Flash di alpinismo 7

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 07 (7-13)
di Massimo Bursi

Ego
Certo, sono uno stronzo egocentrico, ma avere un ossessione non è una cosa facile da condividere con qualcuno (Marc Twight).

Cosa c’è di peggio del carattere di un alpinista?
E’ noto che gli scalatori sono esseri bugiardi ed inaffidabili, pur di andare ad arrampicare si inventano qualsiasi bugia con il proprio partner, lasciano i propri bambini parcheggiati in campeggio per qualche ora, sperando che tutto fili senza intoppi e gli arrampicatori non facciano ritorno a notte.
Si potrebbe spiegare questo concetto con una uguaglianza: scalatore uguale essere egocentrico, focalizzato solo sui suoi obiettivi e sul proprio noioso curriculum di vie.

Questa definizione è un dato di fatto: basta salire un sabato sera in un qualsiasi rifugio delle Alpi ed ascoltare le conversazioni di questi intraprendenti uomini delle arrampicate: io, io, io, io…

I protagonisti della sfida alla montagna potrebbero avere un piccolo problema fisico, che ne so… un taglietto al dito o un dolore alla spalla che sta rovinando la stagione, ma che non li fermerà, anzi sono disposti ad andare da qualsiasi specialista e spendere una fortuna pur di avere il fisico perfetto.
Sono tutti ossessionati.
Tutti hanno almeno una via che avrebbero voluto fare e che per una qualsiasi ragione non hanno mai fatto e si trasforma in ossessione.
Ad esempio, la mia ossessione si chiama diedro Philipp-Flamm al Civetta: quel fine settimana che dovevo andare a farlo c’era un banale impegno. Purtroppo ho perso l’occasione per sempre! Ora tutti a casa mia conoscono la mia ossessione.

Un compagno di vita scalatore, è il peggior errore che una donna possa commettere.

Curiosa immagine di Claudio Barbier in Belgio a Freyr. Claudio Barbier è stata una personalità controversa e molto egocentrica del panorama alpinistico europeo degli anni sessanta: totalmente centrato su se stesso e sul suo gesto arrampicatorio, formidabile ripetitore, non riuscì ad affermarsi come scalatore che abbia aperto nuovi itinerari.
Leggendo i suoi scritti si ha l’impressione di una personalità romantica ma disturbata.

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Il parco giochi
Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo (Eugene Guido Lammer).

Lammer ripropone il tema della fatica e del pericolo come la benzina dell’alpinista. Quello che uccide non è il pericolo, ma la vita piatta ed opulenta della pianura.
Gli scalatori fuggono dalla pianura; in montagna hanno paura della verticalità e non vedono l’ora di finire la propria salita per tornare in pianura e mescolarsi con gli uomini di pianura.
Gli scalatori, come gli uomini in generale, sono un insieme caotico di contraddizioni e le vicine Alpi non ci aiutano a scioglierle.

Ora le Alpi sono un grande parco giochi: d’estate fai alcuni tiri di corda e poi torni in corda doppia, d’inverno ti puoi divertire sulle cascate di ghiaccio o a scendere con lo snowboard. Ed ogni giorno migliaia di persone partono con i propri scarponcini da trekking d’estate o con le racchette da neve in inverno, per ritagliarsi la propria avventura.
Un’avventura con tanti pericoli o con pericoli controllati, ma sempre un’avventura in un grande parco giochi.

L’uomo ha sempre bisogno di un parco giochi. L’uomo pensa di esplorare spazi sterminati, ma quando dall’aereo vedi le cordate muoversi come formichine sulle creste, da una parte all’altra delle Alpi, allora capisci che il grande orizzonte e che l’ignoto sono semplicemente quello che il tuo sguardo non riesce a vedere.
Ognuno si ritagli il proprio parco giochi: un masso per il boulderista, una falesia per il falesista, una parete per lo scalatore, una valle per chi cammina, un’intera montagna per chi chiamano alpinista.

Alla fine sono tutti bambini che giocano al parco giochi.

L’ultimo, alla sera, chiuda il cancello!

Sull’Half Dome in Yosemite si trova questa particolare e stretta cengia chiamata del ringraziamento divino (Thanksgiving God). Pascal Etienne, ripreso in questa immagine, non sembra convinto del gioco che sta facendo.
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Allenamento inglese
Il miglior allenamento era andare al pub, bere 3 birre e parlare di arrampicata (Ron Fawcett).

Ron Fawcett, assieme a Pete Livesey, alla fine degli anni ’70, ha rivoluzionato il mondo dell’arrampicata inglese ed europea, introducendo il concetto di allenamento specifico ed intensivo per l’arrampicata.
Ron Fawcett, affermava che non poteva arrampicarsi sulle Alpi poiché se incappava in una perturbazione non poteva stare bloccato per il cattivo tempo per due o tre giorni, senza arrampicare, rischiando quindi di perdere la forma fisica.
Row Fawcett arrampicava in continuazione e quando arrivava in falesia arrampicava in cordata o da solo, dalla mattina fino a sera compiendo decine e decine di vie estreme in solitaria.
In un’epoca in cui gli scalatori si confrontavano ancora sulle grandi pareti, lui preferiva giocare sulle pericolose falesie inglesi o scendere in Verdon, al sud della Francia, per percorrere splendidi itinerari di calcare perfetto.
Eppure l’allenamento migliore avveniva al pub!

Se sei un forte scalatore, non prenderti troppo sul serio!

Ron Fawcett in arrampicata in Verdon. Alla fine degli anni Settanta l’arrampicata inglese era sicuramente avanti rispetto all’arrampicata del resto dell’Europa.
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A vista
Anche per quest’anno questa via l’ho fatta “a vista” (riferita da Emanuele Kinobi Pellizzari).

Chi va ad arrampicare spesso mitizza i grandi scalatori, le loro imprese e le loro gesta.
Ecco quindi una scalata a vista: ti avvicini alla parete, la vedi e la scali pulito, senza toccare i chiodi e senza altri sotterfugi: così nasce un’impresa da rivista.
Purtroppo per il concetto stesso di arrampicata a vista, tu non puoi ripetere serialmente una scalata a vista” sulla stessa parete più volte: è una contraddizione tautologica.
Quindi se tu vai sempre ad arrampicare nella stessa falesia e conosci i passaggi chiave a memoria non puoi più parlare di arrampicata a vista.

Proviamo ad allargare un po’ il concetto di arrampicata con stile: sei riuscito ad arrampicare bene? Hai fatto il passaggio con stile? Sei passato anche quest’anno a vista? E sia così!
Io rivendico il diritto che queste definizioni, quali l’arrampicata a vista, valgano non solo per i grandi, ma possano essere estese ed allargate anche per i peones dell’arrampicata che devono potersi divertire con queste definizioni che suonano così bene quando arrivi al bar a ordinare la birra.
Al diavolo le definizioni che vogliono porre ordine a questa caotica matassa di idee che c’è intorno all’anarcoide mondo dell’arrampicata.

Viva l’arrampicata a vista con cadenza annuale ed ogni volta che tu lo desideri.

Ivan Guerini in dialogo con una farfalla. Pochi capiscono quello che Ivan Guerini diceva e scriveva, ma il messaggio che ne derivava era che l’arrampicata era qualcosa di grande, di bello e di complesso da non potersi ridurre in un insieme di regole e definizioni. Il periodo libertario durò poco e tutto si ridusse a codificare un insieme di regole per uno nuovo sport fisico.
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La scomparsa del mito
C’è una luce buia sul ghiacciaio (ignoto ammiratore di Hermann Buhl riferendosi ai fulmini durante una notte di temporale).

L’alpinismo ha alimentato la lettura dei grandi volumi classici dell’alpinismo o i best-seller di montagna hanno creato nuovi alpinisti?
Quanti ragazzini hanno letto questi libri di salite epiche o di vite al limite di grandi alpinisti?
Quanti lettori di Hermann Buhl si sono lanciati su qualche via solo per ripetere le sua gesta. Quanti hanno letto o sognato sui volumi di Walter Bonatti?
Questo periodo è finito.
Per fortuna!

Internet ha seppellito tutto questa pseudo-letteratura.
Oggi l’informazione viaggia in rete e il ragazzino brufoloso, che ti ripete la via che tu cerchi di salire, ha studiato il video su YouTube e conosce i trick del passaggio.
Tu con le tue conoscenze pseudo-letterarie dei tempi eroici ti senti superato. Tu rimani a terra terrificato dai ricordi di terribili descrizioni di passaggi magari sotto una tempesta. Tu hai i miti in testa che ti spaventano.

Intanto gli altri si muovono veloci senza gli spettri del passato.
Tu guardi al passato e loro guardano al futuro.
Anche loro hanno i loro miti, ma sono più leggeri, non sono codificati su libri polverosi, sono agili e mutevoli come il web.
Internet ha ucciso le riviste di montagna.
Internet ucciderà anche i libri di montagna?
Internet ucciderà anche il mito alpinistico?

Se la citazione iniziale non ti dice nulla, hai già la risposta al quesito di cui sopra.

Sostituiamo i miti del passato con nuovi miti. Ad esempio Andy Holzer scalatore austriaco cieco dalla nascita, lui è un vero esempio di tenacia, perseveranza, passione ed entusiasmo. Lui arrampica dove la media degli scalatori fatica!
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Mani
Meglio un grande appiglio in una piccola mano che un piccolo appiglio in una grande mano (Claudio Barbier).

Il segreto dello scalatore sta anche nelle sue mani. In ogni caso le mani subiscono le conseguenze di anni di scalate.
La prima cosa da fare quando si entra in un rifugio è quella di osservare le mani di questi avventori.
Raramente ci si sbaglia poiché come si dice le mani tradiscono il mestiere.
Le mani tradiscono gli anni di attività, l’allenamento, le ore di freddo in parete e le lunghe sessioni alla trave.
L’uomo comune o della strada è sempre meravigliato che “noi si arrampichi” a mani nude e senza guanti. Chissà perché arrampicare a mani nude è considerata una cosa così strana. A volte mi chiedono se uso le ventose o i rampini.

A tutti sarà capitato la sensazione di abbandono quando si arrampica in inverno e le mani si congelano: sebbene tu veda gli appigli grandi e facili, le mani non ubbidiscono ai comandi del cervello e si muovono e prendono gli appigli in maniera meccanica, senza avere la giusta sensibilità. In questo modo si perde fiducia, magari non si cade, ma ci si deve fermare.

Un’altra orrenda sensazione è quando senti che le mani si aprono e non fanno più presa sulla parete rocciosa. Alla fine di un lungo tiro continuo senti che le forze vengono meno e con il fiatone, cerchi di accelerare, poichè sai che è solo questione di tempo prima di cadere.

Le mani racchiudono i segreti di uno scalatore.

Le mani di uno scalatore, specie dopo una salita in fessura granitica, sono particolarmente provate. Bende e nastri di cerotto sono usate per proteggerle dalle rocce più taglienti ma spesso i risultati non sono soddisfacenti.
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La filosofia del guerriero
La paura è il primo nemico naturale che il guerriero deve superare lungo la strada verso la conoscenza (Carlos Castaneda).

Non permettere che i draghi della tua mente abbiano il soppravvento e ti spaventino. Arrampica sempre concentrato e motivato, ma con la mente leggera. Non è facile.
Lo scalatore può essere paragonato ad un guerriero che prepara le sue armi, studia l’avversario e il terreno di battaglia e solo alla fine scende in campo, mettendo in gioco tutto sé stesso.
Non è facile diventare guerriero delle rocce ed agire con freddezza: ma questo è il segreto degli scalatori che riescono a compiere molte scalate vicino al proprio massimale.
Seguire il percorso di apprendimento del guerriero ed aumentare la propria consapevolezza è un’arte che nessuno ti insegna.
Il guerriero deve aumentare la propria forza: la capacità di agire, di impiegare energia in situazioni inaspettate e ancora fiducia, coraggio, mettersi alla prova, affrontare il rischio.
Non significa allenarsi di più; significa preparare la propria mente e condizionare il proprio subconscio, la parte nascosta della mente, per l’azione della scalata.
Gli insegnamenti del viaggio del guerriero – l’apprendimento –  di Don Juan Matus, sciamano indiano Yaqui, a Carlos Castaneda, antropologo misterioso, sono forse una chiave misteriosa per prepararsi all’azione.
Arno Ilgner ha applicato la lezione di Castaneda all’arrampicata, creando di fatto un metodo da lui chiamato rock warrior’s way.

Se vuoi migliorare, devi necessariamente intraprendere la via dell’apprendimento della mente.

Alex Honnold sulla famosa cengia chiamata Thanks giving God dell’Half Dome. E’ in solitaria e senza corda. Alex Honnold è noto per le sue scalate estreme solitarie. Lui è sicuramente un guerriero delle rocce. Lui sicuramente arrampica bene, ma a differenza di altri fuoriclasse, riesce ad arrampicare bene anche senza corda poiché riesce ad aumentare la propria concentrazione all’azione quando gli serve.
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Compartimenti stagni
Mi piace arrampicare per piacere, ma non mi piace farlo per denaro. E’ lo stesso approccio che uso nel sesso.

Tanti scalatori si chiedono perché non trasformare la propria passione in un lavoro: chi vorrebbe lavorare in un negozio di attrezzatura alpinistica, chi fare la guida e chi in un centro di arrampicata indoor.
In realtà queste sono solo scorciatoie per cercare di risolvere un problema temporaneo: trovare un lavoro.
Ben presto si delineano nuovi ostacoli: cresce il senso di frustrazione, s’insidia la noia della ripetitività quotidiana, cosicchè lo scalatore guerriero si ripresenterà con tutto il suo carico d’insofferenza.
La soluzione migliore è svolgere un qualsiasi lavoro, possibilmente che ti dia soddisfazione, lavorando non troppo e guadagnando non poco, per poi potersi dedicare all’arrampicata.
Il vero rischio è quello di non eccellere né nel lavoro, né nell’arrampicata.  

Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.

Vito Plumari, il “vecchiaccio”, impegnato nel bouldering al Camp 4 in Yosemite. Un personaggio particolare, il “Don Juan” dell’arrampicata, parafrasando un famoso personaggio di Carlos Castaneda. Per lui, Pierluigi Bini e gli altri amici della casa cantoniera del Sella tra i quali Luisa Iovane ed Heinz Mariacher l’arrampicata era puro ed assoluto piacere.
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Arrampicata ribelle
L’arrampicata è una espressione individuale e che non è sopportabile da coloro che si ritengono portavoce dell’etica (Warren Harding).

Questa frase di Warren Harding, scalatore pioniere dello Yosemite Valley, ci dà l’idea dirompente dell’anarchia in cui può, anzi deve, sfociare l’alpinismo.
Noi non vogliamo regole almeno nell’arrampicata, anche l’idea stessa di un’etica ci disturba e toglie spontaneità al nostro gioco.
L’arrampicata, come la musica rock, è nata come espressione libera del corpo e della mente, è un modo estremo di sublimare le difficoltà della vita.
Cerchiamo di non imbrigliare l’arrampicata con regole, etiche, classifiche, imposizioni. Quando si cerca di imporre tutto questo, il movimento è nella fase decadente, mentre nella parabola ascendente la creatività è sufficiente per alimentare la passione.
Arrampicata significa salire liberamente la roccia.
Le regole sono in più, sono sovrastrutture dell’uomo.

Arrampica ascoltando la canzone Musica Ribelle di Eugenio Finardi: nulla sarà più come prima!

Warren Harding all’uscita, in solitaria, di Dawn Wall al Capitan nel 1970. Personaggio controverso dell’arrampicata, grande amante della bottiglia, ma convinto assertore della massima libertà anarchica della dimensione dell’arrampicata. Warren Harding è stato il primo salitore del Capitan nel 1958.
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Divertimento
Il più grande alpinista è quello che si diverte di più (Alex Lowe).

“Dai che non siamo qui per divertirci” tipica frase spesso udita in falesia, dove si alternano un capocordata troppo inutilmente preso dal proprio ruolo ed un secondo di cordata rilassato, che pensa solo a divertirsi. In fin dei conti chi ha ragione?
Perché non divertirsi sempre e comunque?
L’alpinismo non è una fede, né un lavoro.
Il grande alpinista cerca di divertirsi sempre e comunque.
Con questo spirito potrai accettare di dormire in rifugi puzzolenti e di svegliarti alla mattina presto per raggiungere una parete su cui divertirsi.
Purtroppo abbiamo dovuto aspettare che qualche americano ce lo insegnasse, perché noi europei ci siamo invaghiti di un concetto di alpinismo di conquista, di sofferenza e di machismo.
E’ fondamentale che un americano come Alex Lowe ci ricordi che dobbiamo anche divertirci.

Vai in rifugio e chiedi chi sia il più grande alpinista. Ti accorgerai che il divertimento non è contemplato.

Divertimento è anche camminare su una fettuccia tesa (slackline) sopra un laghetto con lo sfondo del Cervino come sta facendo Heinz Zak.
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continua

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Flash di alpinismo 7 ultima modifica: 2014-10-17T07:30:13+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Flash di alpinismo 7”

  1. 3
    Alberto Benassi says:

    perchè i fanatici del lavoro, come li chimeresti??

    questi non sono dei mostri che sacrificano amicizia e rapporti familiari perche non vedono altro che il lavoro!

    Come dice Silvia non è un problema di alpinisti, ciclisti, ect.

    Il problema è la persona. L’uomo!!

  2. 2
    SILVIA MAZZANI says:

    Alpinisti come mostri? Non condivido.
    Può darsi che qualche mostro ci sia, ma non gli alpinisti in particolare…Sono gli esseri umani in generale, non importa se ciclisti, cacciatori, piuttosto che giocatori di poker, ad essere a volte egocentrici e mitomani.
    E poi , per favore, non focalizziamoci a tutti i costi su quanto c’è di negativo, guardiamo alla grande bellezza, il divertimento, l’amicizia, l’aria pura della vetta…

  3. 1
    Alberto Benassi says:

    “Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.”

    Con questa sono completamente d’accordo.
    Anche se ne avessi avuto la possibilità, ad esempio non avrei mai fatto la guida alpina. Cioè non avrei mai trasformato il mio divertimento di praticare la montagna e di fare alpinismo in un lavoro.
    Vado in montagna e a scalare quando ne ho voglia e non perchè ho preso l’impegno con un cliente e visto che lui mi paga, anche se non ne ho voglia devo comunque andarci.

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