Etna libera 1

Etna libera, intervista a Marco Albino Ferrari
di Claudia Campese (articolo apparso l’11 settembre 2014 su CTzen, organo informazione on line di Catania)

Marco Albino Ferrari, ex alpinista e fondatore e direttore di Meridiani Montagne, la rivista di riferimento per gli appassionati italiani, parla del dualismo tra sicurezza e libertà nella fruizione della natura e dell’equilibrio impossibile da imporre per legge: «Quanto è lecito che un cittadino sia soggetto a uno Stato paternalista?», si chiede. Una riflessione che si applica anche al vulcano etneo, gestito nella sua parte sommitale da Prefettura e Protezione civile regionale. Si ricorda, in questa occasione, che le stesse limitazioni sono valide, con qualche diversa sfumatura, ancher per Stròmboli.

«È vero, il primo spicchio di sole in Sicilia viene proprio dall’Etna». Di chiarore che sorge dalla natura se ne intende Marco Albino Ferrari, milanese classe 1965, autore del libro Le prime albe del mondo, Gli escursionisti sono alle prese con gli alterni divieti di fruizione del vulcano, disposti dalla prefettura sulla base dell’ormai noto documento della Protezione civile regionale. Il quale stabilisce l’obbligo di accompagnamento da parte delle guide per quanti vogliano visitare la parte sommitale dell’Etna e l’assoluto divieto in caso di eruzioni. Una stretta misura di sicurezza che ha qualche precedente nella storia, ma che non è mai riuscito a frenare gli amanti della montagna.

Marco Albino Ferrari. Foto: Emilio Leone
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Da giornalista e alpinista, cosa pensa del triangolo sicurezza-fruizione-natura?

«Innanzitutto c’è da fare una distinzione tra rischio e pericolo. Il pericolo è oggettivo, incalcolabile e improvviso; il rischio è invece un concetto che nasce con la società moderna, a partire dal 700, con l’idea di poter calcolare la sua entità. Pensiamo ad esempio alle assicurazioni, è il cosiddetto rischio calcolato. In una dialettica di cui parlava già lo psicanalista Sigmund Freud, la sicurezza si contrappone alla libertà di fare quello che si vuole, senza un atteggiamento preventivo rispetto alle attività umane».

Come ci si districa tra questo dualismo sicurezza-libertà?
«Sono due posizioni divergenti, tra cui è necessario trovare punto di equilibrio. Perché una società troppo garantita, che previene sempre il pericolo, è una società immobile. E negli ultimi anni la nostra è sempre più tesa a garantire e governare l’incertezza».

Ma la natura non è incertezza di per sé?
«Certo, ma basta pensare a chi ha condannato i geologi che non hanno previsto il terremoto de L’Aquila. Questa è una società che non ammette che ci siano margini di imprevedibilità, anche a discapito della libertà. Ma quanto è lecito che un cittadino sia soggetto a uno Stato paternalista?».

Etna innevato e Regalbuto (Enna)
etna_innevato_regalbuto


Lo è nel caso di chi va in montagna?

«L’alpinismo è un’attività che prevede il rischio e il pericolo come parti integranti del suo statuto, anzi, li esalta. Da questo punto di vista l’alpinismo è una provocazione, uno scandalo: vien percepito come un caso di pochi esaltati che si mettono in pericolo».

Sembra un manifesto rivoluzionario. Anche le Alpi condividono con l’Etna un tentativo di opposizione da parte delle autorità?
Da qualche anno in Piemonte le leggi regionali vietano la scalata in caso di condizioni climatiche avverse, come le forti nevicate, e lo sci fuoripista, per la possibilità di provocare una valanga e fare male a qualcuno. Ma sono divieti poco applicabili, perché è difficile controllare. Nella storia dell’alpinismo, comunque, si presentano ciclicamente delle proposte di legge, magari all’indomani di grandi tragedie, ma non se n’è mai fatto niente.

Non si è mai riusciti a controllare, se non la natura, i suoi appassionati?
In Svizzera, negli anni ’30, tentare di scalare la parete nord dell’Eiger era uno dei miti dell’alpinismo, che aveva già provocato diverse vittime. Gli alpinisti continuavano a scalare accanto ai cadaveri degli altri alpinisti morti. A un certo punto la legge cantonale decideva di vietare la scalata, punendola con alcuni giorni di prigione. Eppure i candidati continuarono ad arrampicarsi comunque, dicendo: «Che importa il divieto svizzero. Una volta in parete non ci spareranno mica addosso e, se dopo ci metteranno in prigione, ne approfitteremo per goderci alcuni giorni di ben meritato riposo!».

Eruzione sull’Etna
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Etna libera 1 ultima modifica: 2014-10-06T07:30:28+00:00 da Alessandro Gogna

7 thoughts on “Etna libera 1”

  1. 7
    Alberto Benassi says:

    ….”chioschi di paccottaglia”….

    come quelli a San Giovani Rotondo dove la statuina di Padre Pio la trovi insieme ai panini al salame……

  2. 6
    Giuseppe Penotti says:

    Il pensiero di Ferrari è ovviamente condivisibile, ma nel caso specifico dell’Etna, sarebbe importante entrare nel merito della questione che Ferrari non affronta. I primi a premere sulle ordinanze di chiusura e sull’obbligo di accompagnamento sono le guide dell’Etna per ovvi motivi economici “a Muntagna” giova solo se è imbrigliata, controllata e gestita partendo dai chioschi di paccottaglia fino alla cima dei crateri. Personalmente sono salito e ho girovagato sull’Etna almeno cinque volte e da quasi tutti i versanti. Gli escursionisti “autonomi” sono visti molto male e spesso “fermati” anche senza ordinanze di chiusura. E’ escursionismo con un margine di rischio superiore a quello classico alpino, ma che non può essere certamente equiparato all’alpinismo. Regolamentare o proibire l’accesso sull’Etna è paragonabile a voler regolamentare o proibire la normale al Monte Bianco dal Gouter. In tutti e due i casi trovi persone preparate fisicamente e tecnicamente come improvvisati e incoscienti. E nessuno si sogna (almeno spero…) di dire che sul Monte Bianco devi salire solo accompagnato da una guida…..

  3. 5
    Alberto Benassi says:

    La libertà personale è un bene primario e va difeso strenuamente. L’unico limite ammissibile è quello di non creare pericolo agli altri e danni al bene comune che è la natura in cui viviamo.
    Per il resto ognuno di noi è libero di fare le sue scelte perché è padrone della propria vita.

    Non si può vivere da malati per morire sani.

  4. 4

    Dualismo tra sicurezza e libertà.
    Boh! Marco Albino Ferrari dà risposte che non mi dicono molto, mi aspettavo una posizione più netta, da una persona addentro le faccende da mò, oppure forse non colgo io i suoi sottointesi.
    Cosa sottintende l’esempio che cita a riguardo dei vecchi divieti alle salite all’Eiger? Che non è fattibile legiferare un divieto se non si ha la potenza di “fuoco” di un “controllo” sul cittadino? La metafora è che è inutile vietare se non si hanno abbastanza poliziotti per fare rispettare la legge?

    Sull’Etna: siamo una nazione nella quale ci scandalizziamo se c’è il divieto, mappoi se un escursionista, chessò, fossemai sfigurato da un lapillo schizzato all’improvviso dal vulcano, quello farebbe probabilmente causa a tutti gli enti pubblici immaginabili e inimmaginabili e, semmai fosse iscritto al CAI, farebbe causa al CAI e, semmai fosse andato con una guida alpina (?!), gli farebbe causa. Ma i risarcimenti in denaro non compensano le disgrazie, non annullano gli errori, non ritornano i morti.

    Sul terremoto dell’Aquila, ancora Ferrari non mi convince: non è questione di stato “paternalista”. Sul rapporto strumentale tra stato e scienza (geologica, in Italia), già solo ricordando gli sfortunati eventi dei terremoti italiani degli ultimi anni, ci sarebbe da scrivere un libro, ma non apro nemmeno il retrocopertina di questo libro qui, perché porterebbe il discorso troppo lontano.

    Fin da subito è opportuna una rivoluzione (mentale) che dobbiamo avere nei confronti della Natura e dell’ambiente, delle città e dell’alpinismo. Bisogna ripartire dalle basi della convivenza, dobbiamo ricordarci la storia e proporre un pensiero chiaro alle nuove generazioni, facciamoli divertire e ragionare con i stupidi “social”-media del momento, cheppoi, un domani, dovranno loro passare all’azione, passare dalla “Valle del Ritorno”.

    P.S. La foto dell’Etna è bellissima.

  5. 3
    Alberto Benassi says:

    se è vero che il terremoto non si può prevedere è altresì vero che non si può nemmeno escludere. Q
    Quindi come scrive Luca perchè dare delle rassicurazioni alla gente?

  6. 2
    Luca Visentini says:

    Però non mi sembra vero che i geologi siano stati condannati per non aver previsto il terremoto de L’Aquila. Piuttosto, per averne escluso la possibilità per accreditare la posizione di certi poteri: cioè per aver dato, su mandato di questi, strumentali rassicurazioni.
    Se ricordo bene.

  7. 1
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    Bravo, condivido la lamentela (tranne che per l’uso che ormai tutti, anche quelli più critici, fanno del “fruire”, cosa che purtroppo la dice lunga sull’inquinamento culturale che ha permeato la nostra vita attuale).
    D’altra parte la Protezione civile, o chi per essa, è chiamata a rispondere legalmente sia se non ha dato un allarme (l’Aquila) sia se l’ha dato (Ischia).
    Il problema è che anch’essa ha creato questa situazione, specie per la pretesa di “misurare” di rischio (come lo chiamano loro) ed anche fuori dagli ambiti e degli effetti che lo richiedono.
    Avevo preparato qualche cenno all’argomento per un più lungo scritto che sta per arrivare sul Gogna Blog: lo sostituirò volentieri con la menzione di questo intervento e degli altri che in esso possono essere esaminati.

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