Extradiario – 12 – l’invernale alla parete nord dell’Uja di Mondrone

Extradiario – 12 (12-24) – l’invernale alla parete nord dell’Uja di Mondrone (AG 1967-001)
(dal mio diario, 1967; le note in corsivo sono attuali)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

(Dopo l’exploit sul Dente del Gigante, e dopo le abbuffate di cibo che ne seguirono, il 10 gennaio 1967 salgo da solo sul Monte Reixa, a piedi da Genova-Voltri e pestando molta neve. Forse mi volevo tenere allenato… NdA).

A metà gennaio, altra realizzazione della nostra cordata, seguita e aiutata da Gian Piero Motti, veramente ottimo alpinista (a detta di Paolo Armando e Peppino Castelli il migliore di Torino). Parto alle 14.29 da Ge-Brignole. E’ solo alle 17.15 che Paolo ed io partiamo da Torino. Con viaggio al buio e marcia ancora più al buio, dal paesino di Mondrone ci spostiamo a 1800 m circa. Paolo sapeva esserci una baita-malga. Entriamo, accendiamo il fuoco e ci diamo la buona notte. Tempo bello, morale alto. Questa salita non è certo importante come la Ottoz-Viotto al Dente del Gigante, però la via Rossa-Chironna (che ha solo una ripetizione) è sempre l’ultimo problema invernale della parete nord dell’Uja di Mondrone.

La parete nord dell’Uja di Mondrone (estate)

Alle 3.40 abbandoniamo l’alpeggio e partiamo velocissimi. Presto vediamo tre pile frontali che ci precedono, capiamo che qualcuno ha dormito più sopra. Marcia bestiale per raggiungerli, senza successo. Quando arriviamo all’attacco riconosciamo Gian Piero, con Ilio Pivano e Sergio Sacco. Motti ha già salito un primo tiro, fuori via però. Così li superiamo, con la scusa che in due siamo più veloci.

L’Uja di Mondrone d’inverno. A destra è la parete nord

(Faccio io il primo tiro, è l’ora più fredda. Giungo in sosta pronto per sopportare una delle più lunghe “bollite” alle mani, incautamente avevo pulito gli appigli dalla neve senza i guanti, NdA).

Ma presto l’atmosfera competitiva si dilegua. Non capiterà come abbiamo saputo essere successo alla via Fox-Stenico della Cima d’Ambiez, tra le cordate di Gianni Mazzenga e di Giorgio Brianzi nel marzo 1965.

La parete è alta 450 m, con 130 m iniziali assai difficili, con parecchio V e V+ e un passo di VI-. Fa freddo, ma non eccessivo, per essere a nord. Presto siamo fuori dal difficile e iniziamo una lunga serie di tiri di corda facili che ci portano alla vetta. Grandi strette di mano e poi giù per la via comune, affondando parecchio nella neve completamente sgelata.

La cresta sud della Becca di Moncorvé è quella tra ombra e sole

28-29 gennaio 1967. Questa volta è andata buca. Alle 11.30, con Paolo Armando, partenza da Eaux Rousses. Dopo 6 km di risalita con le pelli e subito dopo Pont, cioè non appena inizia la salita per il rifugio Vittorio Emanuele, mi si spacca un attacco. Il progetto era di partire dal rifugio il mattino dopo e andare ad attaccare la cresta sud della Becca di Moncorvé per la via Bonacossa con variante diretta finale di Oggioni-Ajazzi. (Con un attacco inservibile e con la neve che c’è, la prosecuzione al rifugio è fuori questione, quindi ripieghiamo a Pont; ma invece che scendere decidiamo di bivaccare in una baita, nella speranza che l’indomani la neve sia più dura. Speranza spenta il mattino dopo. Mi sento ancora nelle orecchie le maledizioni di Paolo all’indirizzo della mia tirchieria genovese, responsabile per lui dei “miei attacchi di merda”. NdA). Inizia un triste ritorno, interrotto a un certo punto nei pressi del Forte di Bard per un po’ di esercizio su roccia accanto alla strada. Volevamo provare i nostri nuovi scarponi doppi della Galibier.

4 febbraio 1967. Grandi progetti! La Via delle Guide al Crozzon di Brenta in pieno inverno! Con la 500 di Paolo, dopo lungo viaggio, arriviamo a Madonna di Campiglio. Casualmente incrociamo Bruno Detassis e lo informiamo. poi partiamo alla volta del rifugio Brentei. Arriviamo in sci alla Malga Vallesinella, chiusura e silenzio. Poi ci aspetta la dura salita al rifugio Casinei, dove arriviamo stancucci per via del carico. Chiusura e silenzio totali.

Sono già le 17, ma proseguiamo. Il peso degli zaini è enorme e ci sgomenta un poco. La neve è schifosa e non regge neppure gli sci. La notte ci prende ancora distanti dal rifugio alle prese con una neve collosa e molle che c’intrappola senza sostenerci. Abbiamo anche mollato gli sci da qualche parte, sapendo che questo non è un comodo itinerario scialpinistico. Alle 20 piazziamo la tendina. Non fa freddo e nella notte nevica. Fine del progetto. Mestissimi scendiamo caracollando agli sci e poi via a malga Vallesinella e Madonna di Campiglio. Peccato, erano 50 giorni che non nevicava e la parete non era in cattive condizioni.

La parete nord-est del Crozzon di Brenta

Andiamo così a consolarci in Grigna, dove arriviamo ancora in serata, in tempo per fare un po’ di baccano con gli amici che si “congratulano” con noi. L’indomani, 6 febbraio, Nibbio. La via Occhiali-Magni è pericolosa, difficile e insulsa. Poi m’impegno sulla prima lunghezza di una via nuova, tra la via Comici e la via Campione, che trovo assai difficile. Ho gli scarponi doppi appena comprati e inaugurati in Valsavarenche e verso il Brentei (lire 37.000 a listino). Questo primo tiro presenta una traversata durissima che costituirà forse il passo-chiave dell’intera via. A tardo pomeriggio saliamo in tre, con Luciano Tenderini, sullo spigolo nord integrale del Nibbio. Il giorno dopo, ancora in tre, sulla via Fasana al Sigaro, con variante Boga, poi sulla via Albertini al Torrione Magnaghi Meridionale. Belle giornate, senza pensieri.

4 marzo 1967. Per la quindicesima volta al Roccione di Cravasco. Per la precisione scaliamo solo sul roccione inferiore. Sono assieme ai fratelli Vaccari e Franca Simondi. Con noi è anche Tina, la sorella del povero Gianni Ribaldone.

5 marzo 1967. Do una mano al IX Corso di Alpinismo. Il mio allievo è Claudio Simonetti, siamo sul versante nord del Monte Ajona e riesco con lui a salire ben due canali uno dopo l’altro. Grandissimo casino durante il ritorno in corriera.

18 marzo 1967. Con la potente “Giulia” di Ferruccio Jöchler (u cagun da giulia) siamo arrivati a Valdieri, poi in sci al Gias delle Mosche 1591 m. Qui dormiamo benissimo, avendo in programma l’intera traversata (sarebbe la prima invernale) della Catena della Madre di Dio, fino alla Cima dei Camosci. Tempo splendido. Peccato che al mattino Ferruccio, dopo che abbiamo raggiunto per la cresta nord-ovest la cima della Madre di Dio, non si senta di proseguire. Dobbiamo fermarci. E’ un vero peccato, perché si poteva benissimo continuare e, magari con un bivacco, fare tutta la traversata, fino al Corno Stella e alla catena delle Guide, un progetto che di certo frulla in mente anche ad altri (e invece dobbiamo accontentarci di questa prima invernale alla cresta nord-ovest della Madre di Dio e morta lì, NdA).

La vetta della Madre di Dio (Alpi Marittime) con a destra la cresta nord-ovest

Nelle feste pasquali passiamo quattro giorni meravigliosi in Grignetta. La compagnia era composta da (alla rinfusa): Paolo Armando, Roberta Brivio, Ettore Pagani, Michele Radici, Giuseppe Ferrari, Andrea Cenerini, Roberto Titomanlio, i due fratelli Vaccari, i due Calcagno, Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi, Carlo Carlaccio Carena, Piero Pierin Mani di Fata Delmastro + due ragazze di Torino + tutta l’altra gente del rifugio SEM:
24 marzo 1967: sul Nibbio, salgo da solo la via Mosca; con Radici la via Sant’Elia con variante Merendi iniziale; con Ferrari tento di proseguire nella nostra nuova via. Con lo stesso, il giorno dopo, proseguo la lotta sulla stessa via (arrivando non mi ricordo più dove, NdA). Il 26 marzo, termino la via nuova con Andrea Cenerini. La chiamo via del Triangolo Industriale: ha richiesto molto sforzo e sudore a milanesi, genovesi e torinesi. Una via alquanto dura, almeno quanto la Via dei Pepp (che farò la settimana dopo, NdA). Il 27 marzo la ripeto con Mario Dotti (di Bergamo), mentre nel pomeriggio, con i Calcagno, ci facciamo la via Ratti.

A. Gogna sulle rocce del Monte Pennone, 16 aprile 1967

La settimana dopo sono ancora lì: il 2 aprile 1967 con Gianni Calcagno, prima ci facciamo la via Sant’Elia con variante Merendi finale; poi attacchiamo poco decisamente la Via dei Pepp, la più dura di tutte quelle del Nibbio. Paolo Armando n’aveva già fatta e me ne aveva raccontato cose orride. E le cose orride ci sono, eccome. Aggravate da un po’ di scarsità di materiale. Attacchiamo alle 11.50, usciamo alle 19.50. Otto ore per fare 80 metri. Bella via di palestra, direi al limite delle possibilità, anche in artificiale. ED. Notevole soddisfazione per aver fatto tutte le vie del Nibbio.

Il 9 aprile con Paolo Armando, dopo essere stati inutilmente a San Bartolomeo di Pesio, per vedere quanto brutto tempo c’era sullo Scarason, ci ritroviamo in Sbarua dove, assieme anche a Ilio Pivano, saliamo la via dei Torinesi (con variante finale Gervasutti + Vena di Quarzo); subito dopo, con il solo Ilio, salgo la via dello Spigolo (con variante iniziale Gervasutti).

(Ormai è lo Scarason nei nostri pensieri, aspettiamo solo il momento buono, NdA). Il 16 aprile, per la sesta volta al Monte Pennone: questa volta, al IX Corso di Alpinismo, mi hanno dato un bel po’ di allievi, ma nessuno che sia veramente promettente. In tutto il corso solo Claudio Simonetti promette: ma frequenta troppo poco la sede. Mi ha aiutato Cicci Bussetti, il “grande” nella Sezione Ligure degli anni 1955-1959.

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Extradiario – 12 – l’invernale alla parete nord dell’Uja di Mondrone ultima modifica: 2018-08-04T05:43:16+00:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Extradiario – 12 – l’invernale alla parete nord dell’Uja di Mondrone”

  1. 2

    Che emozione ritrovare il ricordo di quella Pasqua al Nibbio. Ho riguardato con emozione e tristezza ( Ettore Pagani era un compagno d’università ) tutte le foto scattate in quell’occasione praticamente dimenticata. Grazie a Sandro per il suo diario.

  2. 1
    Marco Tatto says:

    L’Uia di Mondrone, oltre ad essere esteticamente una bella montagna, al punto di essersi guadagnata l’appellativo di “il Cervino delle Valli di Lanzo”, è importante anche storicamente per l’alpinismo italiano in quanto il 24 dicembre 1874 Alessandro Martelli, Luigi Vaccarone e la guida Antonio Castagneri di Balme, compiendone la prima ascensione invernale (per la cresta sud), dettero ufficialmente inizio a questa pratica. Come scrisse Vaccarone “Con quest’ascensione s’iniziavano tra i Soci del Club Alpino Italiano le corse invernali, sino allora non praticate”.

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