Flash di alpinismo 4

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 04 (04-13)
di Massimo Bursi

Veri campioni
I veri campioni dell’arrampicata siamo noi, gente normale per cui continuare a fare il solito 6a, nonostante gli anni, figli, acciacchi, lavoro è un quotidiano successo (Lumignano, guida d’arrampicata di Andrea Minetto e Michele Guerrini)”.

Questo è l’inno ai campioni della normalità: i fuoriclasse passano velocemente come le stagioni e rimaniamo noi sempre lì a sognare le solite vie in montagna, sempre lì in falesia a faticare sul passaggio che da venti o trenta anni ci è ostico e che quando riusciamo a passare è la nostra cartina tornasole che ci dice quanto siamo in forma.

Accidenti, i ragazzini su quel passaggio passano leggeri e con nonchalance mentre noi, con la mente ossessionata da letture di strapiombi dolomitici e di big-wall americane, noi, schiavi dei nostri stessi miti, fatichiamo e stringendo i denti trasciniamo le gambe e sfidiamo il crampo che puntualmente ci prende sul passaggio.

Subito dopo ci promettiamo di allenarci a secco sul trave – chissà perché non dicono sulla trave” – ma sappiamo benissimo che il lavoro, la famiglia, l’erba del giardino da tagliare, i figli da recuperare, ci impediranno di rispettare il nostro piano.

Infine quando il tempo c’è, l’acciacco è in agguato: il ginocchio, la caviglia, la vecchia tendinite al gomito, tutti i postumi delle avventure passate in montagna, puntuali come un esattore delle tasse, tornano fuori con frequenza che si fa più ravvicinata anno dopo anno.

Eppure siamo sempre lì, sulle nostre anti-storiche difficoltà, a sognare e a stringere i denti, campioni della normalità.

Scalatori lo si è per sempre.

Foto 02         Salbitschijen Alpe di Uri Svizzera. Questa fotogenica guglia è il mio prossimo oggetto del desiderio. E’ il mio Everest. Foto: Marco Milani

Resilienza
C’è una buona notizia: ora sappiamo con certezza che gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. In questo campo sono molto più forti di quanto generalmente si creda.
Discendiamo da gente che è sopravvissuta a un’infinità di predatori, guerre, carestie, migrazioni, malattie e catastrofi naturali e che ci ha trasmesso i propri geni. Oggi, tra le tante promesse da rotocalco, c’è posto anche per chi parla di «eliminare lo stress». Non solo ciò è impossibile, ma sarebbe anche inutile: noi siamo costruiti per convivere quotidianamente con lo stress. A questo scopo possediamo dentro di noi, come un dono, un insieme di risorse che abbiamo ereditato dal passato. Questo insieme di risorse si chiama «resilienza» o resistenza psicologica (Pietro Trabucchi)”.

Ora io non so se ciò che afferma Pietro Trabucchi, psicologo che si occupa di prestazione sportiva, in particolare nelle discipline di resistenza, sia vero o meno.
Io ci credo e mi illudo che sia vero.

Sempre nella vita, quando pensavo di non farcela e di essere giunto al capo-linea, stringendo i denti ne sono uscito. All’ultima Marcialonga, lunga gara di sci di fondo da 70 chilometri, ho avuto uno scoramento quando ho passato il cartello con indicato “ancora 50 chilometri” ma poi, passo su passo e spinta su spinta, i 50 rimanenti chilometri sono trascorsi.

Ora a distanza di mesi ho rimosso lo stress della distanza mancante e mi ricordo solamente di sole, folla e neve veloce.

Così sicuramente compirò l’errore di iscrivermi di nuovo all’edizione dell’anno prossimo!

Eliminare lo stress dalla vita è come eliminare il pericolo dall’arrampicata: è impossibile!

Foto 04
Phil Gleason, stremato, durante un’arrampicata in camino in Yosemite. Nella fotografia non è visibile la corda. Dopo pochi metri Phil Gleason si lascerà andare ed effettuerà un volo di parecchi metri. Questo completo reportage fotografico americano degli anni 60 fece parecchio scalpore all’epoca.

Nessuna regola
Vietato vietare (Padova – scritta storica sul muro de La Casa dello Studente)”.

Ossimoro sessantottino che mi piace sia per la sua intrinseca ambiguità semantica sia per il suo profondo significato.
“Almeno quando vado in montagna, non voglio regole!” e posso accettare solo le leggi imposte dalla natura che percepisco avere una valenza superiore all’uomo.

Esempi di limitazioni che non sopporto:
“Le piste da sci chiudono alle ore 16:30”.
“Gli alpinisti non possono consumare il pranzo al sacco sulle panche del rifugio”.
“In montagna si va con le braghe alla zuava”.
“In montagna si parte presto”.

Ammetto che c’è molto del vero nella regola del partir presto, ma anche perché i vecchi non erano allenati e non avevano sviluppato l’arrampicata in velocità!

In generale però è bellissimo infrangere tutte queste regole e, a posteriori, molto a posteriori, mi sono reso conto che avevamo sostituito quelle regole con nuove regole improntate sulla velocità e sulla leggerezza dell’abbigliamento.

Ho sofferto molto a scendere ripide forcelle detritiche dolomitiche in scarpe da ginnastica e anche andare a sciare con jeans anziché con la tuta impermeabile mi sembra un’idiozia, ma, si sa, nelle rivoluzioni il pendolo si sposta troppo velocemente da una parte all’altra prima di trovare un suo punto di equilibrio.

Oggi abbiamo finalmente trovato l’abbigliamento giusto, comodo, piacevole e soprattutto caldo anche se non necessariamente “griffato”.

E’ bello pensare che ci sia un’attività dove le regole del gioco siano veramente poche e soprattutto guidate dalla natura e non imposte dall’uomo e dalla sua umana necessità di regolamentare, sistemare e imporre una norma ad ogni aspetto della vita.

Vestiti come ti pare e corri ad arrampicare!

Foto 06
A sinistra l’autore con un amico pronti ad una salita dolomitica sul Campanile Basso: noi liberi nell’abbigliamento, meno nell’arrampicata!
A destra Luggi Rieser, estroso e talentuoso arrampicatore austriaco era solito arrampicare in frac giallo e cappello. In questa fotografia è in Marmolada dove ha aperto moltissimi itinerari estremi. Luggi Rieser è stato un vero arrampicatore libero: libero nell’abbigliamento e capace allo stesso tempo di spingere la libera a livelli altissimi.

Stile
“Se rampega prima co la testa, po co i pie, e sol che ala fin co le man (si arrampica prima con la testa, poi con i piedi ed infine con le mani) (Bruno Detassis)“.

In una frase, Bruno Detassis ha sintetizzato l’essenza stilistica della vera arrampicata. E’ questo un insegnamento didattico sintetico che vale più di una settimana di lezioni alpinistiche.

La voglia di arrampicare e la necessità di pianificare e capire come e dove salire rappresentano la componente mentale.

Poi nell’azione ricordati di economizzare le tue energie e sfrutta la potenza delle tue gambe e muoviti con il bacino.

Se ancora non riesci a salire allora e solo allora usa le tue mani.

L’arrampicata non è solo sforzo muscolare, è eleganza armoniosa e uso attento ed intelligente delle tue energie. L’arrampicata è uno stato mentale particolare che ti porta ad immaginare la tua scalata dapprima nella tua testa.

Oggi meno trazioni al pan-güllich e più streching!

Foto 08
I due Patrick più famosi degli anni Ottanta fotografati mentre stanno facendo la seduta di ginnastica prima di iniziare ad arrampicare assieme.
I due, pur essendo due grandi star, che attiravano sponsor e attenzione mediatica, invece di essere in competizione l’uno con l’altro, erano grandi amici. A distanza di almeno venti anni dalle loro iniziali spedizioni sul Monte Bianco ed in Delfinato, sono tornati assieme in una spedizione sui più difficili itinerari dolomitici.
Mi sto riferendo a Patrick Edlinger e Patrick Berhault.

Rughe
Mi piace sempre il viso di un grande alpinista che diventa vecchio: non è così scontato.

Mai dare nulla per scontato. Quanti grandi alpinisti sono morti stupidamente? Crepacci, scivolate in discesa sulla neve, ancoraggi mal fissati di corda doppia, sassi vaganti e appigli friabili: ecco alcune causa di scomparsa di alpinisti grandi e meno grandi. Di fronte a questi lutti, in genere concludiamo dicendo che la montagna ha beffato il nostro facendolo morire in maniera stupida. Esistono poi veramente morti “non stupide” in montagna?

In montagna il pericolo si annida dietro ai passaggi apparentemente facili: quando ci prepariamo alle salite studiamo con particolare attenzione i punti difficili ma quasi sempre il pericolo mortale non sta lì: è prima o è dopo.

Mi piace guardare con attenzione il volto rugoso, espressivo, genuino di Bruno Detassis. Bruno Detassis, anche avanti negli anni, fino a quando era gestore al rifugio Brentei era solito seguire con il cannocchiale tutte le cordate sulle pareti circondanti la valle e poi commentava la salita. A tutti piacerebbe invecchiare così, mantenendo negli occhi la passione della montagna. A tutti piacerebbe invecchiare stando seduti sulla sedia a dondolo e guardare le montagne al di là del muro di casa o dell’ospedale. Che invidia per quelli, come Bruno Detassis, che dopo aver passato una vita in montagna si sono distaccati serenamente dalla vita.

Oggi, quando ti allaccerai le scarpe, mantieni la medesima concentrazione che hai sul passaggio chiave per tutta la tua lunga giornata. Il tuo “bruno detassis” ti sta osservando.

Foto 10
Una bella immagine di Bruno Detassis non più giovane, storica guida del Brenta e custode del rifugio Brentei. A lui si devono classicissimi itinerari di favolosa arrampicata sul Brenta, ricordiamo la Via delle Guide al Crozzon di Brenta e la Detassis alla Brenta Alta. Bruno Detassis si è spento serenamente all’età di 97 anni.

Resoconti noiosi
Non è posto per burattini (Steve Parr)”.

Così disse l’inglese Steve Parr a Bob Milward dopo una settimana di permanenza in parete sulla via Soldà in Sassolungo nel febbraio del 1976. Fu la prima invernale, ma questo è poco importante. Fu invece una lezione magistrale per noi alpinisti europei e mi riferisco a tedeschi, italiani e francesi.

Non solo erano saliti tranquilli in condizioni di maltempo con tantissima neve depositata sui tiri facili di quarto e quinto grado, ma soprattutto avevano scritto e presentato la loro salita in modo assolutamente non convenzionale per noi alpini europei.

Abituati agli scritti autocelebrativi e ai noiosissimi articoli sulle imprese strabilianti dei nostri campioni, leggiamo un articolo molto vivace, molto dirompente di due scalatori che continuano a prendersi e a prenderci per i fondelli, facendo passare l’impresa per uno strano e stravagante gioco sulle Dolomiti invernali.

E’ il famoso stile inglese, è il famoso understatement che non abbiamo mai imparato e che è mille miglia lontano dall’epica celebrativa di casa nostra.

Se proprio devi raccontare la tua salita, per soddisfare il tuo ego o per calmare i tuoi sponsor, decidi lo stile da tenere e raccontala bene e se vedi che i tuoi lettori non sopravvivono alla lettura, brucia tutto. Non è obbligatorio annoiare!

C’e’ qualcosa che vi annoia di più di leggere dell’ennesima spedizione in Antartide o in Himalaya o di seguire le smozzicate frasi di un alpinista finchè vi presenta il video della sua salita?

Lo stile dell’articolo, lo stile del tuo video è importante tanto quanto lo stile della tua salita.

Foto 12
Solo due inglesi potevano passare la propria settimana bianca su queste pareti. Nel giro di pochi anni le invernali così faticose su pareti non estreme passeranno di moda.

My generation
Spero di morire prima di invecchiare (The Who)”.

Nella canzone My generation gli Who si lasciano sfuggire questa espressione forte che esprime disagio e ribellione con la loro vita attuale.

Il sogno di tutti è quello di legare se stessi al ragazzo, all’uomo forte che riesce a esprimere pienamente il proprio io quando arrampico.

I miti sono veramente miti quando i protagonisti di eventi e situazioni sono morti giovani e belli,magari tragicamente. Un mito che invecchia è un’altra cosa.

I climber non sfuggono a questa regola. Tribolano una vita sul filo del rasoio cercando di giocare con la morte e sicuramente amano la vita.

Tuttavia ogni gruppo di climber subisce sempre il fascino sinistro per uno scalatore mito morto nel fiore degli anni facendo in solitaria quello che amava di più.

Come dire che qualche piccola tendenza suicida c’è sempre in noi.

E’ una deviazione positiva chè ci spinge a dare se stessi con energia.

Dai tutto te stesso in quello che credi poiché la vita non è eterna.

Foto 14
Alessandro Gogna in una foto d’epoca. Lo sguardo intenso lascia intravedere un tratto psicologico complesso e problematico. I suoi scritti di quegli anni sono intensi, tristi, drammatici, mai banali ed anche complessi da capire.  Fanno riferimento ad una continua ricerca di una condizione e qualità di vita che forse non troverà ma, ma affascina le nuove generazioni che sono stufe dell’alpinista eroe.
Gogna e Motti non sono mai spensierati, sono per un Alpinismo di ricerca, come recita il titolo di un famoso libro di Gogna. Purtroppo invece la ricerca di Motti finisce tragicamente nel 1983.
Il Gogna-scalatore è in bilico fra il trapassato dell’alpinismo classico, il passato del Nuovo Mattino ed il presente della super-specializzazione.
Soprattutto il Gogna-pensiero – analitico, caustico, critico, capace di catturare l’evoluzione dell’alpinismo – presente in tantissimi articoli e libri, è servito come scintilla per accendere idee e pensieri in molti di noi.

Contraddizioni
Sopra incombono enormi tetti e strapiombi gialli, paurosamente belli. Il mio animo ne è ossessionato, eppure sono contento che ci siano (Armando Aste al Piz Serauta)”.

Armando Aste, in questo scritto apparso sulla Rivista Mensile del CAI, ha colto con una sola frase la sintesi del significato e delle contraddizioni dell’alpinismo che molti stentano ancora a capire.

Eppure si tratta di una cosa così semplice da capire.

Le montagne generano attrazione e repulsione al tempo stesso. Quando finisci di scalare sei contento di avere superato gli strapiombi ed esserne fuori, ma dopo un po’ sei di nuovo attratto dalla parete aggettante e vorresti ripartire. Quando sei in parete ti muovi per uscirne più velocemente possibile. E’ una calamita che attrae e respinge contemporaneamente. E’ una paura che attrae. E’ una piacevole contraddizione.

E’ il perverso piacere sadomasochistico dell’arrampicata: godi nel soffrire di paura.

E’ questo che le persone non capiscono, è questo che rende lo scalatore una persona speciale.

La motivazione per un’avventura estrema contiene apparenti contraddizioni  che si chiariscono con l’azione.

Foto 16
Alberto Dorigatti in Marmolada durante l’apertura della via FISI nel 1970, da parte di Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Alberto Dorigatti e Bruno Allemand.
La via diventerà un grande classico della parete sud della Marmolada. Non furono usati chiodi a pressione.
Si comincia a respirare aria nuova: il vecchio stereotipo dolomitico comincia  a vacillare. La foto testimonia il passaggio dal vecchio alpinismo al nuovo alpinismo. E’ un pomeriggio di temporale.

Aderenze
Quando la gravità attira è il momento di spingere.

E’ la pubblicità riferita ad un paio di scarpette di aderenza. L’arrampicata d’aderenza è una arrampicata delicata dove la plasticità del movimento è preferita alla forza brutale.

La gravità è una sensuale sirena che vorrebbe attirarti e accoglierti fra le sue braccia.

Tu, come Ulisse, devi resistere al suadente canto delle sirene e proseguire la tua corsa verso l’alto.

L’aderenza trova la sua più caratteristica espressione sul granito dove ci sono tante placche di roccia compatta, ora solcate da invitanti fessure superficiali o profonde.

Gli “aderenzieri”, gli specialisti della disciplina dell’arrampicata in aderenza, sono oggi i cavalieri dimenticati e assolutamente fuori-moda.

I gradi ad un certo punto si fermano e si fatica ad arrivare ai gradi più alti ed allora cala l’interesse da parte degli scalatori.

D’altronde solo una minima parte scala per lo stile, molti scalano per fare il grado.

L’arrampicata in placca aiuta, chi soffre di vertigine, a vincere la propria paura verso il vuoto aggettante ed abitua per gradi all’esposizione.

In caso di placca d’aderenza sei pregato di lasciarti lentamente scivolare verso l’alto.

Foto 18
Arrampicata d’aderenza sul granito della Dome della Maree in Svizzera per i fratelli Remy. L’arrampicata d’aderenza è molto tecnica e richiede una potente e misurata forza nelle gambe. La fiducia nella qualità della mescola di gomma delle scarpette deve essere massima. La fede nella capacità di spalmare il palmo delle mani deve essere oltremisura. I voli comportano spesso un “grattonage” molto fastidioso. I pantaloncini corti non sono consigliati.

Rimorchiatore d’alta quota
... e, con passaggio esposto ma non difficile, si perviene a una zona più facile di rocce rotte che si percorre senza via obbligata fino in vetta (Frase trovata in diverse guide di arrampicata)”.

Immancabilmente dopo aver letto frasi di questo tono si trovano passaggi complessi e senza chiodi. Quindi la parete diventa un’accozzaglia di roccia friabile e pericolosa. Si sale a caso seminando, a destra e a sinistra, nut e friend. La corda comincia a fare un attrito bestiale. Le soste che si improvvisano sono quanto di più pericoloso si possa escogitare. Sei stanco e vuoi uscire da questo incubo verticale pericoloso e di scarsa soddisfazione.

Ti chiedi come mai il compilatore di guide fosse stato così evasivo,  ti chiedi come mai il primo che ha aperto la via si fosse avventurato su di lì.

Sono semplicemente pericolosi raccordi fra memorabili passaggi di roccia?

Perché non tornare giù in doppia prima delle facili rocce rotte?

Forse il compilatore di guide non è mai passato di lì o arrivato al rifugio si è bevuto una grande birra dimenticando tutto.

Oggi è il tuo momento di tirare fuori l’esperienza, l’astuzia ed il fiuto sperimentati in tante anni di salite di montagne. Di al tuo compagno che è arrivato il tuo turno di lento rimorchiatore d’alta quota per guidare la cordata fuori dalle grandi difficoltà.

Foto 20
Anderl Heckmair durante la prima salita della parete Nord dell’Eiger nel 1938. L’Eiger nell’immaginario collettivo dello scalatore moderno è una montagna di roccia rotta dove non si insegue il piacere ma si scala solo per aggiungere una riga prestigiosa al proprio curriculum.

CONTINUA

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Flash di alpinismo 4 ultima modifica: 2014-08-31T08:00:33+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Flash di alpinismo 4”

  1. 1
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    Saranno “Allegri amici di Robin” (Hood), i due Inglesi del Sassolungo?

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