Cosa ci danno le montagne e cosa impariamo da loro

Durante l’annuale convegno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), quest’anno tenuto a Torino, l’alpinista francese Bernard Amy è stato insignito del titolo di socio onorario del CAAI.
Membro del Groupe Haute Montagne (GHM) e presidente dell’Observatoir pour les Pratiques de la Montagne et de l’Alpinisme (OPMA), Amy è ben noto in Italia per i suoi scritti, sempre molto lucidi, sui vari argomenti alpinistici.

Convegno del CAAI, Torino, 26-27 ottobre 2013
Intervento di Bernard Amy (traduzione di A. Gogna)

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Essere ammessi come membro onorario nel CAAI è allo stesso tempo un onore e un piacere. So che l’ammissione a questo club è riservata all’élite dell’alpinismo italiano, periò avere questo titolo mi riempie di fierezza.
Quelli che mi conoscono non saranno sorpresi dal mio desiderio di spiegare perché «onore» e «piacere». Per farlo, occorre accennare al problema che l’attuale evoluzione dell’alpinismo ci pone.

In questi uno o due decenni, l’alpinismo è andato avanti molto influenzato da diversi fattori di ordine economico, tecnico e sociale. In particolare, abbiamo assistito a una rapida diversificazione delle forme di alpinismo. E, sia nell’alpinismo classico sia nelle nuove pratiche di montagna, sono emerse le nuove sensibilità culturali dei praticanti.

Contemporaneamente, anche la società nella quale vivono gli appassionati di montagna si è profondamente trasformata. In mezzo a difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine «sicuritaria» collegata alla messa in discussione delle pratiche individualiste. L’ossessione della sicurezza ha spinto in particolare verso l’applicazione sempre più invasiva del principio di precauzione.

L’osservazione di queste due evoluzioni, quella delle pratiche di montagna e quella della società, conduce oggi a concludere che bisogna ridefinire il contratto sociale che finora vigeva tra la società e gli alpinisti.

Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza, 2007

Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza

In questa situazione ci troviamo, ben più di prima, non a spiegare l’alpinismo ma a giustificarlo. Non ci è richiesto di dire perché siamo disposti a rischiare la nostra vita in montagna, o perché «si entra in alpinismo» come si entra in una religione (le motivazioni dell’alpinista sono di ordine personale, ai limiti della psicanalisi, interessano poco il grande pubblico e soprattutto non servono a giustificare l’alpinismo).

Oggi, per fare accettare l’alpinismo in quanto pratica rischiosa, occorre spiegare ciò che la montagna ci dà, ciò che ci permette di imparare. In breve, occorre spiegare non perché andiamo in montagna, bensì cosa ci troviamo.

I benefici delle pratiche di montagna costituiscono ciò che possiamo chiamare utilità sociale dell’alpinismo. Sono di ordine sia sociale che psicologico.

 

 

Tra i benefici «utili» dello sport e della montagna possiamo citare:
– sviluppo dello spirito di impresa e di iniziativa;
– insegnamento del coraggio di assumere un rischio ragionato;
– apprendimento di autonomia e responsabilità;
– apprendimento della solidarietà.

A livello psicologico individuale, la montagna sviluppa:
– fiducia in sé;
– costruzione della personalità;
– controllo dell’aggressività;
– socializzazione.

Robert Paragot dice: «L’alpinismo mi ha consentito di strutturarmi. Senza montagna, avrei potuto essere un criminale».
In più la montagna gioca anche un ruolo terapeutico permettendoci di osservare con più distacco i problemi personali. Può condurre a un equilibrio tramite la relativizzazione delle difficoltà psicologiche.
(Uno psichiatra alpinista definiva scherzando il massiccio del Monte Bianco una specie di «ospedale a domicilio… meglio curarsi lassù che al bar!»
Tutti questi benefici sono in larga parte dovuti all’azione di due meccanismi dell’attività alpinistica:
– l’elevazione fisica s’accompagna sempre a un’elevazione simbolica. Il giovane che, tornando a valle, si vede al di sopra degli altri, per un momento si sente più forte, più forte degli altri e più forte di quando era partito.
– nello stesso tempo, l’assunzione collettiva del rischio (in montagna o anche durante il ritorno a valle raramente l’alpinista è da solo) favorisce un riconoscimento sociale che non può che rinforzare nel praticante il sentimento di forza e di fiducia in se stesso.

Tutti gli alpinisti sono alla ricerca di questo riconoscimento sociale. Cchi tra di noi è mai tornato da una salita senza provare il desiderio di farlo sapere?

Gruppo dell’Air (Niger), 2007. Bernard Amy in vetta alla cima Sud-est, dopo aver salito la via Alletto

Aroua (Air), cima Sud Est, via Alletto, Bernard Amy
Questi due meccanismi di sviluppo personale sono importanti a tutte le età. Come tutte le passioni, anche quella della montagna è segnata da un dubbio permanente, un’eterna messa in discussione della motivazione di base della pratica. Che siamo giovani principianti o vecchi esperti, abbiamo tutti sempre bisogno di sentirci forti. Perciò il riconoscimento sociale del gruppo resta essenziale.

Voi mi avete appena consegnato il titolo di membro onorario. Grazie per questa bella prova di riconoscimento sociale!
Aggiungerei solo che, come accetto volentieri questo titolo, sono convinto che ne concederete altri dieci o venti, non a dei vecchi membri onorari come me, ma ai giovani che oggi vogliono fare la storia dell’alpinismo e che, tramite le loro imprese, si dimostreranno degni d’essere fortificati nella loro passione.

L’intervento è disponibile in lingua originale e in inglese sul sito dell’UIAA.

4 febbraio 2014

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Cosa ci danno le montagne e cosa impariamo da loro ultima modifica: 2014-02-04T11:17:39+00:00 da Alessandro Gogna

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