Fuga da Buoux

Fuga da Buoux
di Marco Preti
(publicato su Rivista della Montagna n. 101 (Roc), nell’ottobre 1988)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(4)

l giudici togati e i giurati, per lo più guide alpine d’alta montagna, si alzarono con decisione. Il presidente del Collegio disciplinare dell’UIAA tossì, spinse la sedia all’indietro e s’alzò puntando le braccia in avanti sul grande tavolo di ebano. Nell’aula del palazzo delle Cime di Lugano il sole filtrava attraverso le grandi vetrate rettangolari. Il silenzio era assoluto. F.J. Primo attendeva il verdetto a pugni chiusi. Non aveva molte speranze di cavarsela, l’imputazione era tremendamente seria e correvano voci che l’UIAA volesse infliggergli una sentenza esemplare.

«In nome del Consiglio disciplinare dell’Unione Internazionale Associazioni Alpinistiche, si dichiara l’imputato colpevole e pertanto lo si condanna ad anni sette di scalate forzate da scontarsi nella Falesia circondariale di Buoux». Tutto il pubblico s’alzò rumorosamente in piedi, nessuno sembrava accettare il verdetto. F.J. era annichilito, gli occhi vitrei di chi non dorme da giorni, la barba incolta. Tolse il rametto di calafate che portava infilato nel taschino della camicia e lo gettò in terra. L’avvocato Carletti, suo amico d’infanzia e primo compagno di cordata, gli mise una mano intorno al collo e lo strinse forte mentre i secondini gli infilavano le manette. «Sono stati dei bastardi F.J., è uno scandalo, faremo ricorso in appello». Il presidente del Collegio disciplinare batté ancora una volta con il martello-piccozza sulla tavola di legno: «Silenzio, silenzio! Sgomberare l’aula!». Poi s’alzò e con fare ieratico lasciò la sala delle Cime.

Nei lunghi corridoi la gente si spingeva. Caterina s’appoggiò al muro e accese una sigaretta: «È un verdetto scandaloso, il presidente Bambard è un megalomane, un tiranno, il cliente insisteva per fare da capo cordata e F.J. non poteva sapere che quella via era schiodata». L’avvocato difensore abbracciò la ragazza e la accompagnò fuori dai giardini del palazzo. Il caldo sole di fine maggio illuminava le guglie dei Denti della Vecchia facendo brillare le lisce pareti di calcare. Non potendo resistere a quel richiamo, molti fra gli alpinisti presenti al processo corsero verso le montagne. Altri invece continuarono la discussione al bar del centro davanti a una birra ghiacciata. F.J. fu condotto in un cortile interno e subito fatto salire su un’auto blindata. Le pesanti porte scorrevoli s’aprirono e la macchina uscì nel sole della strada. F.J. intravide sul marciapiede Caterina, l’avvocato Carletti e altri amici intimi venuti da Roma. Poi nel finestrino sfilarono i giardini del centro e infine la lunga siepe dell’autostrada. L’auto blindata dell’UIAA, una Fiat di grossa cilindrata con vetri antiproiettile, correva verso la Provenza. F.J. si tolse le scarpe, allungò le gambe sul sedile e mise le mani dietro la testa chiudendo per un attimo gli occhi. Il destino gli aveva rifilato una gran bella gatta da pelare. Per la quale aveva due soluzioni: suicidarsi, oppure accettare la condanna come una difficile esperienza di vita. Una sola cosa era certa: stavolta avrebbe potuto arrampicare fino alla nausea. Si guardò le manette che gli stringevano i polsi: gli tornò alla mente quella foto su Separate Reality, con le bende delle mani stracciate e insanguinate. Il sole caldo di quel pomeriggio d’autunno, a Yosemite, pareva lontano anni luce.

La pagina di apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna n. 101

L’auto dell’UIAA uscì dal casello, e l’autista (uno svizzero-tedesco) cambiò marcia dicendo qualcosa in bern-deutsch, probabilmente lamentandosi del prezzo del pedaggio autostradale. A fianco della strada provinciale correva un lungo filare di platani bianchi e neri; il sole, filtrando tra quelle foglie, macchiava d’ombre l’interno dell’auto e i pantaloni grigi di F.J. Poi la guardia abbassò di un dito il finestrino, e subito F.J. avvicinò il naso alla fenditura: adorava il profumo della lavanda fiorita.

Le colline della Provenza erano dipinte di giallo e lilla, e la strada secondaria che scompariva zigzagando all’orizzonte sembrava uno scarabocchio a matita. Dopo l’ultima curva, le due guardie svizzere s’aggiustarono la cravatta e rimisero il cappello. All’ingresso del penitenziario ripeterono la frasetta convenzionale: «Aufretz la porte».

F.J. allungò un piede sul cemento rovente del piazzale e richiuse la portiera guardandosi attorno. «Guarta che non ezzere chiussa pene!». F.J. riprovò con più forza, quindi con una pacchetta sul cofano fece gesto d’andare e aggiunse: «Jawohl mein Herr, ne le ciàpe un pal de fer». Rimase sorpreso, erano anni che non gli tornava in mente quella volgare, deliziosa frasetta con la quale Gianni “il meccanico” usava salutare i tedeschi lungo i sentieri del Brenta.

F.J. non ebbe neppure il tempo di dare un’occhiata alla falesia al di là del muro che subito venne afferrato per un braccio da una guardia e condotto all’interno dell’istituto di pena. «Nome?». «F.J.». «Come si legge?». «Effgei». «Cognome?». «Primo». «Età?». «Ventinove anni». «Altezza?». «Uno e ottanta». «Peso?». «Sessantacinque chili». «Religione?». «Buddista». La guardia alzò gli occhi: «Nazionalità?». «Italiana». «Stato civile?». «Divorziato». «Figli?». «Nessuno». «Ora spogliati e attendi».

F.J. rimase fermo nel cono di luce che scendeva in mezzo alla stanza, poi alzò gli occhi verso il sole che filtrava dal lucernario del soffitto. «Bienvenue, ma bébiche» disse il medico in camice fucsia entrando nell’ambulatorio. «Pas mal come fisico, peccato tutti ‘sti pelacci, addirittura sulla schiena». Quindi iniziò a visitarlo, misurandogli le circonferenze muscolari. «Facevi pesi?». «Tempo fa». «Fammi vedere la spaccata frontale». F.J. lasciò scivolare i calcagni all’infuori. «Alt, alt, non insistere, potresti lacerarti. Sembri un po’ arrugginito». Poi il medico prese un vecchio nastro millimetrato per misurare la distanza dei glutei dal pavimento. Compì ogni operazione senza smettere di guardarlo negli occhi, e non fu un caso se arrivò a sfiorargli i testicoli con il dorso della mano.

«Alzati pure, adesso». F.J. obbedì e tornò ritto in piedi nel cono di luce. Il medico trafficò un momento all’altezza dell’ombelico, quindi scivolò in basso, maliziosamente, giù per il ventre del detenuto. «Com’è, sei forse impotente?» gli sussurrò. F.J. si volse di scatto, afferrò il dottore per i capelli e lo fece inginocchiare: «Prova così». L’antropometrista scappò via, ma convinse il capo carceriere a dare al nuovo detenuto una cella di riguardo, con vista montagna. F.J. si sdraiò sulla cuccetta rigida, di fronte; incollato sull’anta dell’armadietto c’era un ritaglio di giornale con la foto di un uomo calvo. Verso le otto di sera la cella 256 venne aperta e F.J. si mise in fila per la cena con gli altri detenuti del Buoux. Una fila composta di tante scarpe di tela nera, quelle in dotazione al penitenziario, che avanzavano rumorosamente sulla passerella di ferro seguendo il ritmo amplificato dagli altoparlanti.

F.J. teneva il passo oscillando le braccia. Giunto al refettorio, attese che gli altri detenuti prendessero posto ai tavoli e si mise a sedere in un angolo della grande sala. «Sei nuovo, vero?» gli chiese il suo vicino. «Sì, mi hanno appena processato». L’inserviente rovesciò nel piatto due mestoli di miglio in brodo e una bistecca di soia. «Si mangia sempre così bene?». «Non è male, e poi la dieta macrobiotica è prescritta dal regolamento» rispose il detenuto con la bocca piena. Il refettorio era illuminato dalle lampade fucsia al neon e i detenuti mangiavano in silenzio, la testa nel piatto.

Dopo cena i carcerati lavarono il proprio piatto e ordinarono le panche per assistere alla proiezione. «Il programma di questa sera» annunciò con falso entusiasmo Vito Papparà, il secondino della sezione culturale, «comprende tre film tratti dal repertorio storico del Festival di Trento. Il primo è È pericoloso sporgersi, un film francese che ha per protagonista Catherine Destivelle». «Nuda! Nuda!» gridarono in coro i detenuti. «Il secondo è Settecentoventimila passi attraverso il Karak…». Ma il secondino venne interrotto da un «buhhh!». Si udì appena: «… un film russo in bianco e nero». Ma Papparà riprese: «Il terzo è un interessante documentario polacco, Gdybys przyszedl pod sciane, sottotitolato in inglese». Le luci si spensero tra le grida di disappunto dei detenuti. Tornato alla propria cella F.J. s’addormentò di colpo. Sognò il giudice Bambard. Su di una slitta, con la pelliccia fucsia, il giudice agitava la frusta incitando una muta di cani neri. F.J. scoprì di essere lui il capo branco. «Sette anni sono troppi» abbaiava disperato, «il pack è troppo accidentato, il carico troppo pesante».

F.J. delirava e guaiva raggomitolato nelle lenzuola ruvide quando improvvisamente suonò la sirena della sveglia. Tutti i detenuti passarono correndo in punta di piedi sotto gli zampilli ghiacciati della doccia. Quindi, dopo essersi asciugati in fretta, si rivestirono con la tuta di tela numerata e uscirono nel grande prato dietro il refettorio.

Il dottor Panderson, istruttore hawayano di stretching e yoga, fece un cenno con gli occhi e ogni detenuto prese spazio sdraiandosi nell’erba umida. «Lasciati cadere tranquillamente in avanti, 182» disse passeggiando fra i carcerati seduti a gambe divaricate. «Appoggiati pure sui gomiti, se credi. Bene così, 203. To’, una faccia nuova: da dove vieni? Santo cielo, sei rigido come un Galibier!». F.J., a gambe divaricate e busto flesso in avanti, riusciva giusto a respirare in punta di naso. «Italia» rispose con un filo di voce. L’istruttore sorrise appoggiandogli lievemente le mani sulle spalle per aiutare la flessione in avanti del tronco.

Dopo mezz’ora i detenuti si alzarono stiracchiandosi. F.J., con le gambe irrigidite, si mise in coda alla porta del magazzino dove il carceriere Hakkerer assegnava l’attrezzatura da scalata: imbraghi Cassin con magnesio-dispenser incorporato, tute Ciesse ad auto-termo-regolazione, e scarpette San Marco automodellanti. «Numero e volume dei piedi» chiese Hakkerer. «Mah, non lo so il volume» disse F.J., che salì sulla pedana trasparente e vide la luce laser filtrargli tra le dita. Dopo qualche secondo la voce del computer gracchiò: «Size quarantadue virgola tre piede sinistro, quarantuno virgola sette piede destro, volume complessivo quattrocentonovantacinque virgola duecentoquarantatré centimetri cubici. Consigliabile scarpa con allacciatura mediotarsica a dieci fori, punta ricurva venti gradi, rigidità tre e dieci». «Hai preferenze per un colore?» chiese il carceriere in tono ironico. «Vanno bene nere» rispose F.J. scendendo dalla macchina antropometrica.

Riposte con cura le scarpette nello zaino, il detenuto 256 si mise in coda per l’assegnazione degli itinerari di pena da percorrere. «Detenuto 217 PadmaTenzing, braccio Stix. Detenuto 218 Richard Marston, braccio Choucas. Detenuto 219 Genesio… ». I climbers carcerati si dividevano entrando nei settori (delimitati dalla pittura segnaletica sul piazzale) prima di dirigersi al terminal di giunzione.

«Avanti un altro». Il secondino ripeteva l’operazione di collegamento tra la fibbia magnetica dell’imbragatura e il cavo metallico con precisione e velocità. F.J. consegnò la scheda del programma giornaliero ed attese il proprio turno. Il cavo correva in alto luccicando tra gli alberi. La lunga fila nera dei detenuti avanzava lentamente verso i muri di calcare. Il ronzio delle elettrocalamite si mescolava ai respiri affannosi dei carcerati.

Al braccio Zarathustra (dove gli itinerari punitivi erano più facili) venivano assegnati ogni giorno una ventina di detenuti, scelti ovviamente tra i meno forti. Alle 9 in punto tutti erano seduti sulle stuoie numerate, la testa bassa, le gambe incrociate. Alla base di ogni itinerario c’era una botola che racchiudeva il sistema meccanico di assicurazione automatica. F.J. guardò la parete mentre il counter si posizionava su “O metri”. All’improvviso sbucò il secondino addetto alle dimostrazioni. Attese che tutti i detenuti fossero inginocchiati (come prevedeva il regolamento), sputò contro la roccia e iniziò a salire slegato lungo la via Centrale verbale raggiungendo in breve la sua torretta di controllo. Ora tutti i secondini, che erano gli autori stessi degli itinerari di pena, erano ai loro posti. Partì la sigla (un vecchio ritornello rock di Jan Dury), quindi il conto alla rovescia. La sirena diede infine il via e tutti i detenuti si alzarono faticosamente lungo le corsie di roccia grigia.

Un fischio, acuto, annunciò i primi dieci minuti di scalata. F.J. aveva trovato in fretta gli automatismi motorii, ed aveva già raggiunto l’ultimo spit. Il tratto era strapiombante e decise di riposare per un attimo appeso alla grande lama prima del passaggio finale. S’accorse però che Tiboutou, il secondino negro, lo stava osservando, e allora riprese subito a scalare. I biditi erano sufficientemente profondi e ravvicinati, cosicché F.J. raggiunse la catena facilmente. «Ottima esecuzione. Ora premi il pulsante, il replica-belayer ti calerà».

La corda iniziò a scorrere lentamente mentre la voce negli altoparlanti ripeteva: «Ogni detenuto ha quindici minuti a disposizione. Non è determinante il felice esito del tentativo. Non esiste differenza fra prova riuscita e fallimento». «Ogni detenuto» gracchiava l’altoparlante, «deve semplicemente scalare. Purificarsi. Espiare. Sublimare. Quando un detenuto riuscirà a ripetere tutte le vie di un settore, verrà trasferito ad un altro braccio. Lì troverà difficoltà di ordine superiore. Il suo onore accrescerà fin quando sarà ammesso a far parte della élite. Non è una questione di vantaggi materiali, bensì di una gratificazione, di un riconoscimento ufficiale. Ogni detenuto ha quindici minuti… ». F.J. portò a termine i suoi sei tiri giornalieri di 6c senza una sola caduta e, primo della stagione 2027 al penitenziario di Buoux, venne trasferito direttamente al braccio Stinx dove gli itinerari erano quotati 7a.

Durante la cena, Tiboutou, il secondino negro che da otto anni era il dimostratore di Buoux, si sedette al tavolo di F.J. «Dicono che fai corse sul 6c e che farai molta strada». F.J. sorrise felice. «Che ne diresti di alloggiare in una cella a due?» disse il secondino. «Avresti un compagno con cui parlare. Avanti, scegli, con chi vuoi stare?». «Non saprei» rispose F.J. guardandosi attorno. Restò per un attimo con il vassoio in mano a scrutare i detenuti che mangiavano, poi disse: «Quello lo conosco. Il tipo vecchio là in fondo, non so se lo vedi, è seduto nell’angolo di destra». Il secondino s’alzò, riconobbe Patrick, registrò il numero di matricola sul suo databank mentre F.J. andava a sedersi accanto al suo nuovo compagno di cella.

A fine settimana il detenuto 256 aveva già collezionato tutti i 7a del braccio Stix: una serie di ventitré “onsight” in altrettanti tentativi. Era diventato già molto celebre, i secondini e i detenuti parlavano spesso del nuovo arrivato e alcuni erano certi che si trattasse del più grande talento naturale mai finito nel penitenziario di Buoux. Nel frattempo andava affinandosi l’amicizia che legava F.J. al vecchio Patrick. I due passavano ore e ore a discutere, per lo più di filosofia e di politica; raramente il discorso cadeva sull’arrampicata, ma ogni volta che ciò accadeva F.J. ne traeva notizie e informazioni interessanti. Patrick, infatti, conosceva perfettamente tutti i segreti degli itinerari dei settori superiori. Benché non gli riuscisse di concatenare i movimenti di varie vie, egli sapeva tutte le impostazioni dei passaggi chiave, ed era anche in grado di rappresentarli graficamente con sbalorditiva precisione. Patrick dimostrava poi in ogni occasione di essere una persona squisita e sensibile. E F.J. proprio non riusciva a comprendere come avessero potuto condannarlo alla scalata forzata a vita. «Quello che feci fu un gesto inconsulto, imprevedibile» disse un giorno Patrick, seduto sul water. «Mi pentii nello stesso istante in cui tirai la corda. Quel Mellanich, il giudice di gara, ce l’aveva con me, mi toglieva una decina di centimetri ad ogni misurazione. Me lo trovavo come arbitro a ogni gara. Ero a fine carriera e gli sponsor mi stavano mollando, capisci?». «Sì, però» l’interruppe F.J., «forse non era il caso di strapparlo dalla parete e farlo cadere da venticinque metri!». «Sai, spesso si compiono cose insensate, la rabbia pavloviana gioca strani scherzi» concluse Patrick alzandosi dal water. «Ma il tempo è medico, e si finisce per dimenticare la vita di fuori. In fondo si sta bene anche qui». Patrick si pulì con il vaporizzatore sfinterico e richiuse la zip della tuta. Prese a massaggiarsi le dita con la crema antitendinite che era possibile acquistare (per una cifra folle) da Hakkerer. Poi si affacciò alla finestra in punta di piedi e se ne restò a lungo a guardare i contorni della falesia che sbiadivano nell’ombra di quella sera d’autunno.

«Ho intenzione di andarmene» disse F.J. ad un tratto, alzandosi dal letto. Il vecchio si voltò di scatto. «Abbassa la voce, sei impazzito? I muri hanno orecchi. Nessuno c’è mai riuscito, e poi vedrai che ti ridurranno la pena». F.J. stringeva forte il tubo di ferro che sorreggeva la branda: «Non ce la faccio a resistere per altri duemilaquattrocentocinque giorni. Ti rendi conto? Sono qua a marcire per colpa di un maledetto giudice. Non ne posso più di roccia, stretching e yogurt. Ho voglia di andare a Bora-Bora». «Dovevi pensarci prima di lasciare andare quel cliente da capo cordata su una via schiodata, giusto per poter stare solo con sua figlia…» disse Patrick camminando su e giù. «In fondo bastava rimandare a un momento più opportuno». Poi sorrise, quasi a confondere nell’ironia la sua troppo ovvia saggezza. Ma ormai F.J. era deciso: niente e nessuno l’avrebbe dissuaso a tentare la fuga.

I mesi trascorsero in fretta, e il 9 giugno F.J. Primo, detenuto numero 256, venne trasferito ai settori superiori. Entrò così a far parte del ristretto, ambitissimo gruppo di teste calde che scontavano la pena sulle magnifiche vie di 9c del braccio detto Muro Nero, un settore d’arrampicata forzata che si trovava al margine ovest del bosco. La parete era alta una cinquantina di metri, nera, strapiombante. Ancora più in là, oltre il margine destro, Marius, un norvegese enorme, il capo dei secondini, stava allestendo un nuovo itinerario che si diceva arrivasse al 10a. Oltre i reticolati di sicurezza F.J. seguiva le operazioni di spittaggio e di travaillé. Il suo piano di fuga era strettamente legato a quella parete tracciata in un settore in allestimento dove ancora non erano stati piazzati né replica-belayer, né catene, né reticolati elettrici.

Quella sera F.J. raccontò il suo piano d’evasione a Patrick. «Tu sei pazzo, è troppo rischioso e…». F.J. lo interruppe: «E una volta sulla cengia ti fisserò la corda e tu mi raggiungerai». Patrick abbassò il capo. Gli tornarono alla mente i giorni del suo tentativo di fuga, il tradimento del suo compagno di cella, André detto Le Coq, perché aveva il maledetto vizio di cantare. «Fu proprio lui, su comando dell’ex direttore, a sostituire il mio magnesio con la polvere di vetro. Sono rimasto cieco, rinchiuso in una stanza d’infermeria per quasi un anno. No, sono troppo vecchio, non ho più nessuno, non saprei dove andare». F.J. afferrò Patrick per le spalle e lo spinse contro il muro: «Sei un idiota. Restatene qui a mangiarti il fegato e a massaggiarti le tue maledette dita artritiche».

Nel cuore della notte F.J. venne svegliato dal rumore della pioggia sul piazzale. Oltre le sbarre le nuvole erano più scure delle tenebre. Non parve preoccupato di dover rimandare il piano di qualche giorno, e tornato sotto la coperta trovò finalmente qualche attimo di sonno tranquillo. La mattina i detenuti del Buoux, dopo la solita colazione a base di fiocchi d’avena e yogurt di capra, si avviarono in fila indiana, tristi e silenziosi, alla sala delle Reglettes.

La pioggia cadeva obliqua rimbalzando sulla veranda di lamiera della cucina. I forzati aspettavano, seduti, il segnale di inizio. Al suono della sirena F.J. infilò i piedi negli straps del pavimento e tarò il dinamometro su “force 2 X”, la posizione prescritta dall’allenamento. Dopo la serie di movimenti sul simulatore d’arrampicata i detenuti si sdraiarono a godersi i cinque minuti del periodo di recupero. A un nuovo fischio di sirena ripresero gli esercizi di muscolazione. Finita la serie di trazioni passarono ai bloccaggi isometrici con sovraccarico variabile, quindi allo stretching defaticante. Il sudore, gli aliti e il malumore si mescolavano appiccicandosi alle pareti e al soffitto troppo basso della sala.

L’indomani tornò il bel tempo. F.J. infilò la corda nell’imbragatura e s’alzò. Era al sesto tentativo su Neon, e sentiva che con un pizzico di fortuna ce l’avrebbe fatta. La sua testa rasata era imperlata di sudore mentre cercava la massima concentrazione mimando i complessi movimenti del passaggio chiave. «Siamo tutti con te, 256» disse una voce affannosa, «tieni alto il nome di Buoux». F.J. si girò di scatto: appoggiato ad una pianta il dottor Angel De Seneca, brasiliano di Cubanito, si asciugava il sudore della faccia con un fazzoletto di lino. Il direttore del carcere in persona si era scomodato dal suo ufficio per andare a vedere il detenuto di cui tanto si parlava. «Se riesci a superare anche Neon» disse De Seneca, «ti prometto d’inoltrare domanda di riduzione di pena al Consiglio dell’UIAA». F.J. fece una smorfia con le labbra abbozzando un sorriso, infilò il capo della corda nell’imbragatura e respirò a lungo.

Presto fu al passaggio chiave. Si mise di traverso spingendo sull’esterno del piede sinistro e lasciando penzolare la gamba destra nel vuoto alla ricerca dell’equilibrio. Il direttore e tutti i secondini in tuta fucsia stavano zitti, con il naso all’insù in attesa dello jeté. F.J. si molleggiò sull’appoggio fissando il piccolo buco del monodito completamente incrostato di sangue coagulato. Finalmente, con un grido gutturale, lanciò. Il suo anulare sinistro si infilò a pressione tenendo quel giusto che gli permise di posizionare ambedue i piedi e afferrare la reglette obliqua con la destra. Il direttore alzò le braccia e applaudì. «Ti aspetto a cena nel mio appartamento!» gridò mentre F.J. passava la corda nell’anello di calata, «e questa sera niente dieta: pesce e champagne!».

Più tardi il dottor De Seneca versava il cocktail fucsia in una coppa di cristallo. Disse: «Così tu saresti un maestro d’arrampicata che fa fare da capo cordata ai clienti». F. J. accavallò le gambe e sorrise sorseggiando l’aperitivo. «No dottore, è stato un grossolano errore giudiziario». «Mais bien sûr» disse la splendida moglie di De Seneca. Poi la donna, incontrati gli occhi scuri del marito, abbassò la testa quasi volesse pentirsi d’essere intervenuta. Il direttore era molto geloso, e come tutti i mariti cornuti cercava di mantenere un atteggiamento estremamente rigido verso la propria donna, soprattutto davanti a un estraneo.

F.J. osservò la scenetta familiare fingendosi disinteressato, in realtà era scombussolato. La presenza a tavola di quella splendida ragazza dalla carnagione ambrata l’aveva sconvolto. Così F.J. parlava di scalate e di arte contemporanea facendo leva sulle sue collaudate capacità logico-verbali, ma in realtà tutto il suo cervello era concentrato sul corpo della moglie del direttore. Un anno senza contatti femminili avevano represso in lui ogni istinto sessuale. Però, adesso, la vicinanza di quella creatura dagli occhi viola l’aveva gettato nella più confusa delle agitazioni emotive.

«Ancora un goccetto di quepiriña?» chiese il direttore. F.J. fece cenno con il capo, De Seneca s’alzò e andò a prendere un’altra bottiglia. Finalmente Manuela levò gli occhi e si mise a fissare l’ospite come un serpente a sonagli. Sotto la placchetta numero 256 il cuore di F.J. smise di battere, e l’adrenalina cominciò a corrergli nel sangue ingrossandogli le vene. Manuela s’alzò: «Ha finito?» chiese con voce rauca. Quindi si protese verso F.J., e mentre ritirava il piatto gli sfiorò il collo con la punta della lingua. Poi girò sui piedi e se ne andò ancheggiando sui tacchi a spillo. F.J. si voltò poco discretamente a guardarla. La vista di quel culo perfetto lo gettò nell’epicentro di quel terremoto erotico che lo stava sconvolgendo. «Via, solo un goccetto» insistette De Seneca rientrando in sala da pranzo, «solo per digerire».

Tutti a Buoux sapevano che il direttore era un alcolizzato, e F.J. ne approfittò continuando a versargli da bere finché De Seneca, nel bel mezzo del discorso, smise di lottare con le labbra, che gli parevano di piombo, e lasciò che le palpebre gli si richiudessero sugli occhi come saracinesche. Allora Manuela s’alzò dal divano, spense la luce e accese il compact-disk. Nella penombra sfilò le culottes di seta fucsia, s’avvicinò a F.J., sollevò la gonna, allargò le gambe e gli si sedette in grembo.

F.J. finì di fumare la sigaretta e si raggomitolò nella branda. Il sole, dopo due giorni ininterrotti di lotta, si era sbarazzato delle nuvole regalando al cielo un’alba splendida, l’alba del giorno X. «Ehi, campione» disse un secondino, «cos’è, stamattina non riesci neppure ad aprire un moschettone a valvola?». F.J. sorrise nervosamente sedendosi sulla stuoia. Doveva decidersi: quello era il momento propizio. Sulla parete del nuovo settore i secondini avevano appena finito di delimitare con la vernice la via di 10a. A giudicare dall’aspetto doveva trattarsi davvero dell’itinerario di pena più difficile del mondo. Correvano voci che fosse stato voluto espressamente dal direttore per mettere alla prova il detenuto modello.

Intanto F.J., che era nel settore di Neon, non staccava gli occhi dall’ultimo tratto di parete. «Non farti illusioni» disse Marius, il gigantesco capo settore. «Non ce la farai mai. Sei troppo corto di braccia e di cervello per farcela. La mia via non è mica la moglie del direttore» aggiunse, e scoppiò a ridere scoprendo gli enormi denti. Poi, dopo essersi slegato, il secondino norvegese andò a digitare sul graphic-computer gli ultimi movimenti che aveva automatizzato. F.J. si guardò alle spalle, estrasse il suo diabolico cliff-hanger e corse giù fino alla cengia. Infilò al polso l’uncino che Patrick gli aveva costruito ricavandolo dalla tripla lamina in acciaio di un bizzarro paio di pedule rubate al museo del carcere. Il tiro iniziava con uno jeté. F.J. si rannicchiò e lanciò. Rimase appeso senza difficoltà alla grande manetta a mezza luna. Raccolse i piedi e li mise in aderenza. Monodito sinistro, su a prendere una reglette obliqua, incrocio di piedi, foot-hook, mano-piede nello stesso buco e uscita in leggero strapiombo. «Ehi, Marius, chi diavolo c’è sulla tua nuova via?». Il capo settore sollevò la testa e corse alla base dell’itinerario di 10a. «Presto! Portate un telo di sicurezza e state pronti a prendere quell’esibizionista!». «Ma non è uno di noi, è un detenuto!» gridò a un tratto un secondino. «Presto! Date l’allarme! Quel maledetto sta cercando di scappare!» urlò Marius mentre le sirene già laceravano l’aria. F.J. aveva raggiunto il tratto di parete che da sempre gli era apparso impossibile. La roccia presentava delle lievi depressioni del volume di una moneta, ma era inclinata a 45 gradi oltre la verticale. F.J. allora girò il bracciale di fettuccia e posizionò il cliff. Marius, dal canto suo, era salito alla sua altezza, sollevandosi a braccia sulla corda fissa che penzolava nel vuoto. F.J. bloccò una pincette con la sinistra e s’allungò fino a raggiungere una piccola fessura tagliente. Ancora una serie di depressioni tonde e sfuggenti e finalmente raggiunse la placca a gôutes d’eau. F.J. si fermò a studiare la via: tre metri sopra di lui la parete si faceva completamente liscia. Era ormai alto 15 metri, dritto sopra le lastre di roccia della cengia. «Se però mi spingo all’indietro cado sulle piante» pensò tentando di farsi coraggio. «Italiano, ti sei cacciato in un gran brutto pasticcio!» gli urlò Marius da dietro le spalle. F.J. si voltò di scatto e vide la silhouette nera del capo settore che dondolava nell’aria appeso alla corda di servizio. Marius era attaccato con una sola mano e stringeva la fune di kevlar dopo averla fatta passare alternatamente fra le enormi dita.

F.J. tornò quindi a studiare attentamente il tratto di parete che lo separava dalla libertà. Piazzò il cliff e vi affidò tutto il peso del corpo. Dal bloccaggio stretto sul destro allungò l’altro braccio fino a raggiungere una reglette epossidica. Oltre quel punto non esisteva più niente, la roccia era lucida e brillava come una vetrata. «Merda! La via non è ancora finita». Si lasciò andare appeso al polso, i piedi nel vuoto. Poi cominciò, lentamente, a dondolarsi avanti e indietro sotto il grande strapiombo. Marius non ne capiva le intenzioni. La punta del minuscolo uncino d’acciaio tritava il calcare emanando lo stesso puzzo che fa un trapano dentistico in una carie. Le oscillazioni diventarono sempre più ampie finché F.J. raggiunse con i piedi una reglette all’altezza del cliff. Allora girò il capo all’indietro, respirò a fondo e spiccò il salto. Marius chiuse gli occhi e si ritrovò il detenuto in piedi sulle spalle, aggrappato alla sua stessa corda. F.J. non lasciò al capo settore neppure il tempo di riprendersi che gli squarciò i tendini della mano con il cliff. Il corpo di Marius cadde pesantemente fra le piante, dieci metri oltre le spalle degli annichiliti secondini. Con due bracciate F.J. raggiunse la cengia, tolse il nodo e slegò la corda di servizio dall’ancoraggio. Si cavò in fretta la tuta e corse giù nel bosco di rovelle fino alla strada dove l’aspettava la Porsche nera del direttore De Seneca.

«Due ore e quindici minuti: Buoux-Parigi!» disse orgoglioso F.J. «Pas mal par route normal» rispose Manuela aprendo la porta del suo pied-à-terre di rue Millet. «Ecco, qui starai al sicuro da tutti. Tranne che da me, naturalmente» sussurrò ancora la moglie del direttore di Buoux prima di baciarlo dentro l’orecchio.

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Fuga da Buoux ultima modifica: 2018-06-04T05:08:35+00:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Fuga da Buoux”

  1. 3
    LUIGI GALLY says:

    Qui vidi per la prima volta arrampicare Patrick E. su “Minimum plus” 8b  la maxima difficoltà del tempo.

    LUIGI G.

  2. 2
    paolo panzeri says:

    Sempre ben oltre!!!
    Bello.

  3. 1
    alberto paleari says:

    “L’avvocato Carletti, suo amico d’infanzia e primo compagno di cordata, gli mise una mano intorno al collo e lo strinse forte mentre i secondini gli infilavano le manette”. 

    Bello!

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