Elizabeth Hawley, Miss Himalaya

Miss Himalaya
di Marta Trucco
(pubblicato su www.d.repubblica.it nel 2008)

Americana, giornalista, 85 anni (oggi 93, NdR), Elizabeth Hawley vive in Nepal da più di mezzo secolo ed è il database vivente dell’alpinismo himalayano, la memoria storica di tutte le imprese che dagli anni ’60 a oggi sono state compiute sulle montagne più alte del mondo. Nel suo ufficio nel centro di Katmandu – in una villetta tra gli alberi su cui volteggiano scimmie – scaffali pieni di libri, scrivanie coperte di foto, ritagli di giornali e fogli di appunti scritti fitti. Qui vengono certificate e rese note al mondo le imprese, i record, i successi e purtroppo anche le tragedie, che hanno luogo sulle vette dell’Himalaya. Il meccanismo è sempre lo stesso da svariati decenni, e tutti i più grandi alpinisti possono confermare che appena mettono piede in albergo, dopo essere atterrati a Katmandu, il telefono della loro stanza comincia a squillare. Dall’altra parte c’è Miss Hawley in persona che chiede di essere ricevuta per avere informazioni sulla spedizione che sta per partire. Lo stesso telefono torna a squillare a missione compiuta, quando Miss Hawley va a farsi raccontare come sono andate le cose: chi è salito in vetta, che si è fermato, chi si è sentito male, insomma registra cosa dicono di aver fatto. Rientrata in ufficio, la Hawley verifica tutte le informazioni con scrupolose ricerche incrociate – tanto da meritarsi il soprannome di Sherlock Holmes – certifica il compimento di un’impresa e la racconta al mondo. Tutto questo senza aver mai scalato una montagna. Si dice che l’unica vetta che ha raggiunto è stata quella della Piramide di Giza.
 
Elizabeth Hawley, Kathmandu, 15 novembre 2011
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“È vero”, risponde ridendo, per nulla turbata dalla punta di malizia contenuta nell’affermazione. “E ho pure fatto fatica! Non sono tanto matta da pensare di voler andare in cima alle montagne, mi limito a raccontare quello che fanno gli altri”. Gli occhiali sulla punta del naso, occhi vispi e attenti, una capacità di analisi e di ricordare nomi, fatti e date invidiabile, un modo di fare cordiale e tagliente al tempo stesso, Elizabeth Hawley è esattamente come ci si aspetta che sia se si è letto Ti telefono a Katmandu (ed. Vivalda) il libro di Bernadette McDonald che racconta la storia della sua vita. Era il 1959 quando Elizabeth Hawley arrivò in Nepal (come ricercatrice per la rivista Fortune), NdR). In quello stesso anno si tennero le prime elezioni della storia del paese, e lei, che era decisamente al momento giusto nel posto giusto, cominciò a lavorare come corrispondente per Time e Reuters. Il Nepal per oltre un secolo era rimasto isolato dal resto del mondo ed era stato governato da un’unica dinastia reale che proprio allora aveva deciso di intraprendere la strada verso la democrazia.
 
“Fu molto eccitante”, commenta. Ma in quello stesso paese stava per cominciare una stagione ancora più eccitante: quella dell’alpinismo himalayano che avrebbe regalato al mondo notizie sempre più sensazionali. La corsa agli ottomila, le prime ascensioni senza ossigeno, le solitarie, le invernali, le lunghe traversate e ora le grandi vie sulle grandi pareti, molte delle quali ancora vergini e pericolosissime.
 
L’anno di svolta fu il 1963, quando una spedizione americana per prima tentò e riuscì la traversata dell’Everest: la salita da un versante della montagna e la discesa da un altro. “Fu allora che realizzai che le notizie sull’alpinismo sarebbero state una parte molto importante per il mio lavoro”, ricorda Miss Hawley, che con quella notizia fece la sua prima esclusiva. A introdurla in quel mondo così prevalentemente maschile, furono Jimmy Roberts, colonnello dell’esercito inglese – uno che le montagne le scalava e che nel 1964 fondò la prima agenzia di trekking del mondo – e Sir Edmund Hillary, il primo insieme allo sherpa Tenzing Norgay a scalare nel 1953 l’Everest.
 
“Ho avuto ottimi tutor”, ammette. Durante tutti questi anni la Hawley ha intervistato, conosciuto e frequentato tanti alpinisti, di tutti ricorda ogni singola impresa e su ciascuno sa raccontare aneddoti divertenti. Con diversi di loro le vengono attribuite relazioni sentimentali: “Non ci posso credere!”, esclama divertita. Ma è chiaro che per lei il più grande alpinista himalayano è Reinhold Messner: “È stato un pioniere”, dice indicando una foto che li ritrae durante un’intervista. “Ha mostrato a un’intera generazione quello che era possibile fare e ha introdotto uno stile nella scalata – elegante, leggero, audace – che poi in tanti hanno adottato. Nel 1978 ha provato che si poteva scalare un ottomila senza ossigeno e nel 1980 salì da solo sul Nanga Parbat, e poi, in tre giorni, sull’Everest”.
 
Quanto all’idea che si è fatta di queste persone così fuori dal comune, ossessionate dal compiere imprese sempre più al limite, non pensa affatto che a spingerli sia il desiderio di gloria. “Credo sia la sfida con se stessi, la voglia di fare qualcosa di mai fatto e di molto difficile”. E cita la vicenda recente di una spedizione americana che voleva raggiungere una vetta inviolata. L’hanno individuata nel Takargo, un quasi 7mila metri del quale nessuno aveva mai sentito parlare. L’hanno cercata su Google e sono partiti. “Due persone, niente sherpa, niente corde fisse, niente ossigeno, solo roccia. Ecco: questi sono dei pionieri. Sono andati a cercare una montagna sconosciuta, hanno visto una via, l’hanno salita e sono tornati indietro vivi. Lo fanno per loro stessi, non c’è nessuna gloria per chi scala il Takargo”.
 
Elizabeth Hawley e Simone Moro
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La storia delle conquiste in Himalaya, per la Hawley, che in tutti questi anni non ha mai smesso di raccontare con passione, non è certo finita. A suo giudizio l’evento più importante sarà la realizzazione del concatenamento delle cime del Nuptse, del Lhotse e dell’Everest, un’impresa difficilissima che potrà compiere qualcuno che sappia procedere speditamente senza ossigeno per lungo tempo perché per completare la traversata ci vogliono diversi giorni. “E poi un giorno qualcuno scalerà le tante vie non tracciate dell’immensa parete est dell’Everest, che fa paura solo a guardarla”.
 

Ma forse, conviene la Hawley, la sfida più grande che verrà affrontata in questi luoghi è quella del progresso. Il Nepal ha imboccato la via della modernizzazione a diverse velocità. Katmandu è una città moderna e caotica con internet café, strade dissestate, un traffico assurdo e una spettacolare architettura medioevale. Ma basta andare fuori della valle di Katmandu per tornare di botto al XIX secolo. Ovunque il progresso è quasi inesistente eccetto in Solo Khumbu, nella regione dell’Everest. “Là il cambiamento è enorme ed è avvenuto grazie a Edmund Hillary, che dopo aver scalato la montagna più alta del mondo, decise di aiutare il popolo sherpa costruendo scuole”. La prima è stata aperta nel 1964 e i ragazzi che uscivano da lì erano in grado di fare i portatori per le spedizioni alpinistiche e commerciali, di parlare con i clienti, di fare di conto e così via. E in poco tempo quell’intera regione è diventata accessibile anche al turismo commerciale che ha portato lavoro e una relativa ricchezza. “Le altre zone sono molto più povere perché non c’è stato nessun Hillary a supportare lo sviluppo con aiuti finanziari”. Sir Hillary ha anche fondato l’Himalayan Trust e ha affidato alla Hawley la gestione del fondo che offre borse di studio a studenti che vogliono andare a Katmandu a studiare. “I nostri fondi sono destinati a chi vuole imparare una professione – diventare dottore, infermiere, falegname, insegnante”, spiega. “Se uno vuole fare l’artista, questo è molto bello, ma non riceverà una borsa di studio da noi. Il libretto degli assegni lo tengo io”.Dida: 15 novembre 2011

Elizabeth Hawley è nata il 9 novembre 1923 a Chicago, Illinois. Lo scalatore francese François Damilano le ha dedicato una cima in Nepal. Dopo aver fatto la prima assoluta di quella montagna di 6182 m (9 maggio 2008, nel gruppo del Dhaulagiri), Damilano la battezzò Peak Hawley.

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Elizabeth Hawley, Miss Himalaya ultima modifica: 2017-02-17T07:08:54+00:00 da Alessandro Gogna

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