Everest, tragedia e farsa

Everest, tragedia e farsa
di Carlo Alberto Pinelli

C’è voluta la morte di sedici Sherpa nel labirinto della seraccata detta “Lo schiaccianoci” che separa il campo base dell’Everest dal campo primo, perché alcune notizie su quanto da anni sta succedendo lungo i pendii della più alta vetta del mondo raggiungessero il grosso pubblico. Ma già nel 1997 Jon Krakauer  nel suo best seller: “Aria Sottile”(Into thin Air) aveva descritto in modo inequivocabile e agghiacciante la degradazione che l’abuso delle spedizioni commerciali stava provocando nell’alpinismo himalayano, con abbondante corredo di decessi e amputazioni. Chi avesse pensato che tali descrizioni avrebbero portato ad una saggia inversione di rotta, si sarebbe sbagliato di grosso. Perché è accaduto proprio il contrario, come dimostrano le desolanti foto già pubblicate nel giugno del 2013 dal National Geographic Magazine. La scalata dell’Everest si è trasformata ormai in un business cinico e spietato che coinvolge ogni stagione migliaia di visitatori e centinaia di spregiudicati operatori turistici, portando una gran quantità di valuta pregiata nelle disastrate casse dello stato nepalese. Cosa quest’ultima che rende estremamente improbabile un serio intervento governativo per limitare l’afflusso degli stranieri al dilà del campo base. Ormai la scalata all’Everest dal versante di Khumbu è praticamente gestita in ogni sua fase dai montanari di etnia Sherpa, i quali guadagnano in media da venti a quaranta volte più di un impiegato governativo.

Sulla seraccata (Ice Fall) del versante nepalese dell’EverestPinelli-Last-ladder-of-the-Khumbu-icefall-1

Sono gli Sherpa ad addomesticare con ponti di metallo  la pericolosa seraccata iniziale, pretendendo poi (giustamente) un pedaggio. Sono gli Sherpa che attrezzano tutto il successivo itinerario, fino in vetta, con chilometri di corde fisse lungo le quali arranca, armata di jumar, l’interminabile processione dei loro danarosi clienti. Sono gli Sherpa che scavano le piazzole per le tende dei campi alti, portano le bombole di ossigeno, i viveri, i sacchi letto, i fornelli. Sono gli Sherpa che cucinano la cena e la prima colazione per quei branchi di stolidi stranieri ossessionati dalla vanità di raggiungere la cima, pur non essendone all’altezza. Sono infine gli Sherpa che trasportano in basso, a pagamento obbligatorio, i bidoni delle latrine del campo base, stracolmi di deiezioni umane. L’Everest è diventato per loro la gallina dalle uova d’oro: un lavoro di manovalanza specializzata particolarmente redditizio anche se non esente da seri rischi. Dunque il dolore per la recente tragedia, pur essendo giustificato e sincero, non dovrebbe prescindere dalla conoscenza e dalla valutazione del contesto. E questo contesto ha più ombre che luci. Negli ultimi tempi gli Sherpa – consapevoli che solo grazie al loro aiuto la macchina del business commerciale può andare avanti – si sono trasformati in una potente lobby che detta le proprie condizioni, anche se in genere senza alzare la voce e tende a considerare la montagna dal versante della via normale una sorta di proprietà privata. Hanno torto gli Sherpa?

All’interno di quell’allucinante e sovraffollato contesto dobbiamo dire di no. E’ sul contesto che bisognerebbe intervenire per tentare di salvare almeno una scintilla del significato dell’alpinismo himalayano. Impresa disperata, perché qualunque soluzione si volesse adottare essa non potrebbe prescindere da una radicale diminuzione dei visitatori, con conseguente contrazione delle entrate per tutti: governo, sherpa, guide e agenzie che organizzano le spedizioni commerciali. Sono soprattutto queste ultime le vere responsabili del disastro. Perché hanno imposto un modello di pseudo-alpinismo consumistico e inautentico, che rinnega e tradisce le ragioni stesse sulle quali si fonda l’alpinismo vero. E’ inutile nasconderlo: la salita all’Everest si è trasformata in una patetica parodia di se stessa. E’ stato il veleno di quel modello, introdotto a suon di dollari dalle spedizioni commerciali, a plagiare la mentalità degli Sherpa e a corrompere le fragili radici della loro cultura tradizionale,  fino a trasformarli in complici a tutto tondo. Per questa sola ragione siamo disposti a perdonarli, anche quando evitano di prestare soccorso ad alpinisti in gravi difficoltà non appartenenti all’agenzia per la quale in quel momento stanno lavorando, o minacciano, coltelli alla mano, le poche cordate indipendenti che osano sfiorare una delle loro corde fisse. I casi descritti da Fausto De Stefani e da Simone Moro sono esemplari, sebbene non (ancora) generalizzabili.

Sull’Ice Fall dell’Everest. Foto: Manuel LugliEverest, Icefall

Ma c’è un limite a tutto, anche per gli Sherpa più “robotizzati”. Pochi giorni fa, la resistenza dei datori di lavoro alla concessione di una pausa nell’attrezzatura dell’itinerario di salita (quest’anno particolarmente insidioso) per permettere alla manovalanza di compiere le tradizionali cerimonie funebri e per riprendersi dallo shock, ha provocato una violenta reazione, culminata in uno sciopero ad oltranza. E’ bastato questo soprassalto di orgoglio identitario (unito per verità alla più prosaica richiesta di un maggiore riconoscimento assicurativo e alla ben comprensibile paura di lasciarci la pelle) per costringere decine e decine di pseudo-alpinisti  ad abbandonare l’impresa e a tornarsene a casa con la coda tra le gambe. Un fatto che la dice fin troppo lunga  sulla totale dipendenza dall’aiuto degli Sherpa di quelle schidionate di sprovveduti Tartarini di Tarascona.

Ora abbandoniamoci per un momento al piacere dell’utopia e proviamo ad elencare i provvedimenti minimi che sarebbe possibile prendere se il mondo che ruota intorno all’Everest non fosse quello che invece è.

Il primo provvedimento potrebbe consistere nell’imposizione del numero chiuso stagionale. Le presenze degli alpinisti andrebbero almeno dimezzate. La perdita di introiti per lo stato nepalese potrebbe essere compensata in parte da un aumento significativo delle royalties.

Il secondo provvedimento dovrebbe prevedere la proibizione dell’uso dell’ossigeno durante l’ascensione (non la notte), almeno sotto agli ottomila metri di quota e l’obbligo di riportare a valle le bombole vuote. Basterebbe tale norma per togliere di mezzo i tre quarti degli aspiranti “conquistadores”.

Il terzo provvedimento dovrebbe limitare l’attrezzatura della via di salita con corde fisse ai soli tratti veramente difficili. Inoltre ogni spedizione dovrebbe avere l’obbligo di recuperare tutto il materiale posto lungo l’itinerario, corde incluse.

Il quarto provvedimento vieterebbe la salita a chi non abbia già nel curriculum l’ascensione certificata di una vetta himalayana superiore ai settemila metri.

Il quinto provvedimento riguarderebbe i liaison officers che il governo impone a tutte le spedizioni. Questi personaggi, oggi del tutto inutili e spesso facilmente corrompibili, dovrebbero essere formati attraverso specifici corsi, simili a quelli che da anni Mountain Wilderness tiene in altre regioni montane dell’Asia (India, Pakistan, Afghanistan).

Va da se che nulla di tutto ciò accadrà, per lo meno  finché l’UIAA non si deciderà a studiare e mettere in pratica interventi efficaci e durissimi. Il primo passo potrebbe consistere nella messa a punto di un severo protocollo comportamentale, particolarmente restrittivo, relativo alle spedizioni commerciali, seguito dall’ espulsione senza appello da tutte le associazioni alpinistiche di chi non ne rispettasse scrupolosamente le regole. Utopia nell’utopia?

Carlo Alberto Pinelli

postato il 6 maggio 2014

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Everest, tragedia e farsa ultima modifica: 2014-05-06T07:55:31+00:00 da Alessandro Gogna

10 thoughts on “Everest, tragedia e farsa”

  1. 10
    Paolo Melucci says:

    Beh, criticare Simone Moro mi pare quanto meno…improprio, stavo per dire indecente!
    Ricordo quando fallì la salita al Lhotse (che avrebbe poi voluto incatenare con l’Everest) per soccorrere da solo e di notte un alpinista inglese che diversamente c’avrebbe lasciato indubbiamente le penne, il che gli valse anche una medaglia al valor civile, ma questo é solo accessorio…

    Aggiungo, marginalmente, che Moro – a differenza di tanti altri che chiamano l’elicottero solo perché son stanchi e hanno freddo ai piedi (testuale..!) – ha voluto impegnarsi per conseguire il brevetto di pilota d’elicottero: se sapete di che parlo saprete anche della difficoltà per conseguirlo, tant’é che mentre molti hanno il brevetto di pilota d’aereo solo per sport quasi tutti quelli che conseguono quello d’elicottero lo utilizzano poi professionalmente..

    Per completezza: NON conosco personalmente Moro.

  2. 9
    Caroline Schmitt says:

    La storia degli 8000 è nata come una favola, pochissimi alpinisti l’avevano scalata con successo e purtroppo tanti altri ne hanno fatto un luogo di riposo per l’eternità. Era e forse ancora è per alcuni di noi un sogno. Come tutte le cose belle e straordinarie, l’uomo deve distruggere l’affascinante meraviglia del nostro pianeta. La prima cosa, diventa oggetto di guadagno e poco importa con quali mezzi e come. La seconda cosa, l’ambiente non è più rispettato perché non fa parte della conquista, al pubblico non interessa come e con quali strumenti abbia realizzato il suo progetto e cosa abbia lasciato in questi luoghi. Da quando l’uomo occidentale s’interessa, rispetta la culture e le usanze di questi popoli poveri? Gli abitanti di questi villaggi sono utilizzati per gli interessi nostri, vengono fotografati e le loro foto esposte per arricchire riviste e libri di montagna. Ma a loro cosa abbiamo lasciato?? Sono 30 anni che frequento la montagna, sono un alpinista, il mio sogno era di vedere con i miei occhi le rare meraviglie di questo mondo. Oggi mi rifiuto di pensarci, questo sogno è stato eliminato dal mio cassetto. Questa decisione presa è per me una forma di rispetto per l’ambiente e per le popolazioni del luogo. Inoltre l’ascensione degli 8000 ha perso il fascino che aveva un tempo, oggi chiunque, alpinista o trekker con un minimo di preparazione (o a volte neanche) sale con l’aiuto di guide, sherpa, corde fisse, bombola di ossigeno gli 8000, ritornando a casa con notorietà e ammirato da tutti per l’impresa realizzata. Qualche giorno fa ho letto di un racconto di un escursionista della domenica benestante che è salito sulla cima dell’Everest: aveva dichiarato che con l’aiuto degli sherpa e senza alcuna nozione ed esperienza alpinistica si poteva fare questa impresa. Mi sorge una domanda, stiamo banalizzando tutto con il potere dei soldi? Mi piace pensare che ci siano ancora alpinisti come me, che ricercano in questa disciplina la purezza, la bellezza, l’avventura, il rispetto, la pace, la libertà, la complicità e amicizia del compagno: questo rimarrà il mio stile di vita per sempre. Mi auguro che l’uomo si svegli prestissimo e prenda delle giuste decisioni per il suo bene e per il bene del pianeta…

  3. 8
    Alberto Benassi says:

    Sono d’accordo con te.
    Qui da me, sulle Apuane, la nostra mentalità del denaro sta distruggendo queste belle montagne.
    Ma qui si stava parlando del ricco occidentale che a tutti i costi vuole conquistare la sua gloria sulla vetta della montagna più alta del mondo anche se non ne ha le palle per farlo. E siccome lui paga gli si spiana la strada. Gli Sherpa sono pronti a farsi un gran culo, portandosi sulle loro spalle, su e giù per la montagna, quello che serve al SAHIB di turno. Sono pronti a sacrificarsi, sono disposti a perdere la loro identità, sono disposti a profanare la sacralità delle loro montagne trasformandole in un lunapark verticale.
    Come se poi il SAHIB possa vantarsi di essere stato sul tetto del mondo. Dal momento che c’è sì arrivato, ma arrancando lungo una corda fissa che altri hanno messo. Servirsi di campi in quota che altri hanno installato. Alimentarsi con cibi che altri hanno portato sulle loro spalle.
    Insomma vantarsi di una finzione.

  4. 7

    Alberto, ma mica succede solo sulle montagne altrui. La metastasi del modello occidentale contamina ormai ogni angolo del pianeta. Con le “guerre preventive” e/o con la forza del danaro, verso un modello socio-culturale unico come nelle migliori dittature

  5. 6
    Alberto Benassi says:

    Che siano ovvi non ci sono dubbi.
    E visto che sono tanto ovvi mi sembra giunto il momento di fare una riflessione sul diritto che ci prendiamo a suon di soldi noi ricchi occidentali di continuare a mortificare le grandi montagne e a rovinare le altre culture.

  6. 5

    Non sono affatto d’accordo. Semplicemente il modello occidentale ha contaminato anche la cultura sherpa. E questi sono gli ovvi risultati.

  7. 4
    Alberto Benassi says:

    Quando si arriva a questo stadio di DEGENERAZIONE, vietare purtroppo, viene da sé. Si raccoglie quello che si è seminato.

    La “libertà dell’individuo” va bene, è sacrosanta.
    Ma il rispetto della natura, della montagna, delle tradizioni, delle culture locali, della storia e della tradizione alpinistica, dove li mettiamo???
    Calpestiamo tutto, cancelliamo tutto? Per il solo diritto individuale di fare quello che più ci pare, come ci pare, perché abbiamo tanti soldi e ci sentiamo in diritto di comprare il nostro divertimento anche se non siamo in grado tecnicamente, fisicamente e moralmente di affrontare certe ascensioni!

  8. 3

    Il caso Moro (sembra quasi di ritornare al 9 maggio 1978…) è a mio avviso, dopo aver visto il filmato con le interviste, un caso piuttosto ambiguo… Com’è che Simone Moro pur essendo parte di quel business che giustamente viene condannato da più parti (l’ o gli elicottero/i che propone per il soccorso organizzato non sono gratuiti…) vuol uscire con la figura dell’alpinista libero, ben sapendo la condizione di vita attuale sul territorio, in quanto ci vive? Non ci sta, a mio avviso…
    Ed è un punto non da poco se si vuol considerare una revisione del turismo montano sull’Everest…
    Ho più volte letto e mi son sentito più volte rispondere, in merito a questioni relative alla sottomissione colonialista del popolo Sherpa, che: “Almeno i figli oggi vanno a scuola… ”
    Bene!
    Quale scuola?
    Quella che indottrina sul come meglio servire il colonialista occidentale?
    Sarebbe meglio che non ve ne fossero se si ha a cuore quei popoli…
    Stiamo a guardare il rispetto dell’ambiente (praticamente inesistente date le tonnellate di porcherie varie presenti solo ai campi base…) e non ci accorgiamo che tutto questo sarebbe meno problematico se le popolazioni locali fossero state rispettate, rispettando allo stesso tempo la sacralità che da millenni hanno deputato alle loro montagne e che gli squallidi commercianti occidentali hanno distrutto per sempre scambiandole col Dio Danaro?
    “Free Tibet” è stato lo slogan del momento qualche anno fa, e i benpensanti alternativi col sedere ben al calduccio c’hanno marciato per bene… Ma free da chi e/o che cosa?
    Dai cinesi che rompevano le uova nel paniere ai “prodi” americani che vedevano saltare un business miliardario?
    “Non esistoni i Libertadores, i popoli devono sapersi liberare da soli!” e credo che in questo caso la massima del “CHE”, sia opportunissima!
    La violenza non è mai una soluzione ottimale, ma rispondere alla violenza porgendo l’altra guancia lo trovo non solo puerile ma totalmente inutile, perciò ben vengano Sherpa che hanno il coraggio di ribellarsi agli oppressori, pretendendo di venir rispettati… sarebbe bello ora che qualcuno insegnasse loro, però, che dovrebbero lottare non per il denaro gettato come elemosina da 4 farabutti (sostenuti da funzionari di governo collusi) ma per riprendersi la loro terra e gestirla per conto loro senza intemediari…
    Sarebbe bello che ci si sforzasse di reintegrare le antiche tradizioni, rispettose anche del ciuffo d’erba, di modo che regole e divieti non fossero quelle di una società occidentale malata e tossica, ma quelle insite nella tradizione culturale secolare…
    Sarebbe bello che chi ben pensa capisse questo e su questo intervenisse…
    Questa sì che è UTOPIA!

  9. 2
    Paola says:

    Libertà umana.
    Assoluta e relativa.
    La libertà umana può essere pensata incondizionata, totale e assoluta da alcuni.
    Per altri può essere pensata limitata e parziale, condizionata e relativa.
    E’ pur sempre una libertà.

  10. 1
    Vinicio Vatteroni says:

    Leggo nell’articolo di “proibizioni”, “limitazioni”, “divieti”.
    Non si viene a minare la “libertà dell’individuo”?
    In Italia no ai divieti e all’estero si?

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