Civiltà del camminare

Civiltà del camminare
(dicembre 1994)

Sentieri sempre più frequentati e più coloratamente segnalati da cartelli inva­denti; rifugi sempre più invasi da migliaia e mi­gliaia di camminatori, cime sem­pre più affollate e prive di soli­tudine; boschi pattugliati da cercatori di funghi che si fronteg­giano a eserciti. È proprio questo il futuro della montagna? Non v’è altro destino per gli appassionati che ritrovarsi in un am­biente in via di “riminizzazione”?

Dalle ceneri di un chiassoso percorrere le Alpi potrà mai nascere una civiltà del camminare?

Parco regionale del Mont Avic, Lac Cornu (Lago Cornuto) e Grand Rousse

In certi luoghi del mondo (Scandinavia, Rocky Mountains, ecc.), favorita dalle lunghe distanze e dall’assenza di centri abitati o di posti di ricovero e ristoro, la civiltà del camminare gode da sempre di ottima salute. Luoghi più turistici o più abitati pro­vocano un più o meno velato disinteresse e presto la mancanza di rispetto per quell’ambiente si manifesta nelle sue forme più de­teriori: dalla spazzatura agli schiamazzi, dalla cementificazione all’invadente segnaletica che ti vorrebbe sempre su un percorso svuotato di ogni fantasia personale.

L’esperienza del singolo, la fatica dell’escursionista devono es­sere protette. La gioia di scoprire un panorama con le proprie forze, la creatività dell’immagi­nare un percorso proprio sono qualificanti per una vera esperienza. Purtroppo oggi anche l’e­scursionismo e il trekking rischiano di essere mercificati e pro­posti sotto confezione.

Ridurre gli impianti, limitare la segnaletica, studiare mete al­ternative ai rifugi più frequentati, pensare che il bosco non de­ve essere solo il mezzo per riempire i propri sacchetti di fun­ghi, fragole, lamponi e mirtilli: sono alcuni tra i sistemi e le idee necessari per una grande civiltà del camminare.

Come il pellerossa non lasciava tracce o il montanaro non turbava il suo stesso ambiente, come del pastore sardo si sa che c’è ma non lo si vede mai, così impareremo a muoverci, convinti che l’a­zione del camminare sia la più bella forma di uso del tempo libe­ro e il modo più sicuro per gioire della natura che ci circonda.

Parco regionale del Mont Avic, Lac Cornu (Lago Cornuto), Valle d’Aosta. Foto: Giuseppe Miotti

Dall’autostrada della Valle d’Aosta non si può indovinare l’esi­stenza della te­stata della valle del Torrente Chalamy, così am­pia, articolata e bella da esse­re il cuore di un modernissimo parco regionale di 3.500 ha. Il Mont Avic, anti­camente Mont Aù (aguzzo), domina questa regione con lo slancio rossiccio delle sue rocce metamorfiche. Il Parco del Mont Avic è un buon inizio di civiltà. Sufficientemente vicino alle grandi arterie di comu­nicazione (l’orlo della zona significativa è praticamente a stra­piombo sullo sbocco della Valle d’Aosta), ma abbastanza isolato e sconosciuto ai più per non imporsi all’attenzione. Le montagne che si alzano dai valloni selvaggi e si specchiano nei suoi bel­lissimi laghi non sono quelle grandi cime da tutti celebrate. Ep­pure le forme sono slan­ciate, il colore fulvo delle rocce contra­sta con le ultime abetaie per stagliarsi sui nevai. È la pace l’elemento principe di questo luogo e auguriamoci che così sia ancora per molto.

L’avventura è il lievito della civiltà, anche di quella del cam­minare, mentre i laghi del Mont Avic ispirano forse meglio la contemplazione, quella vera, che riposa su tante esperienze vis­sute. L’inglese Thomas Graham Brown, che per primo vinse il più grandioso versante del Monte Bianco, disse nel suo libro Brenva: “Siamo certo sensibili alle bellezze del paesaggio alpino, ma il piacere della contemplazione è il ricordo predominante della giornata solo quando l’azione non richiede grande impegno all’al­pinista, cioè sulle vie facili”. Hermann Buhl, il famoso alpini­sta tirolese, scrisse nel suo bellissimo libro È buio sul ghiac­ciaio di aver incontrato, mentre scendeva dal Cervino, un anziano signore che guardava la grande montagna e la sognava a occhi a­perti: era evidente il desiderio di salirla, come era chiaro che non avrebbe mai potuto farlo. Buhl si commosse, lui che stava giusto scendendo da lassù, e scrisse: “Chi più di quest’uomo può definirsi vero alpinista?” La realtà però è meno romantica: certe cose si possono dire e condividere, poi i fatti le smentiscono. Purtroppo nel nostro mondo ciò che è stato avverato vale di più di ciò che è stato solo sognato. Così la contemplazione pura non abita più qui: anche l’anziano si­gnore di Buhl desiderava salire la vetta del Cervino.

Civiltà del camminare dovrebbe essere sinonimo di civiltà del guardare o del non-agire. Guardare e non desiderare è probabil­mente di estrema difficoltà, è risaputo che si può guardare senza vedere affatto.

Sul Colle del Lago Bianco del Mont Avic, Valle d’Aosta. Foto: Giuseppe Miotti

Ogni rilievo, fiore, specchio lacustre è una voce della natura nella composizio­ne di sinfonie e liriche che parlano un linguag­gio semplice cui non siamo più abituati. Avviciniamoci in silen­zio al Lago Bianco, anche l’immissario lo fa con rispetto. Le rocce lisce, a placche rossastre, protendono il riflesso in acque immobili. Lontano, all’orizzonte, famose montagne si fanno rico­noscere senza catturare la completa attenzione. In mezzo, il vuo­to di una valle grande e rumo­rosa, a quest’altezza stempera la propria enormità. L’incanto di questo scena­rio appare eterno e promette un distacco facile dalle meschinità del mondo. Quest’insolita e sublime immobilità vince la sicurezza del sapere che il quadro è assolutamente variabile, così in un lampo vedo che ci sarà una fine provocata dal disgelo improvviso di tutti i ghiac­ciai, una fiumana giallastra che travolgerà buoni e cattivi. Poi dentro al cuore mi parla la voce dello spazio, quello spazio che sembrava dovesse per sempre tacere. Si esprime con suoni che ri­cordano le vibrazioni acquatiche dei delfini, enigmatiche e affa­scinanti. Sembrano pro­venire dal fondo dei laghi, dove non c’è nulla. È il nulla che ci parla attraverso la nostra buona dispo­sizione. Se di fronte ad un oggetto prezioso è normale desiderare di possederlo, di fronte al Lago Cornuto ogni tentativo di averlo è va­no e lo sappiamo bene. Sta a noi accontentarci del bel ricor­do, dell’attimo felice vissuto oppure custodire il nostro piccolo segreto di beatitudine con noi, per sempre. Le civiltà nascono dagli individui che cambiano, anche quella del camminare.

Racchiuso in un piccolo scrigno di creste e vette poco note, il comprensorio del Mont Avic mi è sembrato quasi un mondo a parte, una sorta di valle perduta dove poter ritrovare sensazioni perdu­te. Scavalcato il Colle del Lago Bianco, si è presentato uno sce­nario inatteso. Ho subito messo da parte la vista, pur ma­gnifica, verso il Monte Rosa, che si specchiava negli splendidi laghetti sotto­stanti: quello che mi attirava era il gioco di vallette e valloni che sembravano creare un piccolo labirinto di pietra. Rossigne muraglie di serpentino ne costi­tuiscono le pareti, anco­ra per buona parte inviolate. E la fantasia corre subito lungo rughe e placche percorrendo decine di vie. Di certo ci sono molti altri luo­ghi delle Alpi esplorati superficialmente e ancora molto resta da fare, molti ne conosco, altri ne conoscerò, ma credo che le rupi del Parco del Mont Avic reste­ranno per un bel pezzo nella mia fantasia. Mai come in questi luoghi ho avvertito la promessa d’avventura che proveniva da pareti e spigoli il cui avvicinamen­to stesso in alcuni casi sembrava complicato e difficile.

È un piccolo mondo quasi ignoto, non ci sono grandi pareti e “ultimi proble­mi”, anzi sembra qui di sfuggire più che altrove al parossismo che ammorba il circo dell’alpinismo di punta. Sembra qui di poter avere quello che Reinhard Karl chiamava il “tempo per respirare”: un gesto proprio, costruito da noi, vis­suto da noi e solo per noi, al sicuro dentro allo scrigno del Mont Avic.

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Civiltà del camminare ultima modifica: 2017-05-19T05:59:24+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Civiltà del camminare”

  1. “…il gioco di vallette e valloni che sembravano creare un piccolo labirinto di pietra…”. E’ quel che attrae anche me.

  2. Caro Alessandro, la poesia dei monti scorre nelle tue vene.
    Sei nato cosí? oppure lo sei diventato crescendo? sono state le esperienze della vita?
    In ogni caso sei un uomo fortunato.

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