I concatenamenti, da Profit a Loretan e Berhault

A Patrick Berhault, dieci anni dopo

Dal 28 gennaio al 3 febbraio 1997 Patrick Berhault e Francis Bibollet, approfittando del bel tempo stabile che ha caratterizzato quell’inverno, hanno compiuto una memorabile impresa nel gruppo del Monte Bianco, una cavalcata di sette giorni con il concatenamento, senza mai scendere a valle, della via Colton alla Nord di Les Droites, della via Mc Intyre alla Nord delle Grandes Jorasses, della cresta di Rochefort, della via Cecchinel-Nominé alla Nord del Pilier d’Angle e dell’Hypercouloir al versante Brouillard del Monte Bianco.

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Christophe Profit

 

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Jean-Marc Boivin

 

 

 

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André Georges

 

Come si vede, una successione titanica di salite che già prese da sole costituirebbero dei problemi invernali al massimo della levatura. Non voglio qui far storia né dilungarmi sugli aspetti umani di questa impresa, del resto già raccontata su qualche rivista (Alp) del tempo. Oggi, sono passati quasi trent’anni da quando avevamo incominciato a stupirci degli enchainement dello stesso Berhault, di Jean-Marc Boivin e naturalmente di Christophe Profit, inventori di questo genere di exploit. Altri alpinisti ne seguirono le orme, ma dopo poco sembrava che con il percorso della trilogia invernale delle pareti nord del Cervino, Eiger e Grandes Jorasses poco ci fosse ancora da dire. Ma, già nel 1986, Erhard Loretan e André Georges avevano traversato in piena stagione invernale le 38 cime del Vallese (la Corona Imperiale, con 30 cime oltre i 4000 m) senza mai scendere a valle, in 19 giorni. E’ una prova generale, un exploit che si confonde un poco con le imprese di Profit sulle più famose pareti nord delle Alpi. Ma chi è attento alle evoluzioni dell’alpinismo non può non osservare la grande qualità di questa impresa. Prova generale perché, nel 1989, ancora Loretan e Georges riescono nel concatenamento invernale di 13 pareti nord dell’Oberland Bernese, in 13 giorni per un totale di 11.150 metri di dislivello. Eccole, in elenco: Gross Fiescherhorn, Jungfrau, Mönch, Eiger, Ebnefluh, Gletscherhorn, Grosshorn, Breithorn, Morgenhorn, Weisse Frau, Blüemlisalphorn, Fründenhorn e Doldenhorn.

Ai lettori italiani e francesi di quel tempo, in genere poco edotti su queste grandi pareti (a parte l’Eiger), questo exploit non aveva suscitato grandi emozioni. Invece quella fu l’impresa che portò avanti l’alpinismo tradizionale fino a limiti impensati. Il concatenamento di vie, dopo quell’exploit, è del tutto stravolto nei suoi valori. Se prima si pensava che salire due o tre pareti nord d’inverno fosse una cosa da superuomini, cosa può succedere dopo che due persone, in 13 giorni di cui uno solo di riposo, superano 11.150 metri di dislivello su 13 pareti diverse e su vie che, fino agli anni ’30 erano considerate, ciascuna da sola, al limite delle possibilità umane d’estate? Lo spostamento in avanti di Loretan e Georges in quel caso fu così grande che, anche agli adepti, fece perdere la bussola e fece in pratica scommettere sul fatto che tutto fosse possibile. Ma, come al solito, l’impressione era ingannevole.

Erhard Loretan

 

Ho cercato di trovare una logica nel percorso di Berhault e Bibollet chiedendomi, credo con sufficiente conoscenza del terreno Monte Bianco, quali possano essere stati i motivi di una tale scelta da parte dei protagonisti. Le vie possibili d’inverno su quelle pareti sono decine e non credo abbia senso il criterio di collegare tra loro solo prime invernali. E poi perché proprio quelle pareti? Direte voi: perché non lo hai chiesto a loro a suo tempo? Perché credo che la bellezza di questa impresa sia tale che ciascuno di noi debba essere libero di interpretarla come crede. La scelta di quegli itinerari denota la grande modernità di un alpinista come Berhault, che ha saputo esprimersi su tutti i terreni. Primo nelle salite di grande velocità e in solitaria, primo nei concatenamenti di nome, primo a far crollare le barriere che ostacolavano l’arrampicata sportiva, primo a interpretare il movimento come danza. E ora primo a concatenare, rinunciando a parapendio ed elicotteri, itinerari che rappresentano i nuovi miti dell’alpinista estremo: Walter Cecchinel e Georges Nominé avevano, a suo tempo, eccitato l’opinione dei giovani quando trovarono il loro itinerario sulla Nord del Pilier d’Angle, più difficile e più diretto della storica via di Walter Bonatti e Cosimo Zappelli. E così fu per Alex Mc Intyre e per il suo couloir sulla Nord delle Grandes Jorasses, per così dire rimasto fortemente inciso nell’inconscia lista dei desideri degli alpinisti di tutto il mondo. L’Ypercouloir, salito nel 1982 da Patrick Gabarrou e Pierre-Alain Steiner, ha segnato il grande momento della ricerca dei canaloni più pazzeschi, per la salita dei quali si è dovuto aspettare la completa evoluzione della piolet-traction. L’impresa di Berhault e Bibollet fu così straordinaria, nel suo incedere naturale verso la vetta del Monte Bianco, e nello stesso tempo così stravagante, per il suo peregrinare così distante, da suggerire non più un semplice concatenamento bensì un «viaggio», come se l’alpinismo, pur sempre avventuroso, improvvisamente fosse diventato più semplice e non avesse più bisogno delle imprese con una conduzione logica, quindi senza rassicuranti contrapposizioni tipo base – vetta, parete più difficile – itinerario più facile, ma soltanto prendendo in considerazione ciò che piace, o che ci ha colpiti a suo tempo o che ci ha fatto sognare per anni. Un vero viaggio, dunque. E per di più, presa la prima funivia dei Grands Montets con tutti gli altri sciatori, raggiunta dopo sette giorni la vetta del Monte Bianco e trascorse le notti una in rifugio incustodito, una in parete, tre in bivacco fisso e una al Rifugio Torino, sembra un viaggio organizzato da quelle agenzie che programmano le sistemazioni per la notte nel modo più semplice ed economico: dunque, ancora una volta, un vero viaggio.

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Patrick Berhault (Foto: Alessandro Grillo)

 

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Francis Bibollet

 

 

postato l’11 giugno 2014

 

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I concatenamenti, da Profit a Loretan e Berhault ultima modifica: 2014-06-11T08:12:58+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “I concatenamenti, da Profit a Loretan e Berhault”

  1. io penso che QUALUNQUE tipo di concatenamento alpino, sia il vivere pienamente e a pieno … il vivere in montagna, giornate piene dove il fisico da il massimo per il massimo … la massima espressione del “godere” il tempo. Sul fatto che nessuno si sia accorto, io direi che “non tutti” si sono accorti, ma chi ha voluto accorgersi, la fatto e ha sognato!

  2. Alla base credo ci sia un “trucco” (per modo di dire!): si tratta di fare diventare una montagna od un gruppo la propria “palestra” (volendo poi ci si allarga alle altre).
    Frequentarla a lungo, per periodi continuati, e così intanto conoscerla (facendo una via si vede la discesa di un altra, si sente chi ha già fatto belle salite e magari se ne lascia scappare i segreti, ecc.).
    Una volta i grandi alpinisti del Bianco facevano le c.d. “campagne”, cioè ci si piazzavano per i mesi estivi, scalavano quando era possibile e nel resto erano comunque in quota, girando, vivendoci.
    In pratica, con minor sforzo che nel “mordi e fuggi”, si ottengono conoscenza del terreno, acclimatamento, allenamento, si perfeziona la tecnica, ecc., e cambia anche l’aspetto psicologico (fare una via vicino ad un’altra già fatta preoccupa assai meno).
    Il resto si è aggiunto coi miglioramenti della tecnica (se non anche con la tecnologia) e della preparazione fisica, delle conoscenze inconsapevolmente assorbite (per me molto più importanti di quanto ci si renda conto), con le visioni e gli obbiettivi che si rafforzano e si ampliano, anche con l’imitazione delle imprese altrui e pure delle mode, e per l’esaurimento di quelle vecchie e delle relative pratiche.
    Tutto ciò, su certi terreni e specie ove si vada su quel che ci è nuovo, è fuori già dalle possibilità e molto spesso dalle capacità e dagli interessi dei più, che, pertanto, di fronte a quei grandi, prima di tutto sentono stupore, poi ammirazione, o desiderio di emulazione, oppure invece invidia e fastidio (grrrrr…), o un misto di tutto.
    I piccoli però possono essere felici del proprio (quando andavo in Grignetta, diventatone più esperto, sono riuscito a “concatenare” ben tre o quattro vie in un giorno, roba da 4°, tipo Sigaro/Albertini/Lecco + un salto al Nibbio, mi piaceva lo stesso).

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