Dove va l’alpinismo?

Dove va l’alpinismo? (GPM 047)
di Gian Piero Motti
(pubblicato sulla rivista FILA n. 2, febbraio 1976)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Che cosa nasconde il formidabile aumento del numero delle persone che cercano la grande avventura in montagna? Mai come in questo periodo l’industria si sta interessando seriamente agli sport della montagna, ma soprattutto allo scialpinismo e all’alpinismo. Mai come in questo periodo la letteratura di montagna è stata così ricca e feconda di produzioni, purtroppo il più delle volte di valore piuttosto mediocre. Durante la stagione estiva i gruppi più interessanti della catena alpina sono letteralmente presi d’assalto, una sistematica aggressione da parte di alpinisti di ogni nazionalità, che giungono alla “Mecca” alpina ricorrendo ad ogni mezzo. Vi è in tutto il fenomeno una certa tendenza al distacco dal sociale, il movimento “hippy” sembra si stia trasferendo in montagna. Ed è anche questo molto interessante.

Pagina di apertura dell’articolo su FILA. Nella foto, Mike Kosterlitz e Gian Piero Motti nella 1a ascensione della via del Sole Nascente al Caporal, 18 aprile 1973

Comunque vi è un dato di fatto, ed è quello che la tanto decantata solitudine dell’Alpe pare sia definitivamente perduta: sulle vie di scalata le cordate si intrecciano, sembrano, viste da lontano, tante formiche che salgono lungo un tronco, sovente i rifugi sono zeppi, ma non importa, vi è chi si arrangia in ogni modo, chi dorme in terra, chi fuori, chi all’attacco della stessa via. Ogni tabù è stato infranto. Salite che solo dieci anni fa erano appannaggio di pochissimi alpinisti al mondo, ormai sono ripetute da cordate di illustri sconosciuti; sovente anche da solitari. E quando la catena alpina, le solitarie, l’inverno, non bastano più, quando la noia subentra alla droga dell’avventura, ecco apparire l’Himalaya, dove c’è ancora spazio per chi desidera osare l’inosabile. Ma anche qui comincia a farsi sentire un certo affollamento: sovente Chitral ricorda le vie di Chamonix, la valle del Khumbu tra trekkinisti e alpinisti non è che un continuo via vai, il Baltoro ha visto in una sola estate una decina di spedizioni. Anche qui si cerca di arrivare con ogni mezzo, i più ricchi in aereo o con i costosi viaggi organizzati, gli altri magari hanno lavorato un anno intero per poi comprare un pulmino Diesel di seconda mano. Altri ancora si adattano ad ogni mestiere, lecito e non lecito, per poi andare ad Oriente, quasi un fascino magnetico li richiamasse in quella direzione. Non so se qualcuno trova ciò che va cercando. Non credo, perché quando poi ritornano alle loro abitudini, il gioco riprende da capo in palestra, dove alla lunghezza e alla sostenutezza si sostituisce il gioco narcisistico della difficoltà pura, dove il gesto e l’estetica giungono al limite dell’onanismo spirituale.

Eccoli gli uomini della “Lotta con l’Alpe” degli anni ’70: i lunghi capelli, la immancabile fascia in fronte, le pedule di tela lacere e stracciate, i jeans formati non da tessuto ma da tante toppe messe insieme, lo sguardo perduto in orizzonti indefiniti. La psicologia ortodossa li definirebbe nevrotici, alienati, forse schizofrenici. Loro lo sanno e se ne fottono, anzi sono felici di esserlo. Eppure fanno tenerezza, come facevano tenerezza (e rabbia) le canzoni di Bob Dylan, come faceva tenerezza la conclusione drammatica di Easy Rider, per chi ancora la ricorda. Fa tenerezza una volta di più il loro tentativo disperato (e forse inutile?) di uscire da un ingranaggio mostruoso che li stritola e li dissangua, ma spesso quel loro splendido e ingenuo tentativo può rivelarsi una trappola che li uccide in un modo molto più raffinato. Si dice che il nostro momento storico è caratterizzato dal materialismo e dalla concretezza, dalla pianificazione e dal realismo.

A me pare tutto l’opposto, anzi mi sembra che proprio per reazione a questo tentativo emerga ancora una volta la parte più genuina e luminosa di quest’animale chiamato uomo. Proprio l’alpinismo sta a dimostrare un tentativo di evasione, un desiderio di fuga e di elevazione, una sorta di ultima spiaggia prima che inquinamento, incremento demografico e follia diano coscienza al popolo degli uomini della sua assurda corsa verso l’inutile.

Certo la massa dei benpensanti, il gregge, disprezza o forse compatisce il loro tentativo. Ma forse dietro il loro disprezzo si cela l’invidia e la paura, la grande paura che inchioda al suolo e fa tremare le gambe. È vero, forse anche il loro tentativo è inutile, forse ci scappa qualche sigaretta speciale di troppo, forse a volte un certo acido li fa salire troppo in alto e troppo in fretta. Eppure io provo tenerezza e simpatia per questo esercito sgangherato e macilento: almeno è uno dei pochi posti dove vive ancora una poesia genuina, alimentata da una vaporosa ed eterea atmosfera di lucida e consapevole follia. Qui ancora puoi a volte incontrare un sorriso che non sia stato mortificato, uno sguardo luminoso e bruciante che ancora non sia stato spento. Ed è molto, se lo si paragona al viso di coloro che si agitano incatenati nei loro ruoli definiti nel colossale formicaio delle città industriali.

Prima invernale dello spigolo nord-est (via Pinciroli-Scarabelli) del Grand Capucin, 22-24 dicembre 1974, Danilo Galante e Piero Pessa

Forse mai come in questo momento l’alpinismo si dibatte in un’impasse che non ha via di soluzione alcuna. Con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è venuta a creare l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta.

Reinhold Messner un giorno scrisse: «Vi sono due maniere di arrampicare: quella che tende ad adeguare la montagna all’uomo e quella in cui l’uomo si adegua invece alla montagna. La seconda maniera, nella quale l’uomo affronta la montagna senza modificarla, è la sola che ammette una valutazione della difficoltà alpinistica». Vorrei andare più oltre e intravvedere una possibile e non utopistica armonia con la montagna, dove competizione e misurazione con se stessi non abbiano più senso alcuno. L’esempio di Paul Preuss, per quanto tacciato di nietzchianesimo, per quanto vivisezionato e ridimensionato dalla psicanalisi, dovrebbe farci riflettere.

Certo nell’isterica e volgare oppressione che la montagna subisce, oggi non vi è nulla di gentile, elegante e armonico, salvo casi molto rari. Anche per lo sci, il massimo divertimento oggi sta nel gettarsi giù, con gli assi nei piedi, da pareti di ghiaccio quasi verticali. Basta un minimo errore e ci si ammazza, ma questo pare non importare molto. Importa ciò che si prova durante la discesa, e poi… Inch’ Allah… Dunque a dispetto di ogni voce che grida nel deserto “Pace e bene a tutti”, il momento impone analisi e riflessione. Per ora assistiamo senza commento a questo imponente “Ritorno ai monti”.

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Dove va l’alpinismo? ultima modifica: 2018-09-22T05:59:48+00:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Dove va l’alpinismo?”

  1. 8
    paolo panzeri says:

    Io vedo solo il problema che i giovani, fra regole, dilettanti esperti del nulla, castratori fra i falliti, corsi e ricorsi di rifacimento di manuali, giudici, avvocati e legislatori oscurantisti o di oscure conoscenze antiche, dirigenti affamati di successo e notorietà (e sesso), istruttori che li seguono a ruota e tanti, tanti soldi sparpagliati in tutto e dappertutto,…,  i giovani che un po’ capiscono come vanno le cose non sanno più a chi rivolgersi per essere almeno “sbucciati” e poter fiorire nell’alpinismo.
    Gli alpinisti veramente bravi qui da noi sono quasi scomparsi, vi sono tanti  mediatizzati del nulla, che però fa fare affari.
    Ieri mi domandavo: quanti morti bisognerà aspettare e quali?
    E son sicuro che io morirò prima di vedere qualcosa.

    Un amico mi diceva: ” oggi (ma io aggiungerei da sempre) il bravo alpinista si riconosce da come sa proteggersi e quello che non riesce a fidarsi di se stesso va  a fare buchi”.

  2. 7
    Alberto Benassi says:

    ora l’alpinismo punta deciso verso Riccione con i suoi luna-park.
    Anzi, ormai è arrivato. Vedo già la prima biglietteria.

    Bene…!  ecchè ci vadano pure in tanti. Non mi par vero. Più ce ne andranno e più gli  spazi (quelli veri) saranno liberi…

     

    Bertoncelli, l’ alpinismo si può fare anche su montagne di serie B/C  forse questo voleva dire Carlo Possa con il Ventasso.

  3. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Dove va l’alpinismo?

    Un saggio Carlo Possa (che ideò il termine “La Pace con l’alpe”) cosí si rispose in quegli anni lontani: “Ma è chiaro: sul Monte Ventasso” (montarozzo alto 1727 metri nell’Appennino Reggiano). Sarà vero?
    Ma che cosa intendeva dire esattamente il buon Possa? Che le colline bucoliche ci attendono nella sera malinconica della nostra vita di alpinisti? Non credo si riferisse a questo.
    E se invece consideriamo le altre possibili interpretazioni, certamente la previsione non si è avverata: ora l’alpinismo punta deciso verso Riccione con i suoi luna-park.
    Anzi, ormai è arrivato. Vedo già la prima biglietteria.

  4. 5
    Carlo Pucci says:

    Solito, eterno, dilemma dell’Alpinismo.

  5. 4
    annoiato says:

    Beh, qui in Italia grazie anche alla di lui corrente pseudoalpinistica frustrata e fallimentare ora si parla di tutto tranne che di alpinismo serio e si vede che ormai più o meno l’alpinismo italiano è rimasto indietro di almeno venti anni rispetto a quello che tutti gli altri praticano sulle montagne del mondo.

    Bisogna altresì dire che il mondo internazionale solo adesso forse sta ritornando ai livelli mentali dei primi anni ottanta e magari fra un pò verranno superati i massimi raggiunti dagli sloveni nell’ottantasei.

    C’è spazio per i giovani italiani che capiscono questo… altrimenti si continuerà a fare grado con spit in sicurezza… ma bravi anche questi, anche se molto limitati.

  6. 3
    Alberto Benassi says:

    Il cosi’ detto free climb e’ scomparso sotto l’avanzare delle iniziative di messa in sicurezza e di rivalutazione …. che hanno portano alla totale omologazione turistica degli itinerari.

    Chi la pensa diversamente viene accusato di essere un egoista vecchio rimbarbogito fuori dal tempo, che vuole fare l’elitario.

  7. 2
    Alberto Benassi says:

    Senza casco? Se ti sente un mio amico ti da dell’incoscente. In diverse occasioni non lo porto e quando mi giu’ paternali. Che palle!

  8. 1

    Quante cose sono cambiate da quegli anni ma le previsioni pessimistiche restano identiche a quelle che si fanno oggi. Con la differenza che gli alpinisti non sono vestiti con abiti logori e il movimento hippy è scomparso.
    Che bello vedere in foto gli scalatori senza casco!

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