Il cambiamento climatico – 5

Il cambiamento climatico – 5 (5-5)
(Risposte economiche, tecnologiche e di comportamento ai cambiamenti climatici)
di Elena Gogna
(già pubblicato l’8 novembre 2017 su http://www.scienceforpeace.it/blog-s4p/articoli/articolo/risposte_cambiamenticlimatici)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(1)

Una malattia può essere curata eliminando le cause che ne stanno alla base o agendo sui sintomi. Analogamente, nel caso del cambiamento climatico, si può intervenire riducendo le concentrazioni di gas serra in atmosfera, attraverso strategie di mitigazione, o minimizzando i danni attraverso politiche di adattamento. Di queste strategie, e del quadro di cooperazione internazionale stabilito dall’Accordo di Parigi ho già parlato in un precedente articolo. Resta ora da comprendere in che modo queste strategie sono tradotte in risposte politiche concrete.

Per farlo, prendiamo ad esempio il caso dell’Unione europea. La UE ha adottato una serie di misure per ottenere una riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto ai valori del 1990. Fra queste vi è il cosiddetto Sistema Emissions Trading, strumento chiave della politica climatica europea che copre i due terzi della riduzione totale di emissioni che la UE intende raggiungere entro il 2020.

L’Emissions trading è un sistema definito cap&trade perché fissa un tetto massimo (“cap”) al livello complessivo delle emissioni consentite agli impianti industriali, al settore della produzione di energia elettrica e termica e agli operatori aerei. Al tempo stesso, il sistema permette ai partecipanti di acquistare e vendere sul mercato (“trade”) diritti a emettere CO2 (“quote”) secondo le loro necessità, all’interno del limite stabilito.

La UE ha anche adottato una Direttiva che istituisce un quadro giuridico per lo stoccaggio geologico ecosostenibile e per la segregazione del biossido di carbonio nei luoghi di produzione, per esempio nel sottosuolo, impedendone la diffusione in atmosfera. La principale applicazione delle tecniche di cattura e stoccaggio è la riduzione delle emissioni di CO2 prodotte dalle centrali elettriche a combustibili fossili, in particolare carbone e gas, ma possono essere applicate anche ad altre industrie ad elevate emissioni di CO2 come quella del cemento, le raffinerie, l’industria del ferro e dell’acciaio, l’industria petrolchimica, gli impianti per la trasformazione di petrolio e gas e altri ancora. Dopo la cattura, il CO2 viene convogliato a una formazione geologica adatta, dove viene iniettato per isolarlo dall’atmosfera per un lungo periodo di tempo. 

Le fonti di energia rinnovabile
Un riflessione a parte, per la loro rilevanza, meritano le fonti di energia rinnovabile. In questo settore, l’UE ha adottato nel 2009 una Direttiva che stabilisce obiettivi nazionali vincolanti per tutti i paesi dell’UE, allo scopo di portare la quota di energia da fonti energetiche rinnovabili al 20 % di tutta l’energia dell’UE entro il 2020 e al 10 % di energia specificatamente per il settore dei trasporti.
L’energia rinnovabile deriva da vari processi naturali, come la radiazione elettromagnetica del Sole, le maree, la generazione di calore all’interno della Terra. Vediamo più nel dettaglio come funzionano e quali sono le potenzialità dei differenti tipi di energia rinnovabile oggi disponibili.

Energia solare
Ogni istante il Sole trasmette sull’orbita terrestre 1367 watt per mq. L’irraggiamento solare medio alle latitudini europee è di circa 200 watt/mq. Ne deriva che la potenza media per metro quadro irraggiata sulla Terra in ogni istante è maggiore di 50 milioni di Gw. La quantità di energia solare che arriva sul suolo terrestre è enorme, circa diecimila volte superiore a tutta l’energia usata dall’umanità nel suo complesso. Il flusso fotonico solare può essere convertito in calore, energia elettrica o energia chimica. Per sfruttare questa fonte di energia sono utilizzati diversi tipi di pannelli solari, fra cui i pannelli termini, a concentrazione e fotovoltaici.

Energia eolica
L’energia eolica è generata dalla forza esercitata dal vento sulle pale di un’elica, montata su un albero rotante, che a sua volta è collegato a sistemi meccanici, che servono per macinare il grano o per pompare l’acqua, o a un aerogeneratore, che trasforma l’energia meccanica in elettrica. Negli ultimi anni gli sviluppi tecnologici hanno aumentato in modo rilevante la competitività dell’energia eolica consentendo di generare molta più energia. A contribuire alla sua diffusione sono anche i costi relativamente ridotti necessari per la costruzione e il mantenimento degli impianti, che risultano inferiori rispetto a quelli, ad esempio, dei pannelli fotovoltaici. Questi sviluppi hanno fatto sì che l’eolico divenisse la seconda fonte di energia in Europa, superando addirittura il carbone, e andando a coprire l’11% del bisogno elettrico dei Paesi dell’Unione.

Energia da biomassa
La vegetazione che copre il nostro pianeta è un magazzino naturale di energia solare. La materia organica di cui è composta si chiama biomassa. Le biomasse sono prodotte attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana, durante il quale, grazie all’energia solare, l’anidride carbonica atmosferica e l’acqua del suolo si combinano per produrre gli zuccheri necessari alle piante per vivere. Nei legami chimici di queste sostanze è immagazzinata la stessa energia solare che ha attivato la fotosintesi.  La fotosintesi è importantissima perché nutre la vita sulla Terra e perché asporta dall’atmosfera ben 2 x 1011 tonnellate di carbonio all’anno, con un contenuto energetico dell’ordine di 70 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio, ossia dieci volte il fabbisogno energetico mondiale annuo.
In campo energetico, il termine “biomassa” indica la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, comprese la pesca e l’acquacoltura, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani. Trarre energia dalle biomasse consente di eliminare rifiuti prodotti dalle attività umane, produrre energia elettrica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Energia geotermica
La geotermia è una forma di energia termica estraibile da serbatoi sotterranei di acqua calda di origine naturale. La presenza di acqua calda nel sottosuolo è dovuta alla combinazione di due effetti: il naturale aumento di temperatura (gradiente geotermico) che si rileva all’aumentare della profondità, pari a circa 3°C ogni 100 m, e l’eventuale presenza, nelle zone predisposte, di calore di origine vulcanica, che può portare il gradiente a 10°C ogni 100 m. In queste zone, la temperatura delle acque sotterranee raggiunge livelli che permettono lo sfruttamento dell’energia geotermica per la produzione di energia elettrica.

Energia marina
Le principali fonti di energia marina da cui è possibile estrarre energia sono le onde, le correnti, le maree, il gradiente di salinità e il gradiente di temperatura. L’energia marina è considerata un’importante fonte di energia rinnovabile, sebbene la maggior parte dei sistemi di estrazione sia ancora in fase sperimentale. Nel 2008 queste tecnologie rappresentavano solo l’1% di tutta la produzione di energie rinnovabili. Alla luce di ciò, è scarsamente probabile che la quota di energia prodotta attraverso di esse possa divenire significativa nel 2020, anche a causa dei costi tecnici attualmente particolarmente elevati. Tuttavia, le energie rinnovabili marine hanno un elevato potenziale e l’effettiva opportunità di sfruttamento varierà da paese a paese in relazione al contesto nazionale e alla specifica risorsa energetica presa in considerazione. 

Elena Gogna, Maastricht, Olanda, 26.08.2013

Noi cosa possiamo fare?
Occuparsi di cambiamenti climatici è oggi assolutamente prioritario per tutti. Perché se è indubbio che una risposta effiace al problema passa necessariamente dall’impegno dei governi e delle industrie, è altrettanto vero che anche l’impegno quotidiano di ogni singolo cittadino è cruciale per contenere gli effetti dei cambiamenti in atto. Molte nostre attività quotidiane comportano infatti un consumo di energia più o meno “occulto” e quindi un contributo alle emissioni di gas serra. È sufficiente che ognuno di noi rifletta sul proprio carbon footprint e sulle azioni che è possibile compiere quotidianamente.

Di seguito una lista non esaustiva:
– Sostituire le classiche lampadine ad incandescenza con lampadine a basso consumo.
– Usare i coperchi durante la cottura dei nostri cibi (in questo modo si può risparmiare il 60-70% dell’energia necessaria alla loro preparazione).
– Scegliere prodotti locali il cui trasporto da brevi distanze produce meno emissioni di gas serra e la cui produzione implica un minor impatto ambientale
– Ridurre la produzione di rifiuti facendo la raccolta differenziata, ma anche scegliendo prodotti che abbiano meno imballaggi possibile.
– Scegliere di percorrere a piedi o in bicicletta tragitti brevi (fa anche bene alla salute!) o, quando possibile, utilizzare il trasporto pubblico.
– Bere l’acqua di rubinetto che non comporta spreco di plastica per l’imbottigliamento e l’emissione di inquinanti per il trasporto.
– Ricordarsi di spegnere gli interruttori degli elettrodomestici che non ci servono (per esempio non lasciare in stand by la tv e il pc, oppure lasciare inserito il carica batterie del cellulare quando abbiamo finito di caricarlo).

Di fronte alla lista sopra riportata, la prima impressione potrebbe essere che ciascuno di noi è solo uno dei circa 7 miliardi di individui al mondo, e che quindi le nostre azioni non possono avere alcun impatto rilevante su un fenomeno di portata globale come il cambiamento climatico. In realtà, non è così: dal momento che ci svegliamo la mattina al momento in cui andiamo a dormire la sera, ciascuno di noi compie innumerevoli scelte. La somma di queste singole decisioni individuali determina la domanda complessiva di beni e servizi disponibili sul mercato e, di conseguenza, l’impatto di ciò che consumiamo sull’ambiente. Il contrasto ai cambiamenti climatici è divenuto una priorità ineludibile e ognuno di noi ha il compito di fare la propria parte per contribuire a questa importante causa.

FINE

 

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Il cambiamento climatico – 5 ultima modifica: 2018-05-04T04:22:36+00:00 da Alessandro Gogna

8 pensieri su “Il cambiamento climatico – 5”

  1. 8
    Lusa says:

    Alberto Bonino è una bufala!

    Non esiste!

  2. 7
    Andrea says:

    @Alberto
    Esiste una via di mezzo tra chi non voleva la rivoluzione industriale, e chi se ne frega in assoluto del nostro impatto sulla terra.

    E si chiama “persone di buon senso”

  3. 6
    Alberto Bonino says:

    A sentire le idee di alcune persone, la rivoluzione industriale non avrebbe mai dovuto esserci stata. Seguendo il pensiore di alcuni non so se saremmo passati dal paleolitico al neolitico. Per fortuna il mondo è andato in una direzione diversa, grazie a persone che la pensavano in maniera opposta.

  4. 5
    lorenzo merlo says:

    Il governo si preoccupa della decrescente natalità di italiani.

    È un indice significativo della cultura occidentale in merito.

    Comprenderla è semplice: basta osservare la realtà nella sua sola dimensione economico-razionalistica.

    Pare più grave questa posizione della civiltà occidentale rispetto a quanto accade in Africa e altrove. E per quanto ne so, in Cina, l’imposizione di un solo figlio per famiglia non riguardava che i loro interessi interni. È fortuito che ora appaia come un riflesso lungimirante dedicato al mondo.

    La figurazione delle ninfee in uno stagno che si raddoppiano ad ogni florescenza, rappresenta bene la dimensione della questione della sovrapopolazione.

    Quando la superficie è coperta per metà, quante inflorescenze mancano affinché tutto lo stagno sia coperto?

    Non a caso la questione della sovrapopolazione sta a cuore all’ecologia profonda. Una concezione della terra e della vita che sottrae all’uomo ciò che le sue idee gli hanno fatto credere di essere: superiore alle altre specie, con diritto di esproprio, indipendente dalla terra.

  5. 4
    AndreaD says:

    Mi spiace dirlo ma sul problema della sovrappopolazione, che giudico molto grave per la qualità della vita e dell’ambiente, i popoli africani si stanno comportando da irresponsabili. Le colpe della povertà in Africa non possono essere solo dei paesi ricchi ma anche gli africani devono collaborare per risolverlo. In un secolo si sono moltiplicati per 5, in 30 anni sono passati da 600 milioni a 1 miliardo. Che mondo avremmo se i cinesi facessero come loro? Vogliamo giocare a immaginare un’Europa in cui per esempio i tedeschi si sono quintuplicati in un secolo?

    Ho ascoltato una conferenza in cui si diceva che la colpa della sovrappopolazione sta nella mancanza di istruzione delle donne e nella mancanza di svaghi alternativi a quello … sessuale. Saranno anche queste le cause ma il controllo spontaneo delle nascite ho paura che sia estraneo alla mentalità di tanti popoli africani.

  6. 3
    Andrea says:

    @Fabio

    E’ vero, utopistico ma bisogna pensarci.

    Anche se non dovremmo farlo noi comuni mortali

  7. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    E se incominciassimo a discutere anche del problema della sovrappopolazione? È la prima causa del degrado ambientale e della qualità della vita, però non se ne parla mai.

    Un esempio: gli africani ora sono circa  un miliardo e cento milioni. Le previsioni indicano due miliardi in pochissimi decenni a causa di un tasso di natalità pazzesco.

    Che facciamo? Ancora sei o sette figli per donna? Quando sulla Terra saremo dieci, venti, trenta o cinquanta miliardi, ci fermeremo finalmente?

    L’Europa si sta già fermando e così il Giappone, la Russia e tutta la società occidentale. La Cina tenta, bene o male, di provvedere. In Africa fanno ancora sei o sette figli per donna.

    In un contesto di globalità bisogna stabilire un piano anche per ridurre la natalità e quindi, nel tempo, la popolazione a limiti sostenibili. Proprio per evitare i cinquanta miliardi.

    Altrimenti ci penserà Madre Natura con un’apocalisse.

  8. 1
    Andrea says:

    Questo post e quello precedente, sulla traversata scialpinistica della Vanoise, messi insieme mi fanno pensare a quanto successo pochi giorni fa nel Vallese…

    E’ possibile imputare anche quello che e’ successo al cambiamento climatico? Giusto stamattina ho sentito notizie per radio che dicevano che anche il servizio meterologico vallese non dava per possibile prevedere un evento come quello che ha causato il problema. Cambiamento climatico? O errata valutazione delle condizioni?

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