Gian Carlo Grassi, l’architetto dei ponti di cristallo

L’architetto dei ponti di cristallo
di Mauro Mazzetti (l’articolo è stato pubblicato su Infraisassblog3, Antersass Casa Editrice, nel 2008)

Basta fare due semplici conti. Per laurearsi in architettura bisogna studiare cinque anni, se uno è molto bravo e fortunato, poi, aggiungere un biennio di tirocinio, durante il quale l’aspirante architetto impara alla perfezione a tirare righe e a fare fotocopie in uno studio, infine sostenere con esito positivo l’esame per l’abilitazione (facciamo che ci sia una volta all’anno): tirando le somme, fanno all’ingrosso otto o nove anni. Quindi, dopo questo periodo, il novello architetto può cominciare seriamente a lavorare.

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Per quanto ne so io, Gian Carlo Grassi non ha studiato architettura; eppure nel suo genere è stato veramente un architetto con i fiocchi e i controfiocchi. Certo, non parliamo di ponti e di costruzioni come usualmente li immaginiamo; i suoi ponti li ha pensati e ideati in ambienti totalmente diversi dalla città. Gli studi di architettura Grassi li ha svolti e completati “sul campo”, ossia in montagna, conseguendo una specialissima laurea honoris causa in architettura del territorio.

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Passo dopo passo, sto risalendo la Valnontey. Mi lascio alle spalle Gogne e i suoi fantasmi non sopiti, risalendo ancora una volta il vallone che conduce dalle praterie assolate di Sant’Orso fino al ponte dell’Erfaulet. Qui, citando dall’omonimo ultimo libro di Franco Brevini, si schiudono le porte per un nuovo mondo, fatto di pietra e di ghiaccio. Da qui riprendo a rimuginare, i pensieri che si formano e si sviluppano in sintonia con la risalita lenta della traccia di sentiero attraverso la morena bonificata dalle piante pioniere. “La fantasia al potere”, si gridava negli anni settanta, e Grassi ha fatto tesoro di questa laica formula, immaginando nuove frontiere (per dirla con Andrea Gobetti). Certamente, dire “nuove frontiere” può sembrare retorico, o quantomeno inappropriato, ragionando di montagna. Eppure, forse, qualcosa di vero c’è.
Al di là del filo della grigia morena si stagliano i tormentati seracchi bianchi del ghiacciaio della Tribolazione, acquattati sornionamente ai piedi delle vette che circondano il Gran Paradiso. E’ la prima volta che mi siedo accanto alla porta del bivacco Martinetti, araba fenice che rinasce dai suoi rottami, spazzato via dalle valanghe e sempre ricostruito. Domani andremo sulla parete nord del Gemello occidentale di Roccia Viva 3610 m, la cui prima salita del 1979 porta la firma dei tre specialisti Stefano De Benedetti, Gianni Comino e Gian Carlo Grassi. Proprio tre bei tipi, quelli lì: De Benedetti, spericolato interprete di un antico e romantico sci estremo; Comino, piemontese puro sangue con la valutazione calibrata di un ragioniere d’alta quota; Grassi, visionario illuminato alla ricerca di effimere strutture glaciali.

Il tramonto incendia la cresta di Money, la Roccia Viva e tutte le altre cime disposte a raggiera; fantastico oziosamente, contento della assoluta e totale solitudine. E’ strano come si entri in sintonia con una persona senza averla mai vista, se non in fotografia, e senza mai averle parlato. Così mi sento io nei confronti di Grassi, che ho imparato a conoscere leggendo e rileggendo le relazioni delle sue salite, intrise di locuzioni e vocaboli a volte grammaticalmente azzardati, ma sempre concettualmente chiari ed esplicativi. Che io sappia, Grassi non ha mai scritto libri di letteratura di montagna: forse non ne aveva voglia, o forse non ne aveva il tempo, intento com’era a passare da un monte a un altro, da una cascata di ghiaccio a una via di roccia. Resta il fatto che “Gian” ha lasciato molte guide, e tutte permeate del suo incessante bisogno di ricerca e di stupore. Ricerca, perché sempre teso a vedere linee di salita dove altri non vedevano neanche la montagna. Stupore, perché ogni via nuova era la sintesi della meraviglia fanciullesca che lo animava.
La solita inutile frontale viene irrisa dal nero profondo delle rocce che ci circondano. In lontananza e in alto, con molto ottimismo, scorgiamo l’impercettibile biancheggiare dei seracchi sotto la nostra parete. Scendiamo e risaliamo, cercando il passo migliore e il percorso giusto nel dedalo labirintico dei canalini che formano lo zoccolo roccioso (la relazione di Grassi dice “con facili ma divertenti passi di misto”). Ci scrolliamo finalmente di dosso i “divertenti passi di misto” e mettiamo piede sul ghiacciaio, che man mano aumenta la sua pendenza con l’avvicinarsi della parete. Chissà se Grassi ha sentito “il gatto nella pancia”, come dice mia zia; chissà se ogni salita è stata per lui come se fosse la prima, con il carico della tensione e delle emozioni che ti aggiunge peso allo zaino, con il timore rispettoso della parete, del sentirsi piccolo piccolo di fronte alla montagna. Forse a lui erano ignoti questi sentimenti, tutto teso al raggiungimento dell’obiettivo. Di Giuseppe Verdi è stato detto che non creava musica, ma che se ne liberava trascrivendola sullo spartito. Per Grassi azzardo un paragone: le linee di salita erano dentro di lui, frutto di intuizioni fulminee, nella logica del carpe diem, del “cogli l’occasione e l’attimo”.

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Progrediamo bene, in conserva protetta anche sul ripido scivolo, con movimenti attenti e precisi. Piccozza 1, rampone 1, rampone 2, piccozza 2; e via di nuovo, con infiniti cicli ripetitivi. Cosa c’è di più monotono? Eppure Grassi è riuscito a rendere nuovo e diverso ogni suo passo su neve e ghiaccio, scoprendo sensazioni sempre differenti, percependo vibrazioni emozionali dove tutti gli altri sentivano solo profondo e vuoto silenzio.
Il pendio si impenna, ultimo rigurgito di verticalità prima della vetta, poi spiana progressivamente, concedendoci una vista aspra e selvaggia, incomparabilmente severa e affascinante. La via, logica e mai forzata nel suo sviluppo naturale, ci ha preso per mano e ci ha accompagnati con delicatezza e decisione sulla porta di un mondo di sogni, quel mondo che Grassi ha esplorato con la lente di ingrandimento di un avido e ininterrotto bisogno di cercare e di trovare. Forse di capire. La sua sfrenata attività, che lo portò tra il 1984 e il 1985 a salire più di cento cascate e couloirs ghiacciati (non a caso proprio nelle valli di Gogne c’è Centesimo gelato di stagione), lo ha spinto a esplorare valli nascoste e grandi montagne alla moda, sia in bassa sia in alta quota; ha scovato vie nuove tanto sulle colline delle valli di Lanzo quanto nei gruppi del Bianco e del Rosa, in compagnia di carneadi sconosciuti e di grandi nomi dell’alpinismo internazionale. Non sta a me inquadrare storicamente tutta la sua attività e i titoli conseguiti; mi basta ricordare come Grassi sia stato Accademico prima che guida alpina, componente del Gruppo internazionale di alta montagna prima che istruttore nella scuola di alpinismo “Gervasutti” di Torino.
Iniziamo la traversata della cresta che ci porta sulla vetta principale della Roccia Viva. Ci affacciamo guardinghi sul pendio della Nord, che Grassi, Comino e De Benedetti hanno percorso in discesa dopo la prima al Gemello occidentale, i primi due con i ramponi, il secondo con gli sci. Noi ci limiteremo a seguire la via normale, tutt’altro che semplice, e anzi assai complessa e delicata. Mefist ice, Filo di Arianna, Un’intuizione da immaginare, Coboldo caustico, Dies irae, Ice fresser: tutti nomi evocativi di suggestioni lontane e inafferrabili, nomi che Grassi ha utilizzato per battezzate alcune delle sue innumerevoli vie nuove. Instancabile, appena tornato dal Canada con Casarotto e Ghigo, ripartiva con clienti per salire nuove cascate di ghiaccio, per affrontare i seracchi del Mont Maudit al Bianco, per dirigersi poi verso improbabili e parcamente ripetute goulottes sul Breithorn e sulla Roccia Nera nel gruppo del Rosa.
Stiamo finalmente per mettere piede su una decente traccia di sentiero dopo tanto penare; anch’io volgo lo sguardo verso la bastionata rocciosa che sorregge l’altopiano del Money, incisa da solchi ricolmi di acqua scrosciante. Mi riesce facile immaginare Grassi mentre architetta una nuova salita tornando a valle con un cliente, colpito da una cascata che risplende nella luce d’agosto e che chiamerà appunto Flash estivo.

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La tensione finalmente si scioglie. Non ci resta che mettere un piede davanti all’altro e ripercorrere il lungo vallone di accesso, liberi di parlare di tutto e di niente. Come un pipistrello, richiudo metaforicamente le mie orecchie, lasciandomi cullare dal rollio e dal beccheggio dei miei passi stanchi. Sogno di essere in automobile, lungo la strada che porta al Monginevro: passando veloci attraverso la campagna e i paesini della valle, Condove è solo un nome come tanti. Condove è il paese di Grassi, dove lui tornava sempre, sia che venisse dal Nepal, sia che rientrasse dalla Val Varaita. C’è un’atmosfera strana, un’ansia sottile che mi prende a poco a poco, quando passo di là; è come se l’energia sprigionata da Grassi avesse creato un campo magnetico, o elettromagnetico, o elettrostatico, o che so io. E’ una forza che non si affievolisce, che non si è esaurita neanche il primo giorno di aprile del 1991 sul Monte Bove, dove una cornice di neve ha disinserito per sempre l’interruttore della macchina che produceva quell’energia.

Mauro Mazzetti ha passato molti anni della sua vita a camminare, a pensare, a scalare, a sentir musica. Prima separatamente, poi ha creduto di poter sintetizzare il tutto. Allora ha cominciato a scrìvere: ciò non ha costituito però sintomo incontrovertibile ed inoppugnabile di conquistata maturità e di acquisita saggezza. Ad oggi continua pervicacemente a camminare, a pensare, a scalare, a sentir musica. E colposamente a scrivere.

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Gian Carlo Grassi, l’architetto dei ponti di cristallo ultima modifica: 2015-02-02T07:00:14+00:00 da Alessandro Gogna

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