Gite e ancora gite

Gite e ancora gite
(dal mio diario 1963)

3 febbraio 1963. Ha nevicato, ma il termometro è andato poi a +6° e allora mi sono deciso. Parto alle 13.40 con la scusa di andare alla Fiera di Sant’Agata e corro a prendere l’«87». Sono vestito in borghese, da città per intenderci. Ma ho guanti e papalina.

Scendo ad Apparizione e comincio a salire. Non fa freddo, anzi c’è il sole, oltrepasso l’Osteria del Liberale, dopo essere salito sul Monte Borriga 526 m e, tra le poche chiazze di neve, arrivo in cima al Monte Fasce 834 m alle 15.20. So di aver salito la mia prima montagna d’inverno, perché sia la Pietragrande che i Torrioni di Sciarborasca non possono essere omologati come montagne.

Il panorama è bellissimo come sempre e me lo godo nel vento che comincia a soffiare. Scendo, ma dalla parte del Monte Moro. La cresta è erbosa, con molti sassi sparsi qua e là, non molto ripida. Salgo sulla Cresta Monte Moro 574 m e di lì, ancora in discesa, sull’elevazione del Monte Moro 412 m (superiore ai 400 m di stretta misura, ma dunque omologabile).

Riparto perché ho fretta di andare alla Fiera. Sfreccio per chilometri, tra le macchine delle coppiette, ma finalmente riesco ad acchiappare l’autobus per la Fiera. Dove compro le due guide rosse TCI che mi mancano: Liguria ed Emilia.

21 aprile 1963. Oggi ho rimediato a un grave inconveniente: ho esplorato per mio conto la dorsale che separa la valle del Bisagno dalla Val Polcévera, quella cioè che divide le due più importanti propaggini periferiche di Genova, dunque Staglieno e Molassana da Rivarolo e Bolzaneto. Questa dorsale è caratterizzata da rilievi erbosi, di forme semplici: in cima a ciascuno è un forte. Queste fortificazioni furono costruite dalla repubblica genovese nella seconda metà del secolo XVIII. In seguito furono ampliati, ma ora sono privi di ogni valore militare. Fa eccezione il primo, proprio sopra il Righi, cioè il Forte Castellaccio, un antico baluardo di cui si hanno notizie fin dal XIV secolo.

Dicevo “inconveniente” perché questa zona è frequentatissima dagli escursionisti, mentre io l’ho sempre vista soltanto da lontano.

Il 31 maggio 1962 mi ci ero un po’ avvicinato, quando andai un po’ sotto al Diamante. Questa mattina mi sono alzato alle 7, è domenica, e di punto in bianco decido di andare. Indosso il vestito nuovo, il migliore che ho, e scappo via. Per fortuna mio padre è a Milano per la Fiera. Prendo la «R» e sbarco in corso Magenta. Da lì salgo in via Acquarone, fino a sotto l’abitazione di Paolo Ghersi, poi altri scalini e finalmente mi trovo sulle mura che percorro fino al Righi (Porta Chiappe). Costeggio le mura del Castellaccio (l’antico Monte Peralto). Non so se è più alto di 400 m perché non ho carta militare con me, ma lo faccio lo stesso costeggiando le basi della costruzione. Infatti, per le regole del particolare mio modo di omologare i monti, quando una cima è occupata da un qualsiasi manufatto, mi basta toccare la base della costruzione stessa. In seguito scoprirò che quel monte è alto solo 362 m e quindi non lo conto.

Sono le 9.25 quando subito dopo sono a un colle con strada carrozzabile e molte macchine. Un po’ per strada, poi non più, verso il Forte dello Sperone. Chiedo informazioni a due signori anzianotti, ringrazio e continuo a salire. Mi sento felice, come del resto anche altri gitanti e cacciatori che sono lì, ma la mia felicità è diversa e io ne sono fiero.

Sono felice di essere di nuovo escursionista, amante del camminare. Dopo tante gite alpinistiche, finalmente una mattinata di puro cammino.

Il sole occhieggia tra nuvole bianche, l’aria la sento pura. I fiori non oso coglierli ma neppure calpestarli, tanto sono belli. Quando vedo passare certe comitive con dei mazzi da far paura divento isterico.

Ma perché l’uomo, per amore del bello, distrugge il bello stesso?

I fiori sono colti perché piacciono. Quando però sono recisi la loro bellezza svanisce. Per fortuna dopo un po’ non ci penso più e sono di nuovo contento. L’unica cosa che stona è il mio abito, che m’impaccia e ho paura di sporcare. Supero qualche comitiva che cammina pesantemente e arrivo alla base del Forte dello Sperone, quindi in cima all’omonimo monte 489 m. Panorama annebbiato sulla valle del Polcévera e adiacenze.

Sono le 9.45 e sono indeciso se andare avanti o tornare. Sì, vado avanti e perciò scendo sopra l’Osteria del Puin. Dopo aver chiesto informazioni per sicurezza, mi dirigo verso il Forte del Puin, che salgo in pochi secondi, a 494 m. Scendo da là e, camminando sempre in costa per il versante nudo e verde, arrivo sul Fratello Minore 622 m e sul Fratello Maggiore 633 m. Sono le 10.20, il cielo si sta facendo scuro. Taglio la corda e alle 10.45 sono di nuovo al Forte del Castellaccio. Bevo una birra alla Trattoria Richetto e poi scendo in città.

4 maggio 1963. Ho intenzione di fare parecchie gitarelle di mezza giornata, tanto per scappare dalla città. Allo scopo ne ho compilato un elenco, e oggi faccio la prima. Parto alle 14.18 dalla Stazione Brignole con il treno, scendo a Nervi e in un attimo sono al capolinea dei tram, dove c’è una scalinata con un segno, due triangoli rossi, e una scritta: “Case Cordona”. E’ questa la via che devo seguire. Lamberto Pavesi, caposquadriglia scout del reparto di Nervi, espertissimo dei luoghi e mio compagno di classe, mi ha detto che lui ha impiegato per arrivare in cima un’ora e quaranta minuti, oltre a darmi altre informazioni. per ogni evenienza, ho con me la carta militare.

Sono le 14.35. Le scalinate si susseguono ininterrottamente, racchiuse dentro muri, quindi non si vede nulla per un bel po’. Poi l’orizzonte si apre e si vede in basso Nervi, il mare e la riviera. Sono circondato da ulivi e l’aria è lieve e profumata. Il sole va e viene, ma sudo lo stesso. Oltrepasso la chiesetta di San Rocco 219 m e arrivo alla località Cantalupo, dove terminano gli ulivi e il monte si fa nudo. Vedo il Monte Cordona non troppo vicino. Vedo anche due bisce, ma non ci faccio troppo caso. Sono alle pendice del Monte Giugo (che farò in discesa) e dopo un altro po’ sono alla Crocetta 486 m, un luogo aperto da cui si dominano le due valli, di Nervi e di Bogliasco. Questi monti dell’entroterra, fal Monte Fasce fino a Recco, dal Monte Ampola a Nervi non sono belli di per sé, ma la presenza del mare ai loro piede li rende magnifici. Le loro forme non sono delicate, non sono ardite, ma quanta suggestione danno!

Sono solo e questi monti brulli un po’ m’inquietano. Mi sembra che mi perseguiti una minaccia invisibile.

Dopo un’ultima salita sono sul Monte Cordona 803 m. Sono le 15.43 e quindi ho impiegato 68’ da Nervi. Scendo nei pressi delle Case Cordona, fino a incontrare la strada militare di cresta proveniente dal Monte Fasce, quella che seguii con Marco Ghiglione, Luigi Sciabà e Giannattasio il 30 aprile 1961. Tocco la Sella di Cordona, che due anni fa avevo evitato, poi riprendo il sentiero con i due triangolini rossi. Scendo prendendomela comoda, dato il fortissimo anticipo (due ore) che ho sull’orario previsto. Alla Crocetta bevo a una fonte, poi salgo sul Monte Giugo 487 m e da lì mi ributto in basso. A Nervi prendo il treno delle 17.08.

19 maggio 1963. E’ il 42° anniversario della fondazione della sezione di Genova dei Granatieri di Sardegna, cui è fiero di appartenere mio padre. Questo vuole dire una gita collettiva in qualche località ligure. Questa volta tocca a Calcinara, frazione di Uscio, bel paesello vicino alla Colla di Caprile, sulla cresta del contrafforte appenninico del Monte Bado. Ho in programma due monti, il Cornua e il dei Pré. Quest’ultimo è sulla dorsale che scende dal Monte Cornua e va ad Avegno, nell’entroterra di Recco.

Con la corriera andiamo direttamente fino a Calcinara. La valle di Uscio è bella e non l’avevo mai vista. La strada non passa proprio dalla Colla di Caprile, ma subito sotto. Così, una volta giunto a Calcinara, scappo di corsa per calcare il punto geografico del colle, per la mia collezione. Dopo aver gironzolato un po’, salgo finalmente sul Monte Cornua 680 m per prati pieni di narcisi che la gente sta raccogliendo. In cima c’è un po’ di nebbia. Raccolgo anche io qualche narciso, scendo a rotta di collo, scivolando perché ho le scarpe di cuoio. Faccio anche una bella ruzzolata, tale da sporcarmi un po’ la giacca. Partecipo alla grande mangiata sociale con tutti i commilitoni di mio padre e mogli e alle 15.05 riparto per il Monte dei Pré. Seguo un sentiero pianeggiante fino a che non sono sulla dorsale. Scendo fino a un rilievo che credo sia il Monte dei Pré 555 m. Ma più in basso ne vedo un’altra e per la paura che la cima sia quella, continuo a scendere come un disperato fino a raggiungerla. Saprò in seguito, consultando la carta miliare, che era stata fatica sprecata. Nel sudore risalgo e alle 16.10 sono a Calcinara per fare atto di presenza al raduno. Ripartiamo alle 18.10.

23 giugno 1963. Parto dalla Stazione Brignole alle 5.32 e arrivo a Sori alle 5.55. Nel mio sacco c’è tutto l’occorrente per dipingere. Da Sori prendo la mulattiera per le Case Cornua. Passo per la cappella di Sant’Apollinare, perdo un po’ la strada, la recupero e sono sul Poggio Montone 436 m. La giornata è splendida, il mare è ai miei piedi e tutto risplende. Raggiungo la cappella di Sant’Uberto. Seguendo il sentiero raggiungo il Monte Cassinea 612 m. Qui mi fermo a dipingere un bel quadretto. Poi scendo, salendo anche sul Monte Castelletto 565 m e da lì a Sori dove arrivo alle 12.10. Sotto il sole cocente aspetto il treno delle 13.20 per Genova. Anche questa era una delle gite di mezza giornata in progetto.

6 luglio 1963. Parto dalla Stazione Brignole alle 14.23 e arrivo a Bogliasco alle 14.37. prendo il sentiero per le Case Becco, oltrepasso San Bernardo e alle 16.25 sono in cima al Monte dell’Uccellato 828 m, dopo una camminata veramente veloce. Da lì torno indietro traversando fino al Monte Pozzuolo 785 m. Da lì a rotta di collo verso il Monte Castelletti 604 m e da lì ancora fino al Monte di Santa Croce 518 m che raggiungo piuttosto stancuccio e bagnato fradicio di sudore. Con il treno delle 17.48 riparto da Bogliasco per Genova.

16 luglio 1963. In un attimo sono al Righi, da lì procedo verso il Castellaccio, passo sotto lo Sperone e arrivo al Monte Forte Begato 472 m. Ritorno per la stessa via.

2 agosto 1963. Siamo in agosto e il caldo è torrido: ma io, infaticabile corridore di pareti, sono di nuovo a Pietralunga, la più bella palestra di roccia genovese. Per arrivarci risalgo fedelmente il corso del rio Bajardetta, ma non è una buona soluzione. Oltrepassato il Masso del Ferrante, mi dirigo all’attacco della via delle Placche Rosse. Da lì traverso a destra 20-25 m, scendendo un po’ più in basso. Qui è l’attacco della via dei Camini, it. 10bII, che seguo senza grande soddisfazione fino in vicinanza al Gran Diedro Gozzini. Ora scendo alla Placca del Triangolo: questa è alta una quindicina di metri ed è sotto la verticale del Canalone dei Briganti. E’ chiamata così per via di un pilastro verticale appoggiato ad essa nella sua parte centrale. Scendo sotto al risalto che sostiene il ripiano che è sotto alla placca. Lo risalgo tutto (20-25 m, passi di III, it. 10dII. poi tento l’it. 10dI, dato di III con un breve passo di IV-. Seguendo la relazione, quando mi devo spostare a sinistra non riesco. Sono slegato e solo. Troppa è la paura e così torno indietro. Allora mi rivolgo all’it. 10dIII, senza molte speranze di successo. Bisogna arrampicare un pilastro sulla destra e forzare il breve muro superiore (IV+). Arrivo con i piedi sul pilastro e basta. Quindi scendo al masso del Ferrante, cammino per circa 300 metri verso Acquasanta, poi comincio a salire per pietraie verso il Torrione Olga 698 m. Il caldo è bestiale, il sacco da ginnastico che mi sono portato è tremendamente fastidioso. Ma finalmente, dopo una salita di 250 m, sono alla base del torrione. E’ una stretta e allungata cuspide che sorge circa 200 m a nord-est della Punta Pietralunga, immediatamente sotto al crinale principale dal quale è separata tramite una piccola forcella. Seguo la via normale (spigolo sud-est e parete est), cioè l’it. 10gI. Siamo sul III grado e il dislivello non è più di 10 m. Tutto bene in salita, un po’ meno in discesa (senza corda). Per un diedro-camino dalla forcella salgo al crinale principale. proseguo in discesa verso la Punta Pietralunga 676 m e per altre pietraie surriscaldate fino alla cima del Leixera 426 m. Sono stanco e assetato, in attesa del treno ad Acquasanta mi scolo un intero bottiglione di birra, mangio tartine, focaccia e una cassata. Poi, con il treno delle 13.54, torno a Genova.

Reduce dal campo mobile di Kandersteg, con il mio papà raggiungiamo mamma e nonna a Soraga. 14 agosto 1963, finalmente Paolo Baldi e io possiamo fare una gita da soli. Partiamo alle 7.29, andiamo a Vigo e con la nuova funivia arriviamo al Ciampedie. Solita strada fino al Gardeccia. Ancora un po’ di cammino e siamo alla Palestra del Gardeccia. Ci sono già stato una volta e avevo tentato di fare il famoso diedro, l’anno scorso. Quest’anno ritento, assieme a Paolo, senza successo. Sarà un IV+ e poi chissà com’è il passo di uscita. C’è un chiodo sulla sinistra: se avessimo la corda! Comunque ci accontentiamo di andare sul retro del masso. Io faccio una parete che forma uno dei lati di un camino stretto tra due massi. Non trovo molta difficoltà. da lì ci trasferiamo a una placchetta inclinata: sarà neppure 3 metri, ma non ha appigli. Paolo, quando è venuto qui con il corso di roccia, non è riuscito a farla. tentiamo più volta, ma niente da fare. Non c’è da avere paura: è solo che non ci si riesce e basta. Ma alla fine, usufruendo delle minime screpolature in modo intelligente, riesco a salire la placchetta. Allora ce ne andiamo e saliamo al rifugio Vajolet, non ci fermiamo neppure e continuiamo per il Passo Principe. Arrivati, tira vento: ma il tempo è abbastanza bello. Scendiamo giù per neve e ghiaione nella conca del Principe fino a circa 2300 m. Poi risaliamo verso il Passo del Molignon che, all’apparenza terribile, non si rivela poi molto faticoso. Arriviamo alla sella sud del Passo del Molignon. A poca distanza è quella nord. Da questo doppio passo si può salire alla Cima di Fuori del Principe 2698 m, che raggiungo in pochi minuti. Paolo non mi segue perché è stanco, mi aspetta al passo. Per un valloncello che è quasi sempre nevoso o ghiacciato scendiamo in Val Duron, poi al rifugio Alpe di Siusi. Qui mangiamo, giochiamo a bocce e poi iniziamo la lunga discesa della valle del Duron verso Campitello, fermandoci ogni tanto quando incontriamo qualche roccetta. Quindi arriviamo abbastanza tardi, ma senza perdere l’ultima corriera per Soraga.

19 agosto 1963. Lo scopo è di andare per funghi. A mio padre non basta più andare sopra e sotto Malga Palua: ora bisogna andare a Nova Levante! E sia. Verso le 9.30 scendiamo dalla corriera a Nova Levante. C’è anche la mamma. Compriamo viveri e c’incamminiamo su per il Passo del Lupo che raggiungiamo dopo un’ora e un quarto. Qui troviamo tanti porcini da non sapere più dove metterli, belli, grossi e sani. Poi andiamo fino al rifugio del Cisgolo 1558 m (Schillerhof), sulla dorsale che divide la Val d’Ega dalla Valle di Tires, in una bellissima radura, con un panorama bellissimo specie verso lo Sciliar, il Catinaccio e il Latemàr. Sempre alla ricerca di altri funghi torniamo poi a Nova Levante.

23 agosto 1963. Al Passo Pordoi con la famiglia Baldi (Paolo, Francesco, Maria Teresa). Lì aspettiamo gli altri e, quando tutti sono arrivati, verso le 9.30 partiamo. La funivia in tre minuti e 57” ci porta in vetta al Sass Pordoi. Povera montagna! Come ti hanno rovinata. Io sarei salito volentieri a piedi, ma il resto della numerosa compagnia purtroppo no.

Scendiamo tra le chiazze di neve verso la Forcella Pordoi, con tempo abbastanza buono. da lì verso il rifugio Boè. Nonostante siamo in tanti, la marcia è abbastanza spedita e alle 10.55 siamo al rifugio. Per scavalcare l’Antersass si può o salire in cima oppure costeggiarlo per un cengione abbastanza esposto. I Baldi erano già passati sulla cengia, io no. Andiamo tutti assieme. Paolo e io battiamo la pista, sgombriamo dalla neve gli appoggi e tiriamo fuori la fune metallica quando è sepolta nella neve. Arriviamo così alla Sella. Da lì, dopo una bella vista sulla Torre Berger, andiamo sul sentiero delle Mesules che ben presto abbandoniamo per prendere il sentiero della Val di Tita. Saliamo finché non arriviamo in vista del Pisciadù. Dopo un po’ di sosta scendiamo nella Val di Tita, sempre nella neve. Qui si fermano il sig. Malatesta, sua moglie e la madre di Nicola Ricci (che due anni fa era stato con noi alla via ferrata della Marmolada) e di Miriam Ricci. Continuando con gli altri arrivo per primo alla Sella Val di Tita. Un’ultima salita per il versante sud-est e siamo in vetta alla Cima del Pisciadù 2985 m, alle 12.45.

Il panorama è magnifico, specialmente sul Puez e sulla val Badia. Facciamo uno spuntino, ridendo e scherzando, e fumando anche una sigaretta alla fine. In discesa, improvvisiamo una piccola lezione di roccia sotto la Sella di Val di Tita, dove c’è un piccolo strapiombo, poi risaliamo il versante opposto, nella nebbia. I tre che avevamo lasciato qui se ne sono già andati. Ci sbrighiamo a camminare, Paolo e io sempre in testa, anche sulla cengia dell’Antersass e, sempre nella nebbia, arriviamo al rifugio Boè, dove ci ricongiungiamo con il sig. Malatesta e le due signore. Nel frattempo sono arrivati al rifugio altri parenti e amici dei Baldi, ma Paolo e io decidiamo di andare avanti alla Forcella Pordoi. Dopo aver aspettato tutti, Paolo, suo padre, Maria Teresa e io ci buttiamo giù per il ghiaione. In 15’ arrivo al Passo Pordoi. Perché? Per battere quelli che scendevano in funivia, che comunque dovevano risalire in vetta al Sass Pordoi. Infatti li aspettiamo per un bel po’!

14 dicembre 1963. Dopo un mese e mezzo di completa inattività ho ripreso. Il liceo comincia a farsi impegnativo… E’ dal principio di dicembre che diventa sempre più freddo: fino a pochi giorni fa ero sempre andato a scuola solo con camicia e giacca, per abituarmi al freddo. In quella tenuta cittadina, a +5° gradi non ho problemi. Ma la ginnastica fatta a scuola e quel poco di movimento in casa non hanno certo contribuito alla forma.

Mi rimaneva di terminare l’ascensione di tutti i monti vicino a Genova: erano ancora in lista il Serralunga, il Poggiasco, il Monte Castellaro, il Monte Riega, la Punta Crovino e il Monte Massapello. Oggi ho salito i primi tre. Sono partito di casa alle 14.09, vestito da città ma con l’impermeabile, i guanti, la papalina, il termometro e la carta militare. Alle 14.30 sono già all’attacco della salita per la “Città Giardino” che raggiungo alle 14.45. Da lì tiro su fino alla cresta. Non fa molto freddo, il termometro segna +3°. Continuo sulla dorsale che divide la piccola valletta di Quezzi dalla valle del Bisagno. Sono solo. Salgo, scendo, salgo, scendo, e dopo aver incontrato un gregge di pecore e dopo un’ultima salita, mi ritrovo in cima alla Serralunga 459 m. Scendo al colle di divisione con il Monte Ratti. Sono combattuto dall’idea di tornare a casa, ma resisto e continuo, salendo l’erto pendio per il Monte Ratti, con sopra il caratteristico forte. Arrivo alla base del forte, cioè in cima al monte, dov’ero già stato due anni fa con Franco Bernacchioni. Attraverso sotto la lunga base del forte e sbuco sul versante opposto. Scendo giù a un colletto e, veloce, salgo sul Poggiasco 562 m e poi sul Monte Castellaro 455 m. Da qui, per via nota, scendo a Bavari, e poi a piedi fino a casa (6 km). Il minimo di temperatura è stato +2°.

(Riporto qui di seguito una nota originale di quel fine 1963 che merita di essere trascritta per follia, presunzione e megalomania che evidentemente non mi mancavano. Mi riferisco alle sottolineature dei titoletti sul mio diario, NdR).

Il colore viola indica che la gita, il viaggio o l’ascensione di cui si tratta nella relazione non hanno alcuna importanza, riferiti solo per amore di cronaca. Il colore azzurro significa che si tratta o di una gita o di un’ascensione, o appena tentate o di nessuna importanza o di puro allenamento. Il rosa indica gita o ascensione o una qualche manifestazione sportiva che abbiano in qualche modo contribuito al miglioramento delle mie condizioni atletiche. Il verde va con gite e ascensioni (o, eccezionalmente, viaggi o manifestazioni sportive) che non sono riusciti completamente o almeno, pur essendo di una certa importanza, non abbiano segnato tappe di formazione. Il rosso indica che l’ascensione o la gita (ma, eccezionalmente, viaggio o manifestazione sportiva) sono riuscite perfettamente, ma non solo: è implicito che abbiano segnato grandi passi per la mia formazione e che quindi saranno ricordate sempre da me con particolare favore. Il color marrone è riservato solo alle attività strettamente alpinistiche (su roccia e su ghiaccio): queste devono avere non solo importanza per me, ma anche un po’ per l’intero alpinismo, cioè ripetizioni importanti di vie poco note, oppure prima ascensioni, assolute o invernali, di poca importanza. Infine il color nero indica attività alpinistica importantissima, per l’intero alpinismo: esse sono un po’ le attività accademiche. Infine si può avere un titolo sottolineato con tutti e sette questi colori: allora l’attività è di risonanza mondiale.

        

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Gite e ancora gite ultima modifica: 2017-04-19T05:20:23+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Gite e ancora gite”

  1. 1
    enzo romano says:

    è bello leggere queste cose “semplici” scritte e fatte da uno come TE

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