Dolomiti di Fassa – 3

Dolomiti di Fassa – 3 (3-6) (AG 1964-018)
(dal mio diario, 1964)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

29 luglio 1964. Giorno del mio diciottesimo compleanno. Passo Santner, nebbia leggera. Questa volta non sono solo, per fortuna: sono con Paolo Cutolo. E ho in dotazione anche il casco, solo temporaneamente scambiato (con la mia busta militare) con un suo amico, Paolo Piazza.

Questa è la volta della via Piaz-Delago (IV- con un tratto di IV+). Questa bella via di Tita Piaz e Hermann Delago, alta circa 150 metri e abbastanza vicina alla via normale, sale direttamente alla cresta nord-nord-est del Catinaccio raggiungendone l’ultima forcellina prima della vetta per la serie di camini che, dal punto più alto dei ghiaioni sopra al Passo Santner, supera l’intera parete ovest. In due tirate di corda siamo accanto al naso di roccia gialla, presso una piccola grotta, che segna l’attacco dei camini.

Parto io e supero 40 m di camino, oltre uno strapiombo nero e sotto uno giallo. Troppo tardi mi ricordo che bisogna deviare a sinistra già due metri sotto allo strapiombo nero. Così faccio salire Paolo, che devia al punto giusto e sale in parete fino alla mia altezza. Ora l’attrito della corda è troppo forte, perché questa da me, prima di andare da lui, passa in un chiodo e fa un angolo di circa 150° (o 30° che dir si voglia). Devo scendere in doppia fino al chiodo, in modo che lui possa continuare. Si trova ora nel punto più difficile, che supera con sicurezza, fino a un terrazzino. Si ferma a corda quasi finita. Siccome il terrazzino è scomodo, vuole piantare un chiodo di sicurezza, e ci riesce solo dopo un po’.

Intanto dal basso dei nostri amici, tra i quali Chiara Moltarello, ci stanno osservando: finché sono amici quelli che ti scrutano, non c’è da innervosirsi.

E ora tocca a me. Le difficoltà sono continue e l’esposizione è grande. Nella nebbia finalmente raggiungo Paolo e passo in testa. Con questa e poi un’altra lunghezza siamo fuori. Per il crestone finale in breve raggiungiamo la cima, ma ci affrettiamo a scendere perché il tempo minaccia. In breve siamo al Passo Santner dove ci aspettano Paolo Piazza e Luigi Bencetti, che non arrampicano ma sono nostri amici. Rendo il casco a Piazza, cui serve per la moto.

Mangiamo, scherzando su un tale che è salito con loro al Passo Santner e perché non sapeva proseguire… perché non trovava appigli. Infatti c’è il sentiero, non sappiamo che bisogno ci fosse di appigli!

Poi scendiamo verso il rifugio Coronelle, fermandoci all’intaglio con i Denti di Schroffenegger. Attacco a salire sulla via che mi sembra più facile e con una lunghezza arrivo in vetta al Dente più alto. Paolo Piazza fa per seguirmi, ma attacca a piovere, così desistiamo. I Denti di Schroffenegger non sono trattati sulla guida del Tanesini, ma meriterebbero un accenno, se non altro per la loro bellezza e per il loro slancio (che questa cartolina mostra bene). La via comune al dente maggiore è di circa 40 metri e presenta difficoltà di III e III+. Discesa in doppia.

Il giorno dopo mi reco ancora al Passo Sella alla ricerca di Piergiorgio Ravajoni, con esito negativo. Così mi risolvo ad andare di nuovo da solo.

31 luglio 1964. Sempre più difficile. Adesso è la volta del IV+ che devo superare da solo. E’ un’ascensione storica questa di oggi: la Torre Winkler! Mentre cammino verso l’attacco penso a queste parole: “La torre venne salita (prima fra tutte le torri del Vajolet) il 17 settembre 1887 da Georg Winkler, solo con la sua corda e con la sua audacia leggendaria”. Frase breve e poco altisonante, letta sul Tanesini, quindi su una prosaica guida alpinistica, ma quanto vibra! Mi pare di vedere l’eroico Winkler alla base della fessura. Sento rivivere in me la lotta che dovette combattere contro la paura. Ma la mia posizione non può essere confrontata con la storica impresa anche se la roccia è la stessa. Allora egli compì un’impresa meravigliosa. Io oggi non compio che una “stupida” arrampicata, comandata dalla mia passione sì, ma che perfino la mia ragione non accetta come valida. Per questo, quando mi trovo al di sopra della fessura Winkler, sopra al passaggio difficile, superato perfino elegantemente, mi ritrovo in bocca un sapore amaro, quasi mi dispiacesse.

Facilmente mi ritrovo in vetta all’anticima e poi alla cima della Torre Winkler 2800 m. Scendo in doppia sulla cengia nord, e da qui aggirandola tutta sono presto sulla Falsa Forcella Stabeler. Percorro tutta la cengia nord della Torre Stabeler e arrivo alla Falsa Forcella Delago. Ora mi dirigo verso la Fessura Pichl, che dev’essere un osso duro. Sono alla base. Questa fessura, contrariamente alla Winkler, è molto esposta. Lascio il sacco, prendo la corda e mi lego in modo speciale, per potermi autoassicurare ai chiodi. Vinco la fessura centimetro dopo centimetro, d’incastro, con arrampicata elegantissima, assicurandomi a due chiodi fissi. E sono così in vetta alla Torre Delago. Ritiro la corda, abbandonando così i moschettoni, e scendo in corda doppia. Si dà il caso che questa discesa si svolga pochi metri a sinistra della fessura Pichl: così, arrivato in fondo, mi assicuro con un nodo Prusik alla doppia corda e salgo di nuovo sulla fessura per recuperare i moschettoni. Un metodo molto sicuro. Arrivato ancora in vetta, riscendo a corda doppia. Alla Falsa Forcella Delago c’è Rino Rizzi, con due signorine sue clienti, che mi ha osservato incredulo. Il suo commento è piuttosto duretto e non posso che dargli ragione. Ma, arrivato al rifugio, riparto per il Passo Santner e imperterrito attacco la via Dülfer sulla parete ovest del Catinaccio, a destra della via Piaz-Delago. L’itinerario, di IV- e di 150 metri, fu tracciato il 4 agosto 1912 da Hans Dülfer in solitaria. Sale direttamente in cima per lo spigolone a sinistra di un canale (dal fondo ghiacciato) che scende da un forcellino a sud della vetta.

Attacco deciso. La via è bella, perché si svolge tutta su parete. Non c’è mai né un camino, né un diedro né una fessura. Ci sono dei passi di IV- e bisogna sapersela sbrogliare nello scegliere la via. Ogni tanto un po’ di esitazione, per vedere se è meglio a destra o a sinistra, ma poi si può andare più o meno ovunque con le stesse difficoltà, fino in vetta.

Mentre scendo incontro Pietro Menozzi che scende con sua sorella Angela. Erano saliti per la via normale. Facciamo il ritorno al Ciampedie assieme, interrompendo il cammino solo ai massi del Gardeccia, dove finalmente riesco a fare quel famoso diedro che tanto mi fece sudare l’anno scorso e due anni fa.

2 agosto 1964. Finalmente, dopo tante spericolatezze, mi concedo un giorno di riposo: vado con la mamma, la nonna, Danilo Luparesi, Carlo Caneda, con in più la madre di questo e il suo fratello minore, Giorgio, al Passo di San Pellegrino. Io voglio andare in cima al Col Margherita 2548 m, la vetta che sovrasta a sud il passo. E’ un monte modesto, ma lo affronto con vero spirito alpinistico. Mentre salgo sul fianco nord, per roccette, erba e sfasciumi, accompagnato (anzi seguito) da Danilo e Carlo, rispettivamente di 11 e 12 anni, sento la musica di questo alpinismo primordiale. E quando pongo il piede sulla cima, sono contento come se avessi fatto chissà che difficile via.

3 agosto 1964. I membri della associazione dei Laureati Cattolici Romani vengono da nove anni tutte le estati a Soraga, alla Pensione Rosalpina. Con loro sono tutti i parenti (mogli, mariti e figli). Paolo Cutolo è il figlio di uno di questi. Anche Gianni Storchi e Vittorio Bossa. Gianni ha già arrampicato un po’ gli anni scorsi, Vittorio no. Così, per allenarci, andiamo allo spigolo della Torre Finestra, che io mi diverto a salire integralmente, anche nell’ultimo pezzo, passando proprio sullo spigolo e non in una delle due fessure. Assieme a noi è anche il corso di roccia “Winkler”, con tutti gli allievi. Scesi alla base, io salgo su un roccione a pochi metri dall’attacco della via comune. Il primo passo è di V+ e in cima c’è perfino il libro di vetta!

Mi viene confermato che Antonio Bernard parte per l’Inghilterra a scopo di studio e che anche Pietro Menozzi deve darci dentro con lo studio. Per quest’estate nulla da fare, con loro.

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Dolomiti di Fassa – 3 ultima modifica: 2017-10-05T05:58:57+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Dolomiti di Fassa – 3”

  1. 2
    Alberto Benassi says:

    Luca ,come facevi ad incontrarlo. Per concatenare tutte quelle vie, andava più veloce della luce !

    Non avevi il tempo.

  2. 1
    Luca Visentini says:

    E’ bizzarro che non ci siamo incontrati da quelle parti in quegli anni. Ho le stesse cartoline in bianco e nero, una, mitica, della fessura Pichl alla Delago. E Rino Rizzi era zio di un nostro amico, e ci aveva piantato i chiodi su un grosso masso nella pineta sopra Vigo perché ci esercitassimo.

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