Emozioni e dubbi

Emozioni e dubbi
di Angelo Davorio

Vedo che c’è la moda di fare tutto in velocità anche tra i non professionisti, anche su cime dove ce la godremmo di più andando più lentamente; un’altra mania di rincorsa che vedo è fare la prima scialpinistica ai primi di novembre di ogni anno, o la cascata, o la prima via di stagione prima del tuo socio o dell’amico di facebook… io non sono indenne, ma questa mania credo non ci porterà troppo lontano…

Angelo DavorioDavorio, Angelo-IMG_0052

Questa sensazione la provo praticando lo scialpinismo e frequentando i social network… Ho da poco 33 anni, vado per monti assiduamente dal 1995 cioè da quando avevo 14 anni, sono sposato e praticamente la mia attività la svolgo con mia moglie (tranne le cascate di ghiaccio).

Pratico più o meno tutte le discipline senza strafare, ma mi tolgo piccole soddisfazioni (neve, salite su roccia e su ghiaccio): da sette anni mi sono trasferito in Trentino perché è lì che ho fatto famiglia.

Oggi posso dire di vivere in montagna, con tutti i pro e i contro. Vivendo in montagna riesco a praticare le mie attività non solo nel fine settimana ma anche quando c’è bel tempo e quando ci sono le condizioni ideali (tipica è la “pellatina” dopo abbondante nevicata, il mercoledì prima di iniziare il turno pomeridiano).

Panorama sul Passo dell’Adamello
Davorio-verso Passo Adamello da vetta

Ultimamente però il modo di andare in giro per monti di alcune persone (che mi sembra siano la stragrande maggioranza) inizia a urtarmi, c’è la corsa all’attacco super-lite o allo sci in carbonio, la corsa alla prima “pellata” di stagione anche se bisogna portare a spalla gli sci 400 metri prima di farne altrettanti con le pelli, la corsa alla prima cascata a metà ottobre e cosi via… Accanto a tutto questo, ecco i social, dove tutti devono sfoggiare la loro performance per fare “invidia” o per sentirsi migliori davanti ai propri amici. Neppure io sono indenne, però cerco di limitare i danni.

Mi porto una bella reflex anche sulle uscite più lunghe, cerco di prendermi un attimo per scattare una bella foto magari verso il tramonto se mi sono attardato un po’, e cosi via… qualcuno mi ha detto “vabbeh, tu vivi in montagna, ci puoi andare quando vuoi” oppure, altra frase, “cazzo, abbiamo fatto tutta questa strada… non vorrai non partire” oppure ancora “abbiamo solo tre week end, vogliamo fare delle belle cime, sai come è con le mogli…” e cosi via… ci sarebbero così tante frasi da fare un libro… dietro a queste affermazioni ci sono storie e problemi diversi.

Certo la montagna è bella ed è bello andarci, però è anche bella se con bel tempo (non mi piace partire dal parcheggio sotto la pioggia con gli sci in spalle perché sopra nevica); è bello affrontarla con serenità (voglio bermi una bella birra al rifugio dopo l’Adamello e non correre giù perché la moglie s’incazza); è bello tornare indietro se il tuo socio non è al 100 % e non trascinarlo invece per centinaia di metri su una classica in Brenta… insomma non siamo qui a timbrare il cartellino, già al lavoro mi stressano con le produzioni, in montagna voglio riposarmi anche se ogni tanto mi piace fare fatica.

Vivo in valle di Daone, TN. Mi sembra che il turista montano usi i luoghi come oggetti usa e getta… in estate ci sono colonne di macchine che salgono in Val di Fumo (23 km di valle) e nessuno o pochi si fermano nei bar, nella cooperativa o nei ristoranti… la gente va e viene, morde e fugge. Quei pochi che si fermano, che poi diventano amici, restano stupiti dall’accoglienza e dalla disponibilità delle persone. Io credo che, soprattutto nelle valli piccole, ci voglia più contatto tra abitanti e turisti, uno scambio di idee e di modi fare può portare anche del bene…

Forse ho detto tutto o forse non ho detto niente. E quando dico che cerco di limitare i danni voglio dire che quando parto, per una via o per una camminata, parto già con l’idea di godermi quel che faccio, quindi non la vetta o la fine della via: che non sono l’obiettivo finale. Poi non mi arrabbio se c’è da tornare indietro, anche se ho fatto 200 km. Prediligo la velocità quando bisogna uscire da condizioni sfavorevoli con meteo avverso, cioè solo se mi ci trovo dentro.

Però mi sento uguale agli altri quando non vedo l’ora di scaricare le foto o quando nelle discussioni metto il tempo di salita al primo posto…

Alba sull’HintergratDavorio-alba-1

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Emozioni e dubbi ultima modifica: 2014-12-25T07:00:12+00:00 da Alessandro Gogna

10 thoughts on “Emozioni e dubbi”

  1. 10

    “Forse ho detto tutto o forse non ho detto niente”:

    si, è un po vero.
    andrebbe scavata un po di analisi del “perchè?”,
    ma sono d’accordo più con te,
    che con i commenti al tuo scritto, sulla tesi solita:
    “montagna delle libertà” e “innocente fino al terzo grado (di giudizio)”.

    L’accellerezazione dei comportamenti è quella dell’uomo che vive nelle città alienate,
    e che riporta in montagna tutta l’isteria di un modello di “competizione”:
    Il cittadino (o montanaro) (alpinista) zombie.

    Ora il ritorno alla lentezza di cui accenni è impossibile,
    ma bisognerà ritornarci, alla vita,
    D’altronde temo che noi zombie abbiamo da trapassare a morte certa,
    nel frattempo.

  2. 9

    “Questi discorsi vanno bene finchè si limitano alla consapevolezza e alla soddisfazione nelle proprie scelte, ma eccedendo e giudicando gli altri si rischia di cadere nell’invidia sociale e nella depressione personale. Nel momento in cui si giunge a giudicare le motivazioni degli altri bisognerebbe farsi anche un esamino sulle proprie.”
    Sono perfettamente d’accordo. Tuttavia, tra le mie conoscenze (non frequentazioni: ho una pessima fama…) sono più frustrati, invidiosi e depressi quelli che riprendono e mettono su internet tutto quello che fanno, minuto per minuto.
    Non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di frequentare la montagna. E non è detto che si debba sempre tornare soddisfatti e appagati. Qualsiasi cosa si faccia, mutande di carbonio o meno, l’importante è seguire una passione e non una moda ed essere veramente convinti di cio’ che si fa. Altrimenti sono solo frustrazioni e arrabbiature.
    Buon Natale a tutti!!!

  3. 8
    Guido Valota says:

    Non sono per nulla d’accordo. Sempre stato così, e non solo in montagna. Questi discorsi vanno bene finchè si limitano alla consapevolezza e alla soddisfazione nelle proprie scelte, ma eccedendo e giudicando gli altri si rischia di cadere nell’invidia sociale e nella depressione personale. Nel momento in cui si giunge a giudicare le motivazioni degli altri bisognerebbe farsi anche un esamino sulle proprie. Finchè qualcuno va in montagna a modo suo e così facendo non limita i diritti di qualcun altro, per me può mettersi anche le mutande, in carbonio. Altrimenti, per rimanere puri e coerenti, dove stabiliamo il limite del corretto? Agli sci di legno?…eh no, troppo comodo, la purezza vera sarebbe non usarne del tutto. E quale sarebbe il metraggio ammissibile di spallaggio? 400 metri sono tanti e sono pochi, sia sopra che sotto, molto dipende anche dalla qualità e a me piace sia spallare che sciare, cosa devo farci? E la cascata, quanto bisogna lasciarla lì e non toccarla, per rispettare i tempi corretti dell’amore platonico per La Montagna?
    Se ‘uso’, mica ‘getto’ per forza. Ma chi e come ‘getterebbe’ cosa?
    All’autore piace andare in montagna lentamente? Bene! A qualcun’altro piace velocemente? Altrettanto bene! Quelli così così, quelli una volta piano e una volta forte: benissimo. In montagna, tornati tutti a casa, non è cambiato niente.
    Buon Natale e andiamo in pace ; )

  4. 7
    Pietro Rago says:

    Sono d’accordo con la tua analisi Angelo ma a mio parere è sempre stato così.
    Questo modo di fare alpinismo (tutte le discipline) c’era anche 35 anni fa quando ho cominciato, è cambiata secondo me la “medializzazione” (chissa se esiste la parola), è cambiata la “velocità” e la “quantità” di informazioni (importanti o meno che siano).
    A quei tempi ci si trovava il giovedì sera all’Ugolini e (nel bene o nel male) era un raccontarsi di quello che si era fatto e dal “confronto” con quanto fatto dagli altri si progettava il week end successivo in una piccola (non sempre) competizione che però era dilatata nei tempi della settimana, del mese, della stagione.
    Ora è tutto immediato, veloce, sali una via e ti fai il selfie sulla cima (ma anche alle soste), il “confronto” è martellante, isterico, sempre di più sempre prima anche perchè questa sovraesposizione illude che sia anche più facile oltre che più veloce.
    Ora vige “… lo fanno in tanti quindi lo posso fare anch’io … “.
    Quando lessi nell’83 (quasi tutti i miei compagni di scalate attuali non erano ancora nati) le avventure di Andrea nel Rock Story di Alessandro ho sognato, inseguito e poi scalato (quasi) tutte le vie o pareti descritte ma ci ho messo anni per farlo.
    Anche se relazionate sapevo poco o nulla sulle vie, sulle ripetizioni, su chi le aveva fatte e quindi mi preparavo meticolosamente e a lungo ben consapevole che affrontavo qualcosa di grande, qualcosa che sarei anche potuto non essere in grado di fare (quante rimbalzate che mi sono preso).
    Ci pensai e rinuncia un sacco di volte ad affrontare la “Placca del Cacao” (son anche tornato indietro che ero all’attacco della via), temevo la fama del secondo tiro, se ci fosse stato Facebook che mi diceva che nell’ultimo mese l’hanno ripetura 30 persone con tanto di foto e commenti (è sempre facile e bellissima una via dura dopo che l’hai fatta anche se magari durante te la sei fatta sotto e hai maledetto il giorno che hai deciso di salirla) molto probabilmente sarei partito la prima volta senza farmi tanti problemi … e sarei stato duramente punito.
    E lo stesso era in montagna.
    Anche allora il sentiero (l’approccio in genere) era una “rottura”, una perdita di tempo sottratto alla realizzazione (grande o piccola che fosse) che avevamo progettato.
    Dopo che avevi salito la chicca che avevi a lungo progettata prima che si divulgasse la notizia ci voleva tanto tempo, con la giusta dose di falsa modestia non dicevi subito a chiunque incontravi (compreso il figlio del fruttivendolo a cui non hai mai rivolto la parola) quello che avevi fatto ma lasciavi trapelare con discrezione sufficienti segnali perchè qualcuno ti chiedesse informazioni in modo da poter dar sfogo alla propria vanità senza dar impressione che ti importi davvero … ma ci volevano almeno un paio di settimane per raggiungere l’obbiettivo.
    Oggi se facciamo qualcosa (mi ci metto anch’io anche se ormai combino poco) si segue la stessa trafila ma il tutto si evolve nello spazio di pochi minuti sulla cronologia di Facebook.

    Non è cambiato niente … ma è tutto diverso … 😀

  5. 6

    Un modo di vedere le cose, uno come tanti altri…
    E non è bello sapere che questo mondo è vario?
    Ognuno in montagna può fare ciò che più lo esprime, ciò che più sente suo, altrimenti torniamo indietro ai pantaloni alla zuava ed a quella mentalità chiusa che vuole omologazioni, patenti, brevetti e tesserine di appartenenza…
    Nel 1976 apparve su “Lo Scarpone” una poesia a firma Carlo Possa che personalmente ho sempre visto come il modo più bello di vivere la montagna, un modo libero e senza vincoli che non siano quelli della stessa passione, del rispetto dell’ambiente e di noi stessi (perché se rispettiamo noi stessi rispettiamo anche gli altri)
    IN MONTAGNA SI PUÒ…
    In montagna si può ridere, correre, parlare con gli amici; si può ascoltare la musica dei Pink Floyd e di Albinoni, fischiettare la Carmen; in montagna si può fare all’amore, si può essere tristi, e anche pensare.

    In montagna si può mangiare la polenta con il latte, organizzare una partita di calcio tra valligiani e cittadini, dormire senza pensieri, si può scrivere alla ragazza.

    In montagna si può ascoltare il silenzio, passare il Capodanno in una baita con tanti amici, si possono raccogliere minerali, e gettare sassi in un ruscello.

    In montagna si può prendere il sole sdraiati su di una cima, leggere un romanzo di Buzzati o un giallo di Le Carrè, si possono fotografare le nuvole o gli stambecchi.

    In montagna si può giocare a briscola, raccogliere erbe medicinali; si può arrampicare e sciare, percorrere nuovi sentieri, costruire un tavolo di legno.

    In montagna, dunque, si possono fare tutte le cose che si fanno in città e se ne possono fare anche molte altre, più divertenti.

    Molti invece in montagna ci vanno per arrabbiarsi, per litigare, per bestemmiare, per non guardare in faccia i vecchi amici, per dormire preoccupati la notte, per soffrire, per rischiare.

    In montagna si può fare quello che si vuole.

  6. 5
    daniele cendron says:

    condivido pienamente tutto quello che hai scritto

  7. 4
    anonimo says:

    Leggo con piacere che qualche giovane, inizia a capire, che questo modo di affrontare il tempo libero in montagna stà compromettendo e
    modificando il gusto che queste avventure dovrebbero darci. Da parte mia ho avuto la fortuna di avviarmi alla montagna nei lontani anni 60, di arrampicare e sciare con alpinisti famosi, e da loro ho avuto suggerimenti che mi permettono ancora oggi di godere il piacere che la nostra attività ci riserva. Continua così Angelo, e vedrai che allora anche alla mia età, la montagna ti riserverà le stesse emozioni di oggi.
    Auguri per il tuo futuro. Alberto 1949.

  8. 3
    Stefano says:

    Bella e corretta riflessione Angelo, mi associo in pieno al tuo pensiero.
    Ciao Stefano

  9. 2

    grazie per questo bellissimo commento
    colgo l’occasione per augurarvi un buon natale
    saluti
    angelo

  10. 1
    Anonimo says:

    “Forse ho detto tutto o forse non ho detto niente”… io penso che hai detto “l’essenziale” e sono convinto che sia un periodo di cambiamento, o meglio un periodo che “cambierà”… e tutto ritornerà “essenziale” e molto più vero. Grazie
    Ivo

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