Il Crosta

Quella che pubblichiamo è una chiacchierata informale tra le persone che sono state più vicine a Marco Pedrini negli ultimi anni: Fulvio e Lucia Maria­ni e Marco Ballerini. Si tratta di idee, pensieri, proposizioni compiute, frasi smozzicate, ricordi raccolti da Mirella Tenderini, che ha pensato di riportarli così come sono usciti dal registratore.

Il Crosta
di Mirella Tenderini
(già pubblicato su Rivista della Montagna n. 101 – ottobre 1988)

Marco Ballerini: un ricordo di Marco? Beh, ce ne sarebbe uno… La notte precedente le gare di arrampicata di Bardonecchia, siamo andati in discoteca. Ci hanno buttato fuori che era tardi, dopo mezzanotte. Nel centro del paese c’è una discesa: lì abbiamo cominciato a fare il bob con i bidoni della spazzatura. Ci siamo ribaltati un po’ di volte, finché dalle case vicine ha cominciato ad accendersi qualche luce. Allora siamo scappati alle auto. Marco guidava una macchina targata “Ticino”. Era un catorcio infernale, scassatissimo, chissà chi gliela aveva prestata. Abbiamo cominciato a rincorrerci, e per nasconderci siamo finiti nello scalo merci. Poi, non so come, dallo scalo abbiamo sceso due-tre gradini e di colpo ci siamo trovati in mezzo ai binari della ferrovia. Eravamo in quattro, e seguendo le rotaie siamo arrivati in stazione. È venuta fuori un’ira di Dio di gendarmi francesi e poliziotti italiani. Abbiamo cercato di scappare, ma il pavimento della stazione è di marmo lucido. Siamo caduti e ci siamo ritrovati sotto una panchina. Ci hanno puntato il mitra davanti al muso e ci hanno portato dentro. La mattina abbiamo telefonato a Cassarà perché ci tirasse fuori per fare le gare d’arrampicata… In quello stato Marco è riuscito a piazzarsi settimo.

Un aspetto della “caparbietà” alpinistica di Marco emerge dalla scheda tecnica del film Cumbre, girato per la televisione svizzera da Fulvio Marlanl sul Cerro Torre: Pedrini compie la prima solitaria della via Maestri II 26 novembre 1985; cinque giorni dopo riparte con Mariani per effettuare le riprese e tocca così una seconda volta la cima. I due, infine, ripercorrono sino in fondo l’Itinerario per terminare di girare le scene.
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Fulvio Mariani: con Marco abbiamo cominciato insieme, ai Denti della Vecchia. Lo chiamavamo Crosta, perché si toglieva tutte le croste dei suoi incidenti di moto e le conservava. Non solo: le toglieva anche agli altri, soprattutto alle ragazze cui faceva il filo… Un giorno l’abbiamo visto arrivare con un carico mostruoso. Si è fermato oltre la baita dove eravamo tutti noi e ha tirato fuori dal suo saccone una pentola per la polenta. Coi pelati ha cominciato a fare un miscuglio tremendo. «Mi mangiu cume me pias a mi», diceva. Si faceva i maccheroni con una cottura di 25 minuti, gli piaceva solo la pasta che sua madre stava per dare ai cani, bella scotta. Viveva così, andando in giro a pescare… Con Marco si arrampicava spesso assieme. Lui aveva capito il meccanismo dell’arrampicata libera prima di noi. Eravamo andati a vedere un vecchio film di Henry Barber, e da quello spettacolo Marco aveva tratto una frase sola (che io ho capito solo cinque anni più tardi). Barber diceva: «Riuscirai a migliorare solo se imparerai a cadere». Così, la settimana dopo siamo andati ad arrampicare (allora si saliva ancora in scarponi) e Marco ha cominciato a muoversi d’improvviso sull’A2 senza staffe…. Poi ha fatto l’invernale al Badile: tre giorni in tutto, con Michel Piola e Danilo Gianinazzi. I suoi genitori non sopportavano il fatto che lui andasse in montagna, e così Marco aveva raccontato di essere con me in baita al Monte Baro. Tutto è andato bene finché un giorno è passato un cliente nel negozio di suo padre: «Sciùr Pedrini, ma lei è mica il padre del Marco? Complimenti! Ha un figlio geniale, che farà carriera nell’alpinismo! Ma non ha letto il giornale…».

I genitori di Marco ci dicevano che non capivano. Non hanno mai visto le cose belle che lui ha fatto in montagna. Erano colpiti solo dal negativo: i morti, gli incidenti. Non hanno mai letto, mai aperto le riviste, i libri di montagna di cui Marco aveva la casa piena. Solo dopo che lui è morto, i suoi hanno capito quanto avesse fatto in montagna.

Il personaggio
Fulvio Mariani: gli altri si sono fatti conoscere solo per le loro imprese, Marco anche perché era un personaggio. Lo incontravi e con lui non potevi fare a meno di divertirti. Era uno che sapeva affascinarti. Di lui, ora, gli amici ricordano magari solo gli scherzi, le botte in macchina e le urla notturne, e senz’altro le sue salite, ma Marco non era solo quello… Pedrini non aveva bruciato le tappe. I passi classici, lui, li aveva fatti tutti: Denti della Vecchia, Monte Bianco, Dolomiti. Poi aveva scoperto l’arrampicata libera facendoci sopra un discorso preciso. Anche se poi era costretto a doversi rimangiare qualche parola perché alla fin fine si dedicava più all’alpinismo che all’arrampicata.

Marco Ballerini: l’ultima volta che l’ho incontrato si è fermato a casa mia per tre giorni. Abbiamo fatto notte fonda, solo per parlare. Dopo il Cerro Torre Marco era cambiato molto. Non sapeva più esattamente cosa voleva. Dell’arrampicata e dell’ambiente non parlava male, ma era deluso. La TV svizzera l’aveva intervistato in occasione della seconda edizione di “Sport Roccia”. Lui era molto meno allenato dell’anno precedente, era reduce dalla Patagonia e stava scrivendo un manuale per l’alpinista. Al giornalista Marco aveva chiaramente lasciato capire il suo proposito: coniugare l’alpinismo con l’arrampicata estrema.

Fulvio Mariani: Marco era deluso dall’ambiente perché c’era troppa gente che si vendeva agli sponsor per una manciata di fumo: lui s’incazzava a morte con chi, in cambio di un’imbragatura o di una giacca, regalava allo sponsor cento foto da pubblicare sui giornali.

Marco Ballerini: questo atteggiamento di Marco mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, io penso che se ti piace arrampicare, tu possa pure fottertene dell’ambiente. Ambiente che a me, sinceramente, non è che faccia poi così schifo. E comunque noi l’alpinismo non lo praticavamo certo per quel po’ che potevamo guadagnare… Insomma, sto dicendo che secondo me quella presa di posizione di Marco era una scusa bella e buona. Il problema vero è che lui non sapeva più quello che voleva: se fare l’alpinista di professione o altro. E in questo, di sicuro ha influito la famiglia. Suo padre voleva che lui si trovasse un lavoro fisso, una professione. Gli aveva dato un ultimatum.

Mirella Tenderini: ma lui viveva in casa con i suoi? Si manteneva da solo?

Fulvio Mariani: sì e no. Aveva fatto delle supplenze, aveva due o tre sponsor, sfruttava il sussidio di disoccupazione.

Marco Ballerini: aveva finito l’Università, era diventato “maestro di ginnastica”. A Lugano gli avevano offerto un posto fisso. Marco ha detto a suo padre che probabilmente non lo avrebbe accettato, e allora è scoppiata la crisi. Si parlava spesso di queste cose. Lui mi chiedeva: «Ma tu cosa conti di fare? Pensi di riuscire a vivere facendo la guida o l’alpinista? Sai, io non so più cosa fare, l’arrampicata non mi dà più…». Tra l’altro devi calcolare che Marco aveva quasi 28 anni, e a quell’età in arrampicata non hai più futuro. L’ambiente, l’ambiente, l’ambiente: è il problema di tutti. Per questo Marco aveva nella testa il caos più totale.
Comunque, quello che mi piaceva di Pedrini era il fatto che con lui potevi parlare di tutto. È difficile, con quelli che arrampicano bene, riuscire a parlare di qualcosa che non sia la roccia, l’appiglio, le scarpette. Per quei signori, oltre all’arrampicata non c’è nulla.

Lucia Mariani: è vero. Marco ascoltava chiunque. Faceva attenzione a quello che gli dicevi e ti rispondeva sempre a tono. Parlava con te perché provava interesse a quello che tu potevi dirgli.

Fulvio Mariani: non l’hanno mai capito. A scuola, pur studiando meno della metà di quanto facevano gli altri, andava benissimo. All’Università ne ha fatte di tutti i colori e l’hanno sospeso per un anno. Eppure Marco era maestro di sci e di nuoto, parlava italiano, francese, inglese, spagnolo e tedesco. Diceva che poteva lavorare sempre, ma si chiedeva anche perché diavolo dovevano imporgli un lavoro fisso…

Lucia Mariani: è che lui non si piegava a nessuna regola, e quindi non poteva neanche vivere di alpinismo perché non sapeva scendere a compromessi. In ogni caso, quando Marco iniziava un lavoro lo faceva con la massima serietà.

Marco Pedrini apre Panoramix sul Grand Capucin
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Quella volta al Cerro Torre
Fulvio Mariani: la vicenda del Cerro Torre da questo punto di vista è emblematica. Marco, gli dico, facciamo questo film sulla Patagonia e mi sta bene. Però ricordati che, bene o male, è la televisione che lo paga. Non so se te ne rendi conto, ma un film così costa 35-40 mila franchi svizzeri. Non ti dico di essere riconoscente alla TV, ma grato sì. Almeno quello. Perciò dobbiamo realizzare un lavoro che vada bene a te ma anche al pubblico, e che vada bene pure alla televisione (che poi in realtà non l’ha ancora distribuito adesso). Allora cerchiamo di imporci delle regole: non possiamo arrampicare nudi, la televisione è un ente di stato per cui la pubblicità diretta non può entrarci più di tanto. Niente marchi grossi così attaccati agli spit. Soprattutto, dobbiamo dare l’idea, anche se a te non va tanto, di che cos’è la Patagonia… Per l’attacco del film avevo escogitato la soluzione della corsa dei cavalli. Volevo giocare sull’analogia. Carote! Il giorno stesso che abbiamo letto il testo – vi giuro – lui era già lì a sacramentare. C’erano quattro minuti di gara che gli rovinavano il film. È andato in giro a dire che sarebbe stato un film di merda, che io gli avevo rovinato tutto con la gara dei cavalli. Poi è andato in Francia per un altro film, un lavoro sui voli dai ponti. Quando è tornato mi ha detto: «Finalmente ho fatto un vero film!»

Ma non è finita. Nell’igloo ai piedi del Torre, la mattina che siamo scesi mi ha urlato: «Da quello che hai filmato uscirà solo un film di merda!» Dopo la salita voleva farmi tornare in cima con gli ultimi 30 metri di pellicola per riprendere la vetta del Torre col tempo bello. Roba da pazzi! Col materiale che mi era rimasto sarebbero stati sì e no 30 secondi di ripresa!

Marco Ballerini: nel Marco c’erano delle contraddizioni. Negli ultimi tempi tradiva insicurezza e…

Fulvio Mariani: beh, sai, è duro aprire una via a spit in Val di Mello e dopo due giorni trovartela schiodata, andare in Valle dell’Orco, fare quello che ha fatto, e poi sentirsi dire…

Marco Ballerini: no, non è quello. La cosa è molto più sottile…

Fulvio Mariani: macché. Se tu, Marco, avessi fatto il Torre, a Lecco sarebbero fioccati gli articoli. In Ticino, invece, nessuno ti considera. Marco l’hanno tirato in ballo solo il giorno della sua morte. Allora sì che gli articoli li hanno fatti. L’hanno chiamato amico, tutti i giornalisti dicevano di essere amici suoi, i fotografi si spacciavano per suoi compagni di cordata.

Marco Ballerini: Marco, però, e bisogna dirlo, era una di quelle persone che… io al massimo sono riuscito a stare con lui una settimana. Dopo una settimana non ne potevo più. Comunque, nella vita, anche al di fuori dell’alpinismo, incontrare persone con la testa del Marco Pedrini non è facile. Come lui non ce ne sono tanti. Forse solo Benvenuto Laritti. Io ero amico del Ben. Ecco, Marco era così. Lui agiva senza premeditazione. In Valle dell’Orco, quella storia degli spit è nata così, per caso, vedendo una bella fessura.

Fulvio Mariani: gli hanno rotto gli spit, e lui due anni dopo è ritornato in valle con la maglietta “Legalize spit”, e mi ha fatto allenare per sette giorni, in modo da potergli andare a fare le foto con quella maglietta su per la via.

Mirella Tenderini: insomma, a Marco piacevano spit e compressore…

Lucia Mariani: a lui la storia del compressore di Maestri al Torre piaceva da matti. Eravamo al campo, dodici giorni prima che lui e Fulvio salissero in vetta, noi tre e due svizzeri tedeschi simpaticissimi. A un certo punto uno degli svizzeri se ne è uscito con una battuta: «Mi hanno detto che il compressore è pericolante, è appeso a due chiodi molto brutti. Bisognerebbe andare su, tagliare il cordino e buttarlo giù».

Provocazione diretta agli habitué della Valle dell’Orco: la prima invernale solitaria in stile quasi himalayano della Fessura Kosterlitz
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Fulvio Mariani: e allora Marco ha cominciato: «Se tu butti giù il compressore, io faccio il giro del mondo, salgo su tutte le montagne dove c’è un crocefisso e li scaravento giù tutti. Perché il compressore è il simbolo del Torre, e se ha il cordino marcio, io gliene metto uno nuovo». Poi, quando siamo arrivati al compressore di Maestri, lo abbiamo trovato completamente intrappolato nel ghiaccio. Per liberarlo abbiamo impiegato un’ora e mezza. Vi rendete conto? Un’ora e mezza a spiccozzare come dannati. Poi Marco è sceso di 40 metri dalla cima, io filmavo. Lui s’è infilato un paio di occhiali e sul compressore si è messo a giocare alla moto: «Bruumm! Bruumm! Fulvio, questa scena devi assolutamente metterla nel film! E insieme alla scena io aggiungerò che chi ha criticato Maestri è un cretino!».

Lucia Mariani: per vendicarsi di qualcuno, Marco avrebbe fatto qualsiasi cosa. Il fatto che Maestri fosse andato fin lassù per farla vedere a quelli che non credevano alla sua prima salita al Torre, per lui era significativo. Maestri gli era simpatico. Comunque, quando si impuntava su una cosa, Marco andava sempre fino in fondo. Lui odiava il suo insegnante di tuffi all’Università, e credo che l’odio fosse ricambiato. Così Marco aveva studiato un sistema con due fili che gli disfacevano completamente gli slip mentre lui alzava le braccia prima del tuffo. Il giorno dell’esame si è buttato completamente nudo, un tuffo perfetto, e nessuno ha potuto dirgli niente. Marco era così.

Mirella Tenderini: e in che rapporto era con i suoi genitori?

Lucia Mariani: non li odiava di certo. Uno che odia i propri genitori non spara battute come le sue. Ai suoi Marco voleva bene, e anche loro gli volevano bene. No, uno che odia i propri genitori non ne parla neanche. Lui no. C’era questo contrasto sulla questione del lavoro fisso, ma si volevano bene.

Mirella Tenderini: e con le donne?

Lucia Mariani: io non ho mai insultato una persona come ho insultato lui in Patagonia. Non ne potevo più! Ci siamo buttati addosso tutto il nervoso di due mesi.

Fulvio Mariani: tutta la storia è saltata fuori perché Marco sapeva benissimo che Lucia sarebbe venuta con noi e che sperava anche lei di salire il Torre. Però, si è detto lui, se io faccio la prima solitaria e poi, dopo di me, questi due pirla salgono anche loro e ci scappa la prima femminile, la mia impresa cala. Non di molto, ma di un mezzo gradino sì. Così Marco è stato contro Lucia per tutto il tempo. In parete l’ha insultata finché lei ha rinunciato.

Lucia Mariani: effettivamente non aveva una gran considerazione per le donne. All’inizio credevo che il suo fosse un atteggiamento scherzoso. Poi, quando ho capito che faceva sul serio, allora sono nate le discussioni. In ogni caso delle donne parlava in un certo modo, diceva che erano inferiori, ma poi si comportava in maniera diversa: le rispettava più di tanti altri che si riempiono la bocca di bei discorsi. Si era pure innamorato, davvero, ma doveva essere un segreto. A volte mi portava un regalo, ma subito dopo attaccava con i suoi discorsi. Abbiamo avuto una gran discussione, e io l’ho pure insultato. Allora lui a un certo punto mi ha detto: «E io che ti portavo sulla punta delle dita. Se tu mi dici una cosa del genere, per me non sei più niente». Una cosa tremenda. E intanto aveva le lacrime agli occhi, e stavo male anch’io. Mancavano dieci minuti alta partenza e stavamo così…

Fulvio Mariani: era una scena da film, io cercavo di rimettere tutte le cose in una cassa. Non avevo più voglia di discutere, continuavo a sistemare la ro­ba. Con noi c’erano tre svizzeri tede­schi, tre francesi e due tedeschi. Loro due litigavano in dialetto, gli altri ri­manevano impietriti o ridevano come pazzi. Hanno litigato più di mezz’ora.

Lucia Mariani: poi, poco prima di par­tire, mi è venuto vicino e mi ha detto: «Ma dai, non prendertela!». L’avrei buttato dall’aereo…

Azione contestatissima in Valle dell’Orco. Tu mi turbi. Pedrini aveva aperto l’itinerario spittando dall’alto e questo aveva provocato – era il 1984 – la reazione dei frequentatori locali, che l’avevano accusato di usare quintali di ferraglia inutile non per tracciare vie nuove, bensì semplici varianti a quelle esistenti
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A testa in giù dai ponti
Mirella Tenderini: e la storia dei suoi voli dai ponti?

Fulvio Mariani: quella faccenda l’ha iniziata proprio lui. Eravamo in Val Maggia. Un giorno Marco mi ha detto: «Perché non ci gettiamo giù?». Si è le­gato e ha provato. La settimana dopo ha contagiato anche me. Ci siamo buttati assieme, ci siamo spellati tutti, abbiamo battuto la testa e io ho perso l’orologio nel fiume. Lui, però, con questa storia è andato avanti lo stesso, finché un giorno abbiamo fatto quelle foto che sono uscite su Montagnes Magazine. Mentre Marco si gettava, è stato visto da un medico dell’ospedale di sotto. Quello crede­va che fosse in atto un suicidio (Mar­co si buttava sempre a testa in giù), ed è venuto su di corsa…

Lucia Mariani: all’inizio i lanci dai ponti sono cominciati per divertimen­to. Poi, come sempre, sono saltati fuori i discorsi. Era per combattere la paura del vuoto, eccetera.

Fulvio Mariani: sull’argomento hanno fatto persino una trasmissione televi­siva. Fuori dal ponte i tecnici hanno montato un trapezio in modo che lo spettatore non si rendesse conto che i saltatori erano sospesi sul vuoto. Così, quando Romolo Nottaris ha chiesto a Marco come faceva a vince­re la paura del vuoto, lui buttandosi ha risposto: «Il sistema c’èèèèèè… E l’urlo si è disperso per la valle. Quan­do hanno messo in onda il filmato, Marco ha telefonato a sua madre: «Domenica guarda la TV, ci sono an­ch’io». E lei si è messa davanti al tele­visore, era la prima volta che vedeva suo figlio in trasmissione. Ha assistito a un volo di 70 metri. È scivolata dalla poltrona…

 

Marco Pedrini di Lugano era un arrampicatore di primissimo piano e un fortissimo alpinista. Personaggio contrad­dittorio e complesso, poco rispettoso della cultura alpinistica tradizionale e iconoclasta, nel variopinto mondo dell’arrampicata ha rappresentato spesso il personaggio scomodo. Amato e odiato, Marco era una figura complicata, sicuramente non riconducibile a nessuno schema precostituito. A volte estremamente razionale, a volte solo istintivo, Pedrini era capace di dar corpo a idee stupende ma anche di produrre polemiche, attriti, discussioni. Come alpinista e arrampicatore aveva compiuto cose egregie. In montagna aveva portato a termine importantissime ripetizioni in libera. Con Michel Piola e Danilo Gianinazzi, nell’inverno 1980-81 era riuscito a salire la via Cassin al Piz­zo Badile, prima invernale in stile alpino. Aveva arrampicato all’Eiger e nel massiccio del Monte Bianco. Nel 1985 gli era riuscita la prima solitaria (13 ore in tutto) dello Spigolo Maestri al Cerro Torre. In quella stessa stagione Marco aveva tracciato con lo svizzero Kurt Locher una bellissima via – Chimichurri y tortas fritas – sul Pi­lastro Casarotto al Fitz Roy.

Poi ci sono state le gare di arrampicata e una grande attività in falesia. La sua ultima impresa, la Direttissima americana ai Drus, gli è stata fatale. Durante la discesa, Marco se n’è andato. Probabilmente un ancoraggio… Era il 16 agosto 1986.

Per maggiori dettagli http://gognablog.com/marco-pedrini/.

Marco Pedrini su Arrapaho, una sua prima ascensione in Valle dell’Orco
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Il Crosta ultima modifica: 2016-07-16T05:34:36+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Il Crosta”

  1. 3
    Guerrini Michele says:

    Marco,un PERSONAGGIO che mi ha impressionato positivamente per le sue doti: schiettezza,sincerita’e senza peli sulla lingua..un grande come ce ne sono pochi….ovviamente queste “doti” a qualcuno davano fastidio ma da quel poco che l’ho conosciuto,dico che le sue azioni hanno contribuito a far crescere l’arrampicata e l’alpinismo….chapeau!!!

  2. 2
    Ermanno Salvaterra says:

    Marco era nato a Lugano. Aveva 3 anni meno di me. Non sto a dire quanto era forte come arrampicatore e alpinista. Semplicemente era uno veramente tosto. Da tutti era additato per i suoi modi di fare e per le sue pazzie che però, a me piacevano. Ci eravamo incontrati a una fiera a Milano. Era febbraio del 1985. Mi aveva chiesto delle informazioni sulla via del compressore al Cerro Torre dove l’anno prima si era perso a 400 metri dalla cima e anche un’altra cosa “nostra”. Avevamo riso molto. Ci eravamo poi incontrati in Patagonia poco prima che lui facesse la solitaria a quella via. E poi di nuovo ancora a Milano. Quando era arrivato in cima al Torre trovò 2 chiodi da ghiaccio che noi avevamo lasciato dopo aver fatto la prima invernale al Cerro Torre il 7 luglio del 1985. Prese uno di quei chiodi e me lo diede a Milano. Per me fu un Grande regalo di riconoscenza e amicizia. Poi, l’anno dopo, era il 16 agosto 1986 quando se ne andò per una stupidaggine dopo la solitaria ai Dru. Ciao Marco!

  3. 1

    Qualche tiro di corda assieme a Finale per capire che Marco era il Syd Barret dell’arrampicata. Era appena uscito l’imbrago basso e tutti sostenevano che se cadevi ti rompevi la schiena. Per dimostrarlo a uno stage per negozianti della Cassin, lui si buttava a testa in giù dopo avere saltato qualche spit!
    Un Crazy Diamond che ha lasciato un segno profondo. Non ne sono più nati. Oggi si vive e si cerca l’omologazione assoluta, lui non era di certo così.
    Sul compressore al Torre mentre fa il motociclista in quegli anni di retorica ottusa e imperante (oggi abbandonata solo di poco) è stato un grande: un uomo libero che sono contento di avere conosciuto.

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