I due diavoli

A ciascuno i suoi diavoli
di Carlo Ventura

Appartengo a quella genia di genovesi un po’ strani e girovaghi che sono diventati d’adozione o astigiani, come il povero Bruno Lauzi, oppure milanesi come Angelo Branduardi e lo stesso Alessandro Gogna. Con quest’ultimo abbiamo in comune anche un antico sodalizio: da compagno di liceo mi ha contagiato con il morbo dell’alpinismo dal quale non sono ancora riuscito a guarire, nonostante i ripetuti incidenti. Ecco perché, convalescente dall’ennesimo infortunio, non potendo ancora riprendere a praticarlo, mi accontento di scriverne.

Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso
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Come quei vecchi dissoluti che, non potendo più dare il cattivo esempio, si prodigano in buoni consigli. Mi è venuto il capriccio di azzardare un paragone un po’ originale e stravagante. Proverò a confrontare due diavoli, ma non due poveri diavoli, bensì due veri campioni, due personaggi decisamente sopra le righe, due autentici fuori-classe che, ciascuno nel proprio ambito, hanno lasciato una traccia indelebile e hanno scritto una pagina importante nella storia dello sport di tutti i tempi. Vedrete che le loro analogie sono molte più di quanto si potrebbe immaginare.

Mi riferisco a Giovanni Gerbi, di Asti e al trentino Tita Piaz : il primo fu soprannominato il Diavolo Rosso, il secondo il Diavolo delle Dolomiti e furono tra loro contemporanei. Tita (diminutivo di Giovanni Battista) Piaz, alpinista straordinario, nacque nel 1879, precisamente a Pera di Fassa (tra Vigo e Campitello) da una modesta famiglia di valligiani. Se questa estate non fossi stato impedito dalla mia dolorosa invalidità, avrei partecipato al soggiorno della sezione del CAI in quei luoghi e sicuramente avrei suggerito una breve visita deferente nel piccolo cimitero del paesino natale, dove ho scoperto casualmente il suo semplice monumento funebre.

Invece l’altro Giovanni, cioè Gerbi, antica gloria del ciclismo pionieristico mondiale, detto Piciot (in dialetto, tipo in gamba), nacque nel 1885, nella popolare borgata astigiana di Trincere, in riva al Tanaro. Anch’egli di umile estrazione, da ragazzo provò a fare vari mestieri, sempre da garzone. Deve l’epiteto satanico al fatto che in gara si distingueva sempre per una inconfondibile maglietta/maglioncino color rosso-fuoco. Come se non bastasse, si dice che durante una corsa, nei pressi di Villanova d’Asti, sia piombato, improvvisamente come un fulmine, su di una processione tra lo stupore e lo spavento dei fedeli. Anch’egli a suo modo fu uno “scalatore”, dal momento che sui pedali dovette superare non poche durissime salite: non per nulla nel 1904 fu il primo atleta italiano a partecipare al Tour de France. In carriera vinse ben 31 competizioni di livello internazionale e si distinse per astuzia e spregiudicatezza. Sposato e padre di una figlia, tornato dalla guerra continuò a gareggiare ostinatamente ancora in età avanzata da veterano, nel frattempo si dedicò alla produzione e al commercio di biciclette. Allo scopo aprì un negozio e allestì una piccola fabbrica in città, nel complesso attuale sede dell’Hastafisio (noto centro fisioterapico a cui, sempre a proposito di sport di montagna, spesso si rivolgono alcuni componenti della nazionale di sci).

Per gli amanti dei cimeli sportivi, un’antica bici appartenuta al Diavolo Rosso è tutt’ora esposta nell’omonimo locale “sui generis”, di cibo, vino, musica e varia umanità, sito nel centro storico di Asti e che, guarda caso, ha sede nell’edificio sconsacrato dell’ex-Confraternita di San Michele: quasi una profanazione. Per gli astigiani Giovanni Gerbi è rimasto un mito e Paolo Conte gli ha persino dedicato una canzone.

Dal canto suo e da tutt’altra parte, Tita Piaz per poco non completò gli studi da maestro elementare. In gioventù fu simpatizzante dell’irredentismo triestino e convinto interventista alla vigilia della Grande Guerra, come ad esempio tutti i Futuristi. Quel conflitto vide tra le innumerevoli vittime sia artisti come il pittore Umberto Boccioni, uno dei più grandi futuristi appunto, sia alpinisti come il formidabile Sepp Innerkoffler, la famosa guida delle Dolomiti di Sesto, allora in territorio austriaco, in onore del quale si tramanda che venne addirittura dichiarata una tregua tra i contendenti che si fronteggiavano, durante le esequie celebrate dai suoi nemici italiani sul Monte Paterno. Non era casuale il mio riferimento precedente a quella corrente artistico-culturale, d’altronde ben si adattavano, alle atmosfere degli eventi clamorosi dell’avanguardia futurista, alcune imprese dell’alpinismo acrobatico di Tita Piaz che allora suscitarono molto scalpore. Come la traversata Guglia De Amicis-Campanile di Misurina, che compì nel 1906 sospeso a una fune tesa tra le due cime. Oppure la vertiginosa discesa della parete nord del Campanile di Val Montanaia, nella quale mise in pratica la sua manovra di corda-doppia. Geniale innovazione denominata appunto tecnica Piaz-Dülfer, per non far torto al grande rivale tedesco, al quale altresì se ne attribuiva l’invenzione. Con quest’ultimo per compagno di cordata, principale esponente della Scuola di Monaco, poi espugnatore della parete ovest della Cima Grande, conquistò la Punta Frida, sempre nel gruppo di Lavaredo. Ciò prima dello scoppio del conflitto mondiale, dove il suo amico cadde, fra i tanti, tragicamente in battaglia. Tita da adulto divenne anch’egli “rosso”, ma solo per intima convinzione politica, fedele agli ideali socialisti del martire Cesare Battisti, durante il fascismo venne arrestato più volte, collaborò col movimento di liberazione nascondendo ebrei e partigiani, nel 1944 venne imprigionato dai nazisti per ben nove mesi e dopo la guerra fu anche sindaco del suo paese. Nel corso del lungo iter alpinistico, aprì una cinquantina di nuove vie nel gruppo del Sella (Sass Pordoi), nelle Dolomiti Orientali e nel Tirolo, ma il suo “terreno di conquista” fu soprattutto il gruppo del Catinaccio, Torri del Vajolet. La sua prima impresa giovanile fu la salita in solitaria della Torre Winkler, che purtroppo “mi manca”: di questi tre bellissimi monoliti, ho avuto la grande soddisfazione di scalare due volte l’estetico spigolo sud-ovest della Torre Delago (aperto sempre da Piaz) che quindi “ce-lo”, e una volta la Torre Stabeler, che “ce-lo” pure. Successivamente sulla stessa Torre Winkler aprì alcune vie nuove, di cui una con Sandro Del Torso e Fosco Maraini. Da guida alpina accompagnò più volte il Re Alberto del Belgio e fu tra i promotori della costruzione del rifugio a lui dedicato, alla base di quelle guglie, dopo che il monarca perì proprio in un incidente di montagna.

Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti
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Punta Emma. Nel 1900 ne fu il conquistatore e per di più in solitaria, dedicata a Emma Della Giacoma, una giovane che lavorava nel rifugio Vajolet, con cui ripeterà in seguito la salita. Parete molto bella, proprio di fronte al rifugio e, per quei tempi, severa e di tutto rispetto. Anni fa, quando ho scalato a sinistra la via Steger, ho potuto constatare che circa a metà dell’itinerario di Piaz è collocato, caso più unico che raro, un grosso quadrante d’orologio ben visibile dal basso col binocolo: era usanza che le cordate puntassero le lancette sull’orario del passaggio. Temo che anche questa stranezza sia dovuta al suo primo espugnatore! Sempre a proposito di quel rifugio, Piaz ne era un assiduo frequentatore, ne sposerà la figlia del custode, Marietta Rizzi, ne diverrà a sua volta il gestore e sul sentiero, proprio di fronte all’ingresso, è posta tuttora una lapide a perenne ricordo. Fu anch’egli appassionato e instancabile ciclista, la bici era il suo mezzo di locomozione prediletto (come da foto, con tanto di cane nello zaino) e morì nel 1948, all’età di 69 anni, proprio in seguito alle complicazioni conseguenti a una caduta dalla bicicletta che, tanto per non smentirsi mai, risultò rigorosamente senza freni! Ennesimo parallelismo tra questi due epici personaggi dal temperamento, dalla grinta e dalla resistenza straordinarie: ebbene questi due tipi così tosti perirono entrambi fatalmente per i postumi di un infortunio stradale. Giovanni Gerbi morì infatti nel 1954, anch’egli all’età di 69 anni, dopo un incidente automobilistico al rientro dalla visita a un ex-avversario seriamente ammalato e riposa nel nostro cimitero urbano. Infine faccio notare che persino in questo, cioè nell’estrema dimora, i due Diavoli hanno qualcosa in comune, ovvero la modesta sobrietà delle loro tombe, in contrasto con l’enorme celebrità in vita.

 

(Ringrazio gli amici Paolo Monticone per la foto di G. Gerbi e Alessandro Gogna per quella di T. Piaz)

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I due diavoli ultima modifica: 2015-01-02T07:30:14+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “I due diavoli”

  1. Come ho… evidentemente… mi scuso per l’errore ma una briciola di tabacco (finalmente individuata stamattina) mi è scivolata sotto la tastiera e ogni tanto mi bloccva la h…nuovi problemi da tecnologia…

  2. Come o già evidenziato su di un articolo pubblicato dal blog Alpinsketches:
    https://alpinesketches.wordpress.com/2014/08/28/a-tita-quel-che-e-di-tita/
    che riprendeva l’articolo che inserii su questo blog:
    http://www.banff.it/hans-dulfer-morte-sul-fronte/#comments
    la tecnica di calata a corda doppia così come la tecnica di contrapposizione in fessura non sono dovute ad Hans Dülfer, il quale all’epoca in cui Piaz le adottava, non era che un ragazzino:
    Vero è che Dülfer perfezionò la calata a corda doppia così come poi fece Emilio Comici, il quale a sua volta perfezionò una tecnica di arrampicata in fessura con contrapposizione delle mani.
    Sarebbe bello che si riuvalutasse una storia volutamente revisionata (è piuttosto evidente) da chi nel non avere gli attributi per contestarlo in vita fece di tutto per denigrarlo da morto…

  3. Buon anno a tutti!!
    Non conoscevo il Diavolo Rosso, ma conoscevo il Diavolo delle Dolomiti: un personaggio che mi ha sempre colpito per la sua originalità: ne è una conferma questa foto, con il cane caricato a mo’ di zaino… Sarebbe stata interessante una conversazione con lui!!

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