Giocando a nascondino con Nanuk

Giocando a nascondino con Nanuk
di Chiara Baù
(già pubblicato su imperialbulldog.com 1 novembre 2016)

Era la seconda volta che tornavo in Groenlandia, una sorta di richiamo verso non so bene cosa. Non sapevo esattamente cosa volessi andare a fare ma sapevo che dovevo andare. La mia passione per i luoghi più incontaminati della terra si era fatta sentire, inizialmente in un modo delicato, per poi diventare sempre più forte e intensa.

Come la lava tenta di uscire dal vulcano dopo anni di pausa, il mio desiderio per posti tanto incontaminati diventava come un bisogno. Scelsi la parte orientale, la meno turistica. Facevo base a Tasiilaq, una piccola cittadina di inuit. Il fiordo dove è situata tale cittadina è inaccessibile da ottobre. Si aprirà solo con il disgelo intorno al mese di giugno. Ci sono sogni nella vita di ognuno di noi, realizzabili e non, ma quando il sogno più inaspettato e improbabile si realizza nel modo più casuale, tutto acquista poi un sapore di incredibile devozione e presa di coscienza di un immensa fortuna.

Tumilaq era il nome della guida che quel giorno mi accompagnava a fare un’escursione su una piccola barca. Il significato di tale nome in lingua inuit è costola. La destinazione era uno dei meravigliosi fiordi che portavano alla calotta polare da cui si sgretolavano pezzi di ghiaccio pronti al loro viaggio verso l’oceano: gli iceberg, una delle sculture naturali più affascinanti che io abbia mai visto, una continua metamorfosi, scultori che si alternavano continuamente. Prima il vento, poi l’acqua del mare e il sole. Una combinazione di elementi che danno le forme più svariate a dei semplici blocchi di ghiaccio.

L’autrice con Tumilaq

Tumilaq, un uomo dall’aspetto massiccio, sapeva poche parole in inglese, lo stretto necessario per comunicare con il turista del momento. Ma tra quelle c’era la parola Bear, ovvero orso, che venne fuori dopo pochi minuti. Il filo di cuoio che portava al collo aveva un evidente ciondolo a forma di dente. Come non chiedergli di più? Tumilaq era un cacciatore di orsi. All’età di 5 anni aveva assistito con suo nonno alla prima battuta di caccia. Quello era stato il suo imprinting e da lì a divenire un cacciatore di orsi bianchi il passo fu breve.

Trent’anni fa quando ancora a Tasiilaq non esistevano i negozi l’unico modo per sfamarsi era andare a caccia. Ovviamente da brava turista e naturalista sono contraria alla caccia ma è il contesto a fare da padrone. Provai ammirazione per Tumilaq. La vita in Groenlandia soprattutto d’inverno è durissima. La caccia all’orso come alle foche è fondamentale e indispensabile. È stata proprio l’ignoranza di certe organizzazioni che senza capire quanta sussistenza potesse dare la caccia agli inuit ha messo in ginocchio questa popolazione vietando ciò che era basilare soprattutto nella cultura di questa gente e lasciando che l’alcool sostituisse le ancestrali attività di questo popolo meraviglioso.

Sulla costa orientale della Groenlandia non si può coltivare niente, non ci sono alberi e l’unico sostentamento è dato dalle foche e dagli orsi. Qui nessuno ha mai cacciato le foche per venderne il pelo pronto a scaldare qualche signora d’alto rango. Qui non è così. Forse certe organizzazioni animaliste dovrebbero conoscere gli usi e i costumi di queste popolazioni, prima di porre divieti che intaccano le loro tradizioni più profonde come è successo qui in Groenlandia. Il volto di Tumilaq era segnato dalle rughe per il vento, il sole e il freddo che mai come in questo posto fanno sentire le loro carezze come la loro severità. Indago e scopro che quel ciondolo al collo racchiude tutta la vita di Tumilaq. Non si tratta di un qualsiasi amuleto ma di un dente di orso bianco.

 

In tutta la sua vita aveva cacciato circa 25 orsi. Rimasi affascinata e nello stargli di fianco avvertii quella stamina, così definita dagli americani, termine in cui si concentra la forza ancestrale che abita dentro ognuno di noi. Si tratta di una sorta di forza duratura ed energia per continuare a fare qualcosa per un lungo periodo di tempo, il potere di sforzo prolungato.

Donald Trump ha rimproverato Hilary Clinton sostenendo che quest’ultima non avesse assolutamente stamina. Io penso che ne abbia molta più la Clinton di Trump ma sicuramente chi batte entrambi è Tumilaq, il mio cacciatore di orsi. Platone diceva “Sii gentile perché ogni persona che incontri sta già combattendo una dura battaglia”. Guardavo Tumilaq impiegato ora nel fare la guida per i turisti. Iniziai a immaginarlo quando trent’anni fa per sfamare la sua famiglia sfidava il Piterak, il vento catabatico che scende dai ghiacciai e che nella tradizione inuit è il vento degli uomini che porta il freddo e la paura, opposto a quello delle donne, che viene dal mare e riscalda.

Lo immaginavo cacciare l’orso, simbolo indiscusso del regno artico. Nonostante il progresso, il divieto delle loro attività principali, la globalizzazione e la graduale scomparsa dello spirito degli inuit, Tumilaq aveva scritto in volto: sono capitano della mia anima, niente e nessuno potrà mai scalfire anche solo un mio pensiero. Poter scambiare due parole con lui era già per me, appassionata di orsi, una fortuna incredibile. Ma qualcosa di ancora più affascinante stava per accadere. La piccola barca sulla quale mi trovavo in compagnia di altre tre persone aveva fatto una piccola sosta lungo la morena del ghiacciaio. Qui sembrava che le pietre parlassero, modellate dalla spinta del ghiacciaio, striature e sfumature di ogni singola roccia esprimevano come la forza delle dinamiche geologiche avesse avuto peso in questo posto. Per quanto sembrino inanimate le rocce parlano più di tante persone… basta saperle leggere.

L’escursione proseguiva poi con un ricco pranzo al sacco in prossimità del ghiacciaio e poi il ritorno al villaggio. L’unico mezzo tecnologico presente sulla barca era una radio con la quale Tumilaq comunicava raramente. Il segnale del cellulare neanche era contemplato e neanche ci avrei pensato. Lungo il ritorno, un dribbling tra gli iceberg. Il freddo pungente segnava anche i nostri volti ma il debole calore del sole riusciva a darci una lieve sensazione di calore.

Vedevo che Tumilaq parlava sempre più spesso alla radio, non capivo, così silenzioso e riservato, improvvisamente vedevo il suo volto cambiare espressione. Un suo amico gli aveva appena comunicato via radio di aver avvistato un orso polare dall’altra parte della baia. Non ci potevo credere, Tumilaq cambiò improvvisamente rotta e si diresse verso il posto dell’avvistamento. L’orso polare, il re del nord, impossibile da vedere in zone tanto remote e piene di nascondigli, era lì a poche miglia marine da noi. Il cuore iniziò a battere a mille, non poteva essere vero.

Mi agitai come una bambina ansiosa di aprire i regali di Natale, non potevo credere a quanto stesse accadendo. Iniziai a guardarmi intorno osservando ogni minimo iceberg, ogni onda, ogni sfumatura. Lo sguardo fiero e attento di Tumilaq roteava continuamente da destra a sinistra finché si fermò: il suo amico con una minuscola barca si trovava proprio lì e l’orso stava nuotando a pochi metri da noi. Dispersa nel mezzo del mare della Groenlandia tra un puzzle di iceberg mi trovavo al cospetto di un meraviglioso esemplare di orso polare, l’animale più schivo della terra.

Incantata, incredula, affascinata e non so più neanch’io quanti stati d’animo si concentrassero in quel momento, ma stavo assistendo ad una piccola parte della sua vita. Eleganza e portamento caratterizzavano la sua nuotata. Visibilmente infastidito dalla nostra presenza non faceva altro che salire sugli iceberg, fare una breve camminata per poi rituffarsi. Uno show. Sembrava giocare a nascondino, ogni tanto ci guardava come beffandosi di noi, come se fosse consapevole della sua proverbiale potenza. Non avevo mai aspirato a poter vedere un orso polare dal vivo e nel suo ambiente naturale.

Avevo già avuto tantissimo: l‘incontro con i grizzly in Alaska, la lince in Canada, l’orso bruno in Italia, i leoni marini alle Galapagos, il respiro delle balene in Patagonia, il leone in Tanzania. L’orso bianco è una di quelle cose che paragono a un viaggio su Marte.

Inoltre quando d’estate nel sud della Groenlandia il ghiaccio si scioglie, gli orsi risalgono verso nord per rimanere sulla banchisa e continuare a cacciare le foche. D’inverno ripercorrono il cammino in direzione opposta e scendono di nuovo a sud, per ritornare nei luoghi più propizi per la caccia alla foca. Ma successivamente mi avrebbero poi spiegato che l’inverno era stato estremamente rigido e così qualche esemplare si era spinto più a sud. Ecco il motivo della nostra fortuna.

Durante una spedizione alle isole Svalbard avevo notato le sue impronte ma sapevo che poter vedere un orso bianco equivaleva a trovare un ago in un pagliaio… non avevo mai osato prevedere nella mia wish list tale possibilità. Ci sono sogni a volte talmente lontani dalla propria realizzazione che è sufficiente semplicemente considerarli come tali per una sorta di bellezza intoccabile. Un po’ come quando si osserva un quadro di estrema magnificenza, è lì appeso solo per essere osservato da lontano.

Il manto bianchissimo assicura agli orsi polari una copertura mimetica tra le nevi e i ghiacci. Ma sotto la pelliccia, gli orsi hanno la pelle nera, ideale per assorbire il calore dei raggi solari. Diversamente da altri mammiferi dell’Artide, non cambia in estate il colore in uno più scuro. I peli non sono di bianco realizzato con i pigmenti, ma sono cavi e non pigmentati come i capelli bianchi negli esseri umani. In realtà la colorazione color avorio del pelo deriva dall’ossidazione del grasso delle prede (particolarmente delle foche) contenuto nei peli e dall’accumulo di diverse impurità. Al potere isolante della pelliccia va ad aggiungersi la capacità dei peli, cavi e trasparenti, di agire come fibre ottiche. Secondo la maggior parte degli esperti, i peli guidano infatti i raggi solari fino alla pelle nera dell’animale, permettendogli così di immagazzinare calore.

Questo animale è un grande viaggiatore, che a giusto titolo gli Inuit hanno soprannominato colui che non smette mai di vagare. Non possiede un territorio proprio ma si sposta su distanze che arrivano fino a 1000 km sulla banchisa. Risulta essere anche un ottimo nuotatore, lo si è scoperto analizzando i dati del collare di un orso che durante l’estate ha coperto una distanza di 720 km senza mai fermarsi per cercare un luogo dove sostare. Un’altra protezione contro il freddo è il grasso, che arriva ad essere spesso fino a 10 cm e che serve anche da riserva di energia rappresentando fino al 40% del peso di un orso adulto. Il rovescio della medaglia è che questo animale, attrezzato per il grande freddo, patisce il caldo particolarmente nell’area più meridionale della sua ripartizione, dove le temperature estive possono essergli difficilmente sopportabili. Allora si bagna regolarmente o passa lunghi momenti disteso sul ghiaccio, cercando di ritrovare un minimo di refrigerio.

In linea generale, l’orso polare passa molto tempo anche in acqua; di qui il suo nome scientifico, Ursus Maritimus, ‘orso di mare’. Infatti nonostante le spalle potenti e un massiccio treno posteriore, l’orso polare rivela un’abilità notevole in acqua. Le grandi zampe anteriori, parzialmente palmate, servono per la propulsione, mentre quelle posteriori fungono da timone. Gli orsi polari sono animali prettamente carnivori il loro cibo principale è rappresentato dalla foca degli anelli (pusa hispida) ma mangiano e cacciano senza problemi anche le altre specie di foca compresi i trichechi, gli uccelli marini con le loro uova, piccoli mammiferi, pesci ed eventuali carogne di balene. Gli orsi bianchi hanno una particolarità, una volta finito di mangiare, si puliscono in modo da non rimanere sporchi di sangue.

Con il motore spento in balia di una leggera corrente sulla quale danzavano gli iceberg, me ne stavo incredula ad osservare Nanuk, così viene chiamato l’orso in lingua Inuit. Restammo circa una mezz’ora ad ammirarlo, poi l’osservazione sarebbe diventata disturbo. Mezz’ora era tutto. Dicono che la durata ideale del contatto visivo è di 3,3 secondi, io non avrei mai smesso di guardare Tulimaq, è un po’ la stessa sensazione che si ha parlando con la gente di Bali.

È uno sguardo penetrante dal quale difficilmente si distoglie l’attenzione. Forse è l’attaccamento ancestrale con la natura che rende tali persone come magiche. Tumilaq non soffrirà mai di nomofobia. Cos’è la nomofobia? Un nuovo termine coniato qualche anno fa, la paura di restare disconnessi e senza il proprio dispositivo elettronico, così come non sarà mai un webete. A Tulimaq non interessa essere multitasking. L’unica paura di Tulimaq è di non avere più contatto con l’orso. Ecco quali sono le vere preoccupazioni di questa terra. Il tramonto è alle porte e il bianco dell’artico si tinge di rosa.

A questa latitudine il buio si fa da parte nei mesi estivi. La sua incombente presenza si farà sentire da fine agosto per tutto l’inverno. Il freddo è pungente sulla barca, Tulimaq scruta il percorso del ritorno con lo sguardo attento ad ogni singolo iceberg. Mancavano ancora due ore prima di tornare al villaggio.

Il passaggio della piccola imbarcazione tra gli iceberg equivale al corridoio di un museo, sculture a destra e a sinistra. Ogni iceberg ha la sua storia, ogni iceberg compirà il suo viaggio. Le sfumature di bianco sono molteplici, è lui il colore dominante.

Capisco come mai il linguaggio inuit preveda molte parole per descrivere le diverse forme e condizioni della neve e così, tramite affissi descrittivi, esistono parole che indicano: la neve che scende, i cumuli di neve morbida, la neve fusa per essere bevuta, la neve ammucchiata, la neve più adatta a costruire gli igloo, la neve con cui il vento copre gli oggetti, la neve farinosa, la neve dura e cristallina, quella che si è sciolta e poi ricongelata. Così come ci sono anche molti verbi con la radice neve, come: scrollarsi la neve di dosso, lavorare la neve con qualsiasi attrezzo, o mettere un po’ di neve in una bevanda calda per raffreddarla. Le definizioni di neve sono parte integrante del processo decisionale che determina il successo o il fallimento di una battuta di caccia .

Sulla via del ritorno la timida foca barbuta (Erignatus barbatus) compare per qualche secondo, incuriosita dal passaggio della barca. Sa che l’orso bianco è nei paraggi ma la sua curiosità proverbiale ci permette di guardare negli occhi anche lei.

Lo spettacolo sembra non aver fine. Nella tenue luce del tramonto ecco sfumare il respiro di una balena. Eleganza è la parola più appropriata per definire il modo con cui gli animali dell’Artico si muovono. Il suo soffio anima quest’atmosfera polare apparentemente immobile.

Il ritorno al villaggio era come a tornare alla propria casa dove per casa intendo quella sensazione che si può trovare ovunque nel mondo, dove le emozioni coincidono con uno stato di benessere interno in perfetta armonia con la natura.

Lungo il sentiero che porta verso la mia casetta un gruppo di bambini inuit sempre sorridenti. Tutte le volte che li vedevo portavo qualcuno di loro in spalletta, e saltellavo facendoli sentire come su una giostra, tornavo bambina insieme a loro o forse lo ero sempre stata.

Un ultimo sguardo alla baia, poi chiudo gli occhi e l’orso è ancora lì, non vuole andarsene dai miei pensieri e mai se ne andrà.

         

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Giocando a nascondino con Nanuk ultima modifica: 2017-04-30T05:18:34+00:00 da GognaBlog

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