Dolomiti di Fassa – 6

Dolomiti di Fassa – 6 (6-6) (AG 1964-021)
(dal mio diario, 1964)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

24 agosto 1964. Eh, già! Abbiamo intenzione di fare la via Fedele al Sass Pordoi, ma prima vogliamo individuare bene dov’è l’attacco e dove iniziano le difficoltà. Arrivati in moto a Pian Schiavaneis, andiamo alla parete e su per questa per circa 180 metri, per andare a vedere la prima fessura. Lo zoccolo infatti è facile, II con passi di III, che saliamo e riscendiamo in arrampicata. Il tempo è magnifico, così decidiamo che sarà per domani.

25 agosto 1964. Sveglia ore 2. Partenza prevista ore 3. Ma poi partiamo alle 3.25 per contrattempi vari. A quell’ora si può andare davvero veloci e presto siamo ancora a Pian Schiavaneis, con una parete che c’incombe sopra ma che per ora non vediamo. Solo una massa scura, enorme.

Paolo Cutolo, Pio Baldi, Franco Mangia ed io dovremo superare ben 800 metri di parete, tagliati a tre quarti da una grande terrazza ghiaiosa, quella che inghirlanda tutto il Sass Pordoi. Lasciate le moto, ci incamminiamo al buio, appena rischiarati dalla luna. Abbiamo calcolato giusto, quando siamo all’attacco ci vediamo già abbastanza. Sono le 5. Andiamo su tutti e quattro slegati fino al punto in cui siamo arrivati ieri. Ora ci si vede bene e si preannuncia una giornata magnifica. L’alba rischiara di tinte giallastre le pareti del Sassolungo, proprio di fronte a noi. Ci leghiamo. Io con Franco, sempre io da capocordata; Paolo e Pio a comando alternato dietro di noi.

Parto: la fessura è bagnata e gocciolante. La supero uscendone quasi bagnato. Le difficoltà sono di IV. Proseguiamo: siamo due cordate, ma praticamente è come se fossimo una cordata da quattro, perché Franco ed io che siamo primi aspettiamo sempre Paolo e Pio; e loro, quando ci hanno raggiunti, aspettano sempre che noi procediamo. Ne deriva un’arrampicata piuttosto lenta, però la giornata è bella e ci consoliamo pensando che se andremo lenti andremo anche più sicuri. Il mio è il compito più importante, perché devo saper procedere sulla via giusta. Infatti a un certo punto sbaglio e devo riscendere, continuando poi l’arrampicata su questa parete che sembra non debba finire mai. Ritorniamo sotto alla cascata, ce ne riallontaniamo… e poi di nuovo sotto: ora siamo nel caminone dal quale proviene l’acqua. Magnifica spaccata per salire, sotto l’acqua, e poi finalmente abbandoniamo il fradicio camino per una più salutare fessura che conduce a sinistra in un altro camino, per fortuna asciutto. Lo percorro e sbuco sul cengione, poi a uno a uno escono i miei compagni.

Sono le 12. Sì, è vero, ci abbiamo messo molto, sette ore, però eravamo in quattro e ce la siamo presa assai comoda. ma non è finita, ci sono ancora 200 metri. Alle 13.30 siamo all’attacco della seconda parte, che si svolge in una fessura-camino diagonale, con esposizione grandiosa. Gli ultimi due tiri di corda sono un po’ friabili, ma ormai siamo fuori sul grande terrazzo sommitale. Questa è la più bella via che io abbia mai fatto: 800 metri di parete, di cui 180 di II e III grado, e gli altri 620 tutti di IV, continuato, con qualche breve passo di IV+. Il magnifico ambiente e la giornata splendida hanno completato l’opera. Peccato però che a tanta via non corrisponda una vetta superba. In cima ci sono la funivia, l’albergo, la croce e un cantiere per la costruzione di chissà cosa. E in più la gente, quelle fastidiose mosche umane, volgo ignorante e indegno di tanta nobiltà. Eh, sì, perché quella gente della montagna se ne frega! A parte qualche isolato turista con passione che, poverino, venendo quassù comodamente trasportato dalla cabina si crede di emulare le gesta dei grandi esploratori, gli altri sono una mass di buoni a niente, che farebbero bene a non venirci, qui. Qualcuno mi potrebbe dire: “Perché tanto livore? E’ forse tua la cima di questo monte?”. E io risponderei: “No, non è mia… e forse non ho il diritto di inveire contro delle pacifiche persone che sono qui per divertirsi senza faticare. Penso solo alla rovina di questo monte, profanato, calpestato, sverginato, reso “cumulo arido di pietre insignificanti”. Questo non è più un monte, è solo un “belvedere”. Questo non è più un simbolo ma un soggetto interessante per apparecchi fotografici. Per l’alpinista non è più una conquista, ma una beffa. E ci credo che oggi gli alpinisti badino solo alla via e non più alla cima! E’ ovvio che guardino soltanto all’itinerario e che considerino il resto solo un fastidioso sovrappiù! Con tali cime, non se ne può fare a meno. In cima, non vedevo l’ora di essere nuovamente giù, in modo da scalfire appena, vedendo tale rovina, la mia felicità, senza distruggerla completamente.

27 agosto 1964. Sono di nuovo solo, in autostop vado al Passo Sella e di qui in telecabina alla Forcella Sassolungo. da lì scendo verso il rifugio Vicenza, poi devio a sinistra sul nevaio del Sasso Levante, una specie di lastra di ghiaccio per l’eccessiva siccità di questa stagione. Chi se l’immaginava una cosa così? Comunque, con buona volontà e piano piano, salgo su questa neve durissima fino a raggiungere la roccia.

Sto per attaccare la via di Christian Klucker e Ludwig Norman-Neruda (III+), aperta il 4 settembre 1891, alla parete nord-ovest della Punta delle Cinque Dita. Il dislivello è di 350 metri circa. Molto velocemente supero le roccette, i caminetti e le terrazze fino all’ultimo salto, di 90-100 metri, che per una serie di stretti camini porta proprio alla Finestra della via comune. Qualche passo è di IV-. E’ una via molto ostile: poco frequentata, è piena di sassolini mobili. Però è molto bella, perché si svolge nel cuore del Sassolungo, in un ambiente insolito. Scendo, dopo una lunga sosta in vetta, e vado a tentare il Gran Diedro Sud, una via di Renato Negri e Pippo Abbiati del 9 agosto 1920 data di III+. All’attacco comincio a salire su roccia gialla e marcia. Chiodi ovunque. Possibile che questa sia la via? Eppure sì, il diedro è questo. Si vede che ci sarà crollato qualcosa sopra. Comunque le difficoltà sono di molto superiori al III+ e così, temendo d’incontrare qualcosa di peggio più in alto, decido di ritirarmi strategicamente verso la base. Il IV e il IV+ slegato e in discesa sul friabile non mi sono mai piaciuti, ed è con qualche rischio che raggiungo le ghiaie. Mi allontano velocemente da quel diedro traditore e scendo così al Passo Sella.

Qui incontro Amedeo Bértoli, un tale di Pozza che va sempre con le guide e che quindi non arrampica benissimo. Ma è simpatico, e come compagno sullo spigolo di Steger alla Prima Torre di Sella va bene. Partiamo con la corda e i moschettoni suoi. Dietro di noi c’è Donato Zeni del CAAI che tira su di peso due brocchi. Giunti al passaggio difficile troviamo due in difficoltà. Il capo-corda di questi dice che sul passaggio difficile di V non c’è più il chiodo, così scende. Arriva intanto Zeni, impedisce a me di tentare di passare lo stesso e va lui. Ma il chiodo c’è’ quindi passa senza problemi. Groviglio di corde sensazionale, siamo in tre cordate sullo stesso passaggio. Per ultimi, dopo che Zeni tira su di peso i suoi due compagni e dopo che anche l’altra cordata è passata, partiamo noi. Superiamo il passaggio comodamente e siamo così in cima. La discesa la facciamo a doppie sullo stesso spigolo. (L’anno seguente sia Donato Zeni che Amedeo Bértoli moriranno in montagna, in due separati incidenti, NdA).

Il 28 agosto salgo lo spigolo sud del Croz di Santa Giuliana. L’unica cosa interessante di questo pomeriggio è la presenza di ben due ragazze, Ebbe e Manuela. Gli altri compagni erano Mario Bossa, Cesare e Piero Badaloni. Trovo anche modo di salire da solo sulla parete ovest, a destra della via diretta, per la via Bernard-Menozzi (IV-, 1a solitaria).

29 agosto 1964. Un’altra volta solo. In autostop a Passo Pordoi e da lì a piedi al gran cengione del Sasso Pordoi. Mi concedo anche di salire sul Sass da Moles, un liscio masso posato sulla cima del Piccolo Pordoi 2669 m (IV+ e V- a pochi metri da terra). Da lì, osservata la parete sud-ovest e la via del Finestrone ad Arco, vado all’attacco. Questa via, vinta da Tita Piaz, è data di III grado ma, come al solito, la graduazione è completamente errata, perché la fessura superiore, diagonale, che porta dalla metà parete fino al Finestrone, è tutta, e dico tutta, sul IV grado e anche più. La roccia in molti punti non è buona, la fessura strapiomba sempre, la chiodatura è inesistente. Ci sudo parecchio su questa fessura, e ci sono dei tratti dove ho una paura folle, perché tutto è ricoperto di sabbia e non ho prese per le mani. Finalmente, dopo uno strapiombo nero molto difficile, scorgo il Finestrone dove arrivo poi con altre difficoltà sempre sostenute, come fa un naufrago verso l’isola dove vuole prendere terra. Dopo è più facile, così arrivo in cima e mi posso concedere di mangiare qualcosa. Ora però ne ho abbastanza di vie poco conosciute, voglio andare sulla via Maria, graduata di IV grado, ma della quale so che Paolo Cutolo l’ha fatta, un IV reale. Così scendo per il ghiaione della Forcella Pordoi, vado all’attacco e, sotto gli occhi dei miseri passeggeri della funivia che va su e giù, mi faccio tutta la via, con un’esposizione grandiosa su roccia ottima. Magnifico il tratto in piena parete, col vuoto da tutte le parti, che si svolge sul pilastro… e bellissimo anche il resto, anche il passaggio dopo la forcella tra il pilastro sud e il massiccio. (Trovo la via Maria davvero facile: se quello è IV grado, e lo è, il III del Finestrone ad Arco è del tutto sballato, direi un V continuo. Nel diario non lo scrivo, ma sono convinto di averne fatto la prima solitaria. NdA).

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Dolomiti di Fassa – 6 ultima modifica: 2017-11-22T05:53:03+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Dolomiti di Fassa – 6”

  1. 1
    Luca Visentini says:

    A proposito del cengione superiore, quello che “inghirlanda” tutto il Sass Pordoi: sei proprio tu! E nel fradicio camino sotto lo stesso cengione, ne conosco di gente che ha insistito verso l’alto senza deviare a sinistra, rischiando quasi d’incrodarsi.

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