Una destinazione che non sia destino

Una destinazione che non sia destino
(Che «vocazione» hanno le regioni alpine turistiche?)
di Jens Badura
(già pubblicato su Alpinscena n.102. 2017)

Lettura
: spessore-weight***, impegno-effort***, disimpegno-entertainment*

Il termine latino «destinatio» viene tradotto con «destinazione». Anche la parola francese «destin» – destino o sorte, appunto – ha la stessa origine semantica. Il concetto di destinazione tratto dal vocabolario turistico, invece, risulta più legato alla terra, è cioè «uno spazio geografico scelto da un viaggiatore/ospite (o da un segmento di turisti) come meta di viaggio», come recita il glossario di economia Gabler.

E qui s’impone la domanda: essere una destinazione di questo genere è forse il destino, la vocazione delle regioni alpine?

Le destinazioni del turismo non sono altro che unità competitive tradotte in marchi di destinazione e – attraverso la gestione delle destinazioni – posizionate nel mercato del turismo come un insieme di prodotti di destinazione ben ponderati. Ciò che qui viene posizionato sui mercati dell’attenzione turistica è essenzialmente questo: lo spazio e il mondo di coloro che vi risiedono, incluse le loro basi di vita culturali.

Jens Badura

Le tante questioni di grande attualità nella politica alpina (fra cui la demografia, le identità future, le prospettive economiche, insieme a nuove forme di lavoro e di comunicazione) dipendono in massima parte da come queste basi di vita culturali potranno essere conservate, svilupparsi a servizio della vita e aperte verso il futuro. Tutto ciò richiede spazi per contese produttive che consentano una negoziazione aperta e autodeterminata di esperienze e aspettative individuali e collettive della popolazione locale, con le loro peculiarità generazionali e i loro legami con l’origine.

Quando la contrattazione è caratterizzata dallo stile dei processi strategici di creazione dei marchi, ciò si riflette pesantemente sui processi futuri. La messa in scena di forme di vita apparentemente orientate ai clienti stabilizza gli schemi pregiudiziali quali quelli della popolazione locale verso i turisti, la tradizione verso il moderno, la città contro il villaggio, ecc. Questi vengono consolidati in visioni del mondo ricche di cliché, con un’estetica dei buoni vecchi tempi e dell’ordine; e non solo nelle teste degli ospiti/clienti che giungono con una serie di aspettative, ma soprattutto nell’immagine che coloro che riempiono di vita le «destinazioni» hanno di loro stessi.

Jens Badura

Quale alternativa si pone quindi? Troviamo esempi di comuni in cui, proattivamente e con la partecipazione più ampia possibile, si ragiona e si realizza un maggiore «sentirsi a casa propria». Dove persone di diversa provenienza puntano a un percorso comune verso il futuro, essendo disposti anche a gestire conflitti, e dove una residenza accettata non ha bisogno di una discendenza locale. Dove appunto non sono quelle concezioni del mondo a imporre il percorso immaginario previsto dall’attuale strategia di marketing delle destinazioni per un quadrante di mercato. Ciò non esclude affatto il successo in ambito turistico proprio di questi comuni, proprio perché non disposti ad accettare la sorte di una destinazione eterodiretta, conservando in tal modo la propria attrattiva e peculiarità.

Questa sostenibilità culturale è determinante non ultimo per il dibattito sul turismo sostenibile, che oggi corre il rischio di diventare una sorta di segmento di destinazione in cui messaggi specifici quali la mobilità dolce, un’atmosfera decelerata, una regionalità ad impatto zero sul clima, ecc. vengono comunicati con gli stessi strumenti di gestione delle destinazioni di quei segmenti specializzati rappresentati dai diversi Ischgl delle Alpi (località turistica tirolese particolarmente orientata al turismo consumista, una specie di Ibiza di montagna, NdR). Anche in questo caso vale quanto segue: solo se gli attori locali e regionali consolidano la loro accezione di sostenibilità, solo se la vivono con tutte le sue spigolosità invece di mettere in scena parole d’ordine e messaggi figurativi moderni quali apparente nucleo identitario del marchio, la destinazione non è più destino.

Jens Badura
Classe 1972, austriaco, Guida escursionistica, Jens Badura è anche filosofo culturale abilitato alla docenza, gestisce il berg_kulturbüro nel villaggio degli alpinisti Ramsau presso Berchtesgaden (Germania) e dirige il creativealpsjab alla Scuola superiore delle arti di Zurigo (ZHdK), dove è docente di filosofia culturale ed estetica. Il suo legame con le Alpi è rafforzato dalla sua attività presso il Soccorso alpino di Salisburgo.
www.bergkulturbuero.org

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Una destinazione che non sia destino ultima modifica: 2018-01-23T05:59:55+00:00 da Alessandro Gogna

11 pensieri su “Una destinazione che non sia destino”

  1. 11
    lorenzo merlo says:

    https://video.repubblica.it/socialnews/sudafrica-aspettando-il–giorno-zero–in-cui-l-acqua-di-cape-town-finira/297932/298553?ref=RHRD-BS-I0-C6-P1-S3.6-F3

    Nel video sul razionamento dell’acqua a Cape Town, è disegnato il ritratto dell’agonia della terra.

    C’è quindi anche argomento per chi cerca di nascondersi dietro al dito della cosiddetta sostenibilità.

    E ce n’é un altro per chi risolve la questione facendo presente che un caso non fa testo, che prima o poi pioverà, che il Sudafrica non è l’Europa.

    Separare chirurgicamente quanto accade nell’ambiente – sia l’atmosfera, sia la cultura –, è un’applicazione razionalista fortemente inopportuna.

    Agli indefessi cerusici dell’intelligenza, torna utile ricordare il principio dell’osmosi.

    La Terra è una.

  2. 10
    Alberto Benassi says:

    A proposito del dualismo tra i desideri di chi abita il luogo e chi invece lo vive da turista, faccio un esempio di un luogo qui in Apuane assai famoso e frequentato: la valle o meglio la Foce di Mosceta, tra il monte Corchia e la Pania della Croce dove cìè il Rifugio Del Freo.

    La Foce , per fortuna, ad oggi è ancora un bellissimo luogo integro. L’unica costruzione è il rifugio e ci si arriva camminando un’oretta su facile sentiero.

    Ma le spinte, non tanto velate di abitanti, di alcuni politici e imprenditori di questi luoghi,  compresi nel Comune di Stazzema, sono per alcuni di portarci la strada, per altri un’impianto a fune. Questo per aumentare la ricezione turistica del luogo.

    Qualcuno addirittura già diversi anni fa proponeva di fare un’impianto a fune fin sulla vetta della Pania della Croce. E poi magari in vetta un bel baretto.

    Possibile che non si capisca che è mantenendo l’integrità e quindi la bellezza naturale di questo luogo,  che anche per il futuro si garantisce la sua attrazione.

    Se cementifichiamo il luogo con costruzioni, con parcheggi, andiamo a minare la sua bellezza quindi la sua attrazione. La gente viene qui per stare nel verde, in pace, per vivere la natura. Non per respirare del cemento.

    Miglioriamo invece i sentieri, la segnaletica, l’informazione nei paese di partenza. Facciamo conoscere la bellezza e l’integrità di questo luogo.

  3. 9
    Alberto Benassi says:

    Marcello ha ragione. Noi da visitatori/turisti vorremmo travare una natura il più possibile intatta. Anche se poi non è vero per tutti.  Gli abitanti sono su un’altro piano. Ci devono stare tutta la vita e trarne guadagno, risorse. Ma anche per questo, credo, dovrebbero vedere lontano. E forse capire che è l’integrità dei loro luoghi e anche delle tradizioni, sono un investimento per il futuro.

  4. 8

    Il punto secondo me sta nel cosa vogliamo trovare da visitatori delle montagne e nel cosa vogliono per sé gli abitanti delle stesse montagne. Sono cose totalmente diverse, perché diversi sono i contesti di vita. Un conflitto tra queste due entità ci sarà sempre.

  5. 7
    Giacomo G says:

    Alberto sono d’accordo che la chiave sta tutta li’, nel cosa chiamiamo benessere.  Io credo che gran parte della gente che vive in località’ molto sfruttate dal turismo sia convinta di sposare il primo dei tuoi 2 significati. Questo perché’, da un lato hanno una sensibilità’ diversa dalla nostra su certe tematiche ( per esempio impianti di risalita ecc. ), dall’altro perché’ in effetti non e’ che grazie al turismo si arricchiscano necessariamente in modo sguaiato. 
     
    Il tema economico credo sia più’ difficile da trattare di quello che sembra. Sotto una certa soglia ‘critica’ il turismo non permette alla popolazione locale di affrancarsi da un economia essenzialmente agricola e di sussistenza. A meno di non essere la svizzera… Invece prova a ricordarti il bellunese ( Cortina  a parte) fino agli anni 80-90… Non e’ che fossero esattamente benestanti… Vaglielo a raccontare ora, che la strada tuttavia non e’ quella giusta. 
    Senza proposte concrete, con un dottrinaggio puramente culturale,  io credo si otterra’ ben poco…

  6. 6
    Alberto Benassi says:

    “Si può’ continuare, ma e’ già’ abbastanza ovvio che questa visione e’ incompatibile con le legittime aspirazioni di benessere e progresso ( su questi concetti ovviamente si potrebbe discutere ) della popolazione locale. “

    Benessere e progresso.

    Cosa vogliono dire queste due parole? Che significato gli diamo, gli da la popolazione locale?

    Avere un minimo per una vita dignitosa e poter vivere, lavorare e divertirsi in sintonia con l’ambiente che ci circonda. Un ambiente sano. Un ambiente che potranno goderne anche le generazioni future. Questa è una risposta .

    Arricchirsi per spendere sempre per avere sempre più : la macchina bella sotto il culo, la casa con mille comodità (anche quelle più inutili) , il cellulare da 1000 e più €, ect. Magari accumulare tanti soldi non per noi stessi ma da lasciare ai nostri figli che ne godranno. Questa può essere una seconda risposta.

    Quale delle due risposte è progresso e benessere?

    Siamo sicuri che benessere e progresso non possno andare d’accordo con ambiente?

    Progresso lo vedo come stare meglio, migliorarsi. Ma lo dobbiamo intendere solamente  nel senso economico-finaziario?

     

  7. 5
    Luca Visentini says:

    Non ne ho mai fatto una questione di quantità. Preferisco cento persone educate, su una cima, che un sola ma scorretta.

  8. 4
    lorenzo merlo says:

    Ogni azione contiene un compromesso rispetto all’ideale.

    Non è opportuno a mio parere puntare al compromesso, è un territorio dove ci sta tutto.

    È invece opportuno puntare allo spirito.

    A seconda dello spirito che si dispone, si realizzano azioni che tendenzialmente lo rispetteranno e rappresenteranno.

    Credo ci si possa limitare a due campioni.

    Uno spirito consumistico dove l’uomo si percepisce in cima al vertice della realtà.

    E uno ecocentrico, dove l’uomo si riconosce come semplice elemento nel volume del cosmo. Anzi, non come elemento ma come  una delle espressioni del Tutto.

    Ognuno può dunque — oltre a proporre eventuali altri spiriti — decidere in quale si risconosce.

    Da quel momento le sue azioni concorreranno a realizzare mondi, condizioni di vita, culture relative.

    Entro le quali non ci saranno che compromessi.

  9. 3
    Giacomo G says:

    Se ci chiediamo “qual’e’ la montagna che vorremmo” in questa (credo piccola) comunità’, cosa ne verrebbe fuori? Prevedibilmente, provo ad elencarne alcune caratteristiche:

    – Pochi insediamenti umani, preferibilmente con l’architettura tradizionale intatta
    – Limitatissime infrastrutture per il turismo: pochi posti letto offerti (ma qualcuno per poterci andare!), pochi ristoranti, nessun impianto di risalita, nessuna via ferrata, etc
    – Limitati insediamenti umani in zone remote, per poter permettere alla fauna ( compresi i grandi predatori ) di vivere senza conflitti

    Si può’ continuare, ma e’ già’ abbastanza ovvio che questa visione e’ incompatibile con le legittime aspirazioni di benessere e progresso ( su questi concetti ovviamente si potrebbe discutere ) della popolazione locale.  E probabilmente anche i non-locali che vivono della montagna ( per esempio le guide alpine ) avrebbero qualche appunto da fare…
    L’articolo non ne parla in maniera così’ esplicita, ma resta abbastanza generico da lasciare il lettore immaginare la propria interpretazione di ’turismo sostenibile’. 
    Se capisco bene, l’autore parla dell’esistenza ( e della creazione ) di comunità’ nuove con persone ( non necessariamente locali nelle origini ) con una visione del mondo più’ rispettosa dell’ambiente montano.  Il turismo che queste comunità’ offrirebbe e’ rivolto ad un pubblico sensibile agli stessi valori. Il compiacimento nell’immaginare dei luoghi con una frequentazione ‘selezionata’, che ci libera dalla detestabile massa e’ veniale.
    Quand’anche questo sia possibile in pochi casi ( bello pensarlo ), i grandi problemi restano senza proposte ( io neppure ne ho! ). La mia impressione e’ che i compromessi sono l’unico modo per limitare i danni. 

     

  10. 2
    lorenzo merlo says:

    Mettendo al centro della questione il concetto di sostenibilità, e togliendo consistenza – se possibile – alla contraddizione fattuale e morale tra quanto dicono e fanno enti, istituti, pubblici e privati, forse si trova un argomento su cui riflettere.

    È un aspetto che a causa della soddisfazione culturale che ha creato, per il solo fatto d’essere stato buttato nella mischia dei discorsi sull’ambiente, è subito stato deglutito e facilmente digerito.

    Ma.

    Sostenibilità è una fregatura in quanto non cambia di nulla le regole del gioco ambientale.

    Essa diluisce quanto prima — come fosse nient’altro che ovvio e giusto — veniva deliberatamente riversato sulla Terra.

    Ogni scarto e ogni prodotto — anche turistico o tempoliberistico — aveva diritto di essere in quanto utile all’economia, quindi all’uomo.

    Ma forse è preferibile dire dilunga, piuttosto che diluisce.

    Quando si parla di sostenibilità, è dell’agonia della Terra che si tratta.

    È indipendentemente che la si veda o la si derida.

    Dicono sostenibilità, eImprenditori, giornalisti, enti e altri se ne giovano e se ne vantano.

    A molti di noi basta e avanza. E giù a consumare come prima, più di prima.

    Impiegando il criterio della sostenibilità, ritengono di poter far quadrare il cerchio della questione ambientale; di potersi sollevare dalla responsabilità nei confronti della Terra.

    In sostanza, sostenibilità, come impatto zero, sono equazioni che tornano solo per merito di regole di comodo, da qualsivoglia cricca di esperti provengano, totalmente autoreferenziali, che qualunque scienziato comunale può aggiornare a misura territoriale. Sono una fregatura. Nient’altro che un marchio lasciapassare. Almeno finché la consapevolezza generale non se ne avveda.

    Fregatura, perché se non cambia l’assioma di fondo che vede il pil al centro della ruota della vita; che vede il binomio produzione-consumo come unico nord della bussola culturale, niente, ma proprio niente potrà ridurre l’agonia della Terra.

    Niente troverà ragione per dirigersi verso un paradigma umanista, non più economico. Nel cui dna non si troverà più il linguaggio dell’opulenza, del consumismo, dell’individualismo, dell’edonismo, del capitalismo.

    I nostri sentimenti, le nostre parole e i nostri scritti hanno a mio parere da dirigere in quella direzione.

    Diversamente siamo al muro contro muro, siamo a maggioranza contro minoranza, siamo antidemocratici, garanzia di non essere considerati, di non avere peso politico, di non essere sostenibili.

  11. 1
    paolo panzeri says:

    Interessante, analisi molto attuale e politica, anche nel linguaggio. Peccato che ormai non si riesca più a “vedere oltre” e si riesca solo a proporre ciò che è vicino al proprio naso o nel proprio orticello. Si finisce col fare discorsi per gente che pensa solo al proprio tornaconto, possibilmente divertente, che richieda poco impegno e dia una bella immagine di se stesso, anche se brevissima. Ma il mondo va così, cambiando con supponenza il gusto del fare con quello del mostrare.

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