Consegna di immaginario

D’accordo con l’Autore, questo articolo esce in contemporanea con www.altitudini.it.
Avvertiamo il lettore che non ci sono scorciatoie e che questo saggio va affrontato fino in fondo e in una botta sola.
Questo scritto di Alberto Peruffo è un manifesto che sta per essere affisso su un muro con divieto di affissione. Qualcuno lo multerà, qualcuno lo strapperà, qualcuno ricorderà, pochi capiranno.

Renato Casarotto o della Consegna di Immaginario o della Morte di Reinhold e della sua Fratellanza
Note esplosive in margine a Oltre le vette 2014
Una provocazione – scritta – senza scorciatoie
di Alberto Peruffo

Non si può negare che la rassegna culturale bellunese sia da tanti anni promotrice di stimoli intellettuali e di ricerca culturale coraggiosa. Alla domanda Frontiere? (col punto di domanda), concept di questa edizione, il direttore della rassegna risponde con Travalicando muri di idee, titolo della mostra dedicata a Fosco Maraini, titolo al quale io, o perlomeno la mia mente, colta da stupore, ha aggiunto d’istinto il punto esclamativo. Una reazione immaginifica, di cui presto vi parlerò. In quel momento Flavio Faoro stava presentando la nuova edizione 2014. Alle sue spalle una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto.

Tibet. Verso Tuna, 1937. Carovaniera e lago Rham, a circa 4200 metri. Foto di Fosco Maraini, Archivio Sezione CAI Castelnuovo di Garfagnana.  image description

Insomma, una “consegna di immaginario” enorme. Scolpita in forma lapidaria nel titolo e controtitolo della rassegna.

Noi non dobbiamo che ringraziare le persone, gli artisti, i poeti, i curatori, gli scienziati, gli alpinisti, qualsiasi persona d’ingegno, pratico o intellettivo, che ci consegna questo alimento primario per la nostra esistenza. Più del pane e più del vino, che sono sì pure essi alimenti primari, ma non sufficienti per portare lo sguardo oltre la nostra casa, oltre il nostro limite, oltre la nostra più o meno sviluppata “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”. Uso questa espressione per eliminare ogni retorica sapienzale su quanto sto provocatoriamente per scrivere. O ancor meglio, documentare.

Prima di entrare in scena mi sono infatti domandato, guardandomi le spalle: e se ci fosse Reinhold Messner in sala? A Belluno. Teatro Comunale, sabato 4 ottobre. Ore 22.30 circa.

Capita, dunque, che mi si chiami, per la seconda volta, a prendere la parola alla fine della rappresentazione teatrale (uso la parola rappresentazione, e non spettacolo, per una differenza sostanziale tra i due approcci scenici) dal titolo Due amori. Storia di Renato Casarotto, monologo messo in scena dal regista Umberto Zanoletti, ideato da Davide Torri e tenuto magistralmente sul palcoscenico da Massimo Nicoli e dall’equipe del Teatro Minimo di Ardesio, con le musiche di Francesco Maffeis. Magistralmente, perché tenere un monologo di fronte a una platea abituata a ben altro, senza neanche l’ombra di un’immagine riprodotta, zero di zero, con il semplice ausilio della musica, di qualche luce bianca e di pochi oggetti di scena, bisogna davvero essere maestri della recitazione.

Detto questo – giusto onore a coloro che ci hanno materialmente “consegnato l’immaginario” – passo subito alla fortissima e densissima provocazione storico-teorica. Con parole facili e sviluppando l’esempio elementare portato nel post-scena della citata rappresentazione. È un fatto: per la prima volta al Teatro Comunale di Belluno ho provato a elaborare di fronte ad un pubblico una mia riflessione teorica che da tanti anni accompagna il mio lavoro di ricercatore culturale. Che non ricerca tanto per ricercare, ma che ricerca per “mettere il piede fuori di casa”. Sé di fronte all’altro. In modo costruttivo. Finché vita non ci separi.

Il concetto fondamentale su cui voglio soffermare l’attenzione è il concetto di “consegna di immaginario”. Un must inconsapevole per l’estetica delle nostre menti.

Spesso mi si domanda – ma questa domanda ogni persona dotata di intelligenza analitica può farla a se stesso – quali sono i criteri delle mie valutazioni, considerate che spesso esse sono spiazzanti, ma molto apprezzate dai miei interlocutori perché sembrano contenere insieme sguardo intuitivo e argomento analitico. In altre parole trovano corrispondenza nel giudizio del mio interlocutore anche se spesso non si capiscono i percorsi attraverso i quali io arrivi a tali conclusioni, percorsi che in seconda battuta risultano essere estremamente analitici e “deflagranti”. Tanto da essere tacciato in più di un’occasione per un radicale-sovversivo – e stiamo parlando di cultura! – fino al punto di essere accompagnato dalla Digos a un recente seminario Unesco di Vicenza, dopo essermi iscritto come semplice “osservatore” culturale. Ciò confidavo a Flavio Faoro il pomeriggio prima di prendere nuovamente la parola al Teatro Comunale di Belluno. «Quando la cultura fa paura».

Ho posto allora semplicemente la domanda a me stesso per portare la mia modalità di giudizio in pubblico. «Come valuti un libro, un’opera d’arte, un’ascensione alpinistica, un’impresa di qualsivoglia natura, o, in estrema sintesi, una persona, addirittura, un amico, una donna, un uomo?». Quali sono i tuoi parametri di giudizio?

Lasciando stare le ultime opzioni e pure le prime, scelgo di soffermarmi sul caso più eclatante, esemplare e prossimo alle cose di questi giorni e all’inizio di questo scritto documentale, che diventerà passo passo sempre più teorico e accattivante. Ovviamente tutte le altre opzioni sono ricavabili da quanto dirò.

Risposta: «io valuto un’ascensione alpinistica, un alpinista, per la consegna di immaginario che essa o esso mi ha dato. Punto». A cui aggiungo una virgola. Ossia non guardo tanto o solo se ha fatto la salita più bella e più difficile, ma guardo la consegna di immaginario che ci sta dietro a quella salita e a quella persona. Che è molto di più della bellezza, della difficoltà e dei consueti legittimi parametri di giudizio con cui si parla di un fatto o di una persona. È un parametro organico molto complesso, ma intuitivo. Comprensibile da tutti, ma non esprimibile da tutti. Ci vuole una certa disinvoltura con la complessità per poter fare emergere gli argomenti analitici che portano alla reciproca valorizzazione, al fatto che io, tu, e la maggior parte delle persone dotate di un “sentire comune” (potrebbe essere anche l’umanità intera, per via teorica) ci troviamo d’accordo su tale giudizio intuitivo.

Per cominciare non mi soffermerò troppo sulla genesi di questa consegna e sui fondamenti teorici che stanno alla base di questa intuizione elementare che tutti viviamo. Forse alla fine di quanto sto per scrivere proverò a mettere sul piatto della condivisione alcuni segreti di questa consegna, secondo la mia personale esperienza.

Sikkim, Himalaya, maggio 2014. Primo sguardo sulla Porta della R.P., 6036 m, sul bordo estremo del South Simvo Glacier, di fronte alla Cresta Zemu del Kanchenzonga. Sotto, il Tonghsiong Glacier. Ghiacciai esplorati per la prima volta dalla Zemu Exploratory Expedition guidata dall’autore. Foto di Francesco Canale k2014.it
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Iniziamo con l’esempio illuminante, provocatorio, ma assolutamente serio e accessibile a tutti, esempio che ho fatto alla fine di Due amori. Storia di Renato Casarotto e che ha scosso più di una persona. Così mi hanno detto e scritto il giorno seguente.

Dopo un preliminare storico-emotivo dove pure io ero parte coinvolta, essendo figlio e compagno di cordata dei due maggiori compagni di Renato Casarotto, ho abbandonato la mia veste di alpinista e ho indossato la veste dello storico-teorico-spettatore, la veste di persona obiettiva che in parte ognuno di noi è.

Così ho parlato. E commentato. Più o meno.

«Ora vi farò il nome di tre alpinisti di pari livello, della stessa generazione, tutti e tre indubbiamente di grande valore, riconosciuto, che io stimo molto, magari sotto differenti e specifici aspetti. A me interessa tuttavia solo la vostra reazione immaginifica. Ciò che la vostra immaginazione crea. La vostra reazione [c-reazione!] di fronte al nome. Il vostro sentire e reagire».

Dopo un bel respiro di suspense, ho iniziato.

«Primo nome: RENATO CASAROTTO.
Qui la reazione comune è di allargare le braccia e di emettere un sospiro di irraggiungibilità, alzare la testa, magari dicendo: Oh… Renato Casarotto? Re-na-to… Ca-sa-rot-to! Ha fatto grandi cose… Le cose che abbiamo sentito questa sera».

L’immaginazione corre verso montagne e imprese irripetibili, dense di ignoto, ignoto nascosto in quella sillabazione sincopata. La nostra mente corre alla storia e la storia ci dà la conferma. Per rompere il silenzio e la sospensione della sala, ho concluso, dopo aver abbozzato la possibile comune reazione sopra esposta, con voce sospesa: «Renato Casarotto… Un fuoriclasse dell’alpinismo… forse».

«Secondo nome: REINHOLD MESSNER.
Qui la reazione comune sembra essere: Mmm… Messner… Messner! Indubbiamente un grande, grandissimo alpinista. Ha fatto per primo cose che nessuno aveva mai fatto. La nostra immaginazione corre ai 14 ottomila, all’Everest in solitaria, senza ossigeno, al Nanga Parbat, alle Dolomiti…».

Aggiungiamo pure che però si scontra anche con gli infiniti libri, la presenza mediatica, senza contare le sterili polemiche o altre cose, gelosie, rancori, mancanze che qualsiasi alpinista ha, Casarotto compreso. Ma «soffermandoci solo all’alpinismo praticato, materia sufficiente per il mio ragionamento, potremmo dire, che Messner è un primo della classe. Direi di più – ho detto accompagnando sempre io la platea verso una probabile conclusione – il primo di una classe sperimentale». Senza tanto allargare le braccia della nostra immaginazione e con un movimento ondulatorio della testa. Verticale od orizzontale non importa.

Faccio notare che nella prima esclamazione accennata sopra la reazione più spontanea nei confronti dell’alpinista altoatesino è di “nominare” solo il cognome. Perché di Messner si è perso oramai la persona, l’aspetto personale, il percorso di persona, gli affetti e gli amici, il genius loci. Il nome. Ciò che appare in prima battuta è il cognome. “Messner” è diventato un marchio. Messner Mountain Museum.

«Terzo nome: SERGIO MARTINI.
Ah, Martini. Sergio Martini. Grande uomo e alpinista riservato. Ha fatto tutti gli ottomila, senza ossigeno, dopo Messner; e continua a farli, silenziosamente. Come tante sue ascensioni in Dolomiti». Nome e cognome filano insieme, l’aspetto personale è molto forte. Qui la reazione immaginifica è ancora positiva, come nei casi precedenti, seppure non enorme come per il primo caso. Le braccia forse anche qui non si allargano, la testa tuttavia afferma l’emozione della mente: gli impulsi immaginifici inviati nel pronunciare il nome Sergio Martini. Così da concludere, secondo il nostro ragionamento, che «Sergio Martini potrebbe essere un altro primo dalla classe, un primo di una classe normale, tipo la Normale di Pisa, ovvero sia di alpinisti di alto livello».

Siamo a buon punto. Abbiamo un fuoriclasse e due primi della classe, di classi diverse. La differenza, storicamente parlando, ossia per cosa resterà nella storia di queste figure, è enorme [ex-norma, fuori dalla norma prevedibile] e già oggi comincia ad essere percepita, dopo 20 anni di metabolizzazione. Tanto grande quanto la consegna di immaginario che le figure considerate ci hanno fatto e che la nostra reazione immaginifica elementare ha comprovato.

L’autore in una delle sue recenti e già celebri-monitorate “consegne di immaginario” extra-alpinistiche, sempre partendo dalle montagne: The Burning Cemetery, Bocchetta Paù, Asiago 2013. Foto di Alessandro Colombara
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Dobbiamo ora sciogliere il nodo teorico per una comprensione mediata, ma non troppo analitica, ancora affascinante per tutti.

Faccio un passo indietro, saggiamente anticipato nella mia provocazione dal vivo, a teatro.
Iniziai infatti così.

«Chi è Renato Casarotto?
Un fuoriclasse dell’alpinismo?
Un genio dell’alpinismo?
Genio non è una parola che io amo molto, ma neppure così retorica se per genio intendiamo una persona che ha costruito percorsi alti e irripetibili. Ripeto. Alti e irripetibili. Perché ci sono persone che fanno anche percorsi alti e ripetibili. E questo vale per tutte le discipline».

Possiamo ritornare alle classi e alla consegna di immaginario.

Non c’è dubbio che i tre alpinisti citati siano tutti molto forti e che abbiano fatto grandi cose. Ma qual è la consegna di immaginario, il “carico di visioni”, che ci hanno consegnato?

La differenza è incolmabile. Un primo della classe può aprire vie nuove, non per forza irripetibili. Un fuoriclasse no. Le grandi vie di Casarotto hanno consegnato al nostro immaginario esperienze irripetibili per complessità e approccio. Almeno fino ad oggi. E se anche venissero ripetute molto difficilmente lo saranno con le premesse scelte da Casarotto, in solitaria e spesso d’inverno e in totale isolamento, opzioni ai quali tutti possono accedere. Scelte primarie. Ogni parola che qui scrivo ha la sua importanza. Osservate il corsivo. Ai quali tutti possono “accedere”. L’accessibilità all’impossibile ha qui valore fondante.

Vi metto nel piatto della bilancia una considerazione che ho già condiviso per trovare conferma di quanto ipotizzato sopra: prendiamo tre vie extraeuropee di Casarotto, Ridge of No Return sul McKinley, Broad Peak Nord per lo Spigolo Nord, Diretta Nord dell’Huascaran South. Io credo, senza pericolo di essere smentito, che tutte e tre queste ascensioni se fossero state compiute oggi, o domani, sarebbero tutte meritevoli di essere premiate con il Piolet d’Or. Tutte e tre! È difficile trovare un altro alpinista che ci abbia consegnato così tanto. Senza contare il Pilastro Goretta al Fitz Roy! Senza contare che sono state compiute tutte in solitaria, in condizioni sempre difficili e senza aggiungere al nostro carico di visioni le grandi invernali sulle Alpi, al cospetto delle quali le luccicanti Piccozze d’Oro del Piolet si infrangerebbero distrutte dalla durezza degli elementi e delle scelte di Renato Casarotto. E se anche non fosse così in merito al premio, resta un fatto che di norma i premi vengono dati ai primi della classe, raramente o quasi mai ai fuoriclasse. Il premio, per sua natura, è un’istituzione classificatoria, spesso impermeabile alla genialità dei fuoriclasse, salvo eccezioni determinate da imprevedibili coincidenze che possono capitare all’interno di una giuria quando viene guidata oltre lo sterile lavoro di normalizzazione dei fatti giudicati.

Dietro a questo ragionamento c’è una grande intuizione di cui siamo debitori alla sceneggiatura teatrale voluta da Davide Torri, costruita sulla voce di Nazareno Marinoni ed elaborata dal regista Umberto Zanoletti con la consulenza storica di Gianfranco Ialongo.

Mi sono dimenticato di sottolinearla in scena sabato sera. Gli spettatori stessi non se ne sono resi conto. Ma lo dico ora: dove sono finiti Boivin-Berhault che hanno aperto la scena in modo spettacolare con la salita in velocità sul Pilastro Rosso del Brouillard… che comunque fecero in modo brillantissimo, tecnicamente parlando. Dove sono finiti i due alpinisti-trasgressori che dovevano conquistare la scena, il nostro immaginario? Dimenticati. Dimenticati anche dagli stessi spettatori di sabato sera. Cancellati in nascere dal nostro immaginario. Alla fine della serata, anche tra i corridoi del teatro, non c’è traccia di gente che parla della loro salita. Io stesso me ne sono dimenticato. Non ho sottolineato la dimenticanza di costoro da parte del pubblico e nel corso della narrazione. Ciò che dovevo fare! Questa geniale partenza della rappresentazione teatrale offre una rilettura della storia dell’alpinismo partendo dal concetto di “consegna di immaginario” che la storia di Renato Casarotto dimostra. E lo dimostra con un esempio estremo di immaginario “trattenuto”, in una narrazione teatrale altamente provocatoria dove le immagini che passano – stiamo parlando di immaginario – sono vicine allo zero. Zero di zero. Tanto da farmi concludere in modo sibillino e poco gentile per gli alpinisti coinvolti nel mio ragionamento storico-teorico che tra 10, 100, 1000 anni dei primi della classe si sentirà sempre meno parlare – chissà quanti illusi avranno ripetuto i 14 ottomila senza la grande visione dei primi ripetitori – mentre dei fuoriclasse, il nome dei fuoriclasse emergerà sempre più alto e carico di reazione immaginifica.

Questa è la fine. A teatro.

Sergio Martini
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Attenzione ora alla nota storico-letteraria.
Chiamo in causa Alessandro Gogna, grande alpinista e raffinato storico.

Io affermo che di Renato Casarotto si sentirà parlare molto, sempre di più.

I compagni della sua generazione, imbarazzati dalla loro singolare reazione immaginifica vissuta in tempo reale, facevano fatica ad ammettere la sua grandezza. Messner, uomo a cui non si può rubare la scena, l’aveva già capito dall’invernale alla Nord del Pelmo in solitaria di Casarotto. E negli anni seguenti fece molto per insabbiare il valore di colui che intuiva poteva essergli superiore. Il divo e l’anti-divo scrisse Camanni. Pure Gogna fece del suo, forse inconsciamente, ma credo a favore di Casarotto. Lo fece poco dopo Messner e sotto lo stesso peso immaginifico, con due enigmatiche uscite su uno dei libri che resta per me la bibbia dell’alpinismo dolomitico, Sentieri Verticali, che posseggo in prima edizione 1987, quasi fosse una reliquia dei grandi libri che oggi non si scrivono più. Una bibbia proprio secondo l’assunto teorico di “consegna di immaginario” che qui sto proponendo, a partire dal meditato titolo di ogni singolo capitolo e dalla sapiente composizione delle immagini fotografiche. Mai troppe o banali. Un capolavoro sui generis immaginario. Quella reazione immaginifica “generazionale” trova straordinaria conferma in una confessione-ricordo su Renato Casarotto recentemente apparsa nel GognaBlog.

Gogna scriveva nel 1987 – attenzione alle “scariche” di immaginario – le seguenti parole:
«Dal 7 all’11 giugno del 1975 i vicentini Renato Casarotto e Pierino Radin conducono a termine un’impresa folgorante: la salita della parete ovest dello Spiz di Lagunaz. […[ Si può affermare che questo sia il limite massimo cui può giungere la grandiosità di una struttura dolomitica, imperiosamente superiore ai Burel, alle Civette, alle Marmarole: un mondo totalmente a parte, dove Yosemite si può paragonare solo per la quota. Il resto è giungla delle visioni. Perché Casarotto non ci hai scritto nulla? Forse era quello il tempo della scrittura» – E conclude: «Perché: non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre».

Perché Gogna scrivi questo? Sono parole del 1987. Renato è morto da un anno. Quanto pesava su di te il suo carico di visioni? Troppo. Io credo. Anche per un grande alpinista della stessa generazione, altrettanto forte e ambizioso.
Queste parole mi sono state impresse per vent’anni. Dal giorno in cui le ho lette.

Gogna stesso fa un passo indietro nella penultima nota didascalica del memorabile libro, altrettanto enigmatica ed equivoca, atta a diverse interpretazioni.
«Il 16 luglio 1986, a trentotto anni e lontano dalle Dolomiti, Renato Casarotto cade fatalmente in un crepaccio ai piedi del K2. Ci sono delle verità che non si possono mettere per iscritto, al massimo se ne può parlare con amici. La fine di Casarotto apre sensazioni spaventose (forse solo a chi l’ha conosciuto da vicino?) su quanto doppia possa essere la volontà di un grande uomo e su quale facilità di accesso a questo doppio binario abbiano i pericoli che ci vengono incontro».

Ho meditato su queste frasi per vent’anni. Nella prima enigmatica affermazione, estratta dallo scritto di Doug Robinson – Lo scalatore come visionario – l’autore inglese si sforzava di spiegare agli adepti quanto sia molto difficile raggiungere lo stato di visionario. Richiede molte battute. Anche d’arresto. Molta fatica. Ricerca. Sacrifici. Ingiurie. Incomprensioni. «Nonostante tutta la precisione con cui lo stato visionario può essere descritto, esso è ancora difficile da afferrare». E qui dice: «non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre». Gogna strappa quella frase da Robinson e la declina a Renato Casarotto.

Tuttavia esiste un limbo, un passaggio, che forse Alessandro non conosceva. Renato risponde a Gogna ancora prima che egli formuli quella domanda che diventerà in modo equivoco l’affermazione enigmatica strappata da Robinson, affermazione carica di immaginario. Renato risponde: «Raccontare, parlare, è molto difficile. È sempre duro arrivare così vicino all’essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell’esperienza vissuta». Parole del suo primo e unico libro, Oltre i venti del nord.

Perché, in fondo, il pericolo più grande per i visionari è di camminare ad un passo dalla morte. Ad un passo dal proprio annientamento. Fisico e mentale. «La facilità di accesso ai pericoli che ci vengono incontro» – forse intesi da Gogna nella seconda nota didascalica citata. Le strettoie del linguaggio non ci aiutano a raccontare questi pericoli e queste visioni. Ma per vie traverse possiamo arrivare ad immaginarle. Forse con parole di riporto. Ma non sempre si riesce a portarle, scriverle. In fin dei conti ognuno vive per sé e per le persone più vicine. E a queste si possono confessare le proprie visioni per avere perlomeno un credito sulla propria esistenza, per far sì che la nostra esperienza diventi realtà, realtà condivisa. Qui mi fermo, per non complicare troppo le cose. E innesco l’esplosione. Lasciando sospesa e irrisolta quella “doppia volontà”. Gogna che mette alla gogna? Non credo.

Casarotto aveva scritto Oltre i venti del nord nel 1985, poco prima di morire. Non si sa per quale motivo. Forse spinto dalla volontà di far riconoscere la sua ricerca di fronte alle pressioni del contesto storico in cui era inevitabilmente inserito. Il libro è infatti un’anti-retorica documentazione della ricerca tecnica che Renato ha appena compiuto in America! Salite da capogiro. Un libro scritto bene. Senza un filo di eroismo o di mercificazione dell’imponente immaginario che sta alla base di quelle esperienze. Un documento e basta. Con la prefazione di Bonatti. A chi mai ha scritto una prefazione Walter Bonatti? A Reinhold Messner? Mi vien da sorridere a vedere il povero Bonatti al Piolet d’Or alla Carriera che passa il testimone della sua eredità, imposta dalla giuria forse grazie alla pre-immaginazione del suo successore, al citato Reinhold Messner; il quale scrive a un anno dalla scomparsa del grande alpinista “monzese” Il fratello che non sapevo di avere. Che libro farsa, patetico solo nel titolo! Gente! Alpinisti! Per carità, capisco il vuoto affettivo di Messner e lo rispetto, ma avete dimenticato ciò che scrisse Bonatti di Messner nel memorabile Montagne di una vita, nell’appendice finale? Bonatti, di Messner!!! Andate a rileggervi le pagine. Lo dico solo per fare onore alle fonti scritte dal pugno di Bonatti. Senza citare il violento scambio di lettere apparso su Alp nel 1989, dove entrambi escono con le ossa rotte e con una pesante scossa negativa al loro immaginario di alpinisti duri e puri, con l’impressione che tutti e due – i due primi della classe, il “re delle Alpi” e il “re degli Ottomila” – ripudiano le proprie “legittime” (per me lo erano) scelte per non dare fastidio l’uno all’immaginario dell’altro: l’incipit della compiacenza. L’incipit della compiacenza! Come avete già visto con Casarotto, il metabolismo dell’immaginario ha tempi lunghissimi. Bonatti scriveva quelle note nel 1989. Il libro sulla nuova fratellanza è del 2013! Bonatti è morto. Messner, senza Reinhold, è vivo.

Reinhold Messner
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Bonatti vecchio è stato soggiogato dall’opportunismo e dalla forza mediatica del grande Messner, indubbiamente il primo della classe in alpinismo e impareggiabile fuoriclasse della comunicazione e della cultura dell’alpinismo: Messner tra 100 anni sarà ricordato soprattutto per i suoi musei e come re degli ottomila, più che come il numero uno dell’alpinismo del suo tempo. Forse sono altri. Kukuczka, Schauer, Kurtyka… Boardman, Tasker… il meraviglioso Doug Scott… Casarotto. In confronto e per trasferimento semantico di termini regali, io vorrei suggerire che Casarotto potrebbe essere e forse lo è già, dopo vent’anni di metabolismo immaginifico che ci ha ripulito delle invidie e dalle “cortomiranze” dei suoi compagni di età, un imperatore dell’alpinismo. Forse l’imperatore del suo tempo. O fuori dal tempo alpinistico. Un Annibale dell’avventura umana, come scrisse Gian Piero Motti nella sua Storia dell’alpinismo per commentare il Trittico del Freney: «È un’impresa fantastica, degna della grande tradizione non solo dell’alpinismo ma di tutta l’Avventura umana nel senso più ampio»; la salita del futuro secondo le parole di Roberto Mantovani. «Un cavaliere fuori dal tempo«», disse Camanni. Da ogni classe, aggiungo io. Tanto da ritrovarsi, elaborando un concetto di Camanni, grande prelato in una chiesa oggi non più deserta perché al suo interno l’iconoclastia che uccide le mode e i tempi ha dato il suo frutto immaginifico. E ora tutti entrano nel tempio di Renato Casarotto in religioso silenzio. Ad ammirare immagini che crescono dentro di noi.

Perciò Alessandro, nel tuo magniloquente blog (che meritava a mio giudizio di essere premiato al Blogger Contest 2014, con due riserve: scrivi di tuo pugno solo un post alla settimana ed esci dal dominio di Banff), fai un pensiero a quanto sto per concludere.

Renato Casarotto, con il suo mantra (sottolineato in un passaggio teatrale perfetto), sintetizzabile nell’amo andare dove non conosco (pure nelle sue invernali non ha mai fatto sopralluoghi né un deposito di materiale ), Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere per due motivi che pochi altri possono avere.

Primo: aveva un deposito di memoria e di esperienza impareggiabile, sua moglie Goretta. E i suoi amici più cari. A partire dallo sconosciuto Nazareno Marinoni da cui siamo partiti. A mio modo di vedere, infatti, i grandi scrittori non scrivono così tanto per scrivere, ma scrivono per raccontare, per ispirare. Come hai fatto tu, Gogna, con Sentieri Verticali. O l’altro tuo grande libro, compagno della mia adolescenza alpinistica, Alpinismo di ricerca. Un altro libro a cui non si può rinunciare dopo che si sa che esiste. Una cosa è scrivere per condividere e ispirare, una cosa è scrivere per mostrare, per essere visto. Condividere significa esistere nella memoria di un altro. In qualche modo divenire reale. Reale nell’immaginario di una terza persona. Reale non solo noi, involucri di carne, ma la nostra stessa personale avventura umana, grande o piccola che sia. Avventura che può ispirare quella di altri.

Ecco il secondo impressionante motivo. Così impressionante che resto stupito che un grande alpinista come te non l’abbia espresso per suo conto già alla fine di Sentieri Verticali. Ma forse era troppo presto per elaborare il concetto di “scrittore di alpinismo”. Di scrittore geografico (v. Scrittura geografica in calce). Tu stesso lo sei stato in forme alte. Ti ricordi la Gogna-Cerruti ripetuta in questi giorni da una cordata italiana? E “scrittore di alpinismo” non è la stessa cosa dello scrittore alpinista o dell’alpinista scrittore. Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere niente perché le sue grandi scritture sono state le vie che ha fatto. Scritture così cariche di segni e di immaginario nelle premesse e nei risultati che non hanno bisogno di altro. Basta sapere che esistono. Qualche parola, qualche segno, qualche immagine. Ai propri amici. Alla moglie. Nulla di più.

Quelle scritture geografiche sono là per i posteri e i posteri diranno la loro.

Scrivere troppe parole o caricarci troppo di immagini e di informazioni invece fa male. Ci fa distrarre dalla nostra passione. Dalla nostra disciplina. Si espone troppo la propria immagine e si consuma l’immaginario che si vuole lasciare di noi. Si crea un “mostrum” della nostra esistenza. Un mostro di immagini e parole.

Messner con le sue troppe uscite mediatiche sta distruggendo la sua immagine di alpinista di prima classe in favore di fuoriclasse della comunicazione, non tanto della cultura.

È difficile trovare la giusta misura tra lo scrivere vie di alpinismo (ciò che fa lo “scrittore di alpinismo”) e lo scrivere report di alpinismo o altre considerazioni storiche (ciò che fa lo scrittore alpinista o l’alpinista scrittore).

Sbaglia Messner a consegnarci troppi libri. Usura senza rimedio il suo immaginario alpinistico. Col senno di oggi, in continua mutazione, Messner per noi non è più un alpinista, ma un affastellato libresco-museale circondato da fratelli alpinisti che non ha, o perché sono morti, o perché sono inventati. Paradossalmente, per vie iperboliche, un libro (1) di Doug Scott (Himalayan Climber) vale come quaranta (40) libri di Messner. Dei suoi libri coatti.

Sarebbe stato sufficiente una ristampa periodica dei grandi libri di Messner – Settimo Grado, La montagna nuda (Nanga Parbat), Sopravvissuto e il suo capolavoro fin dal titolo La libertà di andare dove voglio – per consegnare 100 volte più immaginario sul grande Messner che la storia dell’alpinismo conosce: Reinhold Messner, dotato di nome e cognome, senza coazioni che hanno reso il nome, Reinhold, vittima del suo abnorme marchio-cognome. Un Reinhold ora irrimediabilmente morto. Messner. Non più Reinhold. Egli, da sé, ha fatto fuori il suo buon nome. Messner ha ucciso Reinhold.

Rernato Casarotto
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Un Reinhold Messner che resterebbe comunque, e non oltre, un primo della classe.

Dicevo, avviandomi in modo pirotecnico alla conclusione, è difficile trovare la giusta misura tra lo “scrivere” inteso sopra – lasciare segni importanti – “vivere vita”, e scrivere report di vita. O sue finzioni.

In questo Casarotto, come forse voleva intendere Gogna, è stato carente.

Ma scrivere report è ben poca cosa rispetto allo scrivere vita. A lasciare segni di alimento primario. Sulle pareti e sull’immaginario dei nostri amici.

Segni che testimoniano una passione di un uomo e alimentano quelle di altri.

A dire al mondo che in quei luoghi remoti e inaccessibili qualcuno è passato. Qualcuno gli ha resi accessibili con delle doti primarie. Nonostante i grandi pericoli, l’ignoto che portano con sé. Quell’accesso di cui parlava in modo enigmatico Gogna e che apre le porte all’immaginario.

Per chiudere, sforzandomi di essere didascalico, prima dell’esplosione finale, la “consegna di immaginario” avviene attraverso la composizione di un equilibrio sottile tra immagini e parole, non necessariamente attraverso la mano di chi è stato l’ispiratore di questo immaginario, nel nostro caso l’alpinista scalatore. Può essere fatta con la classica scrittura di riporto, anche dagli amici o pure per semplice via orale. Le sedimentazioni, come sappiamo, assumeranno svariate forme ed oggi nell’epoca della scrittura digitale le variabili si sono moltiplicate rendendo ancora più difficile e affascinante la questione su ciò che è utile per il nostro immaginario.

Ciò che conta veramente tuttavia resta solo la scrittura primaria, la “scrittura geografica”, la via segnata nello spazio e nel tempo da un azione fisica avvenuta in un luogo e in un momento della storia, che diventa tale – storia – attraverso la condivisione. E per fare una scrittura geografica potenzialmente ricca di immaginario sono sufficienti le doti primarie, fondamento di ogni “sincera” avventura umana, nemiche di ogni classe e di ogni classificazione, di ogni status sociale che come sappiamo tende a sedersi circondato dalle protezioni che esso stesso ha prodotto. Spit di qua e spit di là. Queste doti primarie sono: coraggio, determinazione, volontà, carattere, resistenza, intelligenza nella complessità e, su tutte, responsabilità. Le stesse doti primarie che innescano l’immaginario collettivo. Il resto, le doti secondarie, la tecnica, la forza pura, la velocità, l’ornamento stilistico (che non è lo stile vero e proprio), l’arrampicata libera… sono ornamenti che possono servire solo se sono lasciati liberi di agire oltre i campi dei giochi costruiti a proprio uso e consumo, oltre gli artifici dell’uomo e la sua follia suicida pur di apparire.

Attenzione a cosa sto per concludere! Le doti secondarie non sono doti necessarie alla genialità e all’immaginario, sono doti accessorie in quanto doti affinabili. Doti che spesso vengono confuse per primarie, specie nell’epoca dei grandi consumi. Perché sono vendibili. Doti che corrono il rischio di essere spinte troppo verso il virtuosismo e le strade della specializzazione che uccidono la complessità dell’azione. Doti che rischiano di rendere inaccessibile l’immaginario, ossia tenere lontano le persone dallo spazio dell’esperienza che tutti cerchiamo… nella “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”, espressione chiave citata all’inizio di questo scritto che da documentale è diventato teorico. Che ce ne facciamo di un Alex Honnold o di un Alex Huber che arrampicano slegati ripresi passo passo da indiscrete videocamere lungo le pareti dell’inaccessibilità? Niente. Una masturbazione emotiva. Un’illusione spaventosa di libertà. Fin quando non cede l’appiglio. Consegna di immaginario=0. Zero.

Messner ha ragione a dichiarare che il suo alpinismo è fallito, perché dopo tanto parlare e mostrarsi non consegna più immaginario, ma una strada battuta che porta alla spettacolarizzazione del gesto, alla sua collezione: l’inaccessibile resosi prodotto vendibile, museabile, o, peggio ancora, per gli epigoni non all’altezza del maestro, l’azione estrema fine a se stessa camuffata da prestazione di ricerca, irraggiungibile per l’uomo non-specialistico, eseguita da un superuomo che diventa vittima di una parte “speciale” di sé, qualunque essa sia (gli avambracci?), pur di apparire e a volte di incassare qualche misero soldo, mettendo a rischio la propria vita oltre la capacità che abbiamo di calcolare la natura. Il rischio calcolato. La porta di accesso per affrontare la complessità della natura in modo preparato, con le doti primarie a cui prima accennavo.

Non si può calcolare se si stacca un appiglio o un seracco mentre si sta arrampicando. Ma si può calcolare di avere una corda. Di rispondere con l’intelligenza di una protezione. Di rendere accessibile l’inaccessibile con l’intelligenza dell’uomo, rispettando la natura che ti è di fronte e la tua stessa fragile natura di uomo. Non urlandole in faccia la tua arroganza di piccolo uomo onnipotente, egocentrico, iperprotetto o senza alcuna protezione. Magari ripreso da una videocamera superassiccurata sugli strapiombi del falsamente inaccessibile. Provato e riprovato come fosse la scena di un film. Inaccessibile reso accessibile mediante l’idolatria di doti secondarie, spinte al massimo di ciò che un uomo alienato può sostenere. Da vendere a spettatori imbranati. Spugne da spremere colonizzando l’immaginario mediante scorciatoie, consegnando “visioni” che si fermano alle mani e ai piedi della loro illusoria progressione. Progressione che come tutti gli alimenti primari è oggetto di mercato. E se il mercato alimenta il mercato, non le nostre menti, è tutto un gran casino: la scalata libera solitaria di un masturbatore diventa la grande avventura dell’uomo.

Messner può dare la mano a Gian Piero Motti, uno distrutto dalla propria passione, l’altro ossessionato dalla propria ambizione di restare sempre il primo della classe. Già, quel “falliti” al plurale fa pensare. Una profezia di un visionario? Il compagno di classe che mancava, tardivamente arrivato? O, nel caso di Bonatti, la compiacenza scambiata per fratellanza! La strategica compiacenza, scambiata per sacra fratellanza! Specie tra primi della classe di generazioni diverse che alleandosi salvaguardano ognuno il proprio nome, reciprocamente, dopo essersi accorti che primeggiare tra di loro, di età diverse, tirandosi addosso fango, non serve a niente. La tardiva alleanza! Altro che fratellanza! Ripropongo all’editore di Messner di riformulare il titolo del recente libro, così: Walter Bonatti, l’alleato che non sapevo di avere. Per non dire: Walter Bonatti, il compiacente – da me creato a mio uso e consumo – che non sapevo di avere. Immagino Bonatti impegnato su un sesto grado, di quelli duri-duri, enigmatici, per uscire dalla tomba. Per tirarmi il collo. O per tirare quello del suo mancato fratello per non avere evitato questa inevitabile, conclusiva, intuizione editoriale. O concettuale. Che qui formulo con sintesi da iconoclasta sovvertitore, di colui che rompe (kláo) le icone (eikón) per consegnarne altre. Di ben più immaginifiche.

«I primi della classe devono continuamente curare il proprio immaginario. I fuoriclasse no. Ci penseranno gli altri».

Per questo Renato Casarotto resta un esempio che oltrepassa la sua disciplina.
Più di Walter Bonatti.

Per questo Fosco Maraini ci ha ispirato travalicando il muro di idee.
Più di Reinhold Messner.

Per questo a volte si scrive qualche riga di più.
Non solo in parete.

Per prepararsi a partire.
Senza scorciatoie.
Quando sarà il momento.

Scritto per GognaBlog e Altitudini.it, il 14 ottobre 2014

HYPERLINKS
Un ricordo di Renato Casarotto di Alessandro Gogna
Scrittura Geografica 00 di Alberto Peruffo
Due amori. Storia di Renato Casarotto di Alberto Peruffo
Ritratto di Renato Casarotto di Carlo Caccia
Applausi – Broad Peak North di Carlo Caccia
Quando la cultura fa paura di Alberto Peruffo

Per altri scritti di Alberto Peruffo, vedi casadicultura.it

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Consegna di immaginario ultima modifica: 2014-10-25T07:15:49+00:00 da Alessandro Gogna

27 thoughts on “Consegna di immaginario”

  1. 27
    Giorgio Robino says:

    Ciao Alberto, grazie
    il mio riferirmi al giudizio di tribunale era scherzosa ironia;
    certo processo come percorso verso…

  2. 26

    caro Giorgio, cari amici, dopo tempo ti rispondo.
    Per riprendere la chiusura del tuo ultimo commento, domani molti di noi “ritorneranno a valle” per ricordare Renato, dopo 30 anni.
    Ci siamo dati appuntamento al Teatro Olimpico di Vicenza.

    http://loscarpone.cai.it/news/items/a-vicenza-lanteprima-inaugurale-della-64a-edizione-del-trento-film-festival-con-la-storia-di-renato-casarotto.html

    Forse troveremo il modo di raccontarlo, forse troveremo altre risposte.
    Ma questo non sarà mai un “processo giudiziario”, di giudizio, con delle aule e degli imputati. Di quell’espressione conserviamo certamente la parola “processo”. L’immaginario è un processo lungo, non un prodotto da tribunali che si risolve in poche sedute, battute, giudizi, sentenze.
    Vediamo intanto cosa è rimasto dopo 30 anni, e poi ritorneremo a parlarne.
    Grazie di tutta la tua attenzione, del tuo scritto e un caro saluto.
    a_

  3. 25

    Buongiorno a tutti,
    lo so, è passato quasi un annetto da quando questo post fu pubblicato, d’altro canto c’è ora una qualche novità: vi propongo di leggere la conversazione con Alessandro Gogna pubblicata su questo blog, dal titolo “La pervicace ricerca del destino – parte 2”, perchè credo che Alessandro ci abbia data qualche risposta alle domande che gli erano state poste anche proprio qui! Penso abbia fatto affermazioni totalmente esplicite infine e nessuno dica più che è enigmatico!
    .
    Ma torniamo in aula :-), nel nostro fantomatico processo ai portatori veri o presunti di immaginario:
    .
    Vostro onore, mi oppongo! 🙂
    .
    Sai Alberto, ho dovuto leggerlo e rileggerlo più e più volte il tuo scritto, per venirne a capo (sono lentoooo). Ancora certamente ti riconosco il merito dell’avere sollevato il tema introduttivo, ma infine, abbastanza certo di non avere frainteso il tuo ragionamento, temo di pormi molto lontano dalle tue conclusioni, in posizioni “diametralmente” opposte, dico scherzando e per semplificare.
    .
    E’ vero, non ho colto l’antinomia di cui parli, io ragiono su uno spazio di valori forse diversi dai tuoi e devo fare conversioni continue tra il tuo modo di pensare ed il mio, facendo fatica, ma infine penso che molte delle tue tesi, siano davvero troppo dure (nel giudizio sulle persone), parziali (nell’analisi storica), infine: in-giuste. E mi riferisco specificamente alla tua analisi del percorso di vita di Walter Bonatti e Reinhold Messner.
    .
    Certo, il tuo articolo ha il merito di aver provocato positivamente i lettori che hanno espresso molti pensieri preziosi. C’è qui nei commenti un livello di consapevolezza superiore al livello base dei forum e dei social network passa-tempo. Anche per questo motivo il “Gogna Blog” merita super-premio, come tu suggerivi e su questo sono certamente d’accordo con te! 🙂
    .
    Sono interessanti i pensieri di tutti voi, e sono certo d’accordo con l’ultima frase di Franco Michieli, ma il commento più poetico per me è quello di Sandro, a cui ho una unica domanda: nelle tue parole c’è un riferimento sottointeso a Lorenzo Massarotto ?
    .
    Allora, invece di battibeccare sui terreni dell’analisi storica (l’azione sociale) ed umana (l’azione interiore) delle persone di cui parli, provo a ragionare su qualche domanda che ti sei fatto, e lo faccio qui sotto con umiltà e nessuna pretesa d’aver capito chissa-cosa! Perchè è pure probabile che io non abbia capito una sega. Ma provo a dare la mia interpretazione alla frase di Alessandro Gogna (o di Doug Robinson, poco importa chi l’abbia detta o fatta sua), quella che ti ha assillato per 20 anni se ho capito bene, e che in effetti è intrigante, ed è questa qui:
    .
    “Perché: non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre”
    .
    a me non pare così enigmatica da capire! anche se ammetto essere (forse volutamente) ambigua e possa essere letta su diversi piani. Provo a darne una mia interpretazione, con due differenti metafore/punti di vista, oh! ma nemmeno sulla Divina Commedia mi sono mai concentrato tanto! 🙂
    .
    (1) Interpretazione con la “teoria dei sistemi” (ramo della Fisica circuitale):
    .
    Ogni essere umano, in un percorso autentico di conoscenza interiore, scopre qualcosa di “visionario”. Ma in ogni individuo è impossibile una continua crescita progressiva di visioni, perchè questo significherebbe uno sbilancio energetico interiore che contraddice l’assunto per cui “nulla si crea e nulla si distrugge” (diciamola così, con “umorismo” scientifico). Se l’uomo perde questo equilibrio, precipita, o nella follia, o nella morte, diciamo che “è perso”. Brutta storia (per chi lo ha perso, per lui invece non si sà…).
    .
    “Non si diventa visionari in un giorno solo”
    .
    significa che c’è un necessario percorso di conoscenza, una progressione di esperienza che ti porta ad affinare il tiro, concentrare un’energia su un’obbiettivo. Questo è un concetto generale, vero in qualsiasi aspetto della vita umana, non specificamente nell’alpinismo. E’ così nella scienza, nell’arte, in tutto. La conoscenza non è “calata dall’alto” con illuminazione istantanea, ma è un percorso di “ricerca”. Alpinismo di ricerca 🙂
    .
    “Non lo si è poi per sempre”
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    significa che, raggiunto un qualche apice di conoscenza umana, poi c’è un deflusso esponenziale inevitabile ad una situazione di “riposo”. Perchè il sistema biologico (umano o qualsiasi materia!, se sei panteista come me), deve “ri-caricarsi”.
    .
    Torniamo al circuito uomo-energia: io sono un ingegnere elettronico e mi vien intuitivo un esempio che si rifà alla “Teoria dei Sistemi”, che forse risulta oscuro ai più, ma ci provo lo stesso a fare l’arduo e risibile spiegone: immagina l’individuo come un circuito elettronico (è una metafora!), che ha una sua pila interna pure, ma che è alimentato da un generatore esterno. Questo “qualche” generatore di energia esterno, manda “impulsi” di tensione all’individuo.
    .
    Ogni individuo riceve degli impulsi, chi più, chi meno (forse causalmente, oppure perchè l’individuo fa un qualche percorso di ricerca, lasciamo un attimo perdere il “perchè”, ma il fatto è che sto esserino si becca degli impulsi esterni.
    .
    Ogni individuo ha un bel filtro bassa-basso che attenua i picchi impulsivi del generatore esterno. Questo filtro lo protegge permettendo un assorbimento “dolce” della energia esterna (se il filtro è bello robusto all’esserino non arriva una sega! e questo dorme “beato” fino alla morte). Ora immagina che il circuito passivo di protezione sia collegato a valle ad un circuito attivo unico per ogni singolo individuo (lasciamo perdere del come e perchè di questa elaborazione attiva individuale e specifica perchè ci perderemmo in teorie sulla uguaglianza/diversità, individualità/collettività).
    .
    Il punto importante è che il circuito (l’individuo) è collegato al generatore energetico in “anello chiuso” cioè è possibile instaurare una “retroazione”. C’è una comunicazione bidirezionale. Attenzione!
    .
    Se il circuito ad anello si chiude con retroazione negativa, nel linguaggio della teoria dei sistemi, si dice che il sistema è “stabile”; va tutto “bene” e c’è “controllo” o se vuoi chiamalo “equilibrio”.
    .
    Se invece il circuito umano incomincia a produrre anch’esso degli impulsi retroattivi “positivi” che vanno indietro al generatore, qui sono possibili anomalie impredicibili, perchè si genera una retroazione positiva e questa porta il sistema ad “auto-eccitarsi” in un crescendo di intensità degli impulsi. Entriamo in meandri caotici; ma probabilmente il “crescendo” porta il sistema al crash, perchè il sistema-biologico non può contenere impulsi esponenziali d’energia, che si deve subito “sfogare” da qualche parte, in qualche modo. C’è probabilmente una esplosione. Break-down. Pufff!
    .
    “attenzione alle scariche di immaginario”
    .
    significa che se il sistema uomo-energia incomincia ad autoeccitarsi, incominciano ad esserci scariche continue avanti ed indietro tra sistemino interno all’umano e generatore esterno. Allarme rosso! Pericolo innesco. Esplosione. Fine (=morte).
    .
    Ora, su “cosa” sia il generatore energetico…per me è qualcosa di metafisico, e lascerei al lettore l’ardua sentenza, Alessandro ha dato qualche indicazione, vedi conversazione: “La pervicace ricerca del destino – parte 2”.
    .
    Bene, ma se dall’esempio circuitale non ci si capisce una beata fava, mi scuso e ne faccio un altro più facile e sicuramente comprensibile a molti (ed anche questo a me naturale da intuire):
    .
    (2) Interpretazione secondo la “teoria dell’Arte”:
    .
    Pensiamo alle realizzazioni dell’ingegno umano, in particolare alle opere di un “artista”; intendo una persona che realizza qualche opera d’arte in senso tradizionale: musica, pittura, letteratura e certamente anche, per usare tue parole, “scrittura geografica”. Un artista spesso raggiunge un insieme finito di apici di comprensione e realizzazione di “bellezza”, solo qualche volta nella vita ci sono “impulsi” che producono bellezza condivisibile, ma generalmente lo stato di grazia non dura per tutta la vita intera. Ahimè l’energia non mi pare possa aumentare progressivamente al tempo di vita. Se penso all’arte della musica questo aumento forse l’ho visto in una manciata di persone al mondo, ma per la maggior parte degli artisti (migliaiia, milioni) non è mica andata così, la maggior parte ha un numero limitato di momenti magici e poi ritorna a dormire!
    .
    Allora, scherzando, e chiudo davvero, potrei dire che la conoscenza umana è per metafora un pò come salire una montagna: la si sale nella prima parte della vita, di solito, si fanno dei saliscendi per picchi e creste e poi infine si torna a valle, con il ricordo e la voglia di raccontare, oppure più eccezionalmente, non si torna. Chi torna alle volte rimane senza parole, oppure a volte incomincia a raccontare qualcosa del “qualcosa”: incomincia a “consegnare immaginario”. Walter Bonatti e Reinhold Messner, la hanno fatta entrambi la consegna, ognuno con il suo proprio individuale circuito attivo.
    P.S. Su Reinhold Messner tornerò però più avanti.
    .
    Prego i signori giurati, qui presenti e quelli delle genererazioni di futuri umani, di usare “umorismo nella complessità”.
    Fine della psico-arringa 🙂

  4. 24
    Maurizio Mazzetto says:

    La cosa più saggia e più vera (non che le altre non lo siano, ma questa è “la maggiore”) – in tutto questo – l’ha scritta, a mio modesto avviso, in chiusura del suo commento, Franco Michieli: “In ogni caso nessun umano può lasciare in eredità l’avventura, perché i suoi contenuti non appartengono a noi, ma alla divinità”.
    Il resto – per quanto mosso da buona volontà e da buone intenzioni, sulle quali non dubito, e per quanto possa essere utile, o molto utile, per chiarire alcune questioni di vita e di comportamenti, tanto in ambito alpinistico quanto in altri ambiti – mi sembra secondario (il che non significa che non abbia valore).
    Grazie, quindi, ad Alberto per la riflessione preziosa sulla “consegna dell’immaginario”. Consapevoli che anch’essa, probabilmente, è in noi (nelle nostre possibilità e nel nostro dovere, per quanto ci riusciamo) ma non viene da noi. Non solo: coscienti che essa va oltre noi stessi, spesso (e troppo) autocentrati. Pur essendo (e magari sapendo di esserlo) “insufficienti”.
    E ciò, Casarotto, sembrava averlo ben presente (….ma forse, come è stato ricordato, in modi (molto; molto?) diversi non si può dire la medesima cosa di Bonatti e di Messner, almeno per una parte della loro vita?): “Perché la parte più profonda di ciò che percepiva nelle sue odissee era talmente grande e sconosciuta da non poter avere nome” (Michieli).
    In ogni caso, Casarotto l’aveva capito.
    E noi?
    Maurizio

  5. 23
    Simone Salvagnin says:

    Ciao,
    sono Simone Salvagnin, atleta paralimpico della nazionale di arrampicata sportiva. Normalmente non mi intrometto in discussioni di questo genere. Ma vi racconto un fatto, considerato che mi sta molto a cuore Walter Bonatti per i suoi valori. L’estate scorsa mi trovavo a Castel Firmiano, incuriosito dal “personaggio” Messner. Alla fine del giro, entro nella libreria del castello e chiedo a mia mamma di leggermi i titoli dei libri esposti dato che il mio handicap visivo non mi permette di leggere. Ad un certo punto mi viene letto il nome Walter Bonatti. Subito vengo attratto e chiedo che mi sia messo in mano il libro. Nel farlo, mi viene letto il sottotitolo: IL FRATELLO CHE NON SAPEVO DI AVERE. Resto allibito e come reazione giro il libro per vedere la quarta di copertina. Pur vedendoci poco noto subito questa strana immagine dove Walter e Reinhold si abbracciano. Che sia un caso che la figura in posizione dominante sia quella proprio di Messner e che Bonatti sia quasi alla ricerca di una protezione? Da cosa? Come mai questo libro è scritto dopo la morte di Walter? Qui mi fermo e non trovo infondata la tesi di questo scritto dove si dice che Bonatti sia stato soggiogato dal potere mediatico di Messner.

  6. 22
    Filippo says:

    Caro Peruffo,
    volevo ringraziarla per questo suo scritto.
    Io credo che la sua analisi abbia dato uno bello schiaffo all’arroganza di molti alpinisti, spesso superuomini che si credono chissà cosa per la frequentazione delle altezze e che invece a me paiono un reggimento di uniformi griffate che salgono sulle cime della pienezza di sé (o di banale sopravvivenza sociale), e non in cerca di libertà e bellezza.
    Le sono grato poi per avermi fatto rivalutare Messner. Nel film Nanga Parbat di cui è stato consulente e parte in causa nelle scelte e nella scrittura, mi domandavo come avesse permesso certe scelte, che dimostravano Messner non tanto fautore di un alpinismo esplorativo, ma di un alpinismo arrivista che se gestito male poteva portare all’arroganza. Insomma, avevo avuto una parvenza di arroganza.

    Quando poi è comparso quel libro sul fratello… come si fa a crearsi un fratello quando è morto, senza possibilità di replica, leggendo ciò che Bonatti diceva di Messner? Che operazione arrogante! Forse questa scelta arrogante è colpa del giornalista chiacchierone e opportunista di cui si è interfacciato, ma Messner doveva capire che non era la scelta giusta. Indecente.

    Messner stia certo che accuserà invece lei, caroPeruffo, di opportunismo storico, di essere lei un fuoriclasse dell’opportunismo storico. Anche perché Casarotto non l’ha mai digerito. Se la troverà per strada stia certo che le tirerà il collo. Ma Bonatti no!

    Anzi, Bonatti la ringrazierà per averlo tolto dall’impaccio e da un titolo che non si merita. Di fratello tardivo. Tardone! E la ringrazierà perché Bonatti stesso è la controprova della sua intuizione fuoriclasse-primodellaclasse. Michieli stesso ci dà la soluzione. Bonatti è diventato grande proprio quando è uscito dalla classe degli alpinisti dove doveva dimostrare di essere primo (specie dopo la delusione del K2), ed è diventato poi un fuoriclasse dell’esplorazione, andando dove più gli piaceva e come gli piaceva.

    Ed è per questo che il suo finale – Casarotto ci ha consegnato di più di Bonatti, Maraini di Messner – è provato dallo stesso Bonatti, che simbolicamente consegna a Casarotto il suo testimone scrivendogli – solo a lui – la prefazione del suo primo e unico libro.
    Grazie ancora. Anche a Gogna. Alessandro, magari in futuro rispondi a quelle questioni rimaste sospese.

    Grazie.
    Filippo

  7. 21
    GIANDO says:

    L’articolo di Alberto e le sue successive risposte ai ns. commenti lascia spazio ad infinite considerazioni. Ciò è estremamente stimolante perché consente di mettersi anche in discussione, sia come alpinisti (per chi lo è nel vero senso del termine) sia come esseri umani.
    Personalmente condivido molto di quanto ha scritto (diciamo quasi tutto) ed attendo con grande curiosità una risposta da parte di Alessandro in merito alla ormai famosa frase di Doug Robinson declinata a Renato Casarotto.
    Aldilà di tutto rimane l’aspetto focale della “consegna dell’immaginario”. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che un’ascensione alpinistica venga, in ultima analisi, valutata per la consegna d’immaginario che contiene. Questo vale per tutte le cose e, pertanto, l’articolo di Alberto, ancorchè riguardante l’ambiente alpinistico, può essere preso come punto di riferimento anche per altre attività (anche una traversata oceanica, per es., potrebbe essere valutata secondo i medesimi parametri).
    Tutto ciò non può però prescindere da una valutazione personale, diciamo pure “estremamente personale”, del messaggio che viene consegnato. La consegna di qualcosa presuppone un soggetto che dà ed uno che riceve. Talvolta questa consegna avviene a titolo gratuito, altre volte verso un corrispettivo.
    Pertanto, siccome l’immaginario è un qualcosa di estremamente soggettivo diventa molto difficile stilare delle classifiche. Dall’articolo di Alberto si evince, o quantomeno credo di evincere, che l’immaginario di Casarotto sia stato superiore all’immaginario di un Messner o che, per dirla in altri termini, Casarotto ci abbia consegnato un immaginario più immaginario di quanto ci abbia consegnato un Messner (vorrei trovare le parole giuste ma non ci riesco).
    Nonostante abbia poc’anzi detto che condivido molte delle cose dette da Alberto mi sento inadeguato a condividere una classificazione così precisa dove uno assume il ruolo di fuoriclasse, l’altro di primo della primo della classe e magari, se andassimo oltre, un altro potrebbe essere rimandato a settembre e un altro ancora bocciato.
    In fondo, con questo articolo, lo stesso Alberto ci sta’ consegnando un immaginario che, ovviamente, è il suo, frutto delle sue elucubrazioni e delle sue esperienze.
    D’ora in poi sarà molto difficile, per noi lettori, non accostare Casarotto a Messner nel momento in cui sentiremo parlare o semplicemente penseremo ad uno dei due.
    Ad un certo punto, nelle sue risposte ai nostri commenti, Alberto sostiene che l’immaginario di Pelè è superiore all’immaginario di Maradona, evidenziandone anche le motivazioni. Ora io non sono così sicuro che per un ragazzino napoletano degli anni 80 l’immaginario di Pelè sia stato superiore.
    Cioè la consegna dell’immaginario è una cosa che non può essere catalogata, è un qualcosa che sfugge a qualunque parametro perché non è slegata dalle emozioni che suscita nel ricevente (se non si suscita nessuna emozione non si sta’ in pratica consegnando nulla o quantomeno si sta’ solo consegnando uno sterile resoconto di qualcosa che è stato fatto). Cambiando lo stato d’animo del ricevente cambia anche la consegna dell’immaginario.
    Infine va detto che quest’ultimo varia anche col passare degli anni. Ciò che può essere stato un immaginario ricco di emozioni in gioventù potrebbe non esserlo in età matura e viceversa.
    insomma, ci sarebbe da scrivere un libro tali e tante sarebbero le cose da dire.

  8. 20
    Alberto Benassi says:

    Alberto anchio non ho nulla da eccepire. Non è che uno è meglio dell’altro. Semplicemente sono due mondi diversi, ad ognuno il suo.
    Certo che ci vogliono i fatti che fanno da alimento. Ma senza uno” spirito” innato , che magari possediamo senza saperlo, questi fatti non si creano.
    Se penso a quello che hanno fatto Casarotto, Bonatti e sopratutto penso a come l’hanno fatto. Non posso altro che trarne alimento, stimolo, gusto per poi magari creare un mio immaginario.

  9. 19

    Gentili commentatori.
    Vi ringrazio per l’attenzione.
    Cercherò di dare una breve risposta alle diverse questioni.
    //
    X GIORGIO ROBINO: non c’è alcun disprezzo per un’azione umana tardiva, ma solo il tentativo (legittimamente opinabile da parte dei lettori dell’articolo) di chiamare le cose come stanno, con il loro nome: compiacenza al posto di fratellanza. E a seguito di questo, un suggerimento editoriale nel cambiare il titolo di un libro. Ho letto su Altitudini http://altitudini.it/consegna-di-immaginario-visioni-esplosive-di-alberto-peruffo/#comment-6425 il commento di uno storico autorevole, del calibro di Roberto Serafin che ha scritto uno degli ultimi importanti libri su Bonatti. Sembra favorevole a questa mia lettura.

    Sottolineo: io non cerco verità, ma solo corrispondenze. E trattandosi di corrispondenze, sono costretto a fare analisi che magari ad alcuni non possono piacere (Mirella Tenderini su https://www.facebook.com/groups/185186314867223/829483683770813/?notif_t=group_activity). Ma così è quando si vuole scrivere per argomenti e non per sintesi letterarie. Con i limiti del caso e della persona scrivente che si espone a suo rischio e pericolo in scritture analitiche, senza scorciatoie. A volte un po’ narcisistiche, per legittima difesa di un percorso fatto di grande fatica e “ripetizioni” sul campo. Dei libri e delle montagne.

    Sul fatto che poi la “consegna di immaginario” sia tale ad un certo punto e poi si consumi (la mia ipotesi), riporto un altro “curioso” commento di un lettore di FB, il quale risponde che Messner ad un certo punto – nel pronunciarlo – ricorda Altissima, Levissima, Purissima, e ben poco le sue grandi e indiscutibili imprese.

    Sulla questione Fuoriclasse/primi della classe, un antinomia creata ad hoc per uscire dalle classi, sembra non essere stata colta da Giorgio.

    //
    X DARIO BONAFINI
    Dici bene. Lo scopo dello scritto è quello di porre alla nostra attenzione questo fatto estremamente fuggevole e tuttavia concreto che è la consegna di immaginario. La vicenda umana e storica di Renato Casarotto, insabbiato per anni da Messner, offre un ottimo terreno di analisi. L’alpinismo tuttavia non è il solo campo in cui l’attenzione del lettore dovrebbe soffermarsi. Anzi, dall’alpinismo dovrebbe poi interrogarsi su altri ambiti dell’agire umano.

    //
    X EUGENIO CASANOVI
    Che saluto con affetto, con il quale ho collaborato nella curatela delle mostre di Fosco Maraini, lo ringrazio vivamente per permettermi di rispondere con dettagli che non potevo riportare nello scritto alle questioni sollevate da Vinicio Vatteroni.

    //
    X GIORGIO ROBINO 2
    Questo ulteriore commento mi permette di sottolineare che la “fantasia” di Gogna applicata all’alpinismo o – come dico io – alla scrittura geografica, è stata inserita nel mio scritto tra le doti primarie e chiamata “intelligenza nella complessità”, quella dote che ti permette di tracciare percorsi in modo creativo e rispettoso dell’ambiente in cui operi.

    Poi, non credo che Messner si riferisca al futuro dell’alpinismo, ma al fallimento di cui in parte è stato – suo malgrado – il massimo esponente, in quanto primo della classe, “sempre”. L’alpinismo del collezionismo. 14 ottomila, Seven Summit, 3 poli! Dimenticandosi della splendida spinta esplorativa alle origini del suo alpinismo.

    //
    X LORENZO
    Il tuo pensiero è troppo articolato, complesso e apre orizzonti difficili. Non posso risponderti in 2 righe. Tento una veloce considerazione.

    A mio modo di vedere e di conoscere le vicende storiche – da storico che analizza – posso dirti che a lungo andare le vicende di un grande artista che è stato riconosciuto di atti ingiusti per la collettività, per l’immaginario collettivo, metteranno in secondo piano la sua genialità, l’aver “percorso sentieri alti e irripetibili”, ma che lo hanno portato verso la propria devastazione. L’abilità tecnica di Maradona, farà sempre più fatica a tenere il passo della stessa abilità di Pelè, sostenuta dalla sua esemplarità etica. In altre parole e in altro campo, se un grande pittore visionario diventa il simbolo di un momento tragico e responsabile di atti immondi – vedi, prendendo la tangente, il nazismo e gli artisti visionari di quell’epoca – le loro visioni e le loro consegne di immaginario finiranno con l’andare degli anni nella spazzatura delle nostre visioni. Si tratta sempre di un “immaginario di alto profilo”, ma che non vorremmo più vedere, almeno come esempio di vita.

    //
    X CARLO OCCHIENA
    Simpatica e arguta la tua riflessione. Riporta all’impatto che le vicende storiche hanno sulla cultura contemporanea, sui giovani d’oggi. Tuttavia la premessa della mia argomentazione non sta tanto nella possibilità di immedesimarsi con personaggi del passato, ma su quanto loro siano fonte di ispirazione per il futuro. Tutte le persone che praticano una disciplina – volenti o nolenti – si scontrano-incontrano con il passato. Perciò i giovani d’oggi, i trentenni con cui puoi confrontarti, sono in parte figli – magari anche rivoltosi – dei loro padri. Un Messner che esalta un Huber o un Honnold che arrampica slegato sui muri dell’inaccessibilità per la maggior parte degli alpinisti, anche dei più forti e preparati, possono offrire indizi concreti su quanto le loro imprese siano fonte di ispirazione, di immaginario o di puro spettacolo o di altre cose accennate nel mio scritto. Su quanto lo siano per i giovani d’oggi.

    //
    x GIANDO
    Pure Giando apre porte non facilmente percorribili in questa sede. Brevi passaggi. Non si discute e non si mette in dubbio in quest’articolo le esperienze interiori che ogni attività (anche la scalata) produce. Messner ne ha vissute di intensissime, magari anche più di Casarotto. Anzi, le ha espresse in libri memorabili. Non si discute neppure cosa sia o non sia condivisibile. Ogni nostro pensiero o gesto è condivisibile nel momento in cui lo porgiamo ad altri. Ovviamente è solo una parte delle nostre esperienze. Ma quella parte può diventare segno e ispirazione per gli altri. Può diventare immaginario. Un percorso, una visione, a cui noi possiamo aspirare. E’ una frase fuori luogo qui dire “Il vero immaginario è solamente ciò che possiamo immaginare nelle nostre menti”. Qui si parla di consegne. Di ciò che una persona dà all’altro, in materia di fatti, e poi di parole, immagini e mille altre cose. Io sono stato di fronte alla parete Nord dell’Huascaran e ho visto la via di Casarotto, da lui fatta in 17 giorni. Questo mi ha dato Casarotto. Non una turba mentale o una sacrosanta meditazione buddista.

    //
    X PAOLA
    Questo commento l’ho trovato tra i meno originali, nella sua brevità e inconsistenza di argomenti. Tutto è retorica. Lo è certamente parlare in modo argomentato, quando si vuole farlo in modo sensato e davanti ad un pubblico. Io stesso dico che vorrei dire qualcosa che non sia parte di certa retorica, quella “sapienzale”. Quella che esprime verità e che è alimentata proprio dalla Metafisica con la M maiuscola come scritto da Paola. Con formula laica, “L’insufficienza della nostra esistenza” è uno dei pochi dati di fatto di cui siamo certi. Ma forse Paola è una persona eterna e la sua vita è sufficiente e piena di sé o di altre credenze che non appartengono agli argomenti di questo scritto.

    //
    X FRANCO MICHIELI
    Come sottolinea GioPonz, credo che la frase “entro un’avventura che non ha i confini di un nome, l’immaginario può crescere per sempre” sia da ricordare e da serbare per future riflessioni. Michieli sa quanto Casarotto sia stato bistrattato dai suoi coetanei e il suo ultimo libro HUSACARAN 1993, che io letto ancora 1 anno fa (403 pp), appena uscito, ha offerto ulteriore materiale importante per raggiungere queste mie considerazioni.

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    X ALBERTO BENASSI
    Nulla da eccepire sugli approcci che si hanno nei confronti della vita, da divano o avventuroso. Quello del secondo tipo ha bisogno di fatti, non solo di “spirito avventuroso”. Per il semplice motivo che lo “spirito avventuroso” è alimentato da persone e dai fatti che quelle persone hanno “fatto” in territori reali. Lo spirito avventuroso non cade dal cielo. Non è altra cosa rispetto alle persone e ai fatti. E’ solo una sua parvenza, una sintesi, un immaginario consegnato per sommi capi.

    //
    X ATTILIO
    Ha già risposto – non rispondendo – Alessandro Gogna.
    Questa sua sospensione ci carica di attesa. E di mille altre cose.
    Solo Alessandro potrà rispondere a certe domande.

    //
    X VINICIO VATTERONI
    Crea un enorme equivoco tra reale-irreale-immaginario, peggio ancora chiamando in causa la verità storica, che non centra nulla con il mio scritto. Offre tuttavia uno spunto straordinario e forse qui Vatteroni, provocatoriamente, voleva arrivare.

    Allora. Assodato che io ho curato più di una mostra di Fosco Maraini, anche con Eugenio Casanovi come collaboratore, di cui ho grande stima e di cui sono in debito di riconoscenza per gli archivi del CAI di Garfagnana, assodato che la didascalia è quella ufficiale del libro Tibet Perduto Edizioni Skira in mio possesso, e che io stesso so cosa ritrae la foto e che per brevità ho sintetizzato nella formula viaggiatori-migranti-nomadi tibetani (la spedizione Tucci era formata proprio da questa composizione… in terra tibetana, perciò, per qualità distributiva dell’aggettivo a tutti i referenti, nelle varie declinazioni), Vatteroni non solo non si rende conto che l’argomento della foto è stato preso dal contesto della mostra di Belluno, dove la consegna di immaginario tra titolo e controtitolo risulta in modo “esplosivo” se messo sopra a questa foto, ma forse ignora che proprio questo viaggio ha portato una delle più grandi consegne di immaginario che la cultura occidentale ricordi in fatto di Asia e di Tibet. Da questo viaggio deriva infatti “Segreto Tibet”, il capolavoro di Fosco Maraini, tradotto in tutto il mondo. Consegna fatta da quel gruppo di viaggiatori-migranti-nomadi in terra tibetana.

    Poi, per quanto riguarda la sua vaghissima affermazione “L’immaginario ovvero l’ambito dell’irreale e della nullificazione del reale”, siamo distanti anni luce dalla semplice constatazione che stiamo parlando di fatti e non di turbe mentali – Trittico del Bianco, McKinley, Huascaran Sud, 14 ottomila, etc etc – e che i fatti diventino poi immagini della nostra mente (non entro in analisi scientifiche di eminenti studiosi della mente, tipo John R. Searle), certo, interpretabili, valorizzabili secondo diversi canoni, più o meno transitabili verso “l’eternità” della storia. Ma qui, in questo articolo, non si è mai parlato di “verità storiche” e tutto si fonda sull’esistenza di fatti riportati, che diventano realtà grazie alla documentazione di qualcuno, altrimenti cadrebbero nel nulla. Se Fosco Maraini non avesse scattato quella foto o Casarotto-Messner raccontato, lasciato un segno delle loro grandi avventure, non saremo qui a parlarne. In quest’articolo perciò non si discute di verità storiche, ma di ciò che rimarrà del resoconto di quei fatti e delle loro interpretazioni e metabolizzazioni.

    Evitiamo perciò (io stesso cercò di evitarlo) linguaggi che non ci sono propri perché nascondono arroganti sapienze, altezze filosofiche o turbe mentali che producono irrealtà. L’irrealtà, per essere precisi, è proprio il frutto di un immaginario che non ha fondamento su fatti esistiti. Noi qui stiamo parlando di vie in montagna. Concrete! Di cui si hanno documenti e testimonianze.

    //
    X INES MILLESIMI
    Mi piace molto la tua suggestione su ciò che sarebbe stato dell’immaginario di Casarotto, di quali altre imprese avrebbe potuto fare, se ancora vivo. Ovviamente scomparire e dire poco alimenta l’immaginario… soffermandoci sulle cose che noi sappiamo di lui. Sulla tua chiusura, primi della classe in sezioni diverse… dovresti dire quali per capire se la tua interpretazione ha un fondamento. Potrebbe averlo. Offro anch’io un provocatorio suggerimento per Messner fuori dall’alpinismo… Il fatto è che nel mio scritto mi soffermo su una sola “sezione”: l’alpinismo. Non solo. E qui tutto diventa veramente difficile e poco “prensibile”: mi soffermo sull’alpinismo e sul valore universale di questa disciplina. Di quanto esso possa consegnare all’immaginario universale dell’esperienza dell’uomo. E verso qui Ines sembra proiettata.

    //
    X SANDRO
    Infine, a Sandro risponderei, con un lapidario finale in sintonia con quanto da lui scritto.

    Le vie sono indizi.
    L’immaginario?
    Il nostro volgere la testa verso ciò che ci è stato indicato.

  10. 18
    sandro says:

    Le Pale di san Lucano “[…] una struttura dolomitica, imperiosamente superiore ai Burel, alle Civette, alle Marmarole: un mondo totalmente a parte, dove Yosemite si può paragonare solo per la quota. Il resto è giungla delle visioni. ”

    Aggiungo un elemento di complessità al quadro.
    Io ho attraversato il confine tra di qua e di là, in san Lucano, sette volte.
    Ogni volta è stata giungla di visioni.
    Ogni volta.

    La prima, passando per l’avvicinamento alla Gogna alla sud della Seconda Pala per puntare agli Antichi, sull’interminabile zoccolo [insomma, non su una magnifica placca marmoladiana, ma su erba] l’impatto è stato soverchiante.

    Quindi ringrazio di cuore Ettore Di Biasio, Luca Visentini e Sandro Gogna che, con i loro racconti, hanno mostrato la strada.
    E nello stesso tempo insinuerei il dubbio che non siano gli uomini – che altri uomini stimano più o meno grandi – a consegnare l’immaginale, ma l’immaginale a consegnare sé stesso.

    Sul destino da umani di quelli che tornano [se ci riescono], trovo ci sia poco da dire.
    Perché il mondo di qua è labirintico. Ed è facile imboccare strade contorte.
    E perché “ciò che è oltre” è così soverchiante da non ammettere misure o meriti.
    Chi sa, indica.
    E basta.
    E magari è tutto un inganno…
    Namasté.

  11. 17
    ines millesimi says:

    Mi sembra che il testo critico, provocatorio e virulento, di Alberto Peruffo lanciato il 25 su altitudini.it e su banff.it abbia raggiunto lo scopo: aprire un confronto virtuale di opinioni, accendendo animi (e menti, per fortuna). Il lungo saggio ha scatenato prese di posizione chiare e forti: nessuno dal web vuole buttare dalla torre nessuno, compreso Alberto autore “di rotture” (curiosamente, nel suo gioco di specchi usa un linguaggio ripreso dalla tradizione cristiana), ma non c’è dubbio che questa scossa elettrica abbia sparigliato le carte, proponendo una revisione dei miti (Messner, Bonatti e Casarotto). Giudizi autorevoli come quelli di Mirella Tenderini sulla genialità delle intuizioni di Alberto (e presa di distanza dalla sua modalità di scrittura di tipo filosofico-estetica), hanno il merito di aprire le porte a queste domande difficili su ciò che resterà ai posteri del XXI secolo dell’Alpinismo, inteso come “consegna di Immaginario”; ma anche sulla rivelante metafora della “morte di Reinhold e della sua Fratellanza” . La posizione di uno dei più grandi esploratori italiani, Franco Michieli, apparsa ieri su banff.it, apre un’altra porta su un altro aspetto, che è quello della traduzione della memoria nel passaggio epocale tra le generazioni. Mettendo in luce la grandezza di Bonatti come esploratore alla ricerca di nuovi orizzonti, Franco ha individuato lo spunto per un’altra osservazione, stavolta non legata allo spazio ma al tempo. Potendo fare un bilancio della vita di Bonatti, potendo ricostruire tappa su tappa la carriera straordinaria, operosa e lunga di Messner (e che abbia vita lunghissima! vi ricordo che è l’unico in Italia a costruire musei tematici visitati da un pubblico internazionale e di giovani), possiamo ragionevolmente domandarci cosa di ulteriore avrebbe consegnato all’immaginario Renato Casarotto se, pioniere di un Alpinismo silenzioso e schivo, avesse potuto vivere, “durare nel tempo”. Anche il suo si sarebbe trasformato negli anni, come è successo a Bonatti e a Messner? E’ possibile che la mitopoiesi ci faccia delle volte perdere qualche pezzo di logica. Per quello che posso capirci io, Renato, Walter e Reihnold resteranno 3 primi della classe perché in sezioni diverse…

  12. 16
    Vinicio Vatteroni says:

    Quanto una “consegna di immaginario” si rivela illusoria, abbracciando il campo dell’irreale per nullificare il reale contrapponendosi alla realtà e verità storica, è evidente già all’inizio dell’articolo sopra esposto.
    Nella “consegna di immaginario” di una fotografia “una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto” dal titolo: “Tibet. Verso Tuna, 1937. Carovaniera e lago Rham, a circa 4200 metri. Foto di Fosco Maraini, Archivio Sezione CAI Castelnuovo di Garfagnana. ”
    Per l’autore dell’articolo la fotografia rappresenta “Insomma, una “consegna di immaginario” enorme. Scolpita in forma lapidaria nel titolo e controtitolo della rassegna.”
    Puntuale una nota con spiegazione della foto da parte di Eugenio Casanovi: “Nota al primo paragrafo: “Alle sue spalle una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto.” Spiegazione: In realtà nella foto è ripreso lo staff della spedizione di sua eccellenza Tucci pressoché al completo (dato che Fosco Maraini era dietro la Leica che scattava). Tucci è l’omino lontano e piccolo sullo sfondo (andava sempre avanti), poi ci sono – sulla sinistra – il Lama che li guidava nell’esplorazione da un monastero all’altro, che pretendeva il trasporto esclusivamente a cavallo, e il cuoco con cucina e attrezzatura completa, più altri bagagli della spedizione, someggiati sull’altro cavallino. Dimenticavo: il cagnolino nero che li segue, anche lui era un componente della spedizione! Altri tempi, altre esigenze, altra organizzazione.”
    Ma l’autore dell’articolo, soggiogato e ispirato dalla bellezza della foto ha dato una sua personale interpretazione e così l’ha “interpretata”: “che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto”.
    Un’interpretazione emotiva soggettiva che si è rilevata purtroppo illusoria.
    La realtà storica – fissata in un preciso istante di tempo dalla fotografia – dimostra ciò che è accaduto – “realmente” in questo preciso istante -avendo “ripreso lo staff della spedizione di sua eccellenza Tucci pressoché al completo” e NON “una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto”.
    La verità storica non può basarsi su di una interpretazione emotiva e su di un illusorio “immaginario” distaccato dalla realtà.
    La verità storica deve basarsi esclusivamente e rigorosamente sulla realtà dei fatti.

  13. 15
    Alessandro Gogna says:

    Cari amici, da più parti mi viene richiesto un commento personale allo scritto di Alberto Peruffo. Saggio che, indipendentemente da come la si pensa, era assolutamente doveroso pubblicare. Però, l’argomento è troppo delicato perché io risponda su sollecitazione. Chiedo scusa, ma preferisco pensarci ancora un po’.
    Grazie, comunque, a tutti.

  14. 14
    Attilio says:

    Non entro nel merito dell’articolata analisi del Peruffo. Che capovolge tutto. Ma vorrei sentire personalmente Gogna. Cosa risponde a quelle enigmatiche sue domande, affermazioni, su Casarotto? Perché le scrisse? Anch’io ho quel libro e non le ho mai capite. Cosa è quella doppia volontà e perché Casarotto doveva parlare in quel momento? Non era forse un visionario, un grande alpinista, per lui? E – sempre se Gogna è così gentile – come vi lasciaste dopo la spedizione del K2? Mi riferisco a Messner, Casarotto e Gogna, che furono parte della stessa spedizione. Ringrazio in anticipo Gogna per qualche sua gentile parola.

  15. 13
    Vinicio Vatteroni says:

    L’immaginario ovvero l’ambito dell’irreale e della nullificazione del reale.

  16. 12
    Alberto Benassi says:

    secondo me invece l’avventura può essere lasciata come eredità a chi verrà dopo.
    Non tanto quello che si è fatto, perchè quello è nostro e si perderà nella notte dei tempi. Ma lo “spirito avventuroso, il gusto per l’avventura, l’immaginario ” questo si può trasmettere a chi verrà dopo e portrà raccogliere la fiaccola dell’avventura ed essere da esempio e stimolo per molti.
    Per altri invece, che non ce l’hanno nel loro DNA, tutto questo non conta nulla , non significa nulla. Loro amano la certezza del divano, l’avventura nei parchi giochi, su internet. Questi sono per la mania della sicurezza.
    L’immaginario, l’incertezza lasciati da Bonatti, da Casarotto a questi non dicono nulla. Purtroppo…..

  17. 11
    Gioponz says:

    “Dentro un’avventura che non ha i confini di un nome, l’immaginario può crescere per sempre.”

    clap clap clap!
    Michieli è da sempre uno dei miei *generatori di sogni*, un Vero Viaggiatore che ancora sa sognare e far sognare chi lo segue.
    Una gran bella disanima su di uno scritto pieno di spunti di riflessione.

    bravi tutti. Alberto che sa sempre usar parole pesate; Gogna per aver colto uno spunto da cui trarre dibattito nel quale è lui stesso coinvolto e tutti i finora pacati ed interessanti commenti.
    grazie
    ciao

  18. 10
    Franco Michieli says:

    Un testo davvero interessante, che chiarisce conseguenze decisive dei nostri comportamenti. A parte la soggettività di individuare primi della classe e fuoriclasse, sono d’accordo con la riflessione, che non dovremmo riferire solo a grandi personaggi come quelli citati, ma che vale ancor più per quanto noi stessi, in piccolo, riusciamo o non riusciamo a consegnare all’immaginario di chi abbiamo vicino.
    In effetti già da diversi anni sono rimasto sconcertato scoprendo come la straordinaria filosofia che qualche decennio fa stava dietro le imprese di Reinhold (e che per me resta molto preziosa) sia in qualche modo scomparsa nei ricordi di gran parte dei frequentatori della montagna, alpinisti e addetti culturali compresi. Quando si citano affermazioni, frasi celebri, approcci – che erano sulla bocca di tutti negli anni ’70 e ’80 – incredibilmente si scopre che non vengono riconosciuti. Credo che Alberto abbia spiegato bene perché (anche se una grossa responsabilità ce l’ha comunque il cambiamento radicale della società dagli anni ’90 a oggi, dal reale al virtuale, e in più con l’ossessione malata della sicurezza, di cui però sono sempre responsabili gli altri: ovvero, l’antitesi dell’alpinismo).
    Direi, con altre parole, che spesso è proprio quando si dà una definizione, un nome, a un tipo di esperienza, per poterla veicolare e vendere (per esempio, “corsa ai 14 ottomila”, o “arrampicata sportiva”, o “trekking” ecc.), che questa smette di consegnare immaginario e diventa una semplice specialità, una collezione, un luna park. Casarotto non ha lasciato affibbiare nomi al suo alpinismo, ogni impresa era quello che era, unica, indefinibile. Penso che abbia agito così per sincerità: perché la parte più profonda di ciò che percepiva nelle sue odissee era talmente grande e sconosciuta da non poter avere nome. Ha consegnato la verità sulle sue scalate a pochi amici e a Goretta con parole centellinate e molto prudenti, fedele al comandamento “non nominare il Suo nome invano”. Dentro un’avventura che non ha i confini di un nome, l’immaginario può crescere per sempre.
    Per quanto mi riguarda, devo dire che anche l’immaginario consegnato da Bonatti mantiene tutta la sua forza. Ma è vero che conviene distinguere fra quanto mi suscita come alpinista e quanto come esploratore-reporter. Secondo me non c’è paragone, la seconda fase (che l’ha visto davvero solitario fra grandi spazi e animali selvaggi, senza alcuna competizione con umani) è quella che con più forza continua ad alimentare l’immaginazione. Spiace per la “compiacenza” finale, ma, come hanno detto altri commentatori, si tratta di una reazione normale a una certa età (ricorda altri grandi), e capiterà (o già càpita) a molti di noi. In ogni caso nessun umano può lasciare in eredità l’avventura, perché i suoi contenuti non appartengono a noi, ma alla divinità.

  19. 9
    Paola says:

    Leggo: “oltre la nostra più o meno sviluppata “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza””:
    Consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza?
    Questa è retorica, è puramente un luogo comune.
    Insufficienza di cosa? La Metafisica alimenta questa “consapevolezza”.

  20. 8
    GIANDO says:

    Certo non si può dire che Alberto le mandi a dire :-).
    Spesso mi domando perché un’attività non certamente essenziale per la sopravvivenza dell’essere umano debba generare tante riflessioni, tante prese di posizione, tante polemiche. Una risposta credo possa essere rinvenuta nel fatto che l’alpinismo è una fabbrica di emozioni come poche altre. Emozioni che vengono vissute a volte in maniera estremamente intensa e che possono portare addirittura alla morte, spesso ad un passo da essa.
    L’alpinismo è un’attività in cui ci si confronta, sia con sè stessi sia con gli altri, su un piano molto elevato, un’attività dove l’asticella dei propri limiti può essere spostata oltre ogni immaginazione. Andare in montagna a certi livelli, ma anche a livelli ben più bassi, è una sorta di meditazione. Chiunque può provare una simile esperienza, basta sintonizzare la propria mente.
    Più si vive intensamente questo rapporto con la montagna, a prescindere dal livello tecnico, e più si è portati ad esprimere giudizi forti nei confronti di coloro i quali, in maniera più o meno evidente, più o meno volutamente, tendono a spostare l’attenzione dall’interno all’esterno (cioè dalla sfera delle percezioni interiori alle manifestazioni esteriori).
    Le esperienze alpinistiche sono fondamentalmente incondivisibili. Ciò che può essere condiviso è l’aspetto esteriore di una scalata, lo stile, gli strumenti utilizzati, il pecorso seguito, ecc.., ma gli stati d’animo provati rimarranno per sempre racchiusi dentro colui che ha vissuto un’esperienza di per sè stessa unica.
    Io non sono in grado di stilare classifiche e, quindi, non sono in grado di dire se Casarotto sia stato un fuoriclasse mentre Messner soltanto un primo della classe. Voglio immaginare che uno come Messner, più vicino alla mia generazione di quanto lo sia stato Bonatti, abbia fatto anch’egli determinate esperienze interiori. Sicuramente si è poi fatto prendere la mano in maniera eccessiva e forse, ad un certo punto della sua esistenza, avrebbe fatto bene a ritirarsi a vita privata anche dal punto di vista editoriale.
    Credo, e non a torto, che nel momento stesso in cui l’immaginario venga consegnato ai posteri automaticamente venga contaminato sia dalle parole sia dalle immagini. Il vero immaginario è solamente ciò che possiamo immaginare nelle nostre menti. E’ un po’ come quando il Siddharta di Hesse dice al Buddha che, per quanto siano buoni i suoi insegnamenti non contengono cosa ha provato nel momento dell’illuminazione. E questo è ciò che Siddharta cercava e che alla fine trova.
    Casarotto, Messner, Bonatti, e tanti altri, pur con le dovute diversità, costituiscono, talora nel bene talora nel male, degli esempi di come l’alpinismo può essere vissuto e condiviso. A ciascuno di noi spetta il compito di interpretare quest’attività, riconoscendoci o meno nelle loro gesta e nella loro ricerca (sempre che ne abbiamo le capacità e le possibilità), cercando di interpretare ciò che ci hanno trasmesso e sempre, a mio avviso, nel rispetto di un’etica che dovrebbe tenere conto dell’ambiente in cui ci si muove.

  21. 7
    carlo occhiena says:

    Correndo il rischio di passare per eretico vorrei esprimere il mio pensiero su quest’articolo sperando di stimolare un pensiero alternativo sull’importante “consegna dell’immaginario” di cui si parla sopra; conosco le imprese di Casarotto grazie alle riviste del CAI degli anni ’70-’80 di mio papà; di Messner conosco più il lato mediatico (e vagamente polemico) moderno che il Reinhold alpinista al suo climax. Bonatti è per me quasi facente parte della storia, intendo la storia che si studia sui libri. Ovvero, parlando da trentenne, mi manca l’aver vissuto le loro imprese sulla pelle, il brivido dell’incertezza, il confronto con un quotidiano che mi appartiene rapportato alla vita diametralmente opposta di questi “super uomini”. Essi fanno per me parte di un passato che leggo senza l’incertezza del dubbio: so che Bonatti scenderà salvo dal Dru, Messner dai suoi Ottomila, nel momento stesso in cui mi accingo a leggere le recensioni delle loro imprese. Miti da studiare e ammirare ma in cui per forza di cose latito ad immedesimarmi. Troppo diversi i contesti, la società, in cui essi si muovevano. E’ forse una proprietà dell’alpinismo questo ricercare qualcosa nel suo passato senza curarsi troppo del futuro (che guarda caso due su tre tra i citati definirono “morto”)?
    Mi viene banalmente più facile trovare una consegna di immaginario nella parole di Andrea Zambaldi, quando in un’intervista disse (riporto a memoria) di avere sempre con se le scarpette da trail per farsi una bella corsa in montagna tra una trasferta di lavoro e l’altra per alleggerire lo stress e tenersi allenato. Cito il primo che mi viene in mente (ricordo con piacere il povero Andrea).
    Il senso è che il confronto con un coetaneo, che condivide con te le stesse necessità (uno tra tutti: vivere e faticare inseguendo le proprie passioni senza prospettiva di fama e gloria…senza copertine, senza attrici famose, musei, fondazioni a far da contorno) ti accende immediatamente una lampadina dentro, una scintilla che ti sprona alla riflessione, che si riassume in un “ma se lui ha fatto questo, allora pur io potrei…”, ovviamente rapportato alla grandezza dei personaggi citati e senza ricadere per forza in una definizione di Alpinismo “storico”.
    Bell’articolo comunque e in gran parte mi ritrovo nei commenti dell’autore sebbene in posizione più indulgente. In fondo chi lo sa le cavolate che spareremo noi a 70 anni suonati! 😀

  22. 6
    lorenzo says:

    Quanto Lei dice ha un grande fondamento di verità, ma qualche appunto vorrei esprimerlo . Purtroppo Casarotto, indubbiamente un fuoriclasse, se ne è andato portando via con sé sia i suoi sogni ed anche quelli dei suoi ammiratori ( non degli expolits, concordo, ma del suo modo di concepire….. di dipingere ). Rimangono le sue opere ed i suoi pensieri basati sull’azione e il rammarico di non conoscere la meta di una strada interrotta.
    Ora giudicare opere e comportamenti di chi è vissuto dopo essere stato fuoriclasse diventa difficile perché non esiste più il terreno dell’espressione, dell’espressione che, volenti o nolenti, li ha catapultati nel mondo dei media. Cambia lo scenario , uno scenario che non fa più sognare per cui non è automatico mantenere le posizioni, anzi è scontato perderle. Ogni stagione dà i suoi frutti.Sciocco è pensare che sia sempre primavera.
    Personalmente non amo le classifiche e pertanto anche i giudizi scritti a mio avviso hanno i loro limiti. Siamo tutti tifosi. Piace più Klimt o Picasso, Leonardo o Raffaello , Pier della Francesca o Mantegna? Il giudizio è prettamente individuale, e va rispettato, frutto della propria sensibilità verso una forma artistica di espressione. Non voglio essere prosaico con il paragone, ma Maradona,. Pelè , Di Stefano, Platini li ricordiamo come fuoriclasse quando giocavano perché erano artisti inimitabili. Altrettanto non si può dire nel resto della loro vita, è loro mancato il terreno in cui primeggiare, il furore dell’ispirazione, la passione. Questa è la mia modesta visione del perché si può passare da fuoriclasse a primi della classe. Il Messner ” museo” non è Il Messner alpinista e così vale anche per Bonatti. Noi pretendiamo che l’asticella rimanga sempre alta ma non è così.

  23. 5

    ho aggiunto qui: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=348779398633842
    una precisazione su mio commento precedente su questo thread; riporto per comodità (per quelli che nel 2015 dicono ancora “io-non-c’ho-facebook”):

    Sì, Ivano, anch’io ho scritto un pensiero simile al tuo su post di Alessandro:
    http://www.banff.it/consegna-di-immaginario/

    Aggiungo ancora un passaggio di Alberto Peruffo, che ritengo dia una interpretazione proprio ribaltata a come la vedo io su REINHOLD; quoto solo prima riga del paragrafo che scrive Alberto:

    “Messner ha ragione a dichiarare che il suo alpinismo è fallito…”

    No. Anche in riferimento a precedenti post su GognaBlog a riguardo di correlati post sulla “fantasia”, io penso ci sia un completo fraintendimento qui: REINHOLD da un po’ parla di non-futuro dell’alpinismo, o fallimento che dir si voglia (non credo che abbia usato il termine “fallimento”, ma poco importa),

    ma

    il fallimento di cui parla REINHOLD è proprio la MANCANZA di una “consegna dell’immaginario” così come si sta configurando oggigiorno nel rapporto di tutti gli umani ed il pianeta terra.

    Superuomo sì / Superuomo no.

  24. 4
    Eugenio Casanovi says:

    Nota al primo paragrafo:
    “Alle sue spalle una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto.”
    Spiegazione:
    In realtà nella foto è ripreso lo staff della spedizione di sua eccellenza Tucci pressoché al completo (dato che Fosco Maraini era dietro la Leica che scattava). Tucci è l’omino lontano e piccolo sullo sfondo (andava sempre avanti), poi ci sono – sulla sinistra – il Lama che li guidava nell’esplorazione da un monastero all’altro, che pretendeva il trasporto esclusivamete a cavallo, e il cuoco con cucina e attrezzatura completa, più altri bagagli della spedizione, someggiati sull’altro cavallino.
    Dimenticavo: il cagnolino nero che li segue, anche lui era un componente della spedizione!
    Altri tempi, altre esigenze, altra organizzazione.
    Sicuramente era avventura allo stato puro… o quasi.

  25. 3
    giovanni busato says:

    Alberto spinge a liberare pensieri che non sono solo dell’alpinismo,
    ma che hanno a che fare con l’essenza stessa dell’esistenza..
    ci si consuma alla ricerca di significati quando, forse, è tutto lì, nelle sensazioni di un attimo
    e nella capacità di farle nascere e crescere anche negli altri..
    Solo i visionari e i sognatori scoprono le montagne e vivono l’alpinismo,
    gli altri compiono grandi imprese.

  26. 2
    Dario Bonafini says:

    Sicuramente uno scritto questo di Alberto Peruffo che non mancherà di sollevare polemiche, non credo sia questo il suo intento o almeno io l’ho letto come una analisi dell’Alpinismo e dell’uomo davvero illuminata.
    Devo riconoscere di essere in sintonia con quanto scritto soprattutto per la personale visione di Renato Casarotto.
    Quando ho visto quella “porcheria” in libreria ho pensato più o meno le stesse cose scritte qui sopra aggiungendo che non c’è limite al “Facciaculismo” di un vecchio che crede di essere il re di un regno che per me non esiste.
    Benvengano articoli non scontati e che fanno pensare aldilà dei semplici numeri ma che vanno nel profondo delle debolezze e qualità umane, cercando di cogliere la grandezza non sempre colta dal grande pubblico, per motivi che stanno dentro alla forza del personaggio e delle sue scelte visionarie da poter essere definite “senza tempo”.

  27. 1

    Alberto
    invero sfondi una porta aperta, ma…

    Condivido appieno la sintesi del tuo pensiero sulla “consegna dell’immaginario”, misterioso magnifico seme che ci viene “condiviso” da altri umani. Per me è quella la magia dell’alpinimo e, come dicevi, di tante altre attività dell’in-genio umano. L’insinuarsi collettivo di nuove vie all’altrove. Bien. Se non ho mal interpretato, Alessandro, in qualche post addietro, aveva chiamato “fantasia” questa consegna.

    Io non sono nessuno, peraltro dotato di mediocri “doti primarie” comuni a ogni essere,
    e mai vorrei entrare in questioni personali,
    su fatti e persone che non conosco umanamente nel dettaglio,
    nè mi appassionano le prodezze delle “doti secondarie”.

    C’è una cosa però che mi lascia perplesso,
    a riguardo del tuo disprezzo di una azione umana,
    che posso condividere essere meschina, può darsi, ma…

    Un essere umano può consegnare, nell’istante X della sua vita,
    ed in seguito di strade che ha percorso,
    la scoperta di mondi nuovi che aprono le porte della percezione collettiva.

    La stessa persona, può poi “regredire” a meschinità terrene varie, vendersi tout-court, o vendere tanti libri, o vendere prestazioni “alpinistiche”, o scrivere troppo per compensare con la fantasia della linguistica il “vuoto affettivo” (d’amore direbbe l’Alessandro, chissà), può essere, è vero.

    Addirittura Walter Bonatti e Reinhold Messner, si sono “compiaciuti”, hanno indossato delle maschere, può essere vero che sia stato proprio come dici.

    Il progresso di invecchiamento e di adattamento sociale possono abbruttire anche il migliore dei visionari! E’ “umano”.

    Ma quella scoperta fatta all’istante X che come un fulmine, portò Reinhold Messner a decidere un certo obbiettivo fantastico e poi perseguirlo (faccio riferimento a precedente post di Alessandro), è una “consegna all’imaginario” che non è affatto cancellata dalle successive azioni di vita opinabili. Resta arte.

    Fuori classe o primi della classe ? Ma no, sennò qui siamo di nuovo nel terreno della classificazione secondaria! Quisquiglie!

    respect
    giorgio

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