Il fuoripista

Il fuoripista
(scritto nel 1998)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

Dopo poche centinaia di metri di lento scivolare nel vallone di neve fre­sca, ci si apre il mondo magico della monta­gna invernale: tracce di animali e si­lenzio, quel silenzio ormai così difficile da vivere. I cristalli di neve fresca lucci­cano, creando una sinfonia d’immagini che de­scrive la purezza di questi luoghi.

Si è tanto scritto di wilderness, quella parola quasi intraduci­bile che ci richiama il mondo selvaggio e disabitato. Probabilmente è wilderness in senso europeo una precisa condizione soggettiva che s’appoggia a più indeterminate caratteristiche del posto. La buona disposi­zione d’animo a com­prendere ciò che ci circonda (e vedere è solo uno dei mezzi) è forse più importante della solitudine più o meno totale o della percentuale di natura in­contaminata. La neve, che qui tutto ri­copre, è condizione necessaria ma non suf­ficiente, perché cancel­la le poche opere dell’uomo ma non basta per ricreare una condi­zione originale di wilderness. E così anche il raggiungimento della vetta e la discesa di sogno sono capitoli essenziali di un’esperienza che però deve trarre origine dalla nostra più gran­de libertà, quella di lasciarci emozio­nare.

La superfrequentazione delle piste, il fenomeno sociale dell’ecologizzazione, l’aumento generale del livello tecnico e l’evoluzione dei materiali hanno portato a significativi cambiamenti. Le nuove attività si muovono in questo senso, con un fine comune: la ricerca di un posto perfetto dove si possa imprimere la nostra traccia, sciare al massimo del piacere, su pendii vergini ben lontani dall’affollamento delle piste-replica delle strade cittadine.

Mentre lo scialpinismo si pratica in montagna con materiali ed indumenti appositi, il fuori pista sfrutta gli impianti di risalita ed il normale equipaggiamento dello sciatore. È l’evasione rapida e facile, alla portata di tutti. Si tratta di scegliere, in cima allo ski-lift, se scendere in pista o fuori. Sembra che un buon 5% degli sciatori opti per la seconda soluzione. E la prova più evidente di quanto sia diffusa questa pratica è il ricordo di com’era prima: trent’anni fa i 1800 ettari di zona sciabile dei Grands Montets, a Chamonix, dopo una nevicata richiedevano tre giorni perché fossero battuti completamente. Oggi bastano tre ore. Di fronte alle migliaia di belle fotografie di ragazzi e ragazze che sciano nella neve polverosa, di fronte a centinaia di film osannanti alla gioia, nessuno resiste. Tutti sono tentati di imparare, e quando hanno imparato non ne possono più fare a meno. La prima funivia del mattino dopo una notte nevosa è stipata di aggressivi e frettolosi fanatici che si precipitano a voler essere i primi, senza alcun riguardo per nulla, tanto meno per la propria incolumità. Le stazioni sciistiche, dopo aver propagandato in ogni modo questa moda, oggi cercano di proibire, di limitare. Ma ormai la gente non torna più indietro.

Un altro pericolo è rappresentato dall’imitazione. Se una guida con clienti scende per un pendio o in luogo potenzialmente pericoloso, sapendo però quello che fa, altri arrivano, vedono le tracce e, senza minimamente neppure porsi il problema, le seguono. Uno studio francese sulle vittime da valanga nei sei paesi alpini (Francia, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia e Italia) mostra una realtà impressionante: nei 14 anni dal 1975 al 1989, il 65% delle disgrazie mortali è avvenuto sciando, con un 40% in attività scialpinistica e con ben il 25% in fuori pista, per un totale di 1213 decessi.

Ovviamente, assieme alla crescita di questo fenomeno, si adeguano anche le misure di protezione, prevenzione e soccorso. Fabbricanti di vestiario, tecnici, responsabili di stazione, professionisti, tutti si sono sensibilizzati. Le tecniche di distacco artificiale di valanga, l’evacuazione rapida degli infortunati, i corsi di formazione per i soccorritori si perfezionano sempre di più. Sempre in Francia, dove la pratica del fuori pista è nata e certamente è più diffusa che altrove, da parecchi anni nelle stazioni invernali più importanti si pratica il distacco artificiale delle valanghe. Ma se trent’anni fa, a loro rischio, gli addetti alle piste staccavano di persona con il loro peso i pendii, oppure confezionavano artigianalmente le cariche esplosive, già nel 1970 si usavano le granate. E ancora qualche anno dopo il catex e poi ancora il gazex permisero il distacco a distanza. Oggi è tutto diverso ancora, perché la tendenza è di compiere queste operazioni con l’elicottero. Inutile dire quante precauzioni e quanto dispendio di energie questo richieda: ma l’elicottero è certamente il metodo più rapido, sicuro ed efficace.

È solo grazie a questa grande trasformazione del pianeta stazione invernale che l’afflusso sempre maggiore di sciatori fuori pista non ha fatto salire ulteriormente il numero delle vittime, che quindi percentualmente diminuisce. Un conto che per ora paga l’ambiente che, già abbondantemente compromesso dal taglio degli alberi, dal cedimento dei terreni, dal superaffollamento, dai cannoni per la neve artificiale, si trova oggi a dover sopportare la nuova aggressione del distacco sistematico delle valanghe.

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Il fuoripista ultima modifica: 2018-03-09T05:39:36+00:00 da GognaBlog

1 commento su “Il fuoripista”

  1. 1
    Claudio Pellin says:

    Mah, da sciescursionista e istruttore titolato del CAI, non posso che esprimere forti perplessità sul freeride!
    A fronte di una minima fetta di fruitori che si prendono la briga di formarsi una cultura adeguata sulla montagna invernale allo scopo di prevenire i problemi e del parallelo dotarsi del kit ARTVA, pala e sonda e poi di saperlo usare, c’è la stragrande maggioranza che scende con strabiliante ignoranza e la convinzione del “tanto a me non succede di certo”…
    Quindi il lavoro da fare è ancora molto!
    Da facebook, 11 marzo 2018, ore 15.30

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