: “E’ una cosa che mi fa venire i brividi ogni volta che ci penso, oggi come allora”. Per Rosenzopf ci volle un po’ di opera di convincimento, ma alla fine ci offrì il suo racconto, pulito, su come il corpo di Harlin gli fosse passato sopra, in volo, nel momento in cui lui aveva lasciato il Ferro da Stiro per andare a recuperare un altro carico. Günter Schnaidt, che era tornato alla sua occupazione di carpentiere, ricordò con allegria gli aspetti meno seri, limitandosi a definire quasi accidentale la sua partecipazione alla scalata: “se si deve giocare, giochiamocela tutta”.

Strobel e Votteler dapprincipio erano del tutto restii all’idea di parlare. Continuavano a sentire una profonda sfiducia nei media, come ci disse Hupfauer. Avevamo peraltro notato che anche loro erano rimasti feriti in modo più grave durante la scalata, anche se poi ambedue erano tornati alla grande. Strobel era tornato alle scalate alpinistiche su roccia di alta difficoltà, culminate nella salita della Lotus Flower Tower all’età di sessantasette anni. Votteler alla fine si era dato alle corse su lunga distanza, al parapendio, al deltaplano e adesso, all’età di settantatré anni è un appassionato di mountain bike.

Quando Strobel alla fine accettò di rispondere per iscritto ad alcune delle nostre domande, espresse la sensazione rimastagli dentro che forse non sarebbe arrivato a perdere le dita dei piedi se non fosse stata ritardata la salita finale. La mattina successiva alla morte di Harlin, sulla Mosca, aveva suggerito che la squadra si dividesse in due gruppi per salire verso la vetta in stile alpino quando il tempo era ancora messo al bello, proposta sulla quale Hupfauer pose il veto. Questi dubitava che ci fosse sufficiente materiale a disposizione per sostenere due gruppi distinti, così come era perplesso sul fatto che lui e Votteler potessero farcela a venire fuori dalla parete per conto proprio. “(Io e Roland) saremmo rimasti in braghe di tela”, disse. Secondo Strobel tra lui e Hupfauer venne fuori una vera e propria rissa in cui fecero “il diavolo a quattro”. Da ultimo Lehne optò per lo spirito collettivo di squadra che già li aveva portati così in alto: i quattro tedeschi ed Haston sarebbero usciti dalla scalata assieme.

A proposito di questa discussione nulla era stato pubblicato in precedenza e all’inizio Strobel ci chiese di non pubblicare niente al riguardo. Disse di tener molto alla sua amicizia con Hupfauer e non voleva riversargli addosso nessuna colpa. Tuttavia, a me e Peter Gillman questo servì per evidenziare parecchi punti relativi alla fase finale della scalata: la serietà della situazione in cui si trovavano gli scalatori, le pressioni che dovettero sostenere e la solidarietà, arrivata a durare fino ai nostri giorni. Vedemmo anche una dimostrazione delle capacità di leader di Jörg Lehne, che aveva messo il gruppo davanti alla sua ambizione e alla sua stessa salute. Lehne aveva resistito a lunghi periodi di attesa mentre gli altri lo raggiungevano, oltre a due estenuanti bivacchi prima che il gruppo si separasse in prossimità della vetta. A causa dei congelamenti perse uno degli alluci. Come spiegato da Peter e Leni Gillman in Extreme Eiger, le nostre incertezze su quanto ci fosse ancora da scoprire terminarono quando arrivammo a parlare con Hupfauer, che sminuì la ferocia della discussione e disse di essersi riconciliato con Strobel due anni prima.

Il racconto di Lehne in Eiger, Kampf um die Direttissima, descrive le sofferenze di Strobel durante la salita alla vetta. In quel momento noi però ci rendemmo conto con sorpresa che quella parte del libro non faceva quasi nessun accenno a Hupfauer e Votteler. “Jörg non ci ha mai intervistato a proposito delle nostre esperienze e dei nostri contributi durante gli ultimi due giorni” – disse Votteler dopo aver deciso di parlare con noi. “Siamo in buona sostanza rimasti fuori dalla storia”. Il penultimo giorno, il 24 marzo, lui e Hupfauer chiusero la colonna, portando su l’ultimo carico di corde dal Ragno. Il cibo rimanente era andato perso durante le operazioni sollevamento del carico, quando uno zaino rimase incastrato all’interno di una fessura e si lacerò completamente. Raggiunta la base del diedro al di sopra della Mosca, avevano iniziato a scavare un posto da bivacco. Fu allora che un masso si staccò dalla parete soprastante e andò a colpire la spalla sinistra di Votteler, lasciandolo privo di conoscenza. Una volta riavutosi Votteler faceva comunque fatica anche solo a muovere quel braccio.

La squadra di vetta sul versante ovest (via di discesa): Jörg Lehne, Günther Strobel, Roland Votteler, Dougal Haston e Sigi Hupfauer. Karl Golikow, Günter Schnaidt e Rolf Rosenzopf, nonché Bonington e altri due, erano andati a festeggiarli. Gli undici avevano passato una notte tra i crampi in una caverna scavata nel ghiaccio. “Non esistevano barriere nazionali lì” – scrisse Haston in Eiger Direct – “eravamo uniti dallo spirito della scalata estrema”. Foto: Chris Bonington.

Diceva che non ne poteva più! Voleva solo rimanersene seduto e morire” – ricorda Hupfauer. Lui, peraltro rispose a Votteler che non l’avrebbe abbandonato. Haston non si rese conto della ferita di Votteler quando arrivò al bivacco. Dai ricordi di Hupfauer e Votteler, Haston era troppo sfinito per riuscire a vedere che c’era qualcosa che non andava (circostanza che Haston ha omesso di inserire nel suo racconto della vicenda) e loro non gliel’hanno proprio detto. “Haston era completamente esausto. Riusciva a malapena a stare in piedi” – ci disse Votteler nel 2014. Dopo aver fatto spazio affinché Haston potesse mettersi steso sulla cengia, Hupfauer passò la notte stando in piedi, attaccato a un chiodo. Per tutta la notte, poi, continuò a muovere il braccio a Votteler, per evitare gli si bloccasse l’arto. “Sono cose che ti rimangono” – disse Votteler. Durante la scalata finale alla vetta Votteler risalì le corde con le jumar usando strenuamente l’unico braccio buono rimastogli, mentre Hupfauer lo teneva sotto controllo. Dopo cinquant’anni Votteler e Hupfauer sono ancora ottimi amici. In una delle fotografie di vetta del 1966 i due si tengono ambedue con il braccio sulla spalla dell’altro, con le teste che arrivano a toccarsi mentre si abbassano l’una verso l’altra, stagliandosi nel freddo sfondo grigiastro della neve.

In The Revision of History (Alpinist 14), Samantha Sacks descrive i modi in cui una storia scritta evolve dal racconto iniziale attraverso le revisioni fino a una narrazione matura che include complessità e ambiguità di prospettive multiple. Peter Gillman ammette liberamente che il suo libro iniziale sulla Diretta all’Eiger raccontava la storia solo dal punto di vista dei membri della squadra di Harlin e che a volte avevano visto gli scalatori tedeschi “attraverso il prisma degli stereotipi del periodo bellico”. Il suo nuovo libro Extreme Eiger, scritto in collaborazione con la moglie Leni, è apparso mezzo secolo dopo gli eventi. Aggiungendo parti tratte dalle storie dei tedeschi sono riusciti a creare un racconto ibrido con una gamma vocale più ampia, anche se questa espansione ha portato con sé alcune inevitabili contraddizioni.

I membri della squadra della Diretta all’Eiger nella Gaststube, la sala da caffè al primo piano del famoso albergo alla Kleine Scheidegg, durante la prima ascensione. Un passaggio allucinante tratto da La Diretta all’Eiger (Haston e Peter Gillman) ha descritto il momento in cui Haston ha lasciato l’albergo per l’ultima volta assieme a Harlin. “(Haston ed Harlin” si sentivano stranieri mentre passavano, vestiti di tutto punto per un’invernale all’Eiger, accanto agli avventori del bar. Sembrava che appartenessero a un altro mondo, cosa che peraltro ben presto si fece realtà”. Foto: Chris Bonington.

Eppure, nella letteratura dedicata alle storie alpinistiche, vedute così poliedriche spesso sono l’eccezione. In La volontà di sapere il filosofo francese Michel Foucault scrive: “Ogni società impone il suo regime di verità, la sua ‘politica generale’ di verità, ossia i tipi di enunciati che accetta e fa passare come veri, il meccanismo e gli esempi che rendono possibile la distinzione tra affermazioni vere e false, i mezzi con cui ognuna di esse viene omologata, le tecniche e le procedure riconosciute valide nell’acquisizione della verità, lo status di coloro che hanno l’incarico di definire che cosa debba essere considerato vero”. Nella società varie forze hanno per lungo tempo modellato i modi in cui vengono raccontate e interpretate le storie riguardanti le scalate: dal nazionalismo delle spedizioni himalayane degli anni ’50 all’attuale marketing sui prodotti griffati. Ognuno a modo proprio e a suo tempo tutti questi differenti fattori di influenza hanno distorto in modo semplicistico le ascensioni, spesso manipolando l’opinione pubblica in favore di un qualche gruppo o singolo predominante, marginalizzando le esperienze, le percezioni, le memorie e le emozioni di altri. La storia viene scritta da chi detiene il potere e può essere difficile anche per storici dotati di buona volontà riuscire a setacciare i substrati di storie sepolte una volta che una data versione degli eventi si sia radicata.

A volte, però, la ragione per cui una narrazione va persa o viene recuperata è da ascrivere al carattere dell’individuo. Alcuni scalatori hanno lottato per decenni pur di vedere accettata come “vera” la propria versione di un avvenimento; altri hanno lasciato perdere e sono passati oltre, soddisfatti del sapere che qualsiasi cosa possa essere scritta mai potrà andare a cancellare i loro ricordi e le loro emozioni personali. Nei primi mesi dopo la Diretta all’Eiger Haag e Lehne difesero la loro storia, mentre gli altri rimasero per la maggior parte in silenzio. Come osservato da Peter e Leni Gillman: “erano tutti tipi pratici […] poco portati a filosofeggiare sulle scalate, [persone che] allo scrivere preferivano il fare”.

Haston sul Primo Nevaio della Diretta all’Eiger. “Sulla vetta” – scrisse in seguito – “non ci fu esultanza… Solo un tremendo senso di gratitudine per il fatto che Chris e Karl Golikow ci fossero venuti incontro… Era finita”. Nel 2010 quando Robert Jasper e Roger Schäli effettuarono la salita in libera dei 1400 metri della linea, Jasper raccontò lottando contro il dolore di quando era passato da primo nel punto in cui Harlin era caduto. “Subito dopo mi sentii libero da quella storia”. Foto: Chris Bonington.

Roland Votteler, la cui sofferenza durante le due giornate conclusive dell’ascensione era rimasta sconosciuta così a lungo, è tornato a pensare a quegli eventi con humor e con ironica discrezione. Si è scrollato di dosso tutti i ricordi relativi alle critiche. “Mi sono detto: nessuno di loro mi ha portato fin lì”. Allo stesso tempo considerava l’ascensione come nient’altro che un “dettaglio” della sua vita. “Non è poi così significativo da dire che vivo in funzione di quello, no, ho parecchi altri ricordi, più eccitanti e più piacevoli”.

Lo osservo mentre stiamo tornando dalla festa dei cinquant’anni e mentre vedo che guarda dal finestrino del treno la “sua” parete nord, mi viene una domanda: “Ma cos’hanno visto per davvero quegli occhi? E quanto ha rivelato di ciò che ha visto? Perfino la parete scura che incombe lì fuori non ha una sola, singola superficie. Come la sua storia anch’essa è composta da molte superfici, da molte pareti per le quali le caratteristiche variano a seconda dell’angolo visivo. Alcune parti rimangono nell’ombra, che noi possiamo cercare di penetrare, magari usando una torcia elettrica, con la speranza di riuscire a illuminare i suoi misteri, ma con il serio rischio di creare nuove ombre. Apparentemente nulla distingue Votteler e i suoi amici dagli altri sciatori e turisti con i quali condivide lo scompartimento. Stessi abiti a colori sgargianti, stessa attrezzatura nuova. Hanno l’aspetto di persone normali, non fosse che cinquant’anni fa hanno fatto qualcosa di davvero straordinario.

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Eiger: cinquant’anni della Diretta ultima modifica: 2017-04-06T05:21:55+00:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Eiger: cinquant’anni della Diretta”

  1. 10
    Antonella says:

    “Mario Rossi” non risponde
    Temo non sia uno della massa dei fifoni incapaci di provare trasporto e passione per la montagna ma uno della cosiddetta élite o casta che salendo nei “gradi” dimenticano non solo modestia, ma anche saper “sentire” , ascoltare e capire non solo ciò che si vuole, ma anche le profondità, pardon, banalità di pensiero altrui.

  2. 9
    paolo panzeri says:

    Antonella, di solito quelli che criticano con forza le “robe degli alpinisti” sono quelli che han fatto molto poco alpinismo e se l’han fatto è stato un alpinismo sapientemente “taroccato”.
    La passione e l’entusiasmo degli alpinisti di solito dalla massa incapace e fifona non viene assolutamente compreso.
    Però devo dedurre che in 50 anni nessun italiano è ancora salito per la Harlin?!?!?!
    Cavoli come siamo diventati brocchi!
    Tutti parlano e si mettono in mostra, ma scalare?

  3. 8
    Antonella says:

    Mario Rossi o chiunque tu sia ( non ho visto nè letto mai tuoi commenti )
    Se sentire e vivere con intensità e profondità ogni cosa evocata in uno scritto significa essere banali , contenta di “esserlo” . Per me la montagna non è solo tecnicismo ma è soprattutto ” la montagna dentro” parafrasando H.Barmasse .
    Se si vuole che partecipino al blog solo guide/alpinisti super esperti di ogni via e grado lo si dica esplicitamente.

  4. 7
    Mario Rossi says:

    Antonella, non potresti fare dei commenti meno banali? Anche agli altri post se possibile. Mai letta tanta scontatezza.

  5. 6
    Antonella says:

    Onore al merito ! Che smacco per gli svizzeri, già ai tempi della prima della nord !
    E come non ricordare allora con affetto e stima anche i primi alpinisti ( che coraggio! ) che negli anni trenta (!) tentarono con mezzi rudimentali a dire poco la grande Parete , zeppa di incognita e pericoli oggettivi sovrastanti …Uomini come Mehringer, Sedlmeyer,e poi il grande Hinterstoisser, Angerer , lo sfortunatissimo Kurz , passato più volte, con una forza di volontà enorme, dalla speranza di salvezza a pochi tiri di corda , alla disillusione più nera…

  6. 5
    Giancarlo Venturini says:

    Il tutto..fantastico La Storia in quella Parete…!!

  7. 4
  8. 3
    Alberto Benassi says:

    appassionante.
    Italiani o no, per fare questa salita ci vogliono le palle e io non sono tra quelli.
    Mi accontenterei della classica.

  9. 2
    paolo panzeri says:

    Qualcuno sa dirmi per favore quali italiani l’hanno ripetuta?

  10. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Impressionante…

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