I due deserti del Wildstrubel

Nel XVIII secolo gli abitanti di Lenk nella Simmental avevano dato un nome alla catena che chiude la valle a sud: Wilde Strubel, o anche Grosse Strubel, con allusione agli ombrosi precipizi sopra i quali si adagia, e con loro contrasta, la serena immagine del famoso laghetto del Fluhsee. La Plaine Morte è un grande bacino glaciale di quasi 10 kmq, ad una quota media di 2750 m, racchiuso tra montagne non appariscenti, come in una situazione groenlandese. Ai valligiani del lato vallese, francofoni, non era sfuggito quel ghiacciaio, così piatto e immobile.

Wildstrubel e Plaine Morte, estate
Wildstrubel_west

Una leggenda narra di un tempo in cui il territorio tra il Weisshorn e il Wildstrubel era un immenso alpeggio, un pascolo fiorente come il suo proprietario, un alpigiano così ricco da dover mungere le mucche tre volte al dì. Un giorno l’anziana madre del malgaro, piuttosto malandata e quasi cieca, trovò la forza di salire in alto per andare a trovare il figlio. E questi, in cambio, la ristorò con avarizia e cattiveria: invece di panna grassa e gustosa le servì del letame diluito. La vecchia ovviamente non gradì e il mattino dopo, andandosene, maledì l’alpeggio e tutta la montagna. Già l’anno dopo non vi fu erba e nel tempo ogni cosa si raggelò e si coprì di ghiaccio e di neve. Al posto delle distese verdi, la morte piana e immobile. Da allora l’alpigiano vaga sconsolato per il suo territorio: e lo fa come mucca che pascola nelle fiabe e che dal vero si vede solo la notte di Natale. Altrimenti, aggiungo io, ci si deve accontentare dell’effigie della mucca sulla scatola di carne, che in compenso ha fatto il giro del mondo ben conosciuta da grandi e piccini! Infatti, senza paura di apparire banale, quando mi affacciai dalla vetta del Wildstrubel sulla Simmental che mi si stendeva sotto, pensai involontariamente al centro turistico di Montana, assai vicino anche se da lì invisibile. E l’ombra di Ringo, il cavaliere della carne in scatola, mi sfiorò fulminea. Il fatto che ai miei piedi un’enorme distesa di ghiaccio orizzontale invadesse il mio campo visivo passò per un momento in secondo piano.

Quasi priva di crepacci, la Plaine Morte si adagia tra Wildstrubel e Schneehorn, ad ovest, e Weisshorn, ad est. Verso nord degrada, più crepacciata, in una lingua modesta, quanto resta del Rezligletscher. Questo, ancora a metà del XVIII secolo, era uno spettacolo naturale ammiratissimo da Lenk e dintorni. Johann Conrad Fäsi nel 1768 osservava lo stupore del forestiero di fronte alla grande colata di ghiaccio accanto a ripiani verdi e profumati di fiori. Già allora i primi turisti si spingevano fino alla Plaine Morte. Gottlieb Sigmund Gruner nel 1760 scriveva che la visita era possibile, prestando attenzione ai crepacci, «in cui è facile cadere senza scampo», al riverbero del sole e agli effetti devastanti sul viso che il vento del nord può provocare. E sottolineava che i cacciatori, per l’appostamento, spesso passavano la notte lassù: ma avevano l’accortezza di portare con loro i sacchi a pelo per evitare una morte sicura.

Oggi la lingua si è ritirata di almeno 800 metri, il fascino del Rezligletscher è svanito. In compenso la Plaine Morte è più innaturale e sospesa, senza apparentemente defluire in alcun posto. È un deserto dai confini visibili, un gioiello in cui si è cristallizzato il vuoto della non-qualità. Naturalmente l’uomo si è ritagliato un piccolo spazio facendo vivere due brevi piste sciistiche vicino al Tothorn: ma il pellegrino che sotto i raggi cocenti del sole traversa la «grande neve» al centro della Plaine Morte se ne dimentica presto.

Salita al tramonto sulla Q. 2884 m, al limitare occidentale del Glacier de la Plaine Morte. A sinistra, oltre l’ombra del Weisshorn e del Gletscherhorn, si allunga la cresta tra il Wildstrubel e lo Schneehorn fino allo Schneejoch, limite orientale della Plaine Morte. Al centro Les Faverges e il Tothorn. Più a destra, sullo sfondo, ancora importanti montagne del Vallese, dai Mischabel all’ObergabelhornSalita al tramonto sulla Q. 2884 m, al limitare occidentale del Glacier de la Plaine Morte. A sinistra, oltre l'ombra del Weisshorn e del Gletscherhorn, si allunga la cresta tra il Wildstrubel e lo Schneehorn fino allo Schneejoch, limite orientale d

Dalla croce del Wildstrubel vedo anche l’altro deserto, quello della memoria: la grande montagna ad est, il Balmhorn, campeggia nei miei ricordi di ragazzino. Nel 1963 ero fiero di far parte di un gruppo di rovers liguri (boy-scouts più grandi) con in programma il «campo mobile di Kandersteg». In una pioggerella di agosto ci eravamo sistemati nel campeggio, proprio alla fine del tunnel ferroviario che collega il Vallese al nord della Svizzera. La stessa sera qualcuno, invece di cucinarsi una cena, era andato al ristorante. Il giorno dopo ricordo grandi studi sulla cartina assieme all’amico Marco Ghiglione, mentre i «grandi» riposavano in piscina. Finalmente, il terzo giorno, partimmo in sedici: nostra guida era un rover di Berna, biondo e alto, che soprannominammo Siegfried. Risalimmo la Gasteretal fino al Lötschenpass, ai piedi del colossale Balmhorn. Il gruppo vi arrivò parecchio stanco e la magnifica vista sul Doldenhorn e sul Blüemlisalphorn non li confortò più di tanto. Nelle ultime ore Marco ed io eravamo stati incollati a Siegfried, in testa, per non dare l’impressione di essere debolucci. Volevamo a tutti i costi andare con i grandi in vetta al Balmhorn. In serata accennammo a salire il Klein Hochenhorn, ma Siegfried ci sconsigliò perché «pericoloso». Ci accontentammo di provare i ramponi su una placca di ghiaccio. Il mattino dopo era grigio, dopo una notte insonne non riuscivo ad accettare che i compagni decidessero di rinunciare. Verso le 8 apparve chiaro a tutti che era solo un po’ di nebbia, il sereno ci beffava. Il gruppo disorganizzato non era tempestivo, io scalpitavo. Raggiungemmo il Gitzifurgge rassegnati alla rinuncia ed espressi tutta la mia ribellione salendo da solo sul Gitzihorn, per avvicinarmi all’ormai mitico Balmhorn. Fui richiamato in basso a gran voce. La discesa su Leukerbad falcidiò le ultime energie del gruppo. Con la funivia al Gemmipass e da lì penosamente verso Kandersteg. La pioggia dei giorni dopo impedì anche solo un ripensamento. Nella riunione di fine campo dissi ciò che da giorni mi premeva: quello non era stato un campo mobile: troppe comodità ed eravamo stati poco puntuali e approssimativi. Credo che i “grandi” non me la perdonino neppure ora. E non dissi che secondo me il Balmhorn si poteva benissimo salire, quel giorno. Nei deserti l’atmosfera è sempre nitida, come i ricordi che contano.

postato il 10 agosto 2014

 

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I due deserti del Wildstrubel ultima modifica: 2014-08-10T08:00:39+00:00 da Alessandro Gogna

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