Due son troppi

Dieci anni fa non c’erano praticamente chiodi sulle pareti d’Inghilterra e del Galles. lo non ne vidi che due o tre, arrugginiti e spaventevoli. E l’amico inglese con cui poi arrampicai in Dolomiti, accanto a ogni chiodo di via cercava di piazzare un blocchetto. Lui dei chiodi non si fidava. Oggi gli spit sono tollerati sulle pareti di calcare, forse a imitazione e contaminazione dei solari, cattolici, corrotti paesi del Mediterraneo, dove ogni peccato si può confessare e ogni errore si può perdonare. E perciò conviene che non sia definitivo. Ma nella puritana Inghilterra il rapporto con Dio non si presta a trucchi e mezzucci. E il peccato si paga. Là non bisogna commettere errori. Forse è per questo che l’arrampicata anglosassone ha sempre qualcosa di estremo, un’aura di ineluttabile severità etica o, al polo opposto, il ghigno di una follia maniacale. In Gran Bretagna la valutazione delle vie è data con due scale parallele. I gradi in numeri (6a, 6b, ecc.) indicano la difficoltà tecnica dei passaggi ed equivalgono grosso modo alla scala francese in uso in Italia aumentata di due. Il 6a inglese corrisponde dunque al 6c francese. Così vanno lette le valutazioni nell’articolo che segue. La scala in lettere (VS, HVS, E1, E2, E3, ecc., fino al recente E9) indica l’impegno complessivo, l’esposizione, la proteggibilità, la qualità della roccia e così via. “E” maiuscolo sta per Extreme (Intro all’articolo di Paola Mazzarelli)”.

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Jerry Moffat su Kaffleout (E2, 6b) a Curbar Edge

Due son troppi
di Al Churcher

(pubblicato su Rivista della Montagna n. 134, ottobre 1991)
Foto di Ian Smith
Traduzione di Paola Mazzarelli

Peak District, fine estate. Sopra le macchie di ruggine e d’oro delle felci, la parete sembra rilucere: onda pietrificata di arenaria grigia che s’alza tra la brughiera e il cielo. Chiudo l’auto e, col sacchetto di magnesite in una mano e le ballerine nell’altra, imbocco il sentiero che sale verso la parete. Gli ultimi allievi dei corsi di arrampicata locali stanno scendendo, la maggior parte dei climber è ancora al lavoro: ho la parete quasi tutta per me. Sei chilometri di sviluppo, ottocento vie. Qualche minuto di stretching, poi le dita seguono la fessura di 5+ di Via Media, quasi fosse un proseguimento del sentiero con diversa inclinazione. Questa volta scendo per l’itinerario normale. Ma dopo un paio di vie un po’ più difficili, il bambino che abita il mio corpo invecchiato si diverte a lasciarsi scivolare lungo la fessura per tornare alla base della parete. Ora è Black Slab che mi chiama: tecnicamente è più difficile, ma con lo strapiombo 15 metri più sotto e nient’altro che spigoli arrotondati da accarezzare con le palme delle mani, la serie di movimenti delicati che portano all’uscita appare, alla testa, molto più difficile.

Sono sparite, di colpo, tutte le seccature della giornata. Arrivano altri e l’aria si riempie di battute canzonatorie. Il mio corpo ha dimenticato che non molto lontano di qui esiste una classe di trentun bambini irrequieti, dotati di voci e pretese eccessive. Un amico mi sfida a tentare una delle sue più recenti conquiste: cominciamo a rincorrerci, prima è davanti l’uno, poi l’altro, e il secondo segue, con gesti uguali, e così da presso che a tratti sembriamo un unico corpo in movimento sulla pietra indorata dai raggi obliqui del sole.

In alto, Jerry Moffat alle prese con un boulder ai Roaches. Sotto, Johnny Dawes su White Lines (E6, 6c) a Curbar Edge

Idealizzo? Niente affatto. Non è trascorsa una settimana dall’ultima volta che ho passato una serata molto simile a quella descritta. Era la fine di febbraio! Certo, ci sono giorni in cui piove e tira vento, e periodi in cui nugoli di moscerini affamati costringono alla ritirata ancor prima di aver calzato le scarpette. Ma per le centinaia, anzi migliaia di arrampicatori delle grandi città del Nord, Sheffield, Manchester, Leeds, Huddersfield, e di tutte le cittadine e i paesi sparsi lì attorno, questa è comune esperienza. E comune eredità, in un certo senso, poiché tutti costoro abitano a trenta, quaranta minuti d’auto dalle numerose bastionate e cave di gritstone del Peak District e dello Yorkshire. Gritstone: un’arenaria così salda e compatta da dare a chi arrampica l’impressione della massima sicurezza di appigli, ruvida tanto da favorire miracoli di aderenza, ma liscia abbastanza da consentire i più arditi incastri in strapiombo senza bisogno di fasciarsi le mani; strutture che processi geologici e agenti atmosferici hanno scolpito in levigate placche prive di appigli, spigoli arditi e tetti, fessure, diedri d’ogni possibile forma. Pareti alte fino a 30 metri e lunghe anche 6 chilometri, in molti punti a non più di 5 minuti di cammino dalla strada. Pietra di Dio la chiamano. Pietra perfetta per arrampicare senza corda. Per arrampicare senza corda in sicurezza, intendo dire. Perché la maggior parte di noi resta (quasi sempre) ben al di sotto dei propri limiti. È la libertà massima: arrampicare senza peso di corde e imbragature, blocchetti e friend. Cos’è, infine, questo nostro arrampicare? Con il materiale lasciamo tutte le pretese intellettuali, e ci ritroviamo bambini ad arrampicare sulla pietra come nell’infanzia ci arrampicavamo sugli alberi. E, come i bambini, ci piace giocare da soli, o con gli altri, godere in silenzio del sospiro del vento tra le erbe della brughiera, o in compagnia ridere e scherzare e fingere gare.

Shaun Hutson da solo su Tierdrop (E5, 6b) a Ramshaw Rocks

Questo è un aspetto dell’arenaria – il gioco. Ma sulle nostre pareti di gritstone è in vigore l’etica forse più severa che sia dato incontrare fuori dalla Sassonia e dalla Boemia: chiodi e spit sono assolutamente proibiti. E dunque il gioco, su questi spigoli arditi, su quelle lisce placche, si fa molto più serio: molte vie sono improteggibili, e poiché salire con la corda dall’alto non è ritenuta arrampicata vera, e non vale, il primo di cordata spesso arrampica comunque come fosse slegato. Per questo motivo l’ultima guida alle pareti di arenaria dello Yorkshire ha introdotto, accanto alle tradizionali valutazioni, i gradi P, indicanti, appunto, la proteggibilità delle vie. P1 è così definito: «via generalmente ben proteggibile: cadute per lo più lesive soltanto dell’amor proprio»; P3 invece avverte minacciosamente: «Conseguenze temibili. Non cadete perché bisogna essere molto fortunati per riuscire a tornarsene a casa con le proprie gambe. Consigliata l’assicurazione sulla vita».

Lavorare la via prima di una prima salita redpoint è oggi pratica accettata. Probabilmente è stato così fin dai tempi di Joe Brown e Don Whillans, che negli anni ’50 salirono in scarpe da tennis vie come Great Slab e Cave Wall (entrambe a Curbar Edge); vie che, data la loro improteggibilità, tuttora mantengono la stessa temibile reputazione di allora (nonché un annuale tributo di ossa rotte…). Ma quando una via esiste, nel senso che qualcuno l’ha salita in redpoint, le uniche ripetizioni che vengono reputate degne di nota sono quelle a vista. A questo proposito, uno degli esempi più clamorosi fu la prima salita di Ulysses, a Stanage Edge. Quando Ed Drummond salì Archangel (E4, 6a) nel 1972, si scatenò la gara agli spigoli che costituivano alcune delle più belle linee di salita ancora vergini delle bastionate di arenaria. Denominato Ulysses Bow da Drummond, che l’aveva salito con la protezione di una corda lasca dall’alto, lo spigolo vide la prima salita senza corda solo nel 1983 da parte di un Jerry Moffat in splendida forma (con ai piedi il primo paio di Fire a suola morbida importato in Inghilterra). Valutazione: E6, 6b.

La prima ripetizione, completamente on sight, destò quasi altrettanto scalpore e consacrò alla fama l’allora sedicenne Johnny Dawes, che sarebbe diventato, negli anni seguenti, uno dei più forti arrampicatori inglesi di tutti i tempi, autore di una serie prodigiosa di vie estreme del tutto, o quasi del tutto, improteggibili. Attivo dapprima sull’arenaria, poi sull’ardesia, la quarzite e le rocce vulcaniche del Galles, Johnny annovera tra le sue massime realizzazioni Gaea (E8, 7a) e The Braille Trail (E7, 6c) su gritstone, e il cosiddetto “viaggio della morte”, The Indian Face, a Clogwyn D’ur Arddu, nell’area dello Snowdon in Galles, prima via classificata E9. Le prime due vie attesero diversi anni prima di essere ripetute; la terza, in sei anni, non è mai stata ripetuta. Tra le prodezze che hanno reso famoso Johnny Dawes c’è la sua capacità di saltare a terra da 7-8 metri di altezza, quando prova una via, e di rimbalzare come una palla!

Poco dopo la salita di Dawes, Ulysses tornò alla ribalta: ci aveva provato Neil Poster, ed era caduto malamente. Pochi giorni prima lo stesso Poster aveva vinto un altro spigolo quasi altrettanto difficile, ma non aveva saputo trovargli un nome. In ospedale, con le due caviglie in trazione, ebbe l’ispirazione giusta: chiamò la sua via Ulysses, or Bust (Ulisse, o schiatta)…

Arrampicare slegati, specie sulle bastionate di arenaria, si presta a tutta una serie di variazioni sul tema: la più popolare e ambita è la concatenazione di cento vie diverse nella stessa giornata. So che almeno un arrampicatore è riuscito a farne duecento. Le regole del gioco variano e ognuno decide le sue: le cento vie possono includere salite (o discese) di ogni difficoltà, oppure salite da un certo grado in su. Cento VS (Very Severe, corrispondente grosso modo al francese 5b) è un obiettivo di tutto rispetto per un arrampicatore esperto, e di solito comporta uno o più spostamenti da una bastionata all’altra.

Ron Fawcett, autore anche lui di numerose vie estreme sulle pareti di arenaria, compì un vero exploit nel settembre del 1986: salì slegato cento vie della categoria Extreme in quattro strutture diverse, 1250 metri di dislivello in circa otto ore, tra cui sette vie classificate E4, tre E5, innumerevoli E1 e E2 e una E3 in discesa!

Poiché molte vie sono lunghe una decina di metri soltanto, non sempre è chiaro dove finisca il sassismo e dove cominci l’arrampicata senza corda, soprattutto se il passaggio chiave è all’inizio. Forse la distinzione sta semplicemente nella possibilità di saltar giù con ragionevoli speranze di non sfracellarsi. È ovvio che anche cadendo da 10 metri si può finire all’ospedale, e oltre; soprattutto se alla base stanno in agguato massi e pietre. Ma sull’arenaria, almeno, si ha spesso l’impressione che non tutti gli errori debbano essere fatali. Se a questo si aggiunge la facilità e velocità con cui è possibile calare una corda dall’alto (ammesso, si capisce, che ci sia qualcuno nei paraggi), e la possibilità di evitare i passaggi troppo difficili traversando su altre vie, arrampicare senza corda in posti come Stanage Edge, pur restando un gioco serio, raramente richiede l’impegno e la concentrazione dell’arrampicata in solitaria sulle grandi pareti.

Il mitico Jimmy Jewel durante la prima solitaria di The Cad. Foto: P. Williams)

L’altra zona dove fiorisce la pratica dell’arrampicata senza corda è il Galles settentrionale, in parte per il fatto che su queste pareti, come nel Peak District, tradizionalmente agiscono quelli che di volta in volta spostano un po’ più in là i confini dell’estremo in termini di difficoltà tecnica e psicologica. Anche il Galles, dunque, ha il suo gruppo di “punte” affezionate.

Notizie di arrampicate solitarie su queste pareti prima degli anni ’60 sono piuttosto rare. E forse non c’è da stupirsene: prima di allora gli standard di protezione erano così bassi e le conseguenze di una caduta così temibili, che per il primo di cordata la corda era, nella maggior parte dei casi, del tutto irrilevante. Da un punto di vista psicologico, tuttavia, la presenza di una corda può essere determinante. Credo che sarebbe difficile trovare un arrampicatore inglese che non abbia mai superato un attimo di panico piazzando un microdado assolutamente inutile: a volte basta la vista di un rinvio, non importa quanto precario, per trovare la grinta necessaria a fare il passaggio.

Nel Galles settentrionale l’arrampicata senza corda conobbe un boom senza precedenti intorno alla fine degli anni ’60, momento in cui (sarà pura coincidenza?) il notevole miglioramento dei materiali, e in particolare un più diffuso e raffinato uso dei dadi, rendeva l’arrampicata più sicura di quando fosse mai stata fino ad allora. Le imprese clamorose di personaggi come Cliff Phillips, Richard McHardy, Eric Jones, Al Rouse e Pete Minks culminarono nel 1969-70 con solitarie di alcune delle più famose classiche del Galles ancora oggi classificate da E1 a E3: Vector, Grasper, Pellagra, Suicide Wall, The Thing, Cenotaph Corner, White Slab, Woubits, The Boldest.

Ma non era tutto. Ai soloni dell’arrampicata tradizionale venne un colpo il giorno in cui Rouse e Minks salirono Vector, a Tremadoc, insieme e slegati, mentre una radiolina a transistor, attaccata alla cintura di Minks, diffondeva musiche dei Rolling Stones. Le vie che quel gruppetto saliva deliberatamente senza corda erano considerate il banco di prova degli arrampicatori di classe del tempo. Discretamente proteggibili, erano comunque salite severe, in particolare quelle sulle grandi pareti di Llanberis Pass e Clogwyn d’ur Arddu, nella regione di Snowdon, dove si può sempre trovare una pietra che muove o una placca bagnata. Oggi, a distanza di vent’anni, conservano tutte la valutazione E (Extreme) e stanno nel curriculum di ogni arrampicatore anglosassone che si rispetti.

Jerry Moffat su Toy (E1, 5c)

Qualcuno, naturalmente, ci lasciò la pelle. Qualcun altro ebbe mirabolanti avventure, e una fortuna incredibile. Maggio 1970: Cliff Phillips scivola sulla delicata placca del terzo tiro di Black Foot, una via classificata E a Llanberis Pass e, con un volo di 65 metri sulle placche sottostanti che in qualche modo rallentano la caduta, finisce ai piedi della parete con il bacino rotto e piuttosto malconcio, ma vivo. Si trascina per 500 metri di pietraia fino all’auto, sale e raggiunge il paese più vicino prima di accasciarsi sul volante. Lo troveranno, svenuto, a mezzanotte. Si salva anche Terry Taylor che scivola sulla parete di Cloggy: mentre cade, la stringa di una scarpa si impiglia in un chiodo sporgente e Terry resta penzoloni, appeso ad un piede, su un salto di 100 metri!

Al Rouse morì nella tragedia del K2 nel 1986, ma la maggior parte dei climber che ho citato sono ancora vivi e continuano tranquillamente ad arrampicare. Eric Jones, che in seguito compì numerose solitarie sulle Alpi, tra cui le Nord dell’Eiger e del Cervino, entrambe filmate, fa il padre di famiglia e gestisce il bar frequentato dagli arrampicatori a Tremadoc. Ma non ha perso l’abitudine di arrampicare slegato, e non rinuncia alla sua quota di HVS e di Extreme giornaliere.

Nigel Prestige da solo su Fidget (E1, 6a) a Curbar Edge

Forse c’è un dio che tiene d’occhio gli arrampicatori che arrampicano senza corda. È stupefacente che ci siano stati cosi pochi incidenti mortali, soprattutto se si ricordano quelle notti di sesso, droga e rock ‘n roll (per non dire della birra) che erano di regola in Galles negli ami ’60 e ’70. Il “viaggio” di Jim Perrin su Coronation Street (E1, 5b) non fu l’unica impresa dell’epoca che si svolse sotto l’influsso delle cosiddette “sostanze illegali”. Ma rimase famoso perché Jim se la vide brutta: l’effetto della droga svanì all’inizio del terzo tiro, a cento metri da terra, sotto la liscia fessura verticale che costituisce il passaggio chiave della via… E poi c’erano – e chi è troppo giovane per ricordare si divertirà sfogliando le riviste dell’epoca – j blue-jeans a zampa dì elefante, oggi dimenticati, ma certo più insidiosi di droghe e alcol.

A quest’epoca appartengono anche diverse imprese in solitaria su vie di ghiaccio di difficoltà elevata, al cui successo certo contribuì lo sviluppo delle tecniche di salita con due attrezzi. Nel 1973 lan Nicholson aprì un nuovo mondo ai ghiacciatori del tempo con un’impresa stupefacente: la salita in solitaria dei due canali di V grado del Ben Nevis, Zero e Point Five, che costituivano allora le vie di ghiaccio per eccellenza della Scozia. Considerando i tempi di avvicinamento e di discesa, ci volevano normalmente circa 10 ore per salirne uno. Nicholson li scalò tutti e due, più di trecento metri di ghiaccio estremo, in una mattina, e comparve al pub di Fort William in tempo per il pranzo!

Anche senza tener conto del maggior margine di sicurezza dato dalla velocità, ammesso che l’arrampicatore si senta sufficientemente sicuro di sé, non è detto che arrampicare slegati sul ghiaccio sia tanto più pericoloso che arrampicare legati, in particolare in Gran Bretagna, dove in ogni caso gli ancoraggi buoni sono rari o addirittura inesistenti, le lunghezze sprotette all’ordine del giorno e il ghiaccio migliore spesso non è che erba ghiacciata…

Shaun Hutson da solo su Pebble Mill (E4) a Burbage South

Arrampicare in coppia senza legarsi consente forse di avere il meglio dei due universi: in caso di necessità, diventa più facile organizzare la ritirata, e psicologicamente la presenza dell’altro può essere di grande aiuto. Resta il fatto che, tra i due, chi se la passa peggio in questo caso è il secondo. Certamente, il fatto di essere in due, su ghiaccio o su roccia, abbassa notevolmente il livello di impegno psicologico richiesto dalla solitaria. Se ciò sia più o meno gratificante, dipenderà dalle preferenze di ognuno.

Nella generale esplosione dell’arrampicata senza corda, un ruolo preminente negli anni ’70 spetta a Pete Livesey, il più dotato del gruppo di arrampicatori dello Yorkshire che per primi compresero gli indubbi benefici dell’allenamento sistematico sulle pareti artificiali. Grazie ai suoi scritti, oltre che alle sue prestazioni, Livesey fu responsabile di una mezza rivoluzione: palestre artificiali spuntarono un po’ dovunque, l’entusiasmo dell’allenamento contagiò tutti e il livello delle prestazioni salì vertiginosamente. Se si aggiungono i suoi pellegrinaggi sulle pareti solatìe della California e della Provenza, si può certamente affermare che Livesey dette il colpo finale alla nozione di arrampicata come preludio dell’alpinismo. Ci vollero altri dieci anni prima che quell’idea ottenesse altrettanto credito in Europa.

Le imprese di Livesey, per esempio Footless Crow e Right Wall, i primi due E5, erano caratterizzate da straordinaria audacia, nonché dall’estrema difficoltà. Là dove altri avrebbero speso grandi energie per riuscire a mettere una protezione, sulla quale magari cadere o riposarsi, Livesey tirava diritto con una determinazione che gli veniva da anni di solitarie ai limiti delle sue capacità.

«Quando cominciai ad arrampicare» racconta lo stesso Livesey, «era sempre come se fossi solo. Avevo la corda, ma non mettevo nessuna protezione. Non avevo praticamente materiale con me, e mi ero abituato ad affrontare in quel modo qualunque salita volessi fare».

Questa abitudine mentale, unita a una straordinaria forza di dita, gli valse in seguito una serie di solitarie lunghe e complesse nelle Dolomiti, tra cui alcune prime salite notevoli e poco pubblicizzate. Di solito queste imprese venivano compiute in pantaloncini corti, e se anche non notavi la massa di capelli scarmigliati e gli occhiali alla John Lennon, difficilmente potevano passare inosservate le ginocchia più bollate e i polpacci più muscolosi che si vedessero in giro a quell’epoca. Livesey era noto anche per il suo umorismo e il suo spirito competitivo. È passata alla storia la sua solitaria su Tensor, a Tremadoc (E2,6a), compiuta in mocassini di pelle scamosciata. John Sheard, che conduceva, finito il tiro cominciò a recuperare la corda, in fretta, sempre più in fretta, finché si ritrovò con il capo in mano. Un attimo dopo comparve il viso ghignante di Livesey.

Dopo Livesey, per un certo tempo il numero uno dell’arrampicata anglosassone divenne il suo compagno di cordata Ron Fawcett. Più giovane di età, Ron arrampicava moltissimo da solo, forse perché non sempre trovava chi lo accompagnasse: a differenza di Livesey, che insegnava all’università, Ron arrampicava a tempo pieno. Un giorno cadde dalla parete di Dinas Cromlech, a Llanberis Pass; quando riprese i sensi, si ritrovò alla base, con il suo cane che gli leccava il viso uggiolando. Che cosa accadde esattamente non si sa. Il polso rotto, comunque, si aggiustò in fretta. Fu più tardi, quando Ron ebbe un incidente con il parapendio, che dovettero mettergli una placca d’acciaio…

Shaun Hutson da solo su The Knoch (E4, 5c), Burbage South

Anche Phil Davidson ebbe un’avventura sulla stessa parete. Un giorno, d’impulso, aveva salito Right Wall: era il momento giusto, si sentiva pronto, era concentrato. Insomma, c’era tutto quello che ci doveva essere per un’impresa così audace. Ma ripetere l’exploit per il fotografo fu un’altra cosa. Davidson si trovò al passaggio chiave con la netta sensazione che avrebbe dovuto essere altrove. La morte, a guardarla negli occhi, non ha un bell’aspetto. Il fatto che sia riuscito a uscire dà la misura della sua forza d’animo. O del suo istinto di sopravvivenza.

Nigel Prestige da solo su Finger Distance (E3, 6b) a Curbar Edge

Anche Jerry Moffat ha al suo attivo un buon numero di salite estreme senza corda. Ma quanto a regolarità e impegno in questo campo, Jimmy Jewel non ha rivali. Già noto a metà degli anni 70 per le sue imprese su vie di E1 e E2, fino ai primi anni ’80 Jimmy praticamente lasciò l’attività, impedito da impegni di lavoro e d’altro genere. Ma quando riapparve, una formula di allenamento mantenuta segreta e una dieta a base di frutta lo avevano trasformato in una “potente macchina da arrampicata” che pesava quindici chili meno di prima. Total Control è il titolo del video che registra diverse sue imprese, tra cui la prima salita senza corda di TRex, severa E3 sulla scogliera di Gogarth (Galles). È un titolo che descrive perfettamente l’arrampicata di uno che ama cimentarsi slegato su pareti dove la maggior parte degli arrampicatori non vuole neppure pensare di potersi trovare un giorno senza corda. Controllo totale e concentrazione, uniti a una splendida fluidità dei movimenti, sono il segreto di certi exploit di Jimmy, come quel giorno di aprile del 1987, in cui Jewel salì cinque E2 e tre E3 sulla parete di Cloggy, in Galles, una delle sue favorite: circa 1000 metri di arrampicata estrema, più le discese e i 5 km per tornare al parcheggio, tutto tra le 12.30 e le 16.30 del pomeriggio, quando si sedette al bar di Llanberis con una tazza di tè in mano. Poche settimane dopo Jimmy era di nuovo in Galles. Per scaldarsi salì a vista The Boldest Direct(E3) e compì la seconda ripetizione senza corda di Great Wall (E4, 6a), per concludere tra lo stupore generale con lo strapiombante e alquanto marcio spigolo di The Axe (E4, 6a), una delle vie più aeree ed esposte che si possano immaginare. Di quella giornata resta la magica foto sulla copertina dell’attuale guida di Cloggy, degno tributo a Jimmy. Qualche mese dopo, scalando una facile e a lui ben nota via di quarto grado a Tremadoc, alla fine di un’intensa giornata di arrampicata, Jimmy precipitò e morì.

Nigel Prestige da solo su Foords Folly (E1, 6a) a Ramshaw Rocks

Fu un incidente molto simile a quello occorso a un altro grande arrampicatore di punta, Tony Wilmott, sulle pareti dell’Avon Gorge, a Bristol. Wilmott era una delle stelle della sua generazione e aveva aperto un gran numero di vie estreme nell’Inghilterra sud-occidentale. A molte dette nomi di canzoni dei Pink Floyd, e la stessa musica usò in quelle che furono forse le prime proiezioni audiovisive di arrampicata.

A quanto mi risulta, questi due furono gli unici arrampicatori di punta che morirono in Gran Bretagna arrampicando senza corda. Erano tutti e due fortissimi. Jimmy era in grado di salire on sight la maggior parte delle E5/6b esistenti all’epoca, e certamente avrebbe potuto ripetere anche vie più difficili se avesse avuto motivazioni sufficienti per “lavorare” le vie come si fa oggi. Quanto a Wilmott, alcune sue imprese aspettarono per anni la prima ripetizione. Quando avvenne l’incidente, sia l’uno che l’altro calzavano scarpe da città, portavano lo zaino e si trovavano su una via facile e conosciuta alla fine della giornata. Arrampicare al limite delle proprie possibilità richiede grande concentrazione. Arrampicare senza corda al limite delle proprie possibilità richiede una concentrazione ancora maggiore, e immenso rispetto e attenzione per la roccia e l’ambiente circostante, nonché la consapevolezza della propria fragilità. Il facile, invece, non richiede più concentrazione e impegno che salire una scala a pioli. Ma le conseguenze di una caduta sono le stesse. E la tragedia, nella sua ironia, pare anche più grande.

Nel 1990 ha destato impressione la solitaria di Dave Thomas su Lord of The Flies (E6, 6a/b), via aperta da Ron Fawcett a destra di Right Wall, in Galles. Ma per l’impresa più clamorosa di Thomas, e forse in assoluto la più spettacolare solitaria che sia mai stata compiuta sulle pareti inglesi, dobbiamo spostarci 350 km a sud, tra le spiagge, i gelati e le onde del Devon meridionale. Non lontano dalle amenità turistiche di Torquay, appena oltre il vecchio paese di pescatori di Brixham, il promontorio di Berry Head affonda le sue scogliere nelle onde della Manica.

Sul lato esterno del promontorio si spalanca un’immensa grotta, detta “The Old Redoubt”. Per anni la grotta ha fornito poco più che una singolare via d’accesso agli itinerari tracciati sulle verticali pareti a sinistra dell’antro, tra cui la classica e frequentata Moonraker (HVS). Ma credo di non essere l’unico cui la strana atmosfera del traverso lungo le pareti della grotta, nella penombra, con le onde che ti lambiscono i piedi e la grande volta di pietra 30-40 metri più in alto, è parsa la parte più interessante della scalata.

Jimmy Jewel nella prima solitaria di The Axe. Foto: P. Williams

La storia di quest’ultimo exploit comincia nel 1982, quando la grotta attirò l’attenzione di Mick Fowler. Fowler è uno cui ramponi e piccozza servono sia d’estate che d’inverno: è diventato famoso per la sua stravagante passione per posti come le famose “bianche scogliere di Dover”, che sono pareti di gesso friabile verticale, o per quei faraglioni che stanno su per miracolo, dove la roccia appare in quantità non inferiori al fango e alle erbacce; insomma, per tutti quei terreni che offrono, come dice lui, «eccellenti probabilità di ammazzarsi». Tant’è che per parlare di roccia marcia e repulsiva quanto mai, si usa oggi l’espressione “terra di Fowler”. Fowler dunque aprì un impressionante itinerario in traversata lungo la linea di gigantesche lame che costituiscono il bordo superiore della grotta. Nonostante il grado relativamente basso (E5, 6b), Caveman vide la prima ripetizione soltanto sette anni dopo, nel gennaio del 1989, ad opera di Nick White e Dave Thomas, che portarono la valutazione a E6, avendo liberato anche l’unico punto dove il primo salitore si era riposato su una protezione.

Quell’estate Thomas aprì un secondo itinerario, dall’altra parte della grotta, che chiamò The New Stoneage (E6,6b, 6a, 6b, 6a, 5a), poi si calò in doppia dall’alto per completare un’uscita più diretta sul muro strapiombante sopra l’imbocco dell’antro. Fu lì che, stimolato forse dall’impressionante solitaria di Crispin Waddy sulla vicina Dreadnought (E3, 5c), concepì l’idea di salire Caveman senza corda. Venne settembre, si avvicinava la fine delle vacanze e Dave aveva poco tempo per portare a termine i suoi progetti. Finì che quell’idea, che non lo abbandonava più, venne sostituita da quell’altra, ancora più incredibile, di uscire in solitaria lungo la nuova linea di salita, denominata Terracotta per i sedimenti di argilla rossa affioranti tra gli strati di calcare. Nonostante la roccia poco solida e imprevedibile, il primo tiro di Caveman, che è anche il più difficile, se non altro gli era noto. Thomas si trovò dunque in breve a spaccare faticosamente sulla lama rossastra che forma una piccola nicchia tra tetto e mare, senza peraltro riuscire a sfruttare il chiodo posto in fondo alla nicchia per riposare, perché l’unico rinvio che aveva portato era troppo corto. Tornare indietro era ormai impossibile. Allungando il braccio sull’appiglio chiave per uscire dalla nicchia, Dave ebbe l’impressione che qualcosa non andasse. Difatti, «la parte superiore dell’appiglio mi restò in mano, scoprendo uno strato di fango che pareva un miscuglio di maionese e burro di nocciole». Alquanto scosso, Dave rimise a posto l’appiglio tenendolo fermo con un incastro di mano e, sperando che il fango valesse da collante (!), pinzandolo con le dita, dopo tre falsi tentativi si lanciò sulla lunga lama orizzontale che attraversa il tetto come una ringhiera. Da lì, ora appeso a testa in giù con un incastro di piedi per riposare le braccia, ora «ghignando come un pazzo», con i piedi penzoloni nel vuoto, riuscì a portarsi sul punto esatto dove partiva la nuova variante Terracotta.

Restava da superare il passaggio chiave dell’uscita sul bordo della grotta per guadagnare il muro strapiombante soprastante. In quel momento Dave si accorse che non sarebbe mai riuscito a superare senza corda il passaggio come lo aveva provato qualche giorno prima con la corda dall’alto. Con la gravità che lo tirava verso il basso, bloccando su un incastro precario e sapendo che non gli sarebbe stato concesso di tentare una seconda volta, Dave si vide costretto a un lancio on-sight su una sporgenza tondeggiante e polverosa che intuiva più in alto. Il passaggio è valutato 6b. Con una serie di movimenti più facili uscì su una sorta di cengia. Ma il fatto di potersi finalmente rilassare un poco quasi lo perdette. Pur sapendo che i due tiri restanti erano più facili, con passaggi che non superavano il 6a, Dave non riusciva a ripartire. Gli ci vollero tre tentativi vani e un bel po’ di tempo per raccogliere le energie psichiche necessarie a finire la via e uscire sulle rocce rotte sommitali.

Dave Thomas impegnato nella prima solitaria di Terracotta (E6, 6b). Foto: F. Ramsey

Che cosa spinga a simili ispirate follie, forse nessuno lo sa. Nemmeno il protagonista. Ma qualche brano degli appunti di Dave Thomas forse possono darci un’idea di che cosa lui abbia provato:
«C’è uno che dentro di me ride follemente pregustando il gioco che sta per cominciare.
«La caverna di Berry Head è la caverna della mia mente; là dentro delira il mio corpo scimmiesco.
«Lo scroscio dell’acqua manda segnali alla pietra, segreti di millenni.
«Ma io sono l’irraggiungibile, io sono sopra tutta la confusione del mondo.
«Mai l’acqua avrà la fluidità del mio corpo, pioggia e vento lo nutrono, conosce il loro messaggio, risponde al loro segnale.
«Sono venuto al mondo nella nicchia alla fine del primo tiro: là mi hanno regalato l’azzardo del vivere.
«Pinzo con le dita la roccia che scivola via come un mazzo di carte.
«Solo la trama profonda dell’io sa quanto la mia fede è vicina a spegnersi nella fluttuante voragine sotto di me.
«Ma la pietra affiora; so che sorride.
«Poi, per 6-7 metri, la mia vita segue la traccia di un’unica rotaia.
«La semplicità che tutti cerchiamo.
«Ne afferro l’essenza con tutte le mie forze, padronanza assoluta: tutto il ramificarsi del destino racchiuso in un braccio.
«Per un istante mi lascio dondolare nel vuoto, estasi di libertà: so che la mia vita è nelle mie mani – intera.
«Nella mia esaltazione mi capovolgo: sono un pipistrello appeso per i piedi alla volta.
«Il palcoscenico si spalanca: l’attore in me non può sottrarsi al suo fascino.
«La mia coscienza si inchina, raccoglie i fiori e si ritira, sedotta da oscuri mormorii tra le quinte.
«Non c’è spazio per la paura. Solo la più tragica delle commedie potrebbe offuscare la luce del giorno che chiama all’imbocco del tunnel.
«L’argilla mi macchia la carne: aroma acre di terra cotta che diventa la mia pittura rituale.
«Mi sgretolo ai ritmi di questa pietra antica: ubriaco, sfido il destino e rido.
«Sotto di me lo scoglio ondeggia nel vorticoso respiro delle onde: sale, scende, eco di inferiori subbugli. La mia vulnerabilità emerge: rischio di perdere il controllo con il riflusso della marea.
«Non è più dentro la mia mente la volta di pietra: ora le mani brancolano sul bordo dell’antro. La notte mi attende al varco: vacillo, aggrappato alla pietra, esausto…

Terry Gifford da solo su Arete Direct (VS, 4c) a Windgather Rocks

Alla maggior parte della gente che vive la sua vita pacifica e normale di tutti i giorni, l’arrampicata, in ogni sua forma, appare follia. Chi arrampica senza corda è su una cengia un po’ più stretta delle altre: su quella cengia Dave Thomas, Ron Fawcett, Johnny Dawes e compagni stanno proprio sull’orlo. Tutti hanno conosciuto quei momenti di ispirazione, quei momenti di follia che Johnny Dawes descrive come istanti in cui «un dio arrampicatore ti entra dentro, si impossessa di te. Non è una questione fisica: uno può essersi trascinato per settimane e all’improvviso, chissà come, si mette ad arrampicare splendidamente. Non è neppure una questione di testa. È qualcosa che scorre nel profondo. Nell’anima».

Arrampicare senza corda è l’opposto della pratica moderna di “lavorare” le vie fino a quando si conoscono a memoria e rientra a pieno diritto in quell’etica dell’avventura che ancora domina, anche se con minor vigore di un tempo, il mondo dell’arrampicata anglosassone, e il criterio dell’on-sight antepone a qualunque altro.

Ancora Johnny Dawes: «Quando penso all’arrampicata, penso alle pareti di arenaria e alle scogliere di Gogarth (Galles), penso a gente che va fin là con lo scopo di ficcarsi in situazioni pericolose donde poi tirarsi fuori con astuzia e intelligenza. Rispetto quelli che arrampicano sul calcare per la loro forza, ma dovranno trovare un altro nome per quello sport. Non possono più chiamarlo arrampicata. Non ha più nulla a che fare con le pareti e il pericolo, è solo puro impegno fisico. Per me, il massimo godimento è fare un bel tiro di 5b su una scogliera, o una HVS senza corda».

La maggior parte di noi non ha voglia di andare troppo sul bordo della cengia, ma quelli tra noi che amano l’arrampicata per quello che ha di libero e di avventuroso, certamente conoscono quei momenti in cui il dio entra in noi. Momenti che forse sono più frequenti quando non c’è corda a tenerci ancorati alla terra.

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Due son troppi ultima modifica: 2018-08-13T05:34:26+00:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Due son troppi”

  1. 4
    richard says:

    Pochi anni fa è uscito “peak rock”, meraviglioso libro fotografico-storico sulla scalata nel peak dalle origini al 2015 (circa). Consigliatissimo!

    Per quanto riguarda la scalata… basta andarci,  consigliatissimo anche quello!

     

  2. 3

    I xe superiori, ció. Renato Casarotto

  3. 2
    paolo panzeri says:

    Qualcuno però una bella testa l’aveva, anzi un bel gruppetto l’aveva, tanti quasi come i britannici a quei tempi.
    Poi dopo un nuovo mattino le teste non son più cresciute, si son fermate.
    Son passati troppi anni e qui da noi ormai quasi nessuno comprende più “l’avventura gioiosa” dello scalare.

  4. 1
    Carlo Crovella says:

    Non avremo mai la testa per arrampicare come i britannici

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