Flash di alpinismo 3

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 03 (3-13)
di Massimo Bursi

Piedestallo
La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano. Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e comunque verrò punito, perché non ho dato gomitate ma le ho soltanto ricevute. E’ davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’animo, di scegliere che cosa si voglia essere. Una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra. Naturalmente il prezzo da pagare per rimanere fedele a questo ordine che ci si è dati è altissimo (Walter Bonatti)”.

Walter Bonatti è sicuramente stato un grandissimo alpinista, ma accidenti quanto si prendeva seriamente e quanto si metteva sul piedestallo!
Il suo rigore nella vita ed in montagna ne fanno uno di quegli eroi irraggiungibili, perfetti e che diventano orrendamente noiosi.
Forse negli anni ’50 e ’60, appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, bisognava comportarsi così!
Etica e rigore, fedeltà e ordine, onestà quasi autolesionistica, tutti valori che la montagna gli ha insegnato.
Tutte cose giuste ma che ostentate così finiscono proprio per dare fastidio.
Ci penserà il frizzante vento del Nuovo Mattino a portare un po’ di freschezza anche nel modo di ragionare dei grandi alpinisti.

Non farti mai condizionare dalle riflessioni dei grandi alpinisti e non credere mai nei miti.

Flash 39Qualche anno dopo l’era Bonatti, questi saranno i nuovi ragazzi che calcheranno la scena alpina da veri protagonisti. Chi riuscite a riconoscere in questo collage di “new kids on the rock” preparato da Heinz Mariacher?

Sogni
L’alpinista è un uomo che conduce il proprio corpo là dove un giorno i suoi occhi hanno guardato (Gaston Rebuffat)”.

Prima di tutto un alpinista è un sognatore. Le cime, le vie, le pareti nascono da un desiderio, nascono da un sogno.
Noi lavoriamo molto di immaginazione e l’azione rappresenta la prosecuzione del sogno.
A volte la realtà è meno bella del sogno stesso.
Spesso quando arriviamo in cima, prima ancora di intraprendere le operazioni della discesa, partiamo già con un altro sogno.
Se togliessimo la dimensione del sogno alla pratica alpinistica, allora scalare diventerebbe uno sport come tanti altri.
Invece noi sogniamo perché ogni parete è diversa dall’altra e ogni via della stessa parete può essere completamente diversa dalle altre vie.
Arrampicare è sempre un’esperienza onirica, ma i sogni si trasformano in realtà solo se lavoriamo duramente per realizzarli.

Da piccolo ti hanno detto che l’erba-voglio non cresce nemmeno nel prato del re o della regina, ma non è vero: hai un sogno? Inseguilo!

Flash 41A lungo ho sognato di arrampicare su questo perfetto diedro negli Utah. Questa, ed altre fotografie, tratte dal libro Montagna vissuta: tempo per respirare di Reinhard Karl, sono state, per noi scalatori, una pubblicità assai efficace delle montagne americane.

Allenamento
No pain, no gain. Traduzione: nessuna sofferenza, nessun guadagno.

Come in tutti gli sport, anche nell’arrampicata, se non ti alleni duramente non riesci ad eccellere.
Forse anche in passato gli scalatori si allenavano, seppure non in maniera così decisamente esplicita, ma è stato solo dagli anni ottanta che l’allenamento all’arrampicata si è razionalizzato e specializzato.
Oggi, con un programma di allenamento feroce, riesci ad arrivare a risultati eccelsi almeno sulle pareti dove è richiesto un grande sforzo muscolare cioè sugli strapiombi.
Mi piace comunque pensare che l’allenamento non serva solo per la forza ma serva anche per la propria convinzione psicologica. Ovviamente allenare la propria mente è molto più complesso che non allenare i muscoli delle braccia perché qui si tratta di “condizionare” la mente a resistere alle pressioni fisiche, psicologiche, di rischi e di paura che la parete impone. Allenare la mente è una vera e propria disciplina che è stata approfondita dagli orientali con tecniche quali lo yoga.

Il nostro allenamento è stato a lungo influenzato dagli scalatori d’oltreoceano che passavano il proprio tempo al Camp 4 a riposarsi, prendere il sole, arrampicare ed allenarsi duramente. E’ da notare che il verbo lavorare non esisteva proprio nel loro vocabolario.
Queste persone, così lontane da ogni tipo di regola ed imposizione, comunque non potevano sottrarsi alle fatiche del pesantissimo allenamento quotidiano e così è anche oggi.

L’allenamento è da abbinare ad una ferrea dieta: il peso è il nemico numero uno dello scalatore assieme alla forza di gravità contro cui non si può fare nulla.
Ci sono scalatori che conducono una vita infame mangiando schifezze per rimanere sottopeso e guadagnare uno o due gradi, ma i gradi guadagnati in questa maniera si perdono con la stessa velocità con cui si sono guadagnati.
Che tristezza vedere gli atleti rinunciare ad un buon piatto di pastasciutta!

Insegui sempre il divertimento anche nel tuo allenamento quotidiano.

Flash 43Wolfgang Gullich in allenamento sulla scala Bachar, strumento di tortura ideato da John Bachar negli anni ‘80. La scala, la trave, il pan-gullich sono i moderni strumenti che, abbinati alla ferrea dieta, allietano la vita di un climber che voglia cimentarsi sugli strapiombi.

Il golf
Per molti versi l’alpinismo è come il golf: un gioco, concettualmente un po’ assurdo. L’alpinismo racchiude un elemento di rischio personale; giocando a golf è quasi impossibile farsi male o morire. (Beh, si può anche crepare di fame nel tentativo di diventare grandi professionisti, o essere accoppati da una moglie diventata “una vedova del golf”.) Comunque sia, non è raro che a un alpinista capitino cose bruttissime; in compenso è rarissimo, per quanto bravo sia, che riesca a guadagnare un bel mucchio di soldi con le scalate. Mettere a rischio vita e incolumità per niente? Robe da matti (Warren Harding).

E’ risaputo che l’alpinismo sia un gioco rischioso ed assurdo di complessa definizione e difficile da spiegare ai profani. Io stesso, alla fine, ho rinunciato a spiegarlo agli altri ed anche a me stesso.
Ho anche provato a smettere di scalare ma poi preso dalla nostalgia ci sono caduto dentro di nuovo e quindi ho deciso che non voglio più smettere. Noi scalatori siamo tutti simpaticamente malati di montagna. Questo non è un problema per noi. E’ invece un grosso problema per chi ci circonda.

A dire il vero mi fanno parecchia tenerezza le ragazze, truccate di tutto punto, che arrivano in falesia ad accompagnare il proprio atleta e passano la domenica pomeriggio con le scarpe belle ad assicurare il proprio compagno.
Queste ragazze, mestamente sottomesse, strappate allo struscio del centro cittadino e portate in falesia, al freddo o al caldo a seconda delle stagioni, confortano il nostro prestante atleta, gli fanno sicura e attendono pazientemente il momento in cui lui avrà finito di provare la sua via.

Ragazzi, la domenica alzatevi presto per andare ad arrampicare e tornate in tempo per andare a fare un bel giro in centro con la vostra ragazza.

Foto 45Luisa Iovane e Heinz Mariacher in sosta alla Micheluzzi al Piz Ciavazes nelle Dolomiti di Sella. Loro, affiatatissima coppia di cordata e di vita, sono un esempio di soluzione alla radice della questione della domenica pomeriggio con la ragazza, vero problema esistenziale del climber innamorato. Da notare le storiche scarpette EB che, meglio del carbonio 14, datano questa fotografia come immagine di fine anni ’70. Da notare anche la totale assenza di caschetto protettivo che indica la scarsa frequentazione di questa classicissima, o un’alta propensione al rischio.

Eredità
Le vie già attrezzate, predisposte dal primo salitore per la ripetizione, mi sembrano un cibo precotto, sterilizzato e già omogeneizzato, snaturato dall’aroma più importante: il confronto diretto con la natura selvaggia. Mi sembrano un’orrenda riduzione dell’arrampicata a una attività da cortile di oratorio, nella quale l’attrezzatore si elegge a professore o prete che stabilisce per tutti quali siano le regole di quel gioco. Sulle nostre pareti, dove tutto e’ stato fatto, di fronte a una placca non ancora salita, o percorrendo una valle senza sentieri appositamente tracciati per il turista, mi commuovo e mi rendo conto che questo è l’unica vera eredità che noi alpinisti di oggi possiamo lasciare alle generazioni del domani (Jacopo Merizzi)”.

Il vecchio spirito selvaggio e libertario del sassista della Val di Mello, Jacopo Merizzi, colpisce ancora. Cosa mai potremo lasciare alle future generazioni: pareti piene di spit vecchi e consumati? Sentieri segnalati da seguire con il navigatore GPS? Tanta roccia unta e consumata? Una montagna di guide tascabili con itinerari di 6a, 6b e 6c?

Che dire dei sogni romantici che alla fine sono la vera benzina dello scalatore sognatore? Sarebbe bello che i nuovi ragazzi possano trovare placche ancora da salire e da sognare come abbiamo fatto noi. Sarebbe bello riuscire a perdersi in una valle e a camminare seguendo i sentieri creati dalla propria immaginazione.

Oggi prendi una guida tascabile dalla tua libreria e dalle fuoco!

Foto 47La via Cipria al Piede dell’Elefante in Val di Mello. Qui le vie di placca, complice una severa chiodatura (inesistente!), hanno mantenuto lo stesso spirito di rischio e di estrema pericolosita dell’epoca, cioè metà anni settanta. Non addomestichiamole!

Bandiera
Non dirò mai a nessuno come scalare. Il massimo che posso dire è: io preferisco fare così (Ed Viesturs)”.

Come non essere d’accordo con questo fuoriclasse himalayano? Chi sono io per potermi ergere a giudice e sentenziare “usa meno chiodi”, “metti uno spit alle soste”, “non attaccarti alle corde fisse”, “se la via non arriva proprio fino in vetta non è valida”, “se hai fatto la via in solitaria con il telefonino in tasca”, allora son capaci tutti!
La realtà è che scalare non è uno sport ed allora le regole sono più che altro indicazioni a cui la moda o la presunta etica ci suggerisce di attenerci.
I limiti che dobbiamo seguire sono quelli di non rovinare troppo la natura e di lasciare una parte di sogni a chi verrà dopo di noi. Scalare è un atto troppo individualista per essere inquadrato in una serie di norme e classifiche.

Lasciati sospingere dal vento dell’avventura libertaria ed individualista.

Foto 49Dan Osman, lui, la bandiera, la preferiva fare così. Va bene?

Fughe
Nel 1961 la Curry Company fondò una scuola di arrampicata, la Yosemite Rock Climbing School, con il motto “Go climb a rock!” Lo sport dei pazzi ormai poteva stare in società. Tuttavia, quando oggi si dice “I’m a climber”, si gode sempre ancora di una pessima reputazione, che viene subito dopo quella di shop lifter, drugetic, lazy bun e freak (Reinhard Karl)”.

Immagino il padre stufo di vedere il figlio chiuso in camera sempre collegato ad internet cosicchè alla fine, esasperato, gli dirà: va a scalare una parete!
Immagino il climber, felicemente accasato con la sua compagna e la sua famiglia, che non vede l’ora al sabato di scappare ad arrampicare sulla pietra.
Immagino il ragazzino, a scuola, nelle lunghe mattinate primaverili, che si estranea e sogna di poter evadere e scappare ad arrampicare sulla falesia dietro a casa.
Immagino la guida alpina che insegna in un corso d’arrampicata in un centro indoor e che vorrebbe scappare ad arrampicare veramente sulle placche al sole nella valle.
Go climb a rock non è solo un motto pubblicitario, è un moto interiore, è una pulsione vitale irrefrenabile che ti spinge sulle pareti.
Quando qualcuno ti fa arrabbiare, fregatene, mandalo ad arrampicare su una roccia  – go climb a rock – che gli passa.

Cosa aspetti a salire sul tuo furgone, riempire il cortile di musica rock e scappare ad arrampicare? L’oggi non torna più!

Foto 51Non conosco gli stati d’animo di questo scalatore ma di sicuro si sta godendo un panorama stupendo. Scalare comporta, a volte, anche uno splendido paesaggio.

Visita al Museo
L’Eiger attira e spaventa non perché sia troppo difficile da salire, ma per quei morti sparsi qua e là, per quegli avanzi di alpinisti nei quali puoi imbatterti, per quelle corde spezzate tremolanti nel vento; per quei sacchi a brandelli abbandonati, per quei vecchi chiodi arrugginiti che scopri nelle fessure, per quegli ululati che t’avvolgono mentre arrampichi e che non sono soltanto bufera, ma ricordi, fantasmi vivi (Michel Darbellay)”.

La montagna che attira e spaventa contemporaneamente è l’essenza stessa dell’alpinismo. L’Eiger rappresenta la paura dell’alpinista che si è imbevuto di anni di storia e di letture classiche. E’ una salita da compiere in silenzio come una passeggiata in camposanto.
E’ una salita da compiere con attenzione come una visita al museo.
E’ un qualcosa che va bene per chi voglia immergersi nella storia. In una storia di nazioni in lotta, in una storia simil-militaresca. E’ un tuffo nel passato pauroso dove tutto ti spaventa e tutto ti suggestiona.

Sulla parete nord dell’Eiger non c’è sole, c’è ghiaccio instabile che si stacca, c’è roccia marcia, non c’è divertimento, non c’è eleganza. C’è la sofferenza, la storia, la tradizione stratificata.
Sull’Eiger bisogna correre, poiché l’esposizione al pericolo non può e non deve durare a lungo.
L’Eiger ricorda i film di montagna sempre incentrati su una tragedia.
L’Eiger richiama i ritagli di vecchi giornali dove si parla di tentativi, di storie di sopravvissuti miracolati e di tragedie di cordate inghiottite dal mostro.
Il percorso classico dell’Eiger è stato vivisezionato ed ogni passaggio ha una sua storia ed un suo morto: il ragno bianco, il bivacco della morte, la traversata degli dei, il punto di non-ritorno.

Una risata riuscirà a seppellire questa parete?

Foto 53Layton Kor nella sua salita invernale alla via John Harlin sulla parete nord dell’Eiger, aperta nell’inverno 1966, da un doppio team anglo-americano e tedesco. Della squadra anglo-americana facevano parte John Harlin, Dougal Haston  e Chris Bonington.
La via sale sulla sezione più soggetta a valanghe e scariche dell’intera parete: furono usate tecniche himalayane con corde fisse per una durata complessiva di circa un mese, flagellati da un forte maltempo.

Chirurghi
Ai migliori chirurghi e agli alpinisti non è concesso il lusso di rinunciare a costanti e continue verifiche (Franco Rocchetta)”.

La vita dello scalatore è stressante perché devi continuamente verificare che la tua attrezzatura, tu stesso, il tuo fisico, la tua psiche siano a posto.
Sia che tu parta per una lunga ed impegnativa via in montagna, sia che tu debba affrontare una semplice e corta via in falesia devi sempre mentalmente controllare due volte il tuo nodo e controllare che il tuo compagno utilizzi correttamente il mezzo di sicura:  “double check” come chiamiamo la procedura di controllo reciproco. Sbagliare è un lusso che non sempre puoi concederti. Così come al chirurgo, sia che faccia una semplice operazione o intraprenda qualcosa di complesso, non sempre è permesso rimediare.
Scalare non è come il calcio dove puoi prendere tanti gol nel primo tempo e sperare sempre in una rimonta successiva: qui una piccola disattenzione può causare un problema irrimediabile.
Episodi di incidenti dovuti alle disattenzioni sono molto numerosi e, aumentando gli anni di alpinismo ed il numero di uscite, le probabilità statistiche salgono.
Non sempre, con l’aumentare dell’esperienza, gli automatismi mentali aiutano, anzi spesso la consuetudine abitudinaria porta a fregarti. Pur non lasciandosi ossessionare dal fenomeno, è bene mantenere una sana curiosità sulla dinamica degli incidenti che sono successi per rivivere mentalmente la medesima situazione uscendone senza problemi. Questo è il training mentale, sempre utile, da intraprendere quando non si ha voglia di affrontare la trave dietro la porta della propria camera.

Quando affronti la parete, ricordati che il pericolo maggiore non sta nel passaggio chiave ma nelle lunghezze prima o dopo il passo chiave e nel ritorno in discesa.

Foto 55Dale Bard in una tipica sosta di big-wall in Yosemite. Il controllo maniacale che tutti i chiodi, cordini, fettucce e moschettoni lavorino bene secondo i giusti “vettori di fisica” studiati a scuola non è semplicemente una faccenda scolastica. Qui possiamo dire che si tratta di una vera “scuola di vita”.

Coscienza
La tua coscienza si sgretolerà come la parete nord dell’Eiger (Francesco Bursi, 1 aprile 2010)”.

Durante un’accesa discussione familiare mio figlio Francesco uscì con questa espressione, un pò ambigua, che voleva sottolineare sia il massimo disprezzo per la mia coscienza che per l’Eiger.
L’Eiger rappresenta per un giovane climber l’alpinismo vecchio, noioso, estremamente pericoloso e caratterizzato da una roccia marcia. Quindi non c’e’ nulla di bello nell’affrontare questa parete fatta di tanti pezzi mattoncini di “Lego” tenuti assieme dal ghiaccio.
E’ un alpinismo che ricorda l’alpinismo himalayano fatto di fatica, freddo e corde fisse.
Tutti sappiamo quanto l’alpinismo a corde fisse sia noioso. C’è più rischio che paura.
Forse anche i nuovi alpinisti non sanno più affrontare pareti così pericolose, non ne sono più capaci e non hanno la voglia di avventurarsi in qualcosa di così pericoloso.
C’è molta saggezza in questo loro ragionamento.

La mia coscienza? Sono normali storie generazionali: ogni generazione pensa di aggiungere uno strato migliore sullo strato della generazione di chi l’ha preceduto e questo viene fatto anche tramite la contestazione.

In generale conviene aggiungere uno strato migliore o eliminare uno strato difettoso?

Foto 57Sfasciumi dolomitici non meglio identificati visti dall’alto. A volte, di notte, sogno roccia che mi si sgretola sotto i piedi e mani che stringono roccia tenuta ferma da zolle erbose: è un incubo da cui mi sveglio tutto sudato. Che sia la mia coscienza che comincia a sgretolarsi?

CONTINUA

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Flash di alpinismo 3 ultima modifica: 2014-08-16T08:00:07+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “Flash di alpinismo 3”

  1. E’ un peccato togliere le cinque righe, forse è meglio citare la fonta (che però con il link fornito non risulta agibile). Per il momento ho aggiunto solo “dal forum di fuorivia”, in attesa di link esatto.

  2. Funkazzista, hai ragione! La ragazza del gri-gri era un concetto che volevo rielaborare, ma che invece è risultato copiato!
    A questo punto preferisco toglierlo!

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