Extradiario – 10 – Grigna estrema

Extradiario – 10 (10-24) – Grigna estrema (AG 1966-006)
(dal mio diario, 1966; le note in corsivo sono posteriori o attuali)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

1 novembre 1966. Brutto tempo al Pian dei Resinelli. Con i fratelli Calcagno conosciamo Ettore Pagani, studente milanese di architettura, amico e compagno di quel Paolo Armando di cui tanto si parla. Ettore è molto simpatico (riesce perfino a “bucare” la diffidente “genovesità” dei due gemelli Calcagno, NdA). Nessuno ha voglia di scalare oggi. Comprendo che se facciamo la Cassin e la Comici con il freddo e la neve che ci sono, le nostre azioni crescerebbero di molto… E così è, il successo è grande, in questo ambiente “grignaiolo” così bello.

2 novembre 1966. Neve ovunque. I due Calcagno tornano a Genova con la loro Fiat 500. Con la mia prima “fidanzatina”, Roberta Brivio, dopo la normale sullo spigoletto nord del Torrione Fiorelli, ci rivolgiamo alla via del Paolo e dell’Andrea (cognomi: Armando e Cenerini, NdA). Riesco a fare il primo tiro, impestato di neve, ma la Roberta non viene su. Sfido, è di V! Morale: discesa in doppia e recupero di tutto il materiale. Freddo e neve fresca, ideale allenamento per le invernali.

3 novembre 1966. Pervicaci, Roberta e io resistiamo. Passiamo la giornata in chiacchiere al rifugio della SEM, mentre fuori nevica. Ed è da solo che, tra parentesi, salgo lo spigolo nord del Nibbio mentre piove e nevica. Roberta mi viene incontro sul sentiero di discesa. Il giorno dopo idem: ce ne andiamo.

Torrione Magnaghi Centrale, parete sud-ovest, via Castagna Alta. Foto: Sass Baloss.

13 novembre 1966. Partenza da Genova alle 4 con Gianni e Lino Calcagno. Arrivo alla SEM alle 8.04. Lì c’è Roberta che ci aspetta, tempo bello, freddino. In Grigna ci sono cinque vie molto dure, che non abbiamo ancora fatto, tutte sui Torrioni Magnaghi: sul Centrale, parete sud-ovest, via Castagna Alta e via Cassin-Cariboni; sulla parete sud, la via Ruchin (Esposito-Butta); sul Meridionale, parete est, la via Castagna Bassa e, sulla parete ovest-nord-ovest, la via Marinella (Panzeri). Non sono solo queste le più dure, perché secondo Luciano Tenderini, il nostro informatore, ce ne sono anche due del Boga alla Mongolfiera e una all’Ago Teresita; poi c’è la via dei Pepp e la via Ratti al Nibbio, la Boga alla Torre Costanza e ancora qualche altra, per esempio una non meglio identificata via del Rampino della Stufa alla parete del Torrione della Grotta (si tratta di una via di Filippo Berti e Valerio Carrara del 1955, NdA). Ma per adesso le nostre attenzioni sono rivolte alle prime cinque, e in particolare alla Ruchin. Queste via hanno pochissime ripetizioni, il che, in Grigna, è tutto dire. A Luciano, che è anche il custode della SEM, chiediamo ulteriori informazioni, e quello ci consiglia la Castagna Alta, perché lui la Ruchin non l’ha mai fatta. Siccome più o meno si equivalgono, decidiamo di vedere in loco. Nel Canalone Porta c’è un po’ di neve, che aumenta alla base dei Torrioni. Seguendo la via normale, vediamo l’attacco della Ruchin e della variante a chiodi a pressione della Via dei Ragni. Proseguiamo fino all’attacco della Castagna Alta. Molta gente sta facendo questa normale al Magnaghi Meridionale, resa non stupida dalla neve, e sta guardando gli strani nostri preparativi all’attacco di questa via temutissima. Gianni attacca e subito, a quella vista, Lino decide di soprassedere. In effetti la via è spaventosa, con pochi chiodi e grandi strapiombi. In particolare ci intimorisce una traversata a destra di cui Tenderini ci ha detto cose orribili. Insomma, Lino se ne va e si lega con Roberta Brivio per andare a fare la via Lecco.

Gianni supera il primo tiro mettendo anche dei chiodi, A2 e V+. Un cambio sulle staffe che mi ricorderò per un bel po’, poi tocca a me. A2, e poi la traversata, A3, che chiodo fino all’ultimo strapiombo, A2.

Su questo sperone sud-est del Torrione Magnaghi centrale si svolge la via Fasana

 

Finalmente esco e mi fermo su un chiodo con una staffa. Questa via è veramente faticosa e piuttosto pericolosa. Gianni mi raggiunge togliendo i chiodi con le mani e poi attacca l’ultimo tiro: questo, dopo la ripetizione di Tenderini e Alippi, pare non l’abbia più fatto nessuno, perché le due o tre cordate seguenti sono uscite a destra, per rocce facili. La causa di questo è stata la rottura di un buchetto, cui si poteva attaccare una staffa, da parte dell’Alippi. Gianni fa 5 metri facili (III e IV), poi dell’A1 e infine arriva al fatidico passaggio. Qui le cose diventano serie ed è costretto a impegnarsi a fondo. Finalmente riece a piazzare un chiodino schifoso e passa: A3 e VI. Poi ancora 2 chiodi (A2) e finalmente l’uscita (V+). Dopo 4.40 ore siamo fuori.

Una settimana dopo, il 20 novembre, siamo ancora da quelle parti con Gianni. seriamente intenzionati a fare la via Ruchin al Magnaghi Centrale, arriviamo in macchina alla SEM alle 7.35. La Roberta ci sta aspettando… Il Canalone Porta velocissimi. All’attacco indugiamo perché devo andare a recuperare una staffa cadutami la settimana scorsa dall’ultimo tiro. Poi attacco la variante dei Ragni di Lecco, mentre una comitiva di bergamaschi, tra i quali è l’ottimo Andrea Cattaneo, ci sta osservando. Lui ci consiglierebbe di attaccare la via originale, che è già abbastanza dura così. Ma noi, fessi, non gli diamo ascolto. Dopo una decina di metri di A2 (alcuni chiodi li ho messi io), vedo due metri sopra di me un bel chiodo a pressione, seguito da altri. ma per quanti sforzi faccia, non riesco a mettere chiodi per arrivarci. Tutto è marcio, oppure cieco. Scorgo allora un buchetto, nel quale in precedenza di certo era un chiodo a pressione. Ci metto un mio chiodino piccolo sperando che tenga almeno un po’. Però non mi ci attacco completamente. Poi piazzo un altro chiodo schifoso e riesco a raggiungere il chiodo a pressione con gran sollievo. E invece, appena mi ci appendo, il maledetto si stacca e io volo giù. Per chissà quale caso, il chiodo messo da me, quello subito sotto e schifoso, tiene.

Torrioni di Sciarborasca, 26 novembre 1966. Foto: Maria Antonietta Porfirione

Decidiamo di soprassedere. Di qua, senza perforatore o altri chiodi a pressione, non si passa. Schiodando, scendo in arrampicata artificiale. Intanto incomincia a nevicare, quindi non ci dispiace del tutto per essere stati costretti a desistere. Sono le 12. Cosa fare, cosa non fare? Detto fatto, andiamo ad attaccare la via Fasana. Bella via di roccia solida di III+ con un passo di V+ con piramide. La discesa la facciamo nella neve assieme ad altri alpinisti di Monza e Milano. I bergamaschi erano già scesi.

Ora in Grigna la neve copre le pareti, perciò bisognerà pensarci due volte prima di partire da Genova. Vabbè che c’è sempre il Medale…

Il 26 e 27 novembre, due giornate di scuola di perfezionamento ai Torrioni di Sciarborasca con Giorgio Bertone (sì, proprio lui, il grande, NdA), manovre nuove e complesse. Con Gianni Calcagno salgo la via del Topo.

Il 1 dicembre passeggiata sentimentale alla Punta Chiappa di Portofino, con Roberta, ma anche con Maurizio Cappellari e Paola Parrini. L’8 dicembre ancora una volta in Bajarda, con Roberta, Alessandro Balestri, Roberto Titomanlio e Nello Tasso: saliamo lo Spigolo Rosso, la Parete Campora (1a ripetizione) e il Gran Diedro Gozzini.

Foto moderna del versante meridionale del Torrione Magnaghi Centrale. Non segnata la via Ruchin. Foto: Sass Baloss.

L’11 dicembre 1966 con Gianni Calcagno siamo ancora ai Resinelli, decisi a chiudere il conto con la via Ruchin, che a questo punto sarà una prima invernale. Anche oggi siamo “cattivi”. Alla SEM svegliamo Paolo Armando ed Ettore Pagani, che dormivano lì assieme a Willy Fassio, Gian Piero Motti e altri di Torino. Loro non sanno ancora cosa faranno. Intanto noi non perdiamo tempo e c’incamminiamo. La Roberta non c’è… ma verrà. Il tempo è splendido e cominciamo a pestare neve durissima e ghiaccio subito fuori dal rifugio. Oggi saliremo dalla Cermenati e per il Traverso, non per il Porta, contando di fare più presto. Alle 10.30 siamo pronti ad attaccare il primo tiro della via normale al Magnaghi Meridionale! Infatti, dove normalmente si va slegati, oggi le condizioni sono impegnative. Per fare venti metri mi devo impegnare per mezzora. Gianni mi segue velocissimo, constatando le “belle condizioni”; fa a tempo a vedere su quanti chiodi lo sto assicurando, poi inizia il traverso Ruchin. E’ lungo circa 10 metri e va a destra, arrivando esattamente dove avremmo dovuto arrivare già il 20 novembre scorso quando avevamo optato per la variante diretta dei Ragni di Lecco. Il traverso è di A1 e A3, ovviamente su chiodi schifosi. La sosta è su staffe. Quando lo raggiungo c’è il problema se continuare per la Ruchin originale oppure per la via dei Ragni. So che la Ruchin è durissima e, d’altro canto, mi allettano i chiodi a pressione piantati dai Ragni. Inoltre poi verrò a sapere che Andrea Oggioni e C. su quella sosta hanno fatto piramide su staffe e hanno trovato parecchio lungo. Visto e considerato che è già un po’ tardi e siamo d’inverno, decidiamo per la via dei Ragni, che è a sinistra e che poi però si può ricongiungere (traversando a destra per una variante di ignoti) con la Ruchin più sopra. Dopo un’ora e mezza sono fuori da questo tiro duro: AE, A1, A2-V+, VI-, ecc. e mi ritrovo a far sicura in un bel camino, di nuovo nella via Ruchin. Per essa (V, IV) proseguiamo fino a trovare condizioni davvero invernali. Arriviamo in vetta e senza più molto tempo scendiamo fino in fondo seguendo la via attrezzata. Sotto troviamo Roberta, con Sandro Isolani. Alla SEM arriviamo col buio, come al solito. Facciamo un po’ di casino con Paolo, Ettore, ecc.

– Allora siamo lì da te alle 4 in punto.
– Va bene, ciao.
L’indomani mattina alle 3,50 apro lentamente la porta di casa e sposto sul pianerottolo lo zaino,  poi rientro, spengo la luce della mia camera, ritorno sulle scale e richiudo piano la porta. Scendo i gradini senza fretta, sei piani. Sposto la pesante porta dello stabile e sono fuori. Una zaffata di vento gelido, invernale m’investe e mi fa rabbrividire. Dopo un po’ la 500 di Gianni e Lino, puntuale come sempre. Stiviamo gli zaini prima, poi noi. Sopraelevata, ingresso autostrada, la lenta salita fino al Passo dei Giovi, la nebbia…

(I ricordi si perdono un poco. Ad otto anni di distanza quante cose non si ricordano più! I gesti meccanici, l’attesa, gli accordi e poi? Dove sono finite le discussioni, le chiacchierate, con l’unico argomento “alpinismo”?
Ormai non abito più a Genova, ora per andare in Grigna parto tranquillo alle otto di mattina, con tutto le comodità.
Da Genova il viaggio durava quattro ore, se poi c’era nebbia ancora di più. Per evitare il centro di Milano, uscivamo a Binasco, poi attraverso Melegnano, arrivavamo ad Agrate e poi a Lecco. Alle 7,30 generalmente attraversavamo il ponte sull’Adda. Una volta addirittura partimmo in treno, alle nove di sera circa e guadagnata Lecco verso lo due di notte, sdraiati in sala di aspetto di seconda classe, insieme ad alpini, barboni e parecchi sbadigli, attendemmo la corriera per il Pian dei Resinelli. Senza aver chiuso occhio, la forma o l’aggressività di quella giornata non risultarono molto buone.
Allora ci interessavano le vie difficili della Grigna, e pensavamo: questa è una palestra, forse la migliore d’Italia. Qui i vari Comici, Cassin, Esposito, Bonatti, per citare tra i più famosi, e poi i Dell’Oro, Castagna, Gandini ed altri hanno potuto sicuramente aprire le vie di massima difficoltà tecnica. Perciò se noi le ripetiamo, possiamo ragionevolmente pensare di essere in grado di affrontare le più belle e più dure vie dolomitiche.
Perciò attaccavamo itinerari poco frequentati, vie magari friabili e schiodate, uscivamo a notte con la pila frontale accesa! Le volte che tornavamo al rifugio con la luce, la Fortunata ci diceva: – Come, prima del tramonto? Allora siete in decadenza!
Alle otto di sera, senza mangiare, lasciavamo il Pian dei Resinelli e a mezzanotte passata entravo a casa mia.
Da allora è passato molto tempo e soprattutto ho compiuto tante salite più lunghe e più impegnative. Non so però se riuscirò ancora a vedere la Grignetta con gli occhi di allora: il presepe di Ballabio notturna e invernale, in un’aria raramente così tersa; la solitudine sul Torrione dal Cinquantenario, un soccorso nel canalone Porta, la determinazione par le grandi salite, da cui non mi aspettavo gloria, ma appagamento di un sincero desiderio di migliorare sempre più, NdA, scritto nel 1973).

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Extradiario – 10 – Grigna estrema ultima modifica: 2018-07-04T05:01:10+00:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Extradiario – 10 – Grigna estrema”

  1. 2
    daniele brunelli says:

    Non so però se riuscirò ancora a vedere la Grignetta con gli occhi di allora: il presepe di Ballabio notturna e invernale, in un’aria raramente così tersa; la solitudine sul Torrione dal Cinquantenario, un soccorso nel canalone Porta, la determinazione par le grandi salite, da cui non mi aspettavo gloria, ma appagamento di un sincero desiderio di migliorare sempre più…

    un brivido, un sospiro e un sorriso.
    qui c’è tutto.

  2. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Insomma, boia chi molla.

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