Ferrate e umiltà

Il ferratismo si è già appropriato di parecchi itinerari che hanno fatto la storia dell’alpinismo. Per trovarne di integri, per poter riudire gli echi suadenti della storia è necessario camminare, porre distanza tra noi stessi e il mondo dei rifugi, dei bivacchi fissi, della montagna svenduta. Pazienza, l’abbiamo accettato: per chiunque qualche volta è stato comodo usufruire di una via ferrata.

I veri e grandi maestri hanno sempre insegnato che l’esperienza dei nostri padri o predecessori non deve essere abbandonata e che è da sciocchi rinunciare alla memoria di quanto già fatto, credendo magari di battere chissà quali strade nuove. Al contrario, ci sono maestri finti che predicano la fine di un’era per poter esse­re i profeti di quella nuova. “La montagna dev’essere per tutti”, sbraitano, “inizia la nuova era della montagna che va a Maometto!”. Il futuro non avrà mai storia se non si guarda contemporaneamente avanti e indietro, con i classici quattro occhi, nel passato e nel futuro. Quando l’appassionato di vie ferrate riconoscerà che le sue giornate assomigliano a quelle trascorse sulle piste di sci? Non gli urge dentro la voglia di essere da solo con la montagna, senza opere artificiali in mezzo? Il delitto maggiore è la trasformazione di una via storica in via attrezzata. Lasciamo che un’opera d’arte viva nel tempo, che la si possa ritrovare quando si vuole. Qualche guru sostiene che l’alpinismo è “morto”. Foss’anche morto, almeno conserviamone memoria. Forse occorre essere molto avanti nella conoscenza delle umane cose per poter realmente comprendere che occorre bruciare tutto, che di un corpo non devono rimanere neppure le ceneri. La­sciamo questa verità a chi l’ha capita fino in fondo, e lasciamo invece le spoglie mortali di una via aperta cento anni fa a chi le vuol vedere e toccare. Ognuno di noi vuol vedere la periodica liquefazione del sangue di san Gennaro e, anche se così facendo dimostriamo una fede piccina, preferisco questo allo scatenamento di una schiera di fanatici devastatori.

Sulla via ferrata Gianni Costantini alla Cima Moiazza (Civetta)
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Ci sono già strade e funivie a raccorciare e rimpic­ciolire una vera esperienza umana in montagna; ci sono materiali sempre più efficienti, tecniche sempre più raffinate, allenamenti sempre più mirati; ci sono pre­visioni meteorologiche che raramente sbagliano e ridu­cono ancora gli spazi dell’avventura; è quasi normale portarsi in montagna il cellulare; si vedono già gli smartphone con i programmi di navigazione; le tecniche di soc­corso si sono radicalmente evolute. Di fronte a tutto ciò cercare ancora l’avventura sulle vie ferrate, ma­gari le più celebrate, è come avere gli occhi foderati di pro­sciut­to. Per evitare la folla è necessario in­formarsi, scegliere luoghi più lontani e meno noti. Bisogna far lo sforzo di sapere almeno cosa succede, se non quello che è sempre successo.

La via ferrata è anche modo di “divertirsi”, vivendo l’estetica del grande vuoto eliminandone artificial­mente i grandi pericoli. A mio parere, il concetto di “divertimen­to” e quindi di “bello ai fini del divertimento” dev’essere trattato come relativo. Non sempre la gente ha voglia di divertirsi e, al contrario, desidera an­dare nei posti più sperduti e pericolosi: le si deve dare la possibilità di vivere questa precisa esperien­za. In quell’ottica sarà bello ciò che permette quell’esperienza.

Vi sono i pericoli naturali e quelli artificiali. Nel confronto con i primi il rapporto con la natura è lim­pido: i pericoli artificiali sottintendono invece il terzo incomodo, l’uomo. Non ho paura di affermare che vorrei conservata una certa area in cui il pericolo naturale la faccia da padrone e, coincidenzialmente, in cui il territorio monta­no sia assolutamente non al­terato: e questo perché ho bisogno del pericolo natu­rale per la mia formazione, per un me stesso che evol­ve. E non ritengo obbligatorio sottolineare che là c’è pericolo: anche per gli altri dev’esserci una possibilità per l’istinto. Voglio difendere il mio diritto di sondare i miei confini, di esperire l’inesperibile ed espri­mermi con azioni che vivano nel rischio ragionato.

Di lutti e sciagure ne ho avuti e visti a sufficienza anch’io per saper quanto è amaro perdere amici e pa­renti. Ciò nonostante non ho mai odiato la “truce” montagna che mi ha dato questi dolori e non ho mai pensato che cambiarla, trasformarla e portarla a Mao­metto possa renderla meno pericolosa o più mansueta. Ho pensato al contrario che essa fosse solo uno spec­chio dei nostri maggiori o minori equilibri interiori. Maometto deve andare alla montagna con umiltà. Se si porta il trapano per piantare spit e fittoni è perché an­cora non conosce metodi più raffinati: la sua umiltà gli permetterà di usare il trapano esattamente come Dülfer o Dibona usarono i loro pochi chiodi. Ma se il trapano lo userà per permettere a schiere di “fedeli” di salire sulla montagna e facilitare e snaturare il loro cammino, tutto questo sarà un aborto logico. Con­tinuo a domandarmi perché occorra spianare e snaturare la strada agli altri.

La guida alpina fatica a trovare lavoro, fatica a tro­vare clienti. Il lavoro di guida per molti si riduce all’accompagnamento sulle vie ferrate o all’eliski. C’è qualche guida che pensa che chiodare tutti gli itinerari a spit, mettere cate­ne alle soste, fare un lavoro di disgaggio su tutte le vie più frequentate e ferrare il più possibile sia il suo avvenire e sia un’opera benemerita.

Io credo invece che l’uomo, e quindi anche il cliente, abbia sempre più bisogno di vivere delle vere avventu­re, di vivere delle vere esperienze, guidato ovviamen­te da chi può accompagnarlo con criterio e autorità. Perciò non seguirà la guida su questo terreno di sicu­rezza ad ogni costo, di tranquillità in tutto e per tutto: sicurezza e tranquillità che comunque ritengo del tutto apparenti. La guida ha già perso la partita delle escursioni na­turalisti­che, ha già visto affermarsi la figura dell’accompa­gnatore escursionistico; i trekking vedono a loro capo dei funzionari d’agenzia o dei dilettanti che s’accontentano del biglietto aereo gratuito. Cosa rimane alla guida, se non il proprio preciso territo­rio, quello che è sempre stato suo fino dai tempi di Balmat, di Piaz, di Burgener, di Rey? Chi più della guida dovrebbe difendere l’inte­grità delle pareti sel­vagge, dei luoghi difficilmente rag­giungibili?

Via ferrata delle Gorges de la Durance (Ailefroide, Francia)
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Alla fine, ciò che si affermerà nel futuro non è il ragio­namento di maggior buon senso, e neppure quello più violento o quello più ricco di approccio scienti­fico o di speculazione filosofica. Alla fine si crea una realtà che non è esattamente quella che ciascuno avrebbe voluto ma che comunque tutti accettano perché non ce n’è un’altra: alla fine vince la vita. In se­guito possiamo ancora giocare a scoprire chi c’era an­dato più vicino.

Saremo tutti pronti ad alzare le soglie di tolleranza, come è stato fatto per l’atrazina. Ciò che è stata la mia esperienza non sarà e non potrà mai essere quella di mia figlia: lei vedrà come naturale ciò che invece io vedo corrotto. E le ferrate saranno soltanto l’ul­timo anello di una catena lunghissima.

Sulla via ferrata Tridentina (gruppo di Sella)
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postato l’8 maggio 2014

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Ferrate e umiltà ultima modifica: 2014-05-08T07:59:48+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Ferrate e umiltà”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    “Parco giochi” sono anche i centri commerciali. Dove oltre ad acquistare puoi anche rimanere a mangiare e fare giocare i tuoi bambini. Insomma, ci puoi passare un’intera giornata di festa ed essere felice con la tua famiglia…

    Anche lì ti diverti???

  2. 3
    Vinicio Vatteroni says:

    Sento parlare di montagna ridotta a parco giochi, ridotta ad una sorta di disneyland…
    Il parco giochi è luogo di divertimento e non si differenzia se non per l’ubicazione e la difficoltà alle vie ferrate poiché come leggo nell’articolo – a conferma – “La via ferrata è anche modo di “divertirsi””.

  3. 2
    BONARDI CARLO - BRESCIA says:

    Lo scopo è di incrementare il numero nel singolo luogo. A ciò gli alpinisti non servono, salvo quando gli danno una mano.
    D’altra parte così si divertono in tanti, non vedo perché e come impedirglielo.
    Il rimedio per me potrebbe stare nella proposta di una cultura migliore (sul rispetto dell’alterità della montagna e la salvaguardia di chi la vuole come è) ed in una normativa saggia, che impedisca gli abusi: cose certamente complicate.

  4. 1
    Cristina Bacci says:

    Condivido dalla prima all’ultima parola, soprattutto quando dice: “Non sempre la gente ha voglia di divertirsi e, al contrario, desidera an­dare nei posti più sperduti e pericolosi: le si deve dare la possibilità di vivere questa precisa esperien­za”.
    Per fortuna, nelle montagne che frequento, le Dolomiti Orientali, ci sono ancora zone selvagge (e, a ben cercare ed essendo disposti a fare tanta fatica, non sono poche). Speriamo che non riempiano di ferro anche quelle!
    Grazie, grazie e ancora grazie per queste parole! Speriamo che siano spunti di meditazione per molti!
    Buona Giornata!

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