Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna

Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna
di Carlo Bona (Prof. Avv. Docente di Diritto privato all’Università di Trento)
Il presente post è tratto dalla relazione che Carlo Bona fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Mi è stato chiesto di affrontare i problemi d’ordine giuridico che possono derivare dalla richiodatura di una falesia. Le mie conclusioni dovrebbero, assieme a quelle degli altri relatori, aiutare a prendere decisioni sull’opportunità di richiodare. Una decisione deve ovviamente considerare sia i benefici, sia i costi dell’intervento. Un beneficio, almeno potenziale, è sotto gli occhi di tutti: l’arrampicata sportiva può generare importanti flussi turistici, con significative ricadute sull’economia del territorio. Seneci e Veronesi hanno riportato l’esempio arcense, ma di esempi se ne potrebbero fare molti o moltissimi altri. A fronte di questo beneficio ci si deve chiedere se ci siano costi potenziali, e quali siano. In particolare, ci si deve chiedere se ci siano, in termini di responsabilità, costi attesi così elevati da sconsigliare la richiodatura. L’esempio arcense e decine d’altri dimostrano che così non è: la valorizzazione delle falesie genera un importante afflusso economico, senza che vi sia traccia di costi per le responsabilità.
Una strana alchimia? Non era l’arrampicata uno sport pericoloso, foriero di responsabilità? Vediamo come ad Arco ed altrove si è affrontato il tema.

Foto: Delfino Formenti

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Chi ha fino ad oggi saputo trarre frutto dall’arrampicata ha preso decisioni in modo analitico, impegnandosi nella comprensione di uno sport, l’arrampicata sportiva, che, va sottolineato, è profondamente sconosciuto.

Se si ragiona (meglio, se si decide) facendosi trasportare dalle immagini che abbiamo in memoria dell’alpinismo e dell’arrampicata e dalle emozioni non ci si impegnerà mai nella chiodatura. L’arrampicata è legata a doppio filo alla paura. La paura orienta le rappresentazioni che la gente ha degli arrampicatori (nell’immaginario collettivo pratichiamo uno sport «estremo»); la paura dirige le rappresentazioni che agli arrampicatori piace dare di loro stessi (nei libri: chi dimentica il successo di 342 ore sulle Grandes Jorasses (Nota 1)?; nei film: basti ricordare la solitaria di Edlinger in Verdon slegato e scalzo sulle note di Bach (Nota 2); negli spot: basti ricordare quello dell’Adidas in cui Huber si destreggia slegato nel grande vuoto della Brandler Hasse in Lavaredo (Nota 3), ecc.); la paura informa di sé perfino le rappresentazioni che gli arrampicatori danno a se stessi dell’arrampicata (dai nomi delle vie: Il grande incubo sul Brento (Nota 4), Au delà du delire in Verdon (Nota 5), al linguaggio che usano: il «vuoto siderale» della Marmolada, il «gaz», «quel giorno abbiamo giocato con la follia… »). Tutto ciò ha un impatto enorme su decisioni come quelle di cui si discute nel nostro convegno.

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha svelato molti dei meccanismi grazie ai quali la paura incide sulle decisioni.
Si è dimostrato (grazie agli studi iniziati, tra gli altri, da Simon e Kahneman, premi Nobel per l’economia, Nota 6) che tutti noi, nel prendere decisioni, non ci rifacciamo ad una impraticabile razionalità, ma utilizziamo schemi compatibili con le risorse del nostro sistema cognitivo (cioè, della mente e del cervello). L’utilizzo di questi schemi semplificati fa sì che ci si faccia fortemente e spesso inconsapevolmente influenzare, anche nelle decisioni giuridiche o regolative come queste, dalla salienza di un’informazione presente in memoria (più «forte» è l’immagine in memoria, più influenzerà la decisione, Nota 7) e dalle emozioni, come la paura (Nota 8). La nostra memoria, quando si vanno a pescare informazioni riferite all’arrampicata, è ricca di immagini che evocano il rischio, il pericolo, l’incidente. Si tratta di immagini estremamente salienti, estremamente «forti». Così all’arrampicata si associano emozioni altrettanto forti. Se ci si fa trasportare da tutto questo non si chioderà mai. Ma se ad Arco, a Riva del Garda ed in altre località turistiche ci si fosse fatti trasportare da tutto questo, non si sarebbe mai sviluppato l’indotto turistico collegato al windsurf, alla mountain bike, al downhill, al canyoning, allo sci da discesa, ecc. (tutti sport che almeno in origine generavano analoghe immagini di pericolo, Nota 9).

Foto: Delfino Formenti

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Se non ci si lascia trasportare da euristiche (questo è il termine tecnico dei fenomeni psicologici ai quali abbiamo fatto cenno) ed emozioni il discorso cambia drasticamente. Non è difficile avvedersi del perché ad Arco le amministrazioni e gli operatori abbiano investito sull’arrampicata (e, quindi, sulla valorizzazione delle falesie) e del perché abbiano ritenuto che quello dei costi attesi in termini di responsabilità non costituisse un problema.

In primo luogo chi è riuscito a trasformare gli investimenti in arrampicata in un’opportunità per il territorio si è sforzato di analizzare l’arrampicata sportiva (sebbene in un primo momento, lo hanno sottolineato anche Seneci e Veronesi, gli arrampicatori fossero tutt’altro che ben visti), così giungendo alla conclusione, ovvia per un arrampicatore, tutt’altro che ovvia per chi arrampicatore non lo è, che l’arrampicata sportiva (Nota 10) non è l’alpinismo, né quello classico (Nota 11), né quello moderno (Nota 12), né quello himalayano (Nota 13); non è l’arrampicata trad (Nota 14); non è il free solo (Nota 15). I rischi ed i pericoli tipici di queste attività sono estranei all’arrampicata sportiva. Se si conosce questo sport si comprende anche la differenza che intercorre tra vie di arrampicata sportiva chiodate con una seppur minima attenzione per la sicurezza e vie chiodate con approssimazione (o con l’intento di renderle pericolose…). E chi coglie queste differenze non ha difficoltà a concludere che la probabilità di verificazione di sinistri (rapportata al numero di praticanti) in falesie pensate per l’arrampicata sportiva è più ridotta (forse molto più ridotta) di quella che si registra in sport ad ampia diffusione come lo sci da discesa. Con tutto ciò che ne consegue sulla valutazione dei costi attesi in termini di responsabilità.

Foto: Delfino Formenti

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In secondo luogo, chi ha tratto frutto dall’arrampicata sportiva non si è accontentato di analisi, del tutto generiche, sui profili giuridici degli eventuali incidenti (analisi che, spesso condotte da chi l’arrampicata l’ha vista solo sui libri, si riducono alle formulette pigre del «non si è mai responsabili perché c’è l’accettazione del rischio» o «si è sempre responsabili perché l’arrampicata è uno sport estremo e, quindi, pericoloso»). Ha saputo distinguere tra la probabilità che si verifichi un qualsiasi tipo di sinistro e quella (l’unica importante per valutare i costi attesi in termini di responsabilità) che si verifichi un sinistro che comporti la responsabilità del chiodatore o del proprietario della parete in falesie fatte oggetto di interventi di pulizia e richiodatura secondo le norme tecniche (COSIROC o altre, Nota 16): insomma, in falesie come quelle di cui si discute in questo convegno. Se si distingue tra queste ipotesi non è difficile concludere che la seconda probabilità è prossima allo zero. I casi-limite in cui si può ipotizzare una responsabilità sono quelli del distacco della protezione (cementata!) e quello del crollo di massi di significative dimensioni o di consistenti porzioni rocciose (tutti gli altri sinistri o non sono imputabili a chiodatori e proprietari (Nota 17), o sono coperti dalle scriminanti dell’esercizio di un’attività sportiva, Nota 18). Ma la verificazione di casi come questi (dei quali non si ha alcuna notizia ad Arco dal 1982 ad oggi e per i quali non si registra nessun precedente giurisprudenziale edito), si ribadisce in strutture fatte oggetto di un normale intervento di pulizia e di richiodatura secondo le norme tecniche, costituirebbe oggetto di una vera e propria singolarità statistica. Ed anche di questo si deve tener debito conto quando si confrontano i benefici in termini di ricadute positive per il territorio con i costi attesi in termini di responsabilità.

Soprattutto, ed è il terzo punto, chi ha investito nell’arrampicata ha saputo trattarla così come ogni altro sport, liberandosi dalle trappole cognitive che portano a ritenerla un fenomeno a sé, nemmeno inscrivibile tra le discipline sportive in senso stretto.

Se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport la soluzione ai costi attesi in termini di responsabilità c’è ed è ovvia: ci si assicura. Il Comune di Arco ha esteso alle strutture d’arrampicata l’assicurazione già stipulata per le altre strutture pubbliche (parchi, ecc.) così risolvendo alla radice il problema.

Insomma, se non ci si fa influenzare da euristiche e emozioni, se ci si impegna in un’attenta analisi della probabilità di verificazione dei sinistri, se si valuta in modo parimenti attento da quali dei potenziali sinistri può effettivamente derivare una responsabilità di chiodatori e proprietari e, soprattutto, se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport, assicurandosi, il problema dei costi attesi in termini di responsabilità è facilmente affrontabile. Ed è in questa direzione che va operata una corretta analisi costi-benefici quando, come nel nostro caso, si debba decidere se intervenire o meno sulle falesie.

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Nota 1. R. Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Corbaccio, 2007. La storia narrata nel libro è famosissima: Desmaison e Gousseault affrontano i 1200 metri di granito e ghiaccio della nord delle Grandes Jorasses. Partiti l’11 febbraio 1971 i due impiegano sei giorni per arrivare a 200 metri dalla vetta, quando, il 17 febbraio, il tempo volge al brutto. Serge Gousseault tradisce i primi segni di sfinimento: «tornare indietro non è più possibile, non resta che proseguire, uscire dalla parete: è l’inizio della fine, i bivacchi si susseguono fino all’ultimo, a 80 metri dalla meta. Gousseault non riesce più a muoversi, e Desmaison, che ancora – non per molto – avrebbe energia sufficiente per arrivare in cima, decide di restare con il suo compagno di cordata che, infine, soccombe. Ormai a Desmaison non resta che attendere l’elicottero dei soccorsi che arriverà solo il 25 febbraio, dopo 342 ore, più di due settimane in parete (dalla quarta di copertina)».

Nota 2. La celeberrima sequenza di Opéra vertical di Jean Paul Janssen (1982) in cui Edlinger sale l’espostissima Debiloff Profondicum (6c+). La musica di Bach è la cantata Allein zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 33).

Nota 3. Parete nord della Cima Grande di Lavaredo, 550 mt. fino al 7a+.

Nota 4. Il grande incubo, D. Filippi, A. Zanetti, 1997, Monte Brento – Arco, 1200 mt., VI, A4/R3/V.

Nota 5. Au delà du delire, M. Fauquet, M. Guiot, P. Guiraud, D. Mottin, 1981, Verdon, 180 m (la sola via), 7a.

Nota 6. H. A. Simon, Models of Bounded Rationality, Cambridge, Mass., MIT Press. (1982). Kahneman, D., Slovic, R., Tversky, A., Judgement under Uncertainty: Heuristic and Biases, New York, Cambridge University Press (1982).

Nota 7. Cfr. in ambito giuridico, C. Bona, Sentenze imperfette, Il Mulino, Bologna (2010) e C. Bona, R. Rumiati, Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare, decidere nell’esperienza forense, Il Mulino, Bologna (2013) e la bibliografia ivi citata. Con riferimento al piano più strettamente regolativo cfr. C. R. Sunstein, Il diritto della paura, Il Mulino, Bologna (2010). Sunstein, costituzionalista, ha insegnato a Chicago ed Harvard e dirige l’Office of Information and Regulatory Affairs alla Casa Bianca.

Nota 8. Sull’impatto delle emozioni, dopo i primi pioneristici studi di A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano (1994) e Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano (2003) v. ora G. Belelli, R. Di Schiena (a cura di), Decisioni ed emozioni. Come la psicologia spiega il conflitto tra ragione e sentimento, Il Mulino, Bologna (2012).

Nota 9. Si dice «in origine», ma c’è chi tende a tutt’oggi a fare valutazioni sintetiche, attraendo tutto nella sfera dell’«estremo»: cfr. L. Santoro, Sport estremi e responsabilità, Giuffrè, Milano (2008).

Nota 10. L’arrampicata sportiva si svolge su pareti di dimensioni solitamente contenute (fino ai 100-150 metri). I rischi ambientali sono normalmente inesistenti. La protezione è garantita dalla corda e da ancoraggi cementati (o da tasselli). Si deve riuscire a salire “a vista” o “rotpunkt” una via, ossia percorrere la linea di salita senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione, al primo tentativo (a vista) o dopo una serie di tentativi (rotpunkt). La difficoltà della via è espressa secondo scale: la più diffusa in Europa è quella francese che va, attualmente, dal 5a al 9b+. Nell’arrampicata sportiva alla componente strettamente tecnica si può aggiungere una componente psicologica. La paura del volo (seppur non rischioso in quanto protetto dalla corda) contribuisce a volte a creare la difficoltà della salita. Per le distinzioni cfr. C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e bibliografia ivi citata.

Nota 11. L’alpinismo tradizionale si svolge su vie di sviluppo normalmente superiore ai 100-150 metri (che possono superare i 2.000 metri), di roccia, di ghiaccio, o miste roccia e ghiaccio. Il rischio ambientale è assai variabile e dipende dal tipo di parete, dalla sua esposizione (una parete esposta a nord è sotto questo profilo normalmente più severa), dall’altimetria, dalla zona, dal tipo di roccia o ghiaccio. La protezione è garantita dalla corda, da chiodi a lama (non da chiodi cementati o tasselli) o da protezioni veloci. Si deve riuscire a salire una via, ma sono normalmente ammessi anche mezzi artificiali di progressione, di vario tipo. La difficoltà di una salita è espressa da varie scale. Per le difficoltà su roccia si usa normalmente la scala Welzenbach (o UIAA), che esprime le difficoltà massime dei singoli passaggi ed è attualmente compresa tra il I° e l’XI° grado, e la scala delle difficoltà in artificiale, ossia delle difficoltà che si incontrano usando i mezzi artificiali di progressione, compresa tra A0 e A5. Per esprimere la difficoltà su ghiaccio si è soliti riportare la pendenza della parete, espressa in gradi (60°, 75° etc.). Per le difficoltà nell’arrampicata mista su roccia e ghiaccio (si sale usando piccozze e ramponi ma incontrando anche tratti su roccia) si usa invece una scala compresa tra M1 e M11. A queste tre scale si aggiunge quella dell’impegno complessivo, così articolata: F (facile), PD (poco difficile), AD (abbastanza difficile), D (difficile), TD (molto difficile), ED (estremamente difficile), EX (o ABO), eccezionalmente difficile. L’impegno psicologico è molto variabile: si passa da vie in cui è quasi inconsistente ad altre in cui il rischio di incidenti mortali è elevatissimo.

Nota 12. L’alpinismo moderno presenta gli stessi caratteri dell’alpinismo classico, con la differenza che è ammesso l’utilizzo, come ancoraggi, dei chiodi cementati o dei tasselli. Per le scale di difficoltà molto spesso si utilizza la scala francese invalsa nell’arrampicata sportiva (in aggiunta alla scala dell’artificiale, nel caso vi siano passaggi di questo tipo, ed alla scala dell’impegno complessivo sopra riportata). Le difficoltà raggiunte nell’alpinismo moderno sfiorano ormai il 9a. L’impegno psicologico è anche in questo caso molto variabile. Peraltro l’utilizzo dei tasselli o dei chiodi cementati per l’assicurazione fa sì che di norma non si raggiungono i vertici di impegno psicologico che si possono raggiungere in quello che abbiamo definito l’alpinismo classico.

Nota 13. L’alpinismo himalayano si svolge su pareti dalle dimensioni normalmente imponenti (lo sviluppo delle vie è normalmente superiore ai 2-3.000 metri), situate ad una quota compresa tra i 6.000 e gli 8.000 metri. I rischi ambientali sono sempre elevati e possono diventare elevatissimi. La protezione è garantita da ogni mezzo disponibile. L’impegno psicologico è normalmente notevolissimo: la salita di una qualsiasi via himalayana comporta sempre seri pericoli mortali.

Nota 14. L’arrampicata trad o hard grit si svolge su strutture analoghe a quelle su cui si svolge l’arrampicata sportiva in falesia, quindi pareti dalle dimensioni normalmente contenute (qui di solito non si va oltre i 20-30 metri): non c’è rischio collegato alle condizioni metereologiche e quello collegato alla friabilità della parete è solitamente molto ridotto. La protezione (minore a quella che si riscontra nell’arrampicata sportiva) è sempre assicurata dalla corda, ma ciò che cambia sono gli ancoraggi: non chiodi cementati o tasselli, ma quelle che gli arrampicatori chiamano “protezioni veloci”, ossia attrezzi da incastro in buchi o fessure. L’obiettivo è anche in questo caso quello di salire una via senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione: a vista o rotpunkt.
In questa disciplina alla scala di difficoltà si aggiunge una scala di impegno (anche psicologico) della salita, che va attualmente, dall’HVS all’E11: ciò è dovuto al fatto che l’impiego delle sole protezioni veloci rende molto più elevato il rischio di cadute pericolose.
Sulle vie più impegnative si deve scontare il rischio di cadute mortali.

Nota 15. Il free solo si esercita su qualsiasi tipo di parete (dalle paretine di 10-20 metri ai colossi alpini o californiani che superano i 1000 metri di sviluppo). Il rischio collegato alle condizioni ambientali dipende dal tipo di parete che si affronta (così è inesistente su una piccola parete di fondovalle, è elevatissimo in una salita dei 1.600 metri spesso friabili della parete nord dell’Eiger). Si arrampica senza corda e senza alcuna protezione. Lo scopo è quello di riuscire a salire una via e le difficoltà sono espresse dalle stesse scale che si applicano all’arrampicata sportiva in falesia (il maggior grado qui raggiunto è attualmente l’8b+). L’impegno psicologico è assoluto: una caduta comporta spesso (ed anzi si potrebbe dire normalmente) un pericolo mortale. Recentemente al free solo si è aggiunta una disciplina più ludica, in cui si arrampica sì senza protezioni, ma sopra specchi d’acqua: è il deep water solo. Le scale di difficoltà sono le solite (qui però si è raggiunto il 9b), l’impegno psicologico è significativo, seppur decisamente inferiore a quello del free solo classico.

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Nota 16. Incidentalmente, si ricorda che esiste anche una norma tecnica UNI (UNI EN 12572-1 del 28/08/2007) che, pur riferita espressamente alla sola predisposizione di strutture artificiali d’arrampicata, offre svariati spunti anche per la chiodatura delle falesie.

Nota 17. E così, non sono certo imputabili al chiodatore od al proprietario gli incidenti:

a) causati dall’erronea assicurazione. Quanto agli incidenti da erronea assicurazione, in senso proprio questa consiste in quel complesso di manovre che consentono di trattenere la caduta di un compagno di cordata bloccando la corda. È intuitivo che di eventuali incidenti debba rispondere chi abbia errato nell’assicurazione e non certo l’ente pubblico che si sia occupato della manutenzione straordinaria della parete con la richiodatura od il proprietario;

b) quelli causati dall’arrampicatore che finisce “fuori via”. Un altro tipo di incidente collegabile alla condotta del compagno di cordata è quello che può verificarsi quando l’alpinista o l’arrampicatore, nella ripetizione di una via salita da altri, finisca “fuori via”, ossia non segua il tracciato della salita ma finisca in una zona di parete che lo mette in gravi difficoltà. Si tratta di un tipo di incidente che di fatto non si può verificare su pareti chiodate per l’arrampicata sportiva, come quelle che ci interessano (i chiodi, qui, sono posti a distanza ravvicinata e quindi non si può finire “fuori via”). In più la responsabilità dell’incidente non cadrebbe certo su chi ha provveduto alla chiodatura, sempre per difetto del nesso causale;

c) quelli causati da errori nella progressione. Un altro tipo di errore e correlato incidente è collegato al modo di arrampicare. Un incidente, in alcune discipline, può essere provocato dalla sopravvalutazione di un appiglio per l’erronea “lettura” della parete da parte del primo di cordata o dall’erronea impostazione del corpo. Anche tralasciando il fatto che incidenti di questo tipo quando si verifichino sulle pareti destinate all’arrampicata sportiva non aprono alla responsabilità (si infortuna solo chi cade, non essendo ragionevolmente possibile che la caduta coinvolga anche chi assicura), comunque non si vede come potrebbe risponderne il chiodatore o il proprietario.

d) quelli da eccessivo ardimento. Un incidente nella progressione può essere causato dall’eccessivo ardimento di uno dei componenti la cordata, che affronta difficoltà per lui insuperabili. Qui vale un discorso analogo a quello che abbiamo appena fatto. Si tratta di incidenti che sulle strutture destinate all’arrampicata sportiva possono al più coinvolgere solo chi sbaglia e cade e non il compagno e, soprattutto, si tratta di una classe di incidenti che non apre a responsabilità di chi provveda alla mera chiodatura della parete.

e) il cedimento di un chiodo infisso dal compagno di cordata. Anche questo sinistro, diffuso in relazione alle vie d’alpinismo classico non chiodate o solo parzialmente chiodate o d’alpinismo himalayano, solitamente non ha nulla a che vedere con la responsabilità connessa alla chiodatura di una falesia. Si può dare il caso che qualcuno provi a salire le vie in stile trad, ossia non utilizzando le protezioni presenti ma posizionandone di proprie, “veloci” (friend, nut, ecc.), ma anche in questo caso la responsabilità di chi ha ripristinato la parete o del proprietario va esclusa, visto che l’incidente, laddove si verifichi, non ha nulla a che vedere con la condotta di chi ha posizionato i chiodi già presenti in parete.

Nota 18. Il discorso sull’applicabilità delle scriminanti (o cause di giustificazione) è troppo complesso per essere trattato in queste poche pagine. In modo molto approssimativo, e solo per offrire un cenno al lettore, si può affermare che c’è una sostanziale unanimità di vedute circa il fatto che l’arrampicatore non può pretendere risarcimenti del danno che costituisce verificazione del rischio normalmente accettato tra chi pratica l’arrampicata (per una più attenta analisi ci si richiama a C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e soprattutto alla bibliografia ivi citata). Sicché non sarà offerta la tutela risarcitoria a fronte di piccoli distacchi di pietre ed a fronte di cedimenti di prese od appoggi che siano normalmente prevedibili.

postato il 4 luglio 2014

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Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna ultima modifica: 2014-07-04T06:23:09+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna”

  1. 2
    tappa says:

    aggiungerei ia potenziali casi-limite dove il chiodatore avrebbe responsabilità anche quello dell’errato posizionamento delle protezioni, caso che tanto limite non è. ma che potrebbe essere causa di incidenti altrettanto che gli altri due citati. un aspetto questo molto difficile da regolamentare e sempre più di attualità, specie nelle falesie nuove, che spuntano come funghi, di solit onon in un’ottica di pianificazione turistica o territoriale, quanto piuttosto come idea personale di alcuni (lodevoli per l’energia e il tempo e i mezzi che vi impiegano!). chi chioda nuove falesie o ne richioda di già esistenti dovrebbe tenere conto di questo aspetto e valutare in questo caso se abbia o meno senso talora modificare (accollandosi le critiche del caso! purtroppo o per fortuna) la posizione degli ancoraggi. ecco che allora il giuridico si mischia con l’etico e diventa difficile stabilire un regolamento UNIvoco. (si pensi a riguardo al solito dilemma del primo spit: meglio alto o sempre troppo alto?). ancora sempre in riferimento a ciò si impone la differenziazione tra siti di arrampicata sportiva per definizione ed eventuali falesie trad o falesie storiche aperte in ottica alpinistica, chiodate magari a chiodi o molto lunghe. ma questi sono solo forse e spero pochi casi isolati in cui la comunità arrampicatoria locale può trovare sicuramente la soluzione migliore con eventuali istituzioni disposte a collaborare. (questo credo sia un tema chiave sempre che non succeda che qualche amministrazione si sogni di mettersi a fare lavori strani (leggi anche incaricare eventuali professionisti esterni alla scena locale) senza coinvolgere chi quelle rocce le vive e conosce personalmente da anni).

    comunque bell’articolo. t

  2. 1
    GIANDO says:

    Ottimo articolo.

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