Estinzione dell’alpinista medio?

Estinzione dell’alpinista medio?
Nel numero di aprile 2014 della rivista Montagne360 figura, in positio fortis, un articolo di Lorenzo Cremonesi, il noto giornalista del Corriere della Sera con questo stesso titolo ma senza il punto interrogativo. Già in copertina è il richiamo “Siamo alpinisti o turisti?”, indubbiamente ancora più forte.

Cremonesi non si spinge in statistiche, si limita a registrare la sua impressione, che in concreto si può riassumere appunto con quel titolo.
Il giornalista spiega anche come è arrivato alla conclusione che sia scomparsa la figura dell’alpinista medio. Nell’estate 2013 si è dedicato a una serie di servizi per il settimanale Sette su alcune salite molto classiche, facili e proponibili. Coinvolti i gruppi del Monviso, Gran Paradiso, Adamello, un po’ di Dolomiti.

Lorenzo Cremonesi

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Proviamo a riassumere gli argomenti che hanno condotto Cremonesi alla sua tesi.

1) Vi è forte divaricazione tra chi vede la salita “come uno sforzo sportivo intenso, spesso estremo” e i “villeggianti di fondo valle ben contenti di fare la loro camminatina di poche ore prima di sedersi a tavola per il pranzo”.
Tra i primi mette gli arrampicatori estremi e anche gli sky-runner muniti di cardiofrequenzimetro.

2) Rispetto ai primi anni Ottanta, vi è forte calata numerica di alpinisti in grado di percorrere i ghiacciai in autosufficienza, di fare salite di grado medio e con il programma di dormire in un bivacco fisso, e che abbiano come obiettivo le vie normali.

3) A supporto della sua tesi dice di aver notato grande diminuzione nei pernottamenti ai rifugi. Cita che la notte di ferragosto del 2013 al rifugio Caré Alto (Adamello) non c’era neppure una prenotazione “mentre qualche decennio fa lo avremmo evitato per il troppo affollamento”.

Debbo dire che le conclusioni di Cremonesi sono abbastanza diffuse e quindi non certo peregrine.

Però:
1) Riguardo alla divaricazione. Questa appare molto più netta perché oggi abbiamo un enorme aumento d’informazione sulle grandi e meno grandi imprese. Tentativi himalayani riprodotti in tempo reale con il satellitare (con tanto di foto e filmini), twitter e facebook assatanati a bombardarci anche di piccole cose, “eventi”, performance varie, record. Gare di sky-running e di scialpinismo propagandate come “eroiche”. E chi più ne ha più ne metta.

Un tempo, chi sapeva di Walter Bonatti sulla Punta Sant’Anna? Chi sapeva di Otto Eisenstecken sulla Cima Piccolissima? Chi sapeva di un illustre sconosciuto che ripeteva una grande via? Nessuno. L’informazione era affidata a qualche riga sulle riviste specializzate. Normale dunque che l’alpinismo estremo non brillasse se non per qualche impresa davvero eccezionale, degna della mania di eroismo e quindi dell’attenzione della stampa e della tv generalista.

2) Riguardo alla diminuzione degli alpinisti medi. Secondo me è solo apparente. Possibile che in più di trent’anni (considerando solo l’intervallo di tempo preso in considerazione da Cremonesi), con tutti i corsi di alpinismo che le numerosissime sezioni del CAI tengono ogni anno, il numero degli adepti sia calato? O siano tutti diventati bravissimi ed estremi? Per me non è credibile.

Piuttosto sono altri i fattori da annotare. Quante vie ferrate c’erano nei primi anni ’80? E quante ce ne sono ora? Direi che purtroppo c’è stata la deviazione che da alcuni era stata ampiamente prevista: da una sana e creativa frequentazione delle vie normali si è passati a una più comoda ed epidermicamente adrenalinica frequentazione delle vie ferrate. Senza riflettere. Ciò è stato favorito dalla costruzione di nuovi itinerari ferrati, praticamente ogni rifugio ha voluto la sua!

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E poi, per ciò che riguarda le Alpi Occidentali e le Centrali: il clima è cambiato, le vie di “misto” non sono più percorribili con gioia e un minimo di sicurezza nella stagione più calda, perché la mancanza di neve favorisce il distacco di sassi. Ormai chi vuole fare classiche pareti nord, anche e soprattutto quelle di medio impegno, è costretto a farle in aprile e maggio, quando appunto nessun giornalista è lì a vedere quanto questo fenomeno sia diffuso. Lo stesso dicasi per le facili creste di misto. Sulla Nord dell’Eiger anche i più pazzi ormai escludono di andarci di luglio e agosto.

3) I rifugi sono vuoti di notte? Beh, non mi meraviglio. Anzitutto i costi, diventati proibitivi per il cliente pur essendo obiettivamente “bassi” dal punto di vista del custode. L’alpinista, medio o non medio, cerca di far di tutto per evitare questa spesa. E ci riesce molto bene, grazie alle strade e autostrade nel frattempo costruite parte da casa alla mattina presto e non ha bisogno di pernottare in rifugio, poi ci sono le funivie, le seggiovie. E cosa hanno fatto i custodi per mettere freno a questa tendenza? Nulla. Nella maggior parte dei casi la figura del vecchio rifugista, quello che ti dava consigli, quello che ti faceva piacere rivedere, non esiste più. Ha seguito la misera figura dell’albergatore moderno, che guarda ai pacchetti e ai numeri e non sa più neanche che invece il nonno e il papà erano grandi punti di riferimento per la clientela. Oggi se non sei un cliente fisso e chiedi al rifugista informazioni sui percorsi o sulle vie vieni trattato, se non con fastidio, almeno con sufficienza e fretta. A parte qualche eccezione.

4) E infine, questo l’aggiungo io. Perché non parliamo di scialpinismo? Quanti rifugi delle nostre Alpi erano aperti nei mesi di aprile, maggio e giugno? Nessuno!
Questo perché la domanda di pernottamenti primaverili per lo scialpinismo è aumentata esponenzialmente. E lo scialpinismo non è una forma di alpinismo medio che viene praticato da novembre a giugno?

Lorenzo Cremonesi è nato a Milano nel 1957. Laureato in Filosofia ha iniziato a scrivere sui giornali della provincia milanese sin dagli anni del liceo. Dalla fine degli anni Settanta ha seguito il Medio Oriente. Dal 1984 ha cominciato a collaborare con il Corriere della Sera da Israele, dove è stato assunto come corrispondente da Gerusalemme ai tempi dell’intifada palestinese dopo il 1987. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. E’ autore di tre libri: Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920), La Giuntina, Firenze, 1985; Bagdad Café, Feltrinelli, Milano, 2003; Dai nostri inviati, Rizzoli 2008.

postato il 4 giugno 2014

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Estinzione dell’alpinista medio? ultima modifica: 2014-06-04T06:48:03+00:00 da Alessandro Gogna

9 thoughts on “Estinzione dell’alpinista medio?”

  1. Caro Anonimo, il CAI non è più il depositario dell’alpinismo. Questo lo so bene. Ma so anche che, proprio per questo, gli alpinisti che ci sono fanno attività al di fuori di ogni associazione. Oggi ci sono i gruppi e i gruppuscoli che si formano per aggregazione su facebook.

  2. Caro sig. Gogna mi spiace contraddirla, ma basta vedere il livello medio di uscite di una sezione CAI per capire che ormai siamo alla frutta. Lo ha detto anche Saro Costa che ormai il CAI fa quasi solo escursionismo e non certo di alto livello. Rifletta il CAI visto che ha come principale scopo l’alpinismo o almeno così recitava!

  3. Buongiorno!
    Concordo in pieno con il Sig. Michelazzi: molti alpinisti medi (o classici che dir si voglia) hanno cambiato aspetto.
    Non posso però non evidenziare che questo cambiamento ha portato all’abbandono quasi totale di quel “terreno” di cui parla il Sig. Visentini; quel “terreno” dove non ci sono molte certezze, dove si va un po’ all’avventura. Forse è solo una mia impressione e, comunque, è meglio così.
    Troppa frequentazione cancellerebbe la magia di certi posti.
    Un’altra cosa che non condivido nell’articolo del Sig. Cremonesi è… il titolo! Tutto ciò che non è alpinismo è turismo??? Non credo proprio! Dove li mettiamo, ad esempio, gli escursionisti? Non vorremo mica confondere chi va a pranzare in rifugio e fa due passi nei dintorni, con chi si fa 12 ore di cammino al giorno… (con questo non voglio sminuire il turista, ma sono due modi completamente diversi di andare in montagna).
    Infine, in quanto alle indicazioni sempre più dettagliate che si possono trovare sul web o nei libri… beh, dipende da quali libri. Se si tratta di ferrate o vie super chiodate o escursioni scelte sono d’accordo. Se si tratta di avere qualche indicazione in più ma di dover andare in tanta di malora… Faccio un esempio. Recentemente sono uscite tutta una serie di guide su vari gruppi dolomitici (non facciamo nomi…) che hanno trasformato in escursioni anche delle vie di 3° grado (non facciamo commenti…). Sono stati descritti, spesso in modo esageratamente preciso (salvo poi tralasciare alcuni dettagli sulle difficoltà…), itinerari di cui non si trovavano notizie se non sulla guida del Berti. Ebbene, ve lo posso garantire perché vado spesso queste zone, la frequentazione di questi itinerari ha avuto un incremento che può toccare al massimo il 5%… Eppure sono zone stupende, che poi portano a fare progetti anche più ambiziosi. Ma ci vanno comunque sempre e solo i soliti 4 gatti.
    Che dire? Forse “l’avventura confezionata” (ma è avventura?) ora va per la maggiore. Magari tra 20 anni non sarà più così.
    Buona giornata!

  4. A mio avviso per capire bene le caratteristiche dello status di “alpinista medio” definite dall’articolo, apparso su “Montagne 360°”, bisogna leggerlo.
    Personalmente ho trovato piuttosto ridicolo ciò che viene appunto definito in questi termini, ed ho ipotizzato che aldilà di una figura conosciuta attraverso gli occhi dei “soliti nostalgici esageratori”, ci sia ben poco a livello di conoscenza personale dell’articolista… come dire:
    un bel discorso da osteria post-gitarella… e credo di aver detto tutto…!
    Una “crisi di vocazione” nel settore montano c’è ed è ben evidente.
    Dice bene Gogna nel suo evidenziare come molti rifugi oggi risultino più che alberghi, sia nel trattamento riservato all’alpinista o escursionista che nelle tariffe, spesso ben più alte degli alberghi stessi, ma con strutture, spesso, fatiscenti o poco consone oltre a un’inclinazione minimale o nulla per quanto riguarda l’accoglienza (non tutti siamo in grado o portati a svolgere una determinata mansione…).
    Lascia un po’ perplessi che sia proprio la rivista ufficiale del CAI a pubblicare un simile articolo, senza curarsi proprio di aspetti come questo, considerando che il 90% dei rifugi sono gestiti dalle varie sezioni.
    L’alpinista medio, a mio avviso, non è scomparso (e sicuramente non quell’alpinista medio descritto, in quanto mai esistito…), l’alpinista medio ha soltanto cambiato aspetto come appunto tutto l’universo montagna…

  5. Fra le ragioni della minor frequentazione dell’Alpinismo medio (e classico… aggiungo io) ci sono anche:
    1) una scelta infinita di nuove possibilità outdoor – Alessandro Gogna citava lo sci-alpinismo, io aggiungo quelli che vanno con le ciaspole, chi con la mountain-bike, chi fa free-style, chi fa sci ripido, chi fa cascate di ghiaccio….
    2) l’aumento smisurato di arrampicatori che frequentano nuove aree tipo val di Mello, valle del Sarca, Finale, Kalymnos, San Vito, Sardegna, anche per lunghi weekend o intere settimane.

    Una considerazione “sociologica”: ma oggi lo stereotipo dell’alpinista medio piace ai ragazzi? è in linea con i nuovi stili di vita tanto sbandierati? io penso di no!

    Una considerazione egoistica: tutto ciò è necessariamente un male o riporta più tranquillità in certe montagne?

  6. Io penso si sia abbassata la/e “qualità” tecniche dell’alpinista medio, perché le troppe informazioni che si possono trovare in guide sempre più dettagliate, foto, forum e internet in generale tendono a far percepire una salita più facile e meno insidiosa di quello che può essere nella realtà.

  7. Una parte di responsabilità l’hanno le guide di arrampicate ed escursioni scelte. Lì vanno tutti. La garantita bellezza del gesto ha preso il posto della curiosità e della libertà, insomma dell’avventura.

  8. Buongiorno!
    Sul mio terreno di gioco, le Dolomiti, spesso non c’è bisogno di dormire in rifugio o bivacco.
    Con un buon allenamento si possono fare anche ascensioni impegnative in giornata.
    Io penso di rientrare nelle caratteristiche dell’alpinista medio, con una forte propensione all’esplorazione (perchè sulle Dolomiti, a differenza di quello che pensano in molti, c’è ancora tantissimo da esplorare!).
    Posso dire che, frequentando molto la montagna in tutte le stagioni, io e Angelo, spesso, non incontriamo anima viva nei nostri percorsi, soprattutto in quelli che rientrano nelle caratteristiche dell’alpinista medio…
    Se invece, per andare altrove, passiamo nei pressi di una ferrata o di una via superchiodata, c’è il mondo.
    Quelle poche volte che, in circa 25 anni, abbiamo incontrato qualcuno in posti strani, sono nate delle grandi amicizie che sono andate oltre la frequentazione della montagna. Si tratta di 3 persone, in 25 anni.
    Buona giornata!

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