Eticità e veganesimo

Eticità e veganesimo
di Matteo Lenardon
(pubblicato thevision.com il 18 settembre 2017 con il titolo Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano e ripreso su Giornale del ribelle il 26 settembre 2017)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla. Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche. “Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”.

Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso d’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”. Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro Tritacarne, significa non uccidere gli animali. Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi.

Quinoa

Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo. I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica. Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate. Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi. Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo La cucina etica. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i tremila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i quattromila e gli ottomila euro. Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre cinquemila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale. La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente. In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19,5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica.

Anacardi

Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa. Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse.

Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free? Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs. Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock. Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani. La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar. […]

Mandorle

Poi le mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni –, grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale. Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate.

Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre quattromila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle. Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua. Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da La cucina etica!

Avocado

Certo, c’è chi se la passa peggio. Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia. Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione. L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale. Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1,3 miliardi del 2012. Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1,5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti. Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi. Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania. Ma a chi importa? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi. Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana – il sito de La cucina etica contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne. Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”. Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu. Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. […]

Soia

Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre. Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti. Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza. […]

L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.

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Eticità e veganesimo ultima modifica: 2017-11-17T04:33:44+00:00 da Alessandro Gogna

18 thoughts on “Eticità e veganesimo”

  1. 18
    Alberto says:

    Guardate passo e chiudo perchè tutti voi siete i talebani del cibo,  non per nulla vengono chiamati i Nazivegani. Stasera ho mangiato un’ottima tartare di fassona,  carne piemontese molto buona, semprte meglio del miglio del sorgo etc etc…buona notte e buoni pastoni. Certamente il’essere gourmet per voi è un fatto sconosciuto. Comunque se a voi piace benissimo, ma non accetto che vogliate convincere me o proibirmi qualcosa. Il Foie gras è uno dei cibi miglio, poi con un bicchiere di sauternes…

  2. 17
    Simone Di Natale says:

    @ Alberto

    Spero e credo che il tuo intervento sia puramente provocatorio.

    Se così non fosse non saprei se sia più mostruoso o ridicolo.

    Quello che so è che alcuni uomini, utilizzando i tuoi stessi principi, sentendosi più intelligenti e più forti di altri, si credono legittimati ad esercitare il loro dominio su altri….

    Un po’ più di rispetto per tutte le forme viventi  sarebbe quantomeno auspicabile per vivere meglio.

    Tanto per chiarire io non sono vegetariano ma preferisco infliggere la minor sofferenza possibile per nutrirmi.

    Sul perchè un vegetariano non ti preparerà mai della carne, senza per questo essere irrispettoso, credo e mi auguro tu ci possa arrivare da solo….

  3. 16
    Alberto Benassi says:

    “Sig.Benassi, uomo e animali non hanno glistessi diritttti, sinceramente non mi interessa come vengano allevati, a me interessa che sia buono.”

    Non ti interessa come sono allevati?

    Per come la vedo io, chi non rispetta gli animali, non rispetta nemmeno le persone.

    E qui la chiudo!

  4. 15
    Alberto says:

    Sig.Benassi, uomo e animali non hanno glistessi diritttti, sinceramente non mi interessa come vengano allevati, a me interessa che sia buono. In Cina senza problemi ho mangiato carne di cane e di serpente, in Svizzera anni fa gattio e cane (chissà quante volte il gatto l’hanno fatto passre per coniglio), mangio il foie gras, anzi l’adoro quindi non mi pongo problemi. Mangio ciò che mi piace, anche la verdura, ma nella sua sensibilità se confermeranno che i vegetali provano dolore cosa faranno? non mangeranno più. L’uomo come unico essere pensante ha il dominio suggli altri esseri viventi e cerca di sfruttarli a proprio vantaggio, La cosa non mi vrea nessun turbamento e continuerò a mangiare ciò che mi piace. Però nella mia per tanti “inciviltà” se invito a casa mi a mangiare uno che so essere essere vegetariano gli preparo un piatto vegetariano o vegano, ma sono altrettanto sicuro che il vegetariano che invita me, sapendo che non lo sono, non mi preparerà mai un piatto di carne. Chi fra di noi è più rispettoso dell’altro?

  5. 14
    Alberto Benassi says:

    LA VOCE DI ROVIGO
    Il progetto: un maxi allevamento di maiali proprio sul Po
    Un allevamento da 60mila suini, con tutto quello che ne consegue: il progetto è stato presentato a Zerbinate di Bondeno, a una manciata di chilometri dal Polesine che verrebbe coinvolto in pieno.

    lunedì 20 novembre 2017 13:08

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    Chissà mai perché le fabbriche più pericolose, le discariche o gli allevamenti che nessuno vuole vicino a a casa finiscono sempre con l’essere posizionati proprio sul confine…

    In questo caso parliamo di un progetto decisamente “notevole”, sia come dimensione che come impatto. E’ infatti in fase di progettazione un maxi allevamento di suini a Zerbinate, nel Comune di Bondeno, a meno di 10 chilometri dal Po e dunque dal Polesine.

    A lanciare l’allarme è stata la Leal (Lega Antivivisezionista), che contro un altro impianto di queste dimensioni (in questo caso un maxi allevamenro di polli e maiali) sempre nel comune di Bondeno (ma spostato verso la provincia di Bologna) ha già raccolto oltre 70mila firme.

    Secondo gli animalisti la Biopig avrebbe intenzione di impiantare a Zerbinate un “insediamento di 50.000/60.000 suini su una superficie di 80 ettari.

    Senza dimenticare che poco distante, a Burana, è già attivo un allevamento della stessa azienda con 20mila maiali (e tutto quello che ne consegue).

    “Non si può neppure immaginare – scrive l’associazione – come potrebbe diventare il territorio due allevamenti da 50/60 mila animali l’uno. La logica del guadagno viene applicata alla produzione del biogas fattibile con gli allevamenti intensivi”.

  6. 13
    Alberto Benassi says:

     

    Premesso che io mangio carne, e l’ho sempre mangiata. Sono cresciuto in campagna in mezzo agli animali da cortile: polli, galline, conigli, anatre, ect. che i miei genitori allevavano per poi usarli per l’alimentazione. Da ragazzo andavo a caccia con mio padre che teneva in gabbia anche gli uccelli da richiamo. Quindi non ero  vegetariano e non lo sono neanche adesso. Quanto al sapore della carne, anche se non sono un grande chef…(che per altro mi stanno sui c…..i perchè oggi sembra siano quelli che ti indicano la retta via) , in fondo di che sa  se non gli dai  sapore  con verdure o erbe aromatiche? La carne non profuma al limite puzza quando marcisce. Anche i salumi per dargli sapore ci metti le erbe aromatiche.

    Ma si cresce e ci facciamo delle domande,   una è questa:

    “Mangiare carne implica l’uccisione di animali, lo sfruttamento e le sofferenze degli allevamenti intensivi eccetera.”

    Gli allevamenti intensivi sono una cosa schifosa oltre che irrispettosa nei confronti dell’animale. Sono  pericolosi anche nei confronti della salute dell’uomo visto che gli animali  vengono riempiti di farmaci per evitare che si ammalino in maniera contagiosa visto l’affollamento di dove vengono allevati. Senza poi considerare quello che gli danno per farli crescere in pochissimo tempo e metterli in commercio prima possibile.

    Questa è un’altra domanda :

    “riteniamo che gli animali, in quanto esseri senzienti, siano degni di considerazione etica, sì o no?”

    Ecco questo forse è il punto ancora più importante su cui riflettere. Qui si va nel difficile.

    Come già ho detto da ragazzo andavo a caccia con mio padre ma non sono mai diventato un cacciatore. Che gusto c’è a divertirsi ammazzando un animale?

    Invece mi divertivo ad allevarli. Avevo diverse voliere dove tenevo diversi tipi di uccelli. Ma anche li poi ho capito che  privare della libertà un animale  per il proprio divertimento  era da stronzi. E così li ho liberati tutti. Molto meglio ammirare la bellezza di un animale nella sua libertà padrone della sua vita.

    Ancora però non sono riuscito a liberarmi dell’egoismo di gustarmi un bello spezzatino con la polenta.

     

  7. 12
    angelo brega says:

    L’argomento è complicato ed è difficile trattarlo in modo adeguato nello spazio di un post. Comunque ci provo.

    Mi sembra che alcuni interventi, come spesso accade quando si discute di questo tema, tendano a derubricare l’argomento a una mera questione di guanto personale. Se a uno piace la carne, buon per lui, se uno vuole essere vegetariano padronissimo di farlo, basta che non rompa le scatole agli altri. Cosa c’è di più democratico e tollerante?

    Il fatto è che, così facendo, si scotomizza il nocciolo della questione: ovvero che chi mangia carne non fa una scelta personale che riguarda solo lui, come fosse la scelta fra mettersi gli slip o i boxer. Mangiare carne implica l’uccisione di animali, lo sfruttamento e le sofferenze degli allevamenti intensivi eccetera.

    Quindi alla fine il discrimine è: riteniamo che gli animali, in quanto esseri senzienti, siano degni di considerazione etica, sì o no? Se la risposta è affermativa, e io personalmente credo che lo sia, mi sembra normale che i vegetariani (e a fortiori i vegani) auspichino che in futuro nessun animale venga più ucciso per essere mangiato da noi. E non è questione di non essere “democratici”.

  8. 11
    Alberto Benassi says:

    .” Parlatene con i grandi chef,”

     

    e che ce ne frega a noi dei grandi chef.

    E chi sono questi grandi chef ?

    I nuovi messia?  i nuovi statisti che ci salveranno ??

     

  9. 10
    Andrea Parmeggiani says:

    “Alberto”, nemmeno io sono vegetariano, e prediligo i sapori più decisi della carne e del pesce, ma la descrizione del piatto di “Alberto Benassi” mi fa venire l’acquolina in bocca. Quello che voglio dire è che non si dovrebbe essere troppo estremi, nè da una parte nè dall’altra.

    Certi piatti in cui è preponderante la parte vegetariana possono essere accattivanti come un’ottima tagliata di fassona, condita – perchè no – con qualche salsa a base di erbe.

     

  10. 9
    Alberto says:

    Tra parentesi, proprio non sopporto ne l’aglio ne il peperoncino, stare vicino a chi ha mangiato l’aglio è disgustoso.

  11. 8
    Alberto says:

    Io non sono una capra e non bruco. Mangio di tutto, sono onnivoro e ho una netta preferenza per carne e pesce. Tutto il resto è contorno, certo se fai un confronto trai i rapini e la carne a livello gourmet, mi sa che il vostro gusto sia a livellio zero . Parlatene con i grandi chef, solo Leehman, buon chef ma non certo grande,è vegetariano. Quello che è insopportabile nei vegetariani e vegani è il dire che loro sono il meglio e cercare di convincere gli altri e voler addirittura proibire, nei loro pii desideri, la carne anche a chi non è come loro, il massimo della democrazia.Complimenti

  12. 7
    Alberto Benassi says:

    ” Il cibo deve dare piacere , la carne lo da le erbe no”

     

    che le erbe aromatiche  non diano piacere lo dici tu.

    Prova i rapini ripassati in padella con olio, aglio e  po’ di peperoncino e magari e li accompagni con  un bel cornocchio di salsiccia sbriciolato dentro.

    Ma anche da soli sono eccezionali.

    E poi me lo saprai ridire.

    Mi raccomando che i rapini devono avere sentito il freddo.

  13. 6
    Oscar bernardi says:

    L’articolo parte da un presupposto sbagliato, direi quasi un luogo comune, cioè che i vegani si cibano prevalentemente degli alimenti menzionati. Forse per i vegani è un po’ più complicato fare a meno di certe integrazioni ma da vegetariano posso dire che non mangio mai gli alimenti suddetti. In ogni caso paragonare l’impatto ambientale e lo sfruttamento del pianeta e dei suoi abitanti derivato dalla produzione di questi prodotti con quello dell’industria della carne mi sembra così sproporzionato da dubitare della buona fede dello scrittore dell’articolo.

  14. 5
    Alberto says:

    A me le erbe aromatiche non piacciono, mi piace il sapore della carne non del rosmarino o della salvia. Mi piacciono i crostacei e il pesce alla griglia non le erbe. Mangio la verdura come contorno non come piatto principale. Il cibo deve dare piacere , la carne lo da le erbe no

  15. 4
    Alberto Benassi says:

     

    Tutto quello che è intensivo, si tratti di allevamento di animali da carne, come di produzioni agricole, verdura e frutta:  E’ DANNOSO!! per l’ambiente, per gli animali selvatici e per l’uomo.

     

    Quanto ai sapori, non è la carne che ne da. La carne da sola è si buona. Ma alla fine è anche  noiosa.  Sono  le verdure, le erbe aromatiche  con i quali la cucini che fanno la differenza e la valorizzano e le danno sapore.

     

     

  16. 3
    Alberto says:

    Una battuta di fassona cruda o una costata chianina, questo è il piacere del cibo. Nei vegani e anche nei vegetariani, è la tristezza del cibo che mi raccapriccia, il “gourmet”è sconosciuto

  17. 2
    carlo occhiena says:

    ciao Alessandro, mi rivolgo a te ed all’autore, l’articolo è interessante ma concordo in toto con il commento di Angelo; dieta vegetariana non significa quinoa ed avocado; significa semplicemente verdura (personalmente mi abbuffo di verdura locale, che anzi compro dai contadini direttamente o dall’orto di famiglia!).

    Inoltre, quali sono le soluzioni che vengono proposte? Dibattere su quale sia il male minore (allevamenti intensivi, impatti sulla filiera, sulla salute etc) mi pare davvero poco produttivo. Sarebbe utile invece proporre davvero un’alimentazione sana e sostenibile lontana dalle sterili polemiche o disfattismi (quale la battuta finale sul digiuno lascia sottendere; trovo terribile ridurre tutto al: intanto non ci sono soluzioni, quindi spacchiamo pure tutto).

    a presto.

  18. 1
    angelo brega says:

    Ci sono diverse cose che mi lasciano perplesso nell’articolo. Innanzitutto mi sembra si confondano diversi piani. La scelta vegetariana, o vegana, può essere originata da motivazioni differenti: quella etica (a mio modesto avviso la questione fondamentale) è legata al rifiuto dell’uccisione/sfruttamento di animali, in particolare negli allevamenti intensivi (e in questo senso penso che l’opera di divulgazione che sta facendo Giulia Innocenzi sia meritoria). Poi ci sono le considerazioni ecologiche: non sono un esperto, ma qui le contestazioni dell’articolista mi sembrano abbastanza capziose. I vegani i non è che si abboffino prevalentemente di avocado e quinoa: e non starò qui a riportare i ben noti confronti fra il consumo di acqua necessario a produrre un chilo di pomodori (o di fagioli)  rispetto a quello richiesto da una bistecca (senza contare l’inquinamento idrico e i gas serra prodotti da una porcilaia). Infine c’è il discorso salutista, ma qui non mette conto parlarne. In ogni caso, ben venga il dibattito.

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