Free Tibet

Free Tibet
di Patrick Gabarrou
Questo articolo è apparso per la prima volta in italiano su ALP Grandi Montagne n. 34. Traduzione dal francese di Flaviano Bessone

Il Cervino si presenta al turista che sbarca dal treno a Zermatt nella perfezione dì una compiuta struttura piramidale. E la parete nord s’impone in potenza e maestosità: fan­tastica, archetipica, evidente. Oggetto dei desideri dei più grandi alpinisti degli anni ’30, impressiona, attira, soggioga. Sempre allo stesso modo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cervino, Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cesare Ravaschietto sul tetto di A2+ di Free Tibet, (Naso di Zmutt, Cervino), prima ascensioneCesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensione

Ma il Cervino, di cui si crede di aver visto tutto al primo colpo d’occhio, possiede anche uno stupefacente giardino segreto che non si rivela se non a chi marcia verso gli alti luoghi dove gli uomini hanno edificato la capanna Schönbiel. Già lungo il cammino, dal luogo incantato dei casolari di Zmutt, si vede sorgere dalle viscere della montagna una irreale visione; è una stupefacente prua di pietra strapiombante, conficcata nell’estremamente ripida parete a destra dell’immenso piano verglassato della parete nord. È il Naso di Zmutt, il più grande strapiombo delle Alpi occidentali. La sera al tramonto, dalla capanna, la parete svelerà un po’ del suo complesso rilievo, ma senza che se ne possano afferrare tutti i dettagli. Solamente superando la cresta di Zmutt ci si potrà avvicinare all’enigma proposto dall’austera parete. Dopo parecchi tentativi con Pierre Gourdin e François Marsigny, riuscii finalmente nel 1992 a risalire, in compagnia di Lionel Daudet, questo straordinario rilievo della grande piramide delle Alpi. A tal punto unico nel suo slancio, che l’offrimmo Aux amis disparus di tutti gli alpinisti. Due cose però mi avevano lasciato ancora un po’ di fame di perfezione. La parete, lavorata dalle cadute di pietre di un’estate secchissima, ci aveva obbligati a raggiungere la base del Naso dalla cresta di Zmutt e, in più, avevamo dovuto forare la roccia per 25 metri sul filo del pilastro strapiombante. Una seconda prua dello stesso stile, ma più modesta, delimita a sinistra il Naso, formando un immenso diedro fessurato, sormontato da grandi strapiombi. E con lui il sogno di una possibile fantastica scalata naturale. Fu quasi dieci anni più tardi che mi ritrovai ai piedi di quel grande muro scuro, con gli enormi sacchi che accompagnano questo genere di imprese (anche optando per bivacchi minimalisti). E fu in quel momento che il mio compagno, sino ad allora assai entusiasta e motivato, capì quello che ci aspettava e diede improvvisamente forfait. Che fare? Decisi di sperare nella fortuna e di prendere il rischio di lasciare i sacchi e tutto il loro prezioso contenuto nascosti nel labbro di una terminale relativamente sicura, sperando che il tempo si mantenesse bello e che io riuscissi a trovare in piena estate un compagno libero e di alto livello. La fortuna mi arrise meravigliosamente nella persona di Cesare Ravaschietto, una guida italiana tanto eccezionalmente forte quanto discreta, un vero “fuoriclasse” come dicono i suoi compatrioti. Messi in contatto da un’amica comune, ci conoscemmo sul sentiero che porta al Cervino, e dal giorno seguente facemmo cordata comune con una fiducia reciproca che non fece che aumentare nel corso dell’ascensione. Alla terminale perdemmo un’ora preziosa a cercare i sacchi, già profondamente sotterrati. Quel giorno sapevamo di dover arrampicare contro il tempo, poiché la meteo aveva annunciato un notevolissimo rialzo della temperatura. Effettivamente qualche sasso rotolava già nel pendio iniziale. Subimmo anche una vera caduta di pietre all’uscita del ripidissimo terreno misto iniziale, che avevamo salito molto veloci malgrado i sacchi. Ci mancò di poco e potemmo apprezzare la forza mentale di ciascuno di noi. Non una parola. Solamente l’azione concentrata, rapida, efficace sul grande pendio di ghiaccio che stavamo seguendo. Dopo un passaggio misto, ripido e delicato, ci ritrovammo attaccati alla base del grande muro di roccia scura, finalmente al riparo dalla caduta delle pietre che cominciava ad abbattersi da tutte le parti con furore selvaggio. La roccia in alto era mediocre e la scalata abbastanza aleatoria, ma almeno la nostra sicurezza non dipendeva che da noi stessi.

Patrick Gabarrou in bivacco su Free Tibet, Naso di Zmutt, Cervino
In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.

Così la lunga giornata filò senza tregua fino a condurci su un vago posto da bivacco assolutamente mediocre. Vista la qualità della roccia preferimmo mettere uno spit per l’assicurazione notturna della cordata. Al di sopra delle nostre teste il grande diedro strapiombante e la sua enigmatica uscita m’impressionava molto, e lasciava visibilmente di stucco il mio compagno. Sotto di noi si slanciava la parete inclinata, solcata dalle pietre che continuavano a cadere. Impossibile prendere in considerazione una discesa in caso di problemi. La salvezza passava dall’alto, nella speranza che esistesse una porta d’uscita. Tutto ciò si agitava nella mia testa durante la notte, con l’impressione di essere entrato in una trappola; ma quando confidai le mie angosce a Cesare, egli si limitò a dire che sperava di passare la notte seguente almeno su un accenno di cengia, e poi ripiombò in un profondo mutismo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensione, nella parte superiore della via
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensione

L’alba non ci sorprese in quanto non avevamo veramente dormito. Cege, eccezionalmente sicuro ed efficace, prese la testa della cordata su una roccia friabile e poco evidente. A ogni tiro proponevo di dargli il cambio, ma lui sembrava infaticabile. Si alzava con una potenza tranquilla molto impressionante. Era assolutamente più forte di me e, anche se ero capace di arrampicare in testa, non potevo certo farlo con lo stesso brio e la stessa rapidità. Fu dunque lui che emerse poco prima della notte dal grande labirinto strapiombante ed ebbe la felice sorpresa di scoprire la miracolosa piccola cengia orizzontale dei nostri sogni. Mentre eravamo tutti intenti ad addobbarla col secondo spit della via, un’infinità di luci cominciò a riempire lo spazio ai nostri piedi e fino ai limiti dell’orizzonte. Avemmo allora il raro privilegio di assistere per delle ore, come bambini stupefatti, alla meravigliosa Festa delle Alpi, che ogni anno in Svizzera illumina la notte del 1° agosto. Ci addormentammo così nel cuore della montagna, sazi di fatica, di emozioni, di bellezza.

Lo schizzo di Free Tibet
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postato il 30 settembre 2014

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Free Tibet ultima modifica: 2014-09-30T07:30:15+00:00 da Alessandro Gogna

6 thoughts on “Free Tibet”

  1. Il racconto di Patrik rispecchia integralmente il suo modo di fare alpinismo:umile e sereno e quindi grande.Ho avuto l onore e il piacere di passare dei momenti con lui in montagna e ne confermo lo stile e il pensiero. GRANDISSIMO

  2. Si Stefano in effetti non è la stessa cosa. Se non ricordo male Castiglioni racconta che fu quasi costretto da Vinatzer a fargli da secondo .
    Qui invece Patrick riconosce la superiorità del suo compagno e tranquillamente cede il comando della cordata. Personalmente però anche questo cedere senza esterne imposizioni il comando della cordata l’avrei vissuto male. Mi avrebbe portato a non sentire mia la via.
    Invece dalle parole di Patrick traspare ugualmente serenità e felicità di vivere quel momento.

  3. Il Gabibbo riconosce con estrema sincerità la superiorità del suo compagno. E nonostante il desiderio di fare anche lui la sua parte in testa alla cordata… “a ogni tiro proponevo di dargli il cambio”… in fondo è lui l’ideatore di questa salita, è lui che l’ha suggerita a Ravaschietto, ma… “non potevo certo farlo con lo stesso brio e la stessa rapidità”… Così Patrick rinuncia ad andare in testa e lascia libero sfogo alla classe e alla grande forma del compagno. Nonostante questo Patrick è sereno e contento di essere lì.
    Una cosa simile sembra che successe anche tra Vinatzer e Castiglioni sulla sud della Marmolada. Ma alla fine Castiglioni, nonostante la grande via aperta, non ne rimase molto contento e non si legò mai più con Vinatzer.

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